Confessioni di un idealista

<p>First View of Earth from Moon</p>

Due tendenze imperversano sul mondo – e a volte questo mondo è un delirio amico mio! – l’una esiste se contrapposta all’altra sino a confluire teneramente in una moderna ed anti – idealista teoria delle due fonti. Riponiamo speranze nel buon Dio? Potremmo tuttalpiù riporre qualche speranza nella buona sorte o disturbare quel mio potente Signore: il Caso. Ma il buon idealista – qual io sono – non si lascerà trasportare dalla felicità d’un Caso manifesto piuttosto preferirebbe tormentarsi con cieli inesistenti; donare le proprie membra a Verità che volano alte, più che per celestiale magnificenza, per evitare di esser disturbate. Quest’ultimo idealista, governato da un istinto che non trova pace e innamorato della buona sorte che persino i bambini sanno che ama alla cieca… quest’ultimo idealista non si arrenderà!

In viaggio con gli asceti

Nel mio primo viaggio, oscurato dalla mia stessa presenza, decisi di portar con me, per compagnia, tre uomini eguali nella carne ma differenti per vocazione spirituale. Dissi loro che sentivo il bisogno di uscire dal buio dell’incertezza e dell’incostanza; che desideravo la luce eterna di una verità assoluta. Al calare della sera, i tre stralucenti personaggi, ognuno a suo modo, volle dimostrarmi la forza delle proprie credenze; di quella tanto agognata sintesi ideale di luce eterna. Così il cristiano munito di frusta, incominciò a dilaniarsi la schiena e contemporaneamente urlò: “Vedi? Io non perirò perché vivo di luce divina! Dio ci salverà dal male che ci facciamo e dal buio in cui viviamo! Tu, nuovo idealista, abbandonati alla sua fede di vero e puro amore!” ed io annui e stetti a guardare quel sangue che traboccava dalle sue ferite. Il musulmano prese al volo l’occasione ed esclamò: “Io farò di meglio! Ti mostrerò che le porte del paradiso eterno sono di facile accesso, se seguirai i precetti di Maometto.” e detto questo si scagliò contro il cristiano, oramai esanime, e si lasciò esplodere. Questo buontempone nascondeva del tritolo – e le sue chiavi paradisiache! – sotto le vesti. Rimase con me solo quel terzo uomo, che si professò ateo: egli non ebbe nulla da dire e si limitò ad indicare l’alba del nuovo giorno, che oltrepassava la linea dell’orizzonte. Così vidi la luce che cercavo, fra le tenebre della notte, ed ero ebbro dell’unico narcotico che non mente mai: l’alba del domani, il mio ideale terrestre.

La quadratura del cerchio

Ma il più angoscioso dei miei viaggi fu quando partì alla ricerca della verità: irrimediabilmente finì in una paradossale ricerca del senso della morte. Fu tanta la pesantezza dei miei pensieri che per scacciarli via dovetti inscenare la loro implosione e così disegnai il loro perimetro come un cerchio non più grande del palmo della mano. Teso sino alla più assoluta trascendenza licenziai il pennello e di conseguenza lasciai al domani il restante viaggio: quel cerchio fu per anni la mia ossessione! Il fatto che esso sia ancora qui non è certo un buon segno, ma son certo che prima o poi chiuderò o quadrerò il cerchio; prima o poi annegherò i miei pensieri in qualche mare sterminato. Questo mare sterminato, senza fine ed irraggiungibile, lo chiamerò “Libertà”! Per onore della cronaca, questo viaggio – e la quadratura! – non lo completai più.

Plenilunio idealista

Tra questi viaggi, i pensieri divenivano concentrici: essi stringevano in una morsa il mio corpo. Dopotutto non c’era altra cosa da stringere! Presso me tutto eccedeva nel tempo, nella sostanza, volgendo al tramonto. Le strade europee sono le più adatte per il cammino di un idealista: spesse, ruvide, antiche e piene di storia e passeggi: adatte per chi avvia al tramonto una volontà, un amore o un valore irrancidito.
Solo tramontando, oltrepassai ogni limite che il mio corpo e la mia mente potevano tollerare; valicai l’inutile confine che mi rende italiano! Oltrepassai la legge, Dio e seppur d’una spanna superai persino lo stato d’ebbrezza del mio cuore ma nonostante tutto questo sforzo sono ancora qui, su questa meravigliosa Terra! Sono l’ultimo idealista e quindi, nonostante tutto, ho un alba sulla linea dell’orizzonte ed un mare di libertà che mi separa dalla prossima.

Macinavo chilometri, strade, tramonti, albe e nel frattempo stilavo la traiettoria dei miei desideri verso un imperativo avanguardistico. Senza lasciarmi sedurre dall’insaziabile sete di conoscenza; senza voler sapere qual è la massima verità di questo o di quell’altro mondo. Non mi andava di sapere la genesi del mio ideale. Così da lì a breve la mia gabbia prospettica diventò l’Arte: piena di intenzioni frivole e gregarie; di interessi e di risentimento. Sentimenti che poco dopo si sobbarcarono l’onere e l’onore di redarre per me testi, aforismi, manifesti e baleni vari. Così dopo tanti viaggi, tanti chilometri, tante parole e colori mi reinventai artista!

Novilunio idealista

Non mi bastava! Non mi saziava questa mia nuova veste da idealista e così decisi di rendermi – e vendermi! – come una risorsa utile: poliedrica e che potesse stare su molti campi. Entrai nella società civile con un curriculum vitae che rispecchiava il mio mondo anziché la mia personale escalation di fallimenti. In realtà a questa semplice e rozza società civile bastava ed avanzavano i fallimenti. Alla società civile non interessa il nuovo, l’avanguardia o la nicchia di un ideale bensì la ciò che fa massa e conserva; tuttalpiù qualcuno che sappia impressionare per bene e con maestosità. Ma mi rendo conto che l’errore fu ed è il mio: non si può parlare di società, di ideali e di avanguardia sul mercato, a meno che non siano vendibili e spendibili in e per denaro sonante.

Ah! Se questi uomini contemporanei avessero passato il loro tempo a costruire nuovi e semplici valori, condivisi ed illuminati anziché installare sul mondo questa macchina macina-denaro dai profondi abissi e dai cieli inesistenti chiamata mercato – o Finanzcapitalismo. Ma come accadde tutto ciò? Eppure anche i mercanti soffrono le pene dell’inferno, nel momento in cui vanno alla ricerca di amici e d’amore; anche loro non vengono ascoltati se prima non fan tintinnare le monete.

Ma il mio lungo viaggiare stava per giungere a termine ed io sentivo ancora l’ardere del fuoco della mia passione idealistica. Ammiravo il suo fiammeggiare, finché non vidi ogni mia emozione diventare cenere…
“Non lasciarci sole! Non lasciarci ma vieni con noi per continuare a creare!” dissero le mie emozioni prima di scomparire ed io, tutto solo, mi incamminai nell’oscurità andando incontro anche all’alba dell’altro mondo.

Salvatore Musumarra

[Fonte immagine: NasaPrimo scatto della Terra dalla Luna del 23 agosto 1966.]

Istrione contemporaneo

<p>Teatralità nella società</p>

Questa è la storia di come l’antico istrione ebbe finalmente l’opportunità di acciuffare il potere. Di come questi poté entrare – dal basso verso l’alto – e stabilirsi su ogni piano alto sociale. L’uomo contemporaneo, popolare, eguale e istrionico – colui che fa dei propri sentimenti la ribalta del proprio ragionamento – non usa la strumentazione in dotazione come mezzi, piuttosto come fini. Fanno gola gli effetti che questi producono o al massimo che in ultima ma primissima istanza facilitino la sua azione e soddisfino i suoi pensieri: la parola d’ordine, sia che si parli di effetti che di cause, è velocità dell’atto creativo.

In questi ultimi decenni, il rafforzamento dei sentimenti di natura ugualitaria, democratica e la tensione sociale dovuta ad una multiculturalità autoritaria, spinsero gli apparati e le istituzioni umane verso scelte politiche di eguale carattere e tonalità al sentimento dell’antico istrione: insincere, affettate o esibizionistiche e niente più.

Gran parte di queste politiche sono portate avanti, ad oggi, da personaggi che non detengono nessuna visione prospettica del futuro tantomeno di uno spirito di eguale portata alle idee di uguaglianza, democrazia e multiculturalità che tanto sbandierano.

Si curano anch’essi dei primi effetti e delle ultime cause ed esprimono troppo bene e profondamente la base che la sostiene: contradditoria, rapace e fortemente nichilista! Parte della base sociale sostiene l’operato perché a tale operato vi sono legati interessi nella più ampia etimologia della parola: economici, sociali, post-ideali… Politica e base sociale oggi sono più che mai l’uno il riflesso dell’altra: tanto è vero che questa è l’era dell’immagine, dove ogni parola diventa immagine di sé stessa facendone sistema. Persino la scienza si è accodata dietro la religione – il freno religioso è uno stimolante per gli scienziati: come sarebbe il mondo senza un dio? Questi infervorando la società con pensieri prettamente morali, infervora anche lo scienziato rendendolo o facendogli credere, di essere la nuova élite; una speranza e il futuro – cavalcando a pieno regime il cavallo vincente dello spirito istrionico: i sintomi del secolarismo sembrano oggi scomparire, nevvero? Un nuovo spirito, quello dell’istrione, cavalca i centri del potere religioso ed i cavalli di dio fanno gola, oggi, a tutti: che siano nemici o amici. Anche qui, l’esibizionismo e l’emotività sono tutto a discapito di una prospettiva volta al futuro.

Personalmente mi sento costretto – dico davvero! – a dover dire le cose come stanno: mi scoccia profondamente sentirmi accomodato da questo sfrenato ultra-liberismo, come mi scoccia altrettanto profondamente notare che le idee tanto propagandate nei media contemporanei – e ancor prima da quelli moderni – come ad esempio la libertà, non siano così accomodanti e ultime dello scenario idealistico umano. Insomma, non noto nessun genio e nessun pioniere nel campo delle idee, ma solo strimpellatori e tecnologici ripetitori dei vecchi sentimenti, dei vecchi ideali e del vecchio spirito dell’istrione.

Non vi sono trascinatori dallo spirito profondo e con una visione prospettica del futuro, ma mediocri uomini con un ego autopoietico e sopravvalutato: migliaia e migliaia di spiriti mediocri agghindati a sanculotti che nascondono nei loro più intimi anfratti la paura della loro dismisura!

“È questo il linguaggio di un uomo libero che crede che la libertà non possa mai avere un prezzo troppo alto?” Maximilien Robespierre, Discorsi sulla guerra, 2 gennaio 1792

La mia società non soffre di un ascesso di libertà – metafora largamente usata – ma di un empiema di libertà! La mia società soffre di cancrena dei vecchi ideali, della sua stessa codardia nell’abbracciarne di nuovi e di espellere o ridimensionare quelli antichi dando così l’opportunità all’antico istrione di rinascere più forte che mai: uno spirito che insiste nel recitare in modo enfatico, volto a suscitare sempre e solo plateali emozioni, senza nessuna utilità reale; senza nessuna prospettiva futura alla base.

Salvatore Musumarra

Phronesis tra intellettuali e popolani

Era una notte chiassosa, sia fuori che dentro le mie stanze. Fuori la pioggia imperversava e dentro una riunione tra intellettuali scuoteva tutte le ragioni del mondo come tutte le mie certezze. Questi sedevano in una tavola rotonda e discutevano animatamente di come, ogni giorno, il cielo potesse essere così blu e di quanta terra ci fosse sotto ai piedi dell’umanità. Di come poter accelerare quel regolare deflusso del male attraverso l’eternità e di come poter enfatizzare un mondo umano fondato sul bene come ideale.

In questa surreale riunione, ricoprì il ruolo dello stenografo: registravo diligentemente e con pazienza i voli e le iperboli di ogni loro punto di vista. Parecchie furono le interruzioni. Ad esempio le sortite della vicina che veniva a lamentare il troppo chiasso. Bella e avvenente, ogni qual volta si presentava, riusciva a tenere le ragioni di ognuno entro un tot di decibel. Dopo udì per strada il fornaio, il pescatore ed il contadino, uno ad uno, lamentavano il clamore di quelle idee ed in ordine come note su un pentagramma, lanciavano sassi e screzi contro le finestre. Fu baraonda finché non venne anche un avvocato con dei gendarmi e così la legge richiamò all’ordine sia gli intellettuali che i popolani. Quella donna era ancora lì e la sola sua presenza bastava da deterrente ad ogni deriva: in quanto moglie dell’avvocato, desiderio del popolo, nonché prima fustigatrice degli intellettuali. Sapeva sempre come farsi ascoltare: semplicemente, alzando la gonna! Per buona pace di tutti, la facile avvenenza mise a tacere commi e schioppi.

Capì sin da subito che nonostante si parlasse di ragioni, la base da cui si partiva e il fine a cui bisognava arrivare era senz’altro l’emozione, alla Freud: l’eros. Mi venne in mente un simbolo: l’uroboro e pensai che questo roteante simbolo dovesse appartenere sia all’aristocrazia dell’intelletto che a quella dell’artefatto. Quindi pensai all’emotività di entrambe le compagini come ad un qualcosa che dovesse irrimediabilmente risiedere nel cuore e roteare, roteare, roteare senza mai fermarsi. Lo pensai come l’unica parte che non stava né dall’una né dall’altra parte; né col bene né col male. Come il sesso ed il piacere effimero d’intrecciare il proprio corpo con un altro: semplice, costante, eterno seppure stretto dai limiti di un tempo circolare.

La tempesta continuava a tuonare, il popolo del fare stava stretto stretto sotto le balconate del quartiere ed anch’esso tuonava; avvocato e gendarmi aspettavano il podestà, il governatore e persino il capo di stato ed ovviamente tuonavano anch’essi, anche se per il ritardo. Gli intellettuali presi gli uni dalle idee degli altri lanciavano fulmini e saette e scrosciavano elogi solo nel momento in cui la vicina brandiva gonna e mattarello. Che confusa bischerata!

Anche le ore continuavano a scorrere, da poco eran passate le quattro e ben presto vedemmo il cielo albeggiare e tingersi di quel blu decantato per tutta la notte dagli intellettuali e tutta la terra che ci stava sotto ai piedi, grazie alla luce del giorno, si poté minuziosamente quantificare. Ma con la luce gli intellettuali persero gli argomenti: tutto s’era compiuto, il cielo era blu, la terra era tanta e la luce rischiariva le tenebre della mente di intellettuali e compagnia bella. Con la luce, la logica si sposava perfettamente con la materia e tutti gli spiriti, così assolati, si riscoprirono cotti a puntino.

Maldestramente pensai che potessi finalmente andare a letto ed invece gli intellettuali videro il nuovo cielo ed iniziarono a dibattere sulle sfumature ed infine su di un nuovo imbrunire; della terra, che dal popolo verrà presto smossa, si ipotizzò che molta sfuggirà alla conta. Alcuni pensarono, che dopo una notte insonne avvocato, gendarmi, podestà, governatore e capo di stato fossero un tantinello stanchi e che il crimine avrebbe avuto la meglio sul popolo e sulla terra; che l’imbrunire del cielo, in realtà, fosse solo una metafora per descrivere al meglio quanto stava accadendo. Che il male fosse un bene ed il bene un male.

Ed io sbadigliavo, sbadigliavo alla grande e senza sosta. Davo il meglio di me e della mia disattenzione. Battevo errori, cambiavo verso e senso di ogni parola che udivo e così facendo, incoscientemente, rubavo dei sorrisi e del caffè alla vicina: per lei ero semplicemente un ragazzo alla mercé di quel tempo. Ero tenero.

Ben presto, tra un sorso ed un sorriso, la donna si sedette accanto a me e all’orecchio mi sussurrò:

“Sai? Sono stanca! Stanca di richiamare mio marito, l’avvocato. Egli passa più tempo con la legge e col potere che con me. Dimentica che lo richiamo all’ordine di altre leggi e di ben altro potere: quello del piacere. E che dire di questi intellettuali? Mi stimolano l’anima con i loro pensieri, il mio spirito si anela alla passione ma sarebbe sempre troppo chieder loro di toccarmi le cosce. Alcuni di loro sono carini, ma quanto discutere per una palpatina! Mentre il popolo, che mi toccherebbe volentieri e senza troppi convenevoli, non ha la grazia e nessuna parola dolce con le quali accompagnare il gesto: chiedo carne, ma ben condita. Tu invece che registri, che sbagli e che seppur nel rischio di essere ammonito dagli intellettuali o incarcerato dai gendarmi o malmenato da mio marito, strappi dal mio viso il sorriso e chiedi, senza indugio, ristoro. Sei coraggioso e meriti un premio: dimmi, adesso che tutti si son quietati dalla stanchezza, vorresti trasformare questa nuova e noiosa notte in una bellissima tempesta?”

Salvatore Musumarra

Fonte immagine: “Botticelli, pallade e il centauro 480” di Sandro Botticelli – I maestri del colore – 8 – Botticelli ; Fabbri 1963. Con licenza Pubblico dominio tramite Wikipedia

X Agosto

<p>X Agosto - Rivisitazione moderna di Pascoli</p>

Aperta e priva del risentimento emotivo scaturito dalla gelosia, questa rivisitazione del X Agosto di Giovanni Pascoli, trasvaluta la concezione decadente dell’universo, dei suoi mille firmamenti e della Terra. Alla luce della scoperta di nuovi pianeti simili alla Terra, alla ricezione di prove sempre più solide della possibilità dell’uomo di esplorare, in prima persona, l’universo, questo componimento decanta la speranza di un superamento della dicotomia tra bene e male quindi di un nuovo “sentirsi esistere” consapevole dell’esistenza naturale di bene e male sulla Terra come su ogni altro pianeta simile o difforme. Al di là del “perché il male?” e al di là del “perché il bene?”; dell’inquietudine della casualità della vita e della grandezza dell’universo in confronto alla Terra: per amore, l’uomo si getterà alla conquista della sua volta celeste e di volta in volta supererà ogni suo Bene ed ogni suo Male. Questo X Agosto è un componimento moderno e positivo, contrapposto alla negatività ed al pessimismo di Pascoli nei confronti dell’uomo, della natura e della Terra.

X Agosto

Scintillano nel cielo,
vengono ad essenza attraverso i riflessi.
Non accecano e appagano
vista, cuori, speranze;
per i poeti sono muse e tormenti.
Queste sono le mille stelle dei firmamenti.

In ognuno vi è un sole,
e cinto di luce non conosce né bene né male:
dispensa ad ogni cosa scura e profonda
una calura iraconda.
Alle stelle dona un riflesso,
alle lune le proprie veci,
ad ogni pianeta un’alba ed un tramonto.
Tutti i soli sono senza riguardi.

Così tutti i firmamenti hanno tante stelle, tante lune, tanti pianeti,
tanti nuovi giorni che nascono e muoiono;
che luccicano di luce propria e riflessa.

Così tutte le cose scure e tutte le notti s’illuminano di desiderio.

Salvatore Musumarra

Fonte immagine: NASAMoon Over Andromeda Credit & Copyright: Adam Block and Tim Puckett

La complicità

Cos’è la complicità tra uomo e donna?
Il comune accordo di essere in due
il tormento di ogni diavolo
ed il fornicare di ogni santo.
Di essere lo stesso ammiraglio
di due vascelli.

Di esser complici sia nello spiraglio
che nello sbaraglio.
Di non aver riserve
se si sta nell’incaglio
e di vivere insieme il travaglio.

La complicità tra uomo e donna
è un vaglio di ipotesi
come di disappunti.
Di eccedere nella supposizione,
di rendere trasparente ogni intuizione.

Senza dubbio,
è far di una schermaglia
un conguaglio.

Di amarsi e di richiamarsi,
perché si è sentiti dentro
la dolcezza di fumare
una sigaretta in due.

Di non aver dato mai riserva
ad ogni cattiveria che la vita
ci assegna.

Salvatore Musumarra

Il tempo secondo un bohémien

<p>Tempo bohemien</p>

Un bel giorno mi riscoprì decadente. Lo capì d’improvviso. Capì che degli ideali non potevo fidarmi e che di ogni morale, fisiologicamente, dovevo diffidare: tutto scorre nel divenire del tempo, il passato fa l’amore con il presente, dando alla luce il futuro ed il mio gusto sembra essere così inattuale in tutto questo divenire. Questo tempo birbante, insieme di eccessi morali, etici, economici, vuole sempre confutarsi in un gusto: qualunque sia il suo valore egli è sempre saporito. Ma non per me che decado.

Decadendo

Via via che discendevo incontrai l’amore e da questi dovetti allontanarmi, seppure continuò a manifestarsi tra le forme, i colori e le parole dei miei artefatti: continuò a chiamarsi amore seppure indossava le vesti dell’odio. Amore e odio divenivano così tempo.

E delle rime? Mi perseguitano persino qui, su questo surreale testo! Non mi danno tregua tranne nel caso in cui, di questo genio così incostante, non ne faccia un baleno roboante. Si! Tranne nel caso in cui io le lasci librare leggere nel tempo. Questo mio nuovo e leggero tempo scorre e imperversa su ogni bellezza come su ogni sberleffo!
Ma sento giungere al termine questa mia improvvisa ispirazione quindi tenterò di acciuffare proprio questo tempo che scorre e che fugge; un tempo che spesso rema contro corrente.

Viaggio nel tempo

Quest’inseguimento è un gioco e tutti i giochi si fan presto seri: quante volte il gioco divenne lavoro? E quante volte il lavoro si rese gioco? Ma stiamo braccando il tempo e non un controsenso, quindi conviene non pensare più ed incominciare a giocare al di là del bene e del male. Presto il tempo spazzerà via la memoria e così sfuggiranno i pensieri, da lì a poco ogni immaginazione sfumerà i contorni della realtà ed ogni imposizione quelli dei sogni. Righerà, accentuerà, colorerà e sfumerà la vita mia, la tua e quella del nostro prossimo: nessuna pietà e nessun rimorso! Il tempo è senza dubbio libero.

Per quanto ne possiamo sapere, tutto il tempo del mondo non basterà a rendere giustizia ai nostri pensieri e questi, per quanto possano essere profondi, non sembrano mai partorire per tempo: anche dopo una lunga gestazione abbiamo qualche dubbio sulla loro genuinità, vero? È una questione di tempo in tutto e per tutti, anche per chi dice di non averne. Il tempo rende saggi.

Ebbene, il tempo! Mai nessun tiranno fu più ambito e ricercato. Questi è ben più che un ente infinito: è volto in potenza nella vita dell’uomo. Una sorta di finito che può influire sull’infinito. Ditemi, si è mai scritto, dipinto, decantato in prosa ed in scienza qualcosa o qualcuno che non si potesse volgere nella vita – quindi nel tempo – in potenza? Il tempo rende potente.

Al di là del tempo

Quindi che fare? Decadere o eternamente ricadere? Come posso sfruttare questo mio tempo? Tentarlo con una mela succosa o.. non far assolutamente nulla? Qualunque sia la scelta è bene ricordare che per riuscire a proiettare la propria immagine, quella di un ideale o di una morale, di un etica o di una qualunque regola, nel futuro, bisogna tener conto di quanto male si sia disposti a fare; di quante efferatezze si sia disposti a commettere. Tutto ciò che si vuole lanciare al di là del presente, abbisogna di una grande forza, di una grande politica o di un grande male mascherato da ideale!

Ma se dovessi decidere di non far nulla, allora ricorda bene che anche questo nulla che ti accingi a fare convoglierà a formare il tuo tempo e quello degli altri. Inevitabilmente lo influenzerà e niente verrà perso per sempre, perché la vita sa rendere potente la più piccola astensione come la più grande manifestazione.

Salvatore Musumarra

[immagini tratta da Google Immagini]

Il silenzio della Comunicazione

<p>Denuncia surreale, quasi dada, contro il falso ideale della comunicazione</p>

S’eternano le mie ore silenziose che si dispiegano nel presente come fogli di un buon libro.

Ecco la storia, che dopo un lungo viaggio, rivuole indietro tutto ciò che visse e trascorse lungo la linea del Tempo umano. Vuole il suo ritorno; vuole vita, passione ed ogni suo vecchio ideale.

La storia confuta questo presente e più la riporto a mente più si dispiega e diviene, paradossalmente, in tutto ciò che non le appartiene. Ogni mio No si rivolta ed all’unisono, sotto un simbolo ed un manifesto – un’opera, un’avventura o un romanzo – assaltano e incendiano quanto la storia insegna, riscrive e decostruisce. Ogni cosa negata al Caso ed al divenire della vita sui generis ritorna forte e potente Si: come un contraccolpo.

Divenire ed Essere: tra caso e causa

La società, la religione, la scienza, la morale: tutte queste dolci e belledonne della vita umana! Ognuna influenza l’altra ed insieme muovono la vita dell’uomo in divenire, seppure questa si percepisce meglio nell’Essere. Per quanto se ne possa dire in merito ed in discredito, società, religione, scienza e morale, insieme, convogliano nel mettere in piedi un tipo ideale di umano: tutte, apparentemente per diverse vie, convogliano in un ideale, del quale non si potrà mai raschiare il fondo ne lambirne il cielo.

La casualità della vita – e solo successivamente la causalità! – trova terreno fertile in questo gran numero di potenti iperboli seppure si nasconde dietro queste macchinose parole e dietro la Storia dell’umanità. Il Caso diventa Causa e in questa mia contemporaneità intrisa di tecnica e di duro calcolo, ogni Causa sembra divenire Caso!

La vittoria di Cartesio

La vittoria di Cartesio è totale! Scindendo l’intelletto dalla corporeità e rendendo cosciente tutto ciò che è – apparentemente – mentale, diede il primo indizio per capire che ogni fare nasce da un atto, un abitudine o da una reazione ai sintomi e agli allarmi, in primis, del corpo nel mondo et in secundis dalla fisiologia di questo mondo sul corpo, su se stesso e sulla società umana – di corpi.

Vogliamo rendere utile Cartesio? Capovolgiamo il suo intento! La vittoria di Cartesio è totale nel momento in cui si ammette che l’intelletto è inscindibile – e tutto ciò che è mentale cosciente e mentale non cosciente – dal corpo: ogni lacrima versata per l’umanità, per una tragedia che non graffia in prima istanza il corpo del soggetto in osservazione, connota il valore della profonda rete intellettuale che ogni uomo, in bene o in male, ha contribuito e contribuisce, con o senza intenzionalità, a tessere sulle parole Storia e Passato e quindi su Scienza, Religione, Morale. Sentirsi in pena per un uomo lontano e che non si conosce, è umanità; godere della sua pena e della sua povertà: anch’essa è umanità!

Il problema della comunicazione

La vita intellettuale di ogni uomo, attraverso le reti sociali, sommandosi a quello dei suoi simili, tesse l’ideale sociale, religioso, scientifico e morale influendo così sulla realtà dei singoli. Quindi con Cartesio han vinto tutti i bravi comunicatori: basti che il soggetto abbia ottime argomentazioni sulle quali far partecipare gli altri – anche in forma blanda e povera – ed è così possibile dar la forma d’ideale ad ogni scemenza! Del resto se si desidera comunicare ad un vasto pubblico un concetto profondo, bisogna prima snaturalizzarlo, renderlo blando, povero quindi fruibile!

Seppure si rinnovano, anche gli ideali degenerano e muoiono; nella vita tragica si smuovono uomini come se si arasse la terra prima della semina: potremmo smuovere il mondo come se fossimo un terremoto. Il segreto sta nel comunicare loro il meglio e al meglio: di ogni Caso farne una Causa e di ogni Causa antagonista farne un semplice Caso.

Eterno ritorno

Ah gli uomini! Questi esseri che si interrogano l’un l’altro su quanto fu, è e sarà di essi, della terra dove poggiano i piedi e del cielo in cui il loro intelletto ed il loro corpo s’inventa e s’ingegna. Un po’ tutti noi, ognuno a suo modo, affermiamo di subire gli influssi della società, della religione, della scienza e della morale: malediciamo ognuna di queste, ma in realtà ne siamo semplicemente invaghiti.

Come tutti gli amori non corrisposti vengono via via esorcizzati o come la volpe che disprezzo l’uva perché non riuscì ad ottenerla; parimenti come dei bimbi con un gelato tra le mani, siamo affascinati dai nostri mezzi e dai nostri affari purché questi non stramazzino a terra o non passino di mano. Di ogni uomo, della forza e della potenza dobbiamo farne un simpatico punto della situazione: ognuno di questi, che siano uomini, ideali, etc., si rinnoveranno seppure li percepiamo fissi ed immutabili. Durante il processo evolutivo descritto, intellettualmente, viviamo il divenire di una forma ideale come un “Essere”. Che sia l’Eterno Ritorno di nietzschiana memoria?

Beati gli uomini che vivono tutto ciò come un gioco o un avventura: questi vivono esclusivamente della e per la loro vita e ne fanno qualcosa a sé; come qualcosa scollegata dalla Terra, dall’Universo e dall’Umanità. Questi uomini saranno eternamente beati ma all’occorrenza degli eccellenti imbecilli: ma l’imbecillità è malvagia? Non credo, forse ingenua.

Se dovessimo percorrere questo surreale ragionamento dalla parte opposta al percorso fin qui dispiegato, direi che tutti gli uomini della conoscenza soffrono per ogni scelta e durante tutto il tragitto. Ogni Sapere umano riga il viso e rende pesante ogni piccola gioia: si problematizza l’ovvio e si cerca sempre una scappatoia da ciò che è consolidato ed apparentemente accertato! Ah se ci fosse un canale di comunicazione tra le virtù della povera gente e quelle dei ricchi di spirito, chissà a quanti paradossi e contraddizioni avremmo così dato il beneficio d’eclissarsi nella Storia.

Invece eccoli che ritornano: ognuno di loro, dentro la loro etichetta, imbellettati ed in bella mostra, usano mezzi e coordinate reali e virtuali che li connotano e li distinguono, come individui, l’un dall’altro e, come etichetta, divisi e distanziati da stretti abissi, usano la tecnologia ed ogni altro mezzo umano per ripresentarsi e reinterpretarsi; non si fanno scrupoli nel distinguersi fino a quando non si presenti loro un grande ideale, massificante – benigno o maligno che sia.

Il contraccolpo

La Storia gioca a favore del presente perché sa bene che ogni caratteristica di quest’ultimo è legata sentimentalmente ad ogni azione compiuta in passato e seppure, in questa contemporaneità, gli ideali son presenti, vivi e percepibili, ogni divisione si approfondisce e contemporaneamente diminuiscono le distanze, producendo sensi di vuoti e complessi d’inferiorità che inevitabilmente portano all’annichilimento del periodo e del contesto storico. Ricchi e poveri di spirito si percepiscono eguali e si avviliscono l’un l’altro.

Ah quanto è bello scrivere senza un vero senso e senza un chiaro scopo! Questo è il miglior tempo per far alchimia dell’uomo e di ogni suo prodotto intellettuale; questo è il tempo giusto per far esperimento di ogni iperbole umana e di ogni imbellettamento ideale. Questo è il tempo della Comunicazione e per quanto noi tutti ci impegniamo a chiarire ogni nostro concetto, non ci verrà dato altro tempo oltre questo, che casualmente, abbiamo di buon grado accettato. Accettandolo ne diamo un senso ed una causa mentre negandolo diamo la possibilità agli uomini postumi e a quelli futuri di trovare basi e tesi per nuovi concetti.

Questo scritto non ha nessun valore se non quello di gettar discredito sul mondo della comunicazione: è uno scritto indubbiamente surreale, forse dada. Uno scritto che usa i mezzi di comunicazione (sintassi, semiotica, lingua, mezzi tecnologici, etc.) per sovvertire il valore della stessa comunicazione.

Questo scritto non ha un senso seppure ne abbia una dolce parvenza.

Salvatore Musumarra

[Immagine tratta dal quadro di Salvatore Musumarra, “Crisiradori dada”, 2015, tecnica mista e collage]

Il dualismo europeo tra forme della realtà e idee

 

«Nell’improvviso buio, allora è indescrivibile lo scompiglio delle singole lanternine: chi va di qua, chi di là, chi torna indietro, chi si raggira; nessuna più trova la via: si urtano, s’aggregano per un momento in dieci, in venti; ma non possono mettersi d’accordo, e tornano a sparpagliarsi in gran confusione, in furia angosciosa: come le formiche che non trovino più la bocca del formicaio, otturata per ispasso da un bambino crudele»

Questo estratto de Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, descrive egregiamente quanto oggi le realtà nazionali che compongono l’Unione Europea vivono all’interno dell’Unione e quanto i loro corrispettivi tessuti sociali vivono all’interno dei confini nazionali.

All’interno di ogni tessuto sociale, l’individuo è gettato nel buio burocratico e come ogni suo pari viene sopraffatto dallo scompiglio e dalla confusione di tante piccole lanternine ossia dai lumi nazionali. Si!

Nel XXI secolo i sentimenti nazionali ancora infiammano le passioni e gli amori del loro tessuto sociale di riferimento: ogni nazione detiene ancora le redini dei vecchi valori nazionali tanto da sabotare – incoscientemente – la tanto decantata unione politica europea. Tale sabotaggio avviene attraverso la rivitalizzazione dei vecchi ideali nazionali elargendone forza – sempre incoscientemente – alle organizzazioni politiche di stampo populista. Tutto ciò avviene perché l’Unione Europea dopo più di sessant’anni di gestazione, non è riuscita a scardinare le porte delle singole culture nazionali: la loro architettura materiale ed ideale, la lingua, il senso comune. La vita pratica dei singoli individui non subisce, nei fatti, alcuna influenza da parte dell’Europa. L’Unione Europea pulsa energia, forza e potenza da più cuori; si incespica sui ragionamenti di più cervelli e tuttora sopravvive e trova riparo dal nichilismo nietzschiano e dal materialismo grazie alla resistenza degli idealismi nazionali: gli impianti statali dell’unione si reggono su un dualismo tra forme della realtà ed idee.

L’Europa è indubbiamente un cantiere: una giovane realtà che arranca tra gli eventi interni ai confini dell’Unione e tra quelli – soprattutto – nuovi ed esterni, dove si richiede passione più che calcolo; decisione e coraggio. La politica estera europea, inesistente, ne è l’esempio, in quanto tale politica – o la politica sui generis – non si basa solo sulla pura ragione bensì anche sui desideri, sulla passionalità e quindi sull’effervescenza collettiva che il tessuto sociale riesce a trasmettere ai propri delegati e rappresentanti politici. Un Europa siffatta rientra perfettamente nel concetto pirandelliano Uno Nessuno Centomila, dove gli stati che la compongono hanno un idea diversa dell’Unione; diversa per nazione e diversa dall’Unione. Il risultato di una politica estera inconsistente e di una politica interna poco incisiva in campo culturale, depotenzia l’Unione, rendendo le sue decisioni poco credibili agli occhi dei cittadini europei nonché a quelli delle realtà estere.

Le incertezze in politica interna ed estera trovano fondamento nell’intenso relativismo europeo, alimentando il dualismo tra forme della realtà ed idee nei tessuti sociali delle singole nazioni. Da un lato si promuove quindi il continuo abbandono dei vecchi ideali – quindi delle sovranità nazionali – dall’altra non si fornisce nessuna valida alternativa. L’indecisione contemporanea delle istituzioni dell’Unione non è il prodotto di una ponderata riflessione sociale o di una tumultuosa avanzata di un nuovo ideale, bensì è il prodotto di nuovi bisogni economici dovuti ad una nuova presa di coscienza del mondo come villaggio globale; al sempre più veloce ed incontrollato sviluppo delle comunicazioni ed infine all’urgente bisogno di una forte risposta politica europea in un panorama geopolitico – quello del dopoguerra – radicalmente bipolare, pena il passaggio in secondo piano del continente europeo sulla scena mondiale. L’Europa sembra formarsi dall’alto verso il basso e non dal basso verso l’alto. La mancanza di politiche culturali, di comunicazione, di inserimento dell’ente Europa nei tessuti sociali nazionali che la compongono, rischia di far scivolare il vecchio continente verso una già decantata scomparsa della realtà e della potenza europea nonché nella dissoluzione della storica passionalità dei popoli europei, quindi dello spirito creatore europeo. Certamente non è un nuovo medioevo ma semplicemente un rafforzamento, nei vari tessuti sociali nazionali, di filosofie di vita nichiliste, materialiste, improntate alla ricerca compulsiva di svago e di estraneità nei confronti della realtà. Una realtà che si scontra con le idee, che produce paradossi e contraddizioni sia ai piani alti che ai piani bassi della società europea: rispettivamente istinto di conservazione – in mancanza di innovazione e coraggio – vs volontà di estraniazione – preferendo una vita totalmente materiale piuttosto che una vita basata sul nulla; contemporaneamente al rafforzamento di una mentalità sempre più scettica ed utilitaristica. L’Unione Europea, in primis, è depositaria del sapere, degli ideali, dei sentimenti, delle passioni e degli amori occidentali: la globalizzazione stessa poggia le sue fondamenta sul modo di pensare europeo dei secoli passati. Quale sarà il prezzo da pagare se l’Europa non riuscirà ad armonizzare le contraddizioni interne in una coraggiosa unitaria visione politica?

L’Europa è quindi un ente creatore, uno spazio vitale – come nei secoli passati, nonostante l’acuta distanza sociale e politica tra le nazioni, l’estremizzazione del pensiero platonico e la lunga degenza dello spirito presso dii, dei e superuomini – per i creatori e le fonti di valore del mondo? O è una trasposizione del platonismo in religione, poi in ideale ed infine attraverso l’Unione in realtà politica statuita? O è il frutto di un eccesso di razionalizzazione – nonché di secolarizzazione – degli ordini sociali europei? L’Europa è l’aldilà della mentalità occidentale, il prodotto di duemila anni di negazioni, soprusi, violenza e aut aut metafisici o è presa piena e forte della coscienza e del raziocinio sulla realtà? Una realtà inevitabilmente globale dopo il crollo dell’Unione Sovietica ed la recente – ed evidente – destabilizzazione degli Stati Uniti d’America come solitaria Superpotenza. È o non è questa Europa un vasto laboratorio creativo per una nuova entità post-statale e se si, quali passi deve fare per portarsi a compimento, quindi influenzare la cultura – prima europea, poi occidentale – ed annidarsi nei tessuti sociali nazionali europei? E se no, assisteremo ad uno svuotamento dei sistemi democratici, i quali rimarranno tali nelle strutture formali, per opera di oligarchie, che via via che passerà il tempo si approprieranno delle funzioni esecutive, controllando le fasi della riproduzione del consenso: sarà un’Unione post-democratica?

Quindi l’Unione Europea non è solo un fitto intrecciarsi di reti sociali ed economiche, bensì un esperimento di comunicazione interstatale; una fucina ideale dove si prepara – a dirla come Hobbes – il nuovo Leviatano. Continuerà ad essere laboratorio? Si compirà sino ad approssimarsi al suo ideale? E soprattutto: qual è l’ideale europeo?

L’assenza europea nella vita di tutti i giorni di ogni individuo, la sua debole influenza su architettura, arte, prosa e letteratura – tranne per la saggistica universitaria e/o scolastica, incentrati su interventi di pura analisi scientifica – gioverà senz’altro ai nascenti populismi di stampo nazionalistico, che trovano nella sua inefficienza, nella sua incapacità di penetrare nel tessuto sociale europeo, gli argomenti su cui erigere la propria retorica demagogica. Oggi sappiamo creare ideali e valori, ne conosciamo la chimica e la fisica ma ne facciamo uso senza sapere a quale scopo ed un Europa siffatta non gioverà a nessuno se non ai nascenti populismi di stampo nazionalistico.

Ad oggi l’Unione, mette in pratica il pensiero di Jean Jacques Rousseau nel Contratto sociale «Trovare una forma d’associazione che difenda e protegga, con tutta la forza comune, la persona e i beni di ciascun associato, e per la quale ognuno, pur unendosi a tutti, non obbedisca che a se stesso, e continui a restare libero come prima», così continuando, «individuo e società – in seno agli apparati statali – si confondono di sovente e vengono scambiati l’uno con l’altro» e finché dura questo interscambio delle parti – tra nazione ed unione – e questa sudditanza nazionale ad un ordine sovranazionale scevro d’ideali, di passioni e di volontà politica, l’occidente accuserà i sintomi del nichilismo e del materialismo. Il progetto Europa deve innanzitutto trasmettere passione, provandola; e di ciò ogni buon intellettuale e politico europeo se ne dovrebbe interessare.

Come l’Europa può forgiare nuovi valori e nuovi ideali? Con la «costanza di un alto sentimento», armonizzando tutti i tratti che la compongono con tutto ciò che deve “essere” e “rappresenterà”. Ma la costanza abbisogna di un disegno esatto – come in Arte – chiamando in causa caratteristiche come la pazienza e la conoscenza; ma anche l’azione ed il coraggio sono importanti affinché una decisione, un’idea, si tramuti in realtà. Il tutto mitigato dalla consapevolezza di non poter raggiungere l’espressione ideale limitandosi ad approssimarsi ad essa. Come da secoli si è fatto con quel nobile ed indiscutibile ideale: l’uguaglianza. L’ideale di uguaglianza ed il progetto Europa hanno in comune l’essere fondamentali, gustosi, inspiegabili, indefinibili e – nostro malgrado – senza scopo ultimo: ciò che è stato fatto, tutte le decisioni e le azioni intraprese dagli uomini in virtù di questo ideale sono la sinestesia tra rappresentazione e realtà.

Il grande assente in Europa è un idealismo trascendentale di Kantiana memoria; manca l’emozione, l’amore, la passione e quindi la volontà di forgiare – e di trasmettere – nuovi valori: manca la stessa Europa!

Salvatore Musumarra

[Immagini tratte da Google immagini]

Modernità liquida e potere

Ignoranza, impotenza, frustrazione sembrano essere le condizioni di un uomo contemporaneo, in perpetuo cambiamento, che vive diviso tra un frenetico progresso tecnologico ed un progressivo smantellamento dei valori e di quelle certezze che caratterizzavano la società passate. La paura quindi rischia di essere un’abitudine – oltre che un fattore costante – della modernità. Attraverso il pensiero di Bauman definiamo la modernità come processo in sé, come un continuo modernizzarsi, un continuo cambiamento.

Una società del genere è incapace di avere una forma ed una costanza; è una società liquida. Contemporaneamente frenetica ed incerta dove è impossibile imparare dalle proprie esperienze perché non si hanno i tempi e le condizioni per le quali queste possano maturare.

Incertezza e precarietà sono invece i campi d’azione del Potere “ability to act or affect something strongly’– presumably by possession of control or command oven others’” così da ristabilirne l’ordine. Il potere inoltre è presente in ogni contesto della società ed è oggetto di studio. Da Niccolò Machiavelli passando per Michel Foucalt, il potere resta comunque una prateria aperta e soggetta al cambiamento come all’adattamento. Infatti oggi si registra un potere invisibile, quasi panottico, ma al contempo debole – come quello dello stato nazione – al continuo processo di modernizzazione e di apertura verso una concezione globale slegata dal territorio e dalla sua politica.

Questo passaggio da solido a liquido avviene per una concomitanza di fattori come la caduta delle vecchie sicurezze e l’avvento della globalizzazione. Gli stati nazione sono attraversati dal potere economico fattosi anzitempo globale, dai media sempre più capillari e abili nell’eludere anche le politiche più ristrettive in merito alle libertà di stampa e di pensiero, persino da mafie e terrorismo subendone la perdita di potere politico, costringendo lo stato-nazione a delegare i rispettivi ruoli a un’entità centrale che possa concorrere a livello globale. Un esempio è l’Unione Europea. Ad oggi i singoli governi si ritrovano ad arginare l’impetuosità di poteri un tempo ancorati al territorio e alla forza lavoro locale – e quindi alle sue leggi e alla sua politica – e che oggi si ritrovano liberi di proliferare in e da un punto all’altro del globo. I cambiamenti non avvengono solo nei contesti Macro come in Politica o l’economia ma anche all’interno della società che diviene sempre più liquida e individualizzata. Gli impegni tra individui sono spesso a tempo determinato e si vola di opportunità in opportunità. Si vive in un mondo che educa ad un modello culturale che esalta l’individualismo pur rimanendo ancorati, per certi versi, ad un idea classica dei rapporti con la vita ed il mondo. L’individuo e le sue relazioni sono impregnati dallo “spirito” individualistico e trovano nel consumismo il simbolo di se stesso. Si entra in un rapporto con un altro individuo solo se vi è la possibilità di uscirsene poco dopo, resistendo finché si è in grado di procurarsi un vantaggio o un godimento. In questo clima di estrema incertezza e di precarietà, persino dei rapporti sociali, non manca la nascita e il proliferare di linee di pensiero estreme.

Globalizzazione ed individualizzazione danno un senso al consumismo – che non sia solo surplus nel capitale – diventando il partner perfetto per ogni individuo per distinguersi dagli altri. Come il bisogno di distinguersi e di elevarsi dell’individuo anche la sua volontà di sicurezza aumenta. Un estremizzazione della costante sicurezza ed le avanzate conoscenze tecnologiche in dotazione al Potere politico la si ritrova nel concetto “Panopticon power” di Michel Foucalt.

Secondo Zygmunt Bauman, la liquefazione della globalizzazione e delle opportunità – come delle paure – dei processi sociali e degli individui, è suddivisa in due tappe e si basa sull’avvento di un nuovo soggetto nel tessuto sociale: i managers. In una prima rivoluzione manageriale si disarciona la classe dominante del capitalismo moderno solido, quello dei proprietari. I manager, grazie ad una sostanziale pigrizia e all’abitudine nel delegare dei proprietari, acquistano il potere necessario per punire, sanzionare o premiare, quindi di assumere una tangibile posizione privilegiata da dove poter così esercitare non solo il potere, soprattutto la propria volontà.

La seconda rivoluzione cominciò qualche decennio fa ed è tuttora in corso e vede coinvolti tre enti: il gardening, Il Game Keeper e l’Hunter . Ogni giardiniere parte da un’idea, un progetto di giardino, in cui ogni pianta viene classificata in termini di funzionalità e compatibilità con il progetto. Tutto ciò che non entra in questo ordine è da estirpare; tutto ciò che non rende per la causa e per il sostentamento non ha motivo di proliferare. I Game Keeper come governanti e potenti che non interferiscono con la natura, limitandosi a sedare i disordini interni ed esterni e subito dopo tornare in gran fretta entro i confini. Tra loro vi sono anche quelle figure che sono interessati ad un “surplus” e alle modalità per ottenerlo, seppure ne delegano il lavoro a terzi ossia l’Hunter che non ricerca l’ordine piuttosto desidera che le sue azioni vadano a compimento e riportino successo. Questa seconda rivoluzione è all’insegna dell’essenza della managerialità, intervenendo sulla dialettica tra spazio globale e territorio. I nuovi privilegiati di questa modernità godono dei vantaggi della globalizzazione e dell’impotenza degli impianti statali elevandosi dalla maggioranza ancorata alla dimensione locale.

Con la separazione della sfera economica da quella familiare si aprirono le porte a libertà del tutto inedite e al bisogno di un organo regolatore: lo stato moderno. Lo stato-nazione nacque dal bisogno di ordine e di regolamentazione di tutti gli aspetti della modernità solida e dai legami al territorio delle forze produttive, dal capitale e dalla forza lavoro. Oggi si è davanti ad un nuovo principio di separazione: la sfera economica dallo stato-nazione. L’economia si è emancipata dai legami col territorio divenendo globalizzata, tendendo a portarsi su un piano separato rispetto a quello dello stato-nazione influendo sulla società e sui suoi aspetti. Ci spostiamo da un progetto all’altro e tutto si scioglie ma non più al fine di creare una nuova solidità. Diviene un processo continuo e non assume una forma per lungo tempo. Nella modernità liquida si punta alla massima flessibilità, mutabilità e mobilità degli impegni assunti. Ogni impegno è valido sino a nuovo ordine e quindi può essere rimpiazzato in vista di nuove opportunità. Si suggerisce una condotta leggera, senza pesi e sempre in corsa verso nuove opportunità. In questa nuova fase della managerialità, in un contesto liquido della modernità, l’individuo non è costretto ad accumulare crediti o bonus o reputazione, ciò che conta è l’ultimo lavoro, l’ultimo successo.

Per approfondire: Journal of Political Power

Salvatore Musumarra

[Immagini tratte da Google Immagini]

L’essenza della nazione nella contemporaneità

La contemporaneità. Un’epoca relativamente semplice. Un’epoca che usa gli specchi sociali, la credenza più ignota ed il miglior Napoleone sul campo per manifestarsi sulla terra. La potenza di una nazione, oggi, è ben rappresentata dal mercato e della finanza: perché prendersi la briga di un travaglio, quando si può rendere un po’ più “Comune” ogni diversità?!

L’essenza della nazione sfuma per mezzo della materia: l’immagine, il make-up e gli stereotipi sono le leve che azionano la produzione post-idealistica e post-moderna di uomini del futuro. L’equilibrio dell’economia sollazza e decanta la classe politica; tutto il corpo dirigenziale si rende amabile, sempre relativo e sempre meno universale.

Il contrappeso alla spersonalizzazione soggettiva è un livellamento oggettivo: la realtà muta così velocemente rendendosi invisibile al soggetto, svuotandolo di ogni virtù elitaria, livellandolo al suo prossimo. Il soggetto, forzato o corrotto dai suoi bisogni sociali e materiali, muterà per spirito d’adattamento. Ogni tensione sociale all’interno del tessuto post-statale, viene consacrata ad una guerra: il Bene fornisce aiuti umanitari, il Male bombe e pugnali.

Ah l’umanità di oggi! Senza pudore né morale, né filosofia; realtà e rappresentazione concertano con le belle parole che abbiamo in bocca. Il grasso cola da ogni immagine dell’uomo: la bellezza è tangibile; riconosciamo in essa sia tragicità che comicità.

Grasso che cola dai nostri occhi e dai nostri sogni ad occhi aperti. Il grasso della contemporaneità non sta sulla brillantina sulla giacca, né in un colpo di tosse, né nell’improvvisazione; la parola d’ordine è “niente emotività”: ogni opportunità che si presenta va studiata, calibrata e dissolta.

Il fallimento è bandito dalla contemporaneità, non vi è spazio per i sogni e tutto deve compiersi nell’immediato. In questa epoca tutto è sia Bene che Male e i “Perché” non si esprimono ma si confutano ed il tuo problema non sarà mai il mio fintanto ho legna da ardere. Il mondo non è più manicomio, ma ospedale.

Salvatore Musumarra

[Immagini tratte da Google Immagini]