Philosophy with the people in: filosofia e antropologia a confronto

Antropologia e filosofia sono molto più vicine alla vita quotidiana di quanto solitamente si pensi. Un confronto fra le due ci può aiutare a capire non solo in che modo esse toccano la nostra quotidianità, ma anche perché sono così importanti per il mondo di oggi.

Qual è dunque la differenza fra queste due discipline? E, soprattutto, vi è davvero una differenza? Anche solo a guardare la loro storia si direbbe di sì. Mentre la filosofia nasce agli albori della civiltà occidentale, assieme a quella che oggi chiameremmo “scienza” (si pensi ai fisiocratici come Talete, Anassimandro o Anassimene, e ancora di più ad Aristotele e al suo Liceo), l’antropologia si sviluppa nel corso dell’Ottocento, e quasi fin dall’inizio già come disciplina accademica. Difatti, Edward Burnett Tylor, colui che nel proprio Primitive Culture (1871) propose per primo la definizione scientifica del concetto di cultura, fu anche il primo ad occupare una cattedra di antropologia, nel 1896 all’Università di Oxford. Si potrebbe forse sostenere che l’antropologia sia in qualche modo derivata dalla filosofia, e in particolare dal pensiero illuminista, dal momento che le prime riflessioni sulle società cosiddette “primitive” (termine ormai desueto e totalmente non-scientifico) risalgono a intellettuali quali Hobbes, Locke e Rousseau. Va detto però che lo “stato di natura”, come lo concettualizzarono questi pensatori, consisteva più in un esperimento teorico che nella rappresentazione di una società umana davvero esistente. Esso costituiva infatti uno strumento metodologico attraverso cui analizzare quegli elementi che, secondo questi stessi filosofi, differenziavano la società moderna da un’ipotetica condizione originale (primitiva, naturale, appunto). Solo grazie all’emancipazione dallo “stato di natura” poteva infatti iniziare quel processo di civilizzazione, che avrebbe portato dalla condizione primitiva a quella moderna. Come si è detto, però, questa visione apparteneva a esponenti del pensiero illuminista, e in particolare ad alcuni filosofi settecenteschi.

Qual è stato dunque il passaggio che ha permesso all’antropologia di distinguersi dalla filosofia, imponendosi come disciplina a se stante? Quale il suo elemento caratteristico? Nel tentare di rispondere a queste domande, può essere utile rifarsi alla visione dell’antropologia di Tim Ingold. Considerato uno dei più influenti antropologi contemporanei, Ingold propone una definizione di antropologia incisiva e originale, criticata da alcuni suoi colleghi, ma comunque rappresentativa di un certo filone dell’antropologia attuale. In 0, egli definisce infatti l’antropologia come “philosophy with the people in” (“filosofia con le persone dentro”). Per capire il significato di questa affermazione, ritorniamo per un momento alle origini della disciplina. Si è detto come i primi pensatori ad affrontare la questione di una “scienza dell’essere umano” siano stati dei filosofi, intellettuali di alto profilo che indicarono diversi stadi dell’organizzazione della società umana. Questi sviluppi teorici si fondavano sì su racconti di viaggiatori – come ad esempio la descrizione dei cosiddetti “selvaggi” da parte degli esploratori del Nuovo Mondo – ma non erano mai il risultato di esperienze “sul campo”. Al contrario, è proprio questa osservazione diretta delle popolazioni indigene (più tardi denominata “osservazione partecipante”) a caratterizzare l’antropologia e ancor più l’etnografia, ovvero la pratica scrittoria ad essa connessa. Questa specificità si sviluppò solo a partire dalla fine dell’Ottocento e, in modo ancor più consistente, agli inizi del Novecento. È infatti in quel periodo che il colonialismo, in particolare quello britannico, rese possibile, assieme all’assoggettamento violento dei popoli colonizzati, la conoscenza diretta di questi ultimi da parte dei primi antropologi.

“Filosofia con le persone dentro”, dunque, significa proprio questo: lo sviluppo di teorie su vari aspetti del genere umano partendo proprio da coloro che lo compongono, ossia le persone in carne ed ossa con tutti i loro difetti, le loro ambizioni, i loro sogni. Secondo Ingold, è questo l’elemento che maggiormente distingue l’antropologia dalla filosofia: mentre i filosofi sono chini sui testi dei loro predecessori (spesso altri maschi, occidentali e ricchi), gli antropologi studiano e imparano direttamente dai comportamenti, dalle usanze e dai costumi di altri gruppi di individui, vivendo insieme a loro e condividendo le loro esperienze. Riprendendo il titolo del testo di Ingold, l’antropologia importa (it matters) perché permette di raccogliere la conoscenza, ma soprattutto la saggezza, delle molteplici culture che colorano il mondo. Essa non rappresenta più un mezzo per dividere costumi “primitivi” e “moderni”, ma uno strumento per la condivisione di saperi e pratiche, un modo per imparare dalla creatività del mondo.

Oggi, in un mondo surriscaldato dalle dinamiche della globalizzazione e dalla minaccia sempre più palpabile dei cambiamenti climatici, abbiamo ancora più bisogno di conoscere altri modi di abitare il pianeta. E questo è possibile solo grazie a una filosofia che viva tra la gente, che ascolti e parli, ma che, soprattutto, sia pronta a imparare.

 

Petra Codato

 

[Photo credit mauro mora via Unsplash]

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Le nature della Natura: un termine tanto usato quanto sconosciuto

«Natura è forse la parola più complessa nel linguaggio» scrive Raymond Williams nel suo Parole chiave – Un vocabolario di cultura e società, pubblicato nel 1976. Eppure, viene subito da pensare, “natura” è anche uno dei lemmi più usati nel linguaggio quotidiano: “scoprire la propria vera natura”, “stare a contatto con la natura”, “essere una forza della natura”, sono espressioni che utilizziamo molto spesso, senza quasi pensarci. L’ambiguità e la diffusione del termine si amplificano l’un l’altra, in un circolo virtuoso… o vizioso?
In tempi di crisi ecologica, la parola “natura” è sulle bocche di tutti con una frequenza ancora maggiore, presente nei discorsi di ambientalisti, opinionisti, critici, e in generale della cittadinanza tutta.
Spesso, però, chi la usa non è pienamente consapevole del significato che le sta attribuendo, e non si pone nemmeno troppi problemi in proposito. Ma qual è la vera essenza di questo termine tanto usato quanto sconosciuto?

Per provare a rispondere, facciamo riferimento proprio all’interpretazione che propone Williams nel
suo saggio. Innanzitutto, è bene specificare come non esista un significato di “natura”, ma piuttosto ce ne siano molteplici. Limitandosi a considerarne l’utilizzo all’interno del panorama linguistico occidentale, Williams individua tre principali aree semantiche per il termine “natura”. Analizziamole una per volta.

In primo luogo, “natura” è la qualità essenziale di qualcosa. Quando parliamo della “natura umana”, o della “natura dell’amore”, ci stiamo riferendo proprio a questa accezione, che a sua volta si rifà all’etimologia della parola stessa. “Natura”, infatti, deriva dal verbo latino nascor (nascere). In questo senso, essa corrisponde alla caratteristica che contraddistingue una cosa nel momento della sua nascita (una qualità innata, appunto) e che la accompagna per il resto dell’esistenza. Tale significato sta alla base di quella che viene definita dagli accademici come “la grande divisione” tra natura e cultura.
Se “natura” corrisponde a ciò che è innato, e dunque immutabile, “cultura” rappresenta il suo opposto, ossia quanto viene sviluppato e acquisito artificialmente, ed è perciò soggetto a mutamento. Questa divisione sta alla radice dell’opposizione, che soltanto negli ultimi anni ha iniziato a vacillare, tra scienze della natura e discipline umanistiche, con tutte le implicazioni epistemologiche – di conoscenza – che ne conseguono.

“Natura” è, in seconda battuta, la forza intrinseca presente in tutte le cose. La parola spesso si fregia, in questa nuova accezione, della N maiuscola. Qui “Natura” corrisponde infatti a una causa prima, un soffio vitale che anima dall’interno tutte le cose. Questa concezione vitalista porta a una nuova e differente divisione: non più tra natura e cultura, bensì tra ciò che è vivente e ciò che non lo è. Mentre la vita è di per sé attiva e dinamica, il mondo minerale e in generale inorganico potrebbe apparire a prima vista inerte. L’ecologia in quanto scienza, però, ci porta sempre più prove a dimostrazione del contrario: tutti gli elementi di un ecosistema sono interconnessi, e gli esseri viventi non lo sarebbero affatto senza ciò che etichettiamo come “non vivente”. Secondo alcune teorie, la Terra tutta potrebbe corrispondere a un immenso organismo vivente.

Infine, “natura” comprende l’intero mondo materiale. Vi sono però due diverse varianti di questa terza definizione, che divergono sulla base dell’inclusione o meno dell’essere umano. Se come specie non ci consideriamo inclusi nel mondo naturale si crea, di nuovo, una frattura tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale. Questa è forse l’accezione più comune del termine dato che, al suono della parola “natura”, la maggior parte di noi associa un bosco verdeggiante, uccellini che cantano soavi e nessun essere umano nei paraggi. Tale concezione sta anche alla base di quell’imperativo ambientalista per cui è necessario, vista la crisi ecologica attuale, “proteggere la natura” e “salvare il pianeta”. Il conservazionismo, infatti, è la politica più comune che discende da questa visione, per cui la natura è vista come qualcosa da proteggere dall’azione distruttiva dell’Uomo. Quando invece, nella seconda variante, anche l’essere umano è incluso nella definizione, emergono altre domande: se siamo parte della natura, anche tutto ciò che facciamo, incluso il destabilizzare le dinamiche ecologiche, è naturale?

Ha senso dunque porre dei limiti al nostro vivere insostenibile? Una prima risposta a quest’ultima domanda è: sì, ha senso, se vogliamo che la nostra specie non venga espulsa dal gioco della vita. Detto ciò, si potrebbe andare avanti per l’eternità a discutere delle varie questioni qui solamente accennate. Chiara risulta però la necessità di adoperare il concetto di “natura” con più consapevolezza, dal momento che da esso discendono le più svariate, e fra loro talvolta contraddittorie, politiche del nostro tempo.

 

Petra Codato

 
[Photo credit pixabay]

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Una specie speciale: essere umano e regole ecologiche

Ci siamo sempre considerati una specie speciale. Quantomeno nella cultura occidentale, quantomeno dai tempi dei greci. Aristotele, il primo a classificare le forme di vita secondo le caratteristiche fisiologiche di ognuna – immenso lavoro per cui è ritenuto, e a buon vedere, il padre della biologia – pone l’essere umano al vertice della piramide dei viventi, a causa della sua natura razionale. Da un punto di vista evolutivo, è vero che l’homo sapiens ha investito in modo anomalo nella dimensione del cervello, ma perché mai questo tratto dovrebbe permetterci di piazzare la nostra specie sulla sommità di una piramide gerarchica che noi abbiamo costruito sulla base dei nostri parametri?

Questo senso di superiorità determina due principali convinzioni, tra loro intrecciate: quella di detenere un diritto sulle entità non-umane che ci circondano – il cosiddetto “ambiente” – e quella di essere indipendenti dalle regole ecologiche a cui le altre specie, invece, rimangono soggette. Nel corso dello sviluppo dell’ecologia, intensa come disciplina, sono state individuate quattro principali leggi che determinano la struttura e il funzionamento degli ecosistemi: la rinnovabilità delle fonti di energia, la biodiversità, la ciclicità della materia e il controllo della popolazione. Per iniziare a sciogliere l‘intricata matassa della crisi ecologica, potrebbe allora forse tornare utile provare a capire, per ognuna di queste regole, come la nostra società si è comportata fino ad ora, e come potrebbe comportarsi in futuro.

La maggiore fonte di energia per il nostro pianeta è quella proveniente dal Sole, che è costante e, perciò, rinnovabile. Mentre i processi biologici fondamentali, come la fotosintesi nelle piante, sono innescati proprio dalla luce e il calore provenienti dal Sole, l’energia utilizzata per alimentare le nostre fabbriche, le nostre case, i trasporti et cetera, è ricavata dai combustibili fossili. Questi, oltre a rappresentare la prima fonte di emissione di anidride carbonica, non sono rinnovabili. Da quando si è capito che la crisi climatica ed ecologica non poteva essere più ignorata, sul fronte delle risorse si è tentato di intraprendere il cammino della transizione energetica. La strada da percorrere è senza dubbio ancora lunga, ma attesta una prima volontà di reinserirsi all’interno delle dinamiche ecologiche.

La seconda regola è la bio-diversità, e anche in questo campo gli errori compiuti sono palesi. Negli ultimi tempi, infatti, si è assistito a una perdita considerevole di specie viventi, tanto che ormai si è soliti sentire l’espressione “sesta estinzione di massa” – la quale, ricordiamolo, potrebbe coinvolgere anche l’essere umano. Proprio a causa di queste previsioni poco rassicuranti, sono state intraprese azioni di studio, monitoraggio e conservazione: un buon esempio è quello della reintroduzione dei lupi nel Parco di Yellowstone, che non solo ne ha aumentato la biodiversità ma ne ha addirittura modificato la geografia fisica.

Per quanto riguarda il ciclo della materia, il concetto più all’avanguardia è quello di economia circolare, che tenta di scardinare l’impostazione di una società del rifiuto. Il fatto che la maggior parte degli oggetti che utilizziamo quotidianamente, in particolare quelli mono-uso, vengano buttati e in seguito comunemente depositati in discariche, si scontra infatti con la dinamica di trasformazione continua che la materia subisce attraverso i processi biogeochimici. L’economia circolare suggerisce proprio di impegnarsi a reinserire in questi cicli anche i prodotti artificiali, principalmente attraverso il riciclo e il riuso.

La quarta regola ecologica è probabilmente quella che ci risulta più difficile da accettare, ed è infatti la più controversa. La popolazione umana ammonta attualmente a 7.8 miliardi e alla fine del secolo, data una fertilità costante, potrebbe raggiungere i 25 miliardi. Dovremmo ormai aver imparato però che, superata una certa soglia, vari fattori entrano in gioco a ridurre l’aumento di una determinata popolazione, tra cui i virus. Eppure, mentre per le altre tre questioni siamo arrivati alla conclusione che è necessario cambiare le cose, al problema della sovrappopolazione è difficile trovare soluzione, anche concettuale. Infatti, seguendo la prescrizione biblica (Genesi 1:28), siamo abituati a pensare che l’esistenza sulla superficie terrestre di tanti esseri umani non possa che essere apprezzabile. Ma, a questo punto, viene da chiedersi: perché la nostra specie dovrebbe avere più diritto delle altre a usufruire delle risorse di questo pianeta? Siamo senza dubbio una specie speciale – come qualsiasi altra, dopotutto – ma viviamo su questa Terra, e potrebbe tornarci utile imparare a capirne e rispettarne le leggi.

 

Petra Codato

 

[Photo credit pixabay]

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L’uomo è ciò che mangia: da Feuerbach a oggi

«Der Mensch ist was er isst», ovvero «L’uomo è ciò che mangia». Il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach (1804 – 1872) è conosciuto  principalmente per questa breve ed incisiva espressione. Non è però lui ad averla coniata, bensì il francese Jean Anthelme Brillat-Savarin nella sua opera Fisiologia del gusto, pubblicata nel 1825. Proviamo a tracciare la genealogia di questo detto e a domandarci poi quale significato esso può  assumere nella nostra contemporaneità. 

Brillat-Savarin lavora come giudice presso il Palais de Justice a Parigi, ma la sua principale vocazione è quella di buongustaio. Affinché questa sua passione non divenga fonte di scandalo, Brillat-Savarin decide di pubblicare l’opera Fisiologia del gustoo meditazioni di gastronomia trascendentale in forma anonima. Proprio qui si legge: «Dis-moi ce que tu manges, je te dirai ce que tu es», ovvero: «Dimmi cosa mangi e ti dirò cosa sei». Nonostante le precauzioni, il testo si  diffonde rapidamente così come il nome dell’autore, tanto che oggi Brillat-Savarin viene considerato il padre della moderna gastronomia e gastrosofia.  

Nel 1862 Feuerbach pubblica Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia. In questo contesto il discorso sull’alimentazione perde quel carattere edonistico e a tratti parodistico del testo di Brillat-Savarin ma, al contempo, si arricchisce di spessore filosofico. L’espressione «Der Mensch  ist was er isst» si inserisce infatti in una riflessione di ampio respiro riguardante l’unità psicofisica dell’essere umano. La filosofia di Feuerbach è considerata materialista proprio in quanto si oppone al dualismo fra anima e corpo che contraddistingue la tradizione del pensiero occidentale. Se la psiche e il fisico, al contrario, vengono trattati come inscindibilmente legati, la questione dell’alimentazione assumerà un’importanza prima sconosciuta. Non solo, assumerà anche una dimensione politica difficilmente trascurabile. In Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia leggiamo infatti:

«La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si  trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore. L’uomo è ciò che mangia».

Non stupisce dunque che la filosofia di Feuerbach costituisca un importante riferimento per Marx ed Engels. Materialismo storico, infatti, significa proprio questo: considerare l’essere umano nella sua  dimensione storica e sociale, nella concretezza della quotidianità fatta di lavoro, sporcizia, fame. 

Trascorre un lungo periodo durante il quale la nostra espressione perde interesse sia a livello filosofico che non. Nel 1942, però, il nutrizionista americano Victor Lindlahr pubblica Sei quello che mangi, rendendo l’affermazione nuovamente popolare. In questo caso il discorso si sposta dal  rapporto tra corporeità e spiritualità a quello tra cibo e salute. Il dibattitto si focalizza perciò su un’alimentazione sana, basata su una dieta priva di grassi e incentrata piuttosto sul consumo di vegetali. Da qui si svilupperà, nel corso degli anni ’70 e sempre nel contesto americano, il movimento della produzione biologica.  

Arriviamo perciò ai giorni nostri e alle dinamiche che il detto «l’uomo è ciò che mangia» incontra  nel mondo contemporaneo. Un mondo completamente diverso da quello di Brillat-Savarin e di Feuerbach, ma anche da quello di Lindlahr. Un mondo più che mai interconnesso nel quale le scelte che si compiono, anche quelle strettamente personali come decidere cosa mettere nel piatto per cena, hanno un’influenza a livello globale. Le questioni dell’unità psicofisica, del rapporto cibo-salute rivestono senza dubbio un ruolo fondamentale nel dibattito attuale, ma l’urgenza del discorso si sviluppa su numeri prima inimmaginabili. Il fatto che il 60% dei mammiferi del pianeta corrisponda agli animali di cui noi ci nutriamo difficilmente può lasciare indifferenti. Non è tanto la tenace contrapposizione tra vegetariani/vegani e onnivori che qui ci interessa, quanto la consapevolezza della portata della questione. Dire «l’uomo è ciò che mangia», oggi, significa includere in questa espressione l’intera filiera dei prodotti alimentari e le criticità relative a essa, dalla brutalità degli allevamenti intensivi alla distribuzione in packaging che sta saturando di  plastica i mari e gli oceani. Significa prendere atto che siamo le nostre scelte, qualunque esse siano.

 

Petra Codato

 

[photo credit Jay Wennington via Unsplash]

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“Le tre ecologie” di Guattari: un prontuario per il nostro tempo

Personaggio complesso e bizzarro, psicanalista, militante politico ed eccentrico pensatore, Félix Guattari è conosciuto principalmente per la sua prolifica collaborazione con il filosofo francese Gilles Deleuze, grazie alla quale vengono alla luce i due volumi di Capitalismo e schizofrenia: L’Anti-Edipo prima, Mille piani poi. Non va però dimenticato che Guattari seppe sviluppare un proprio pensiero filosofico indipendente e una sua opera, in particolare, risulta oggi estremamente attuale. Si tratta de Le tre ecologie, breve saggio risalente al 1989 ma articolato sull’analisi di questioni e problemi che appartengono in pieno anche al nostro tempo, tanto da farlo apparire come un testo, se non premonitore, quantomeno assai lungimirante. In esso il concetto di ecologia viene sviluppato in una chiave totalmente nuova, attraverso lo studio delle interazioni sistemiche tra contesti che solitamente vengono considerati separati fra loro: quello ambientale, sociale e mentale. Secondo Guattari, infatti, non vi può essere alcun progresso politico sul piano della crisi ambientale, se le soluzioni proposte non prendono in considerazione anche le dimensioni sociale e psichica. Scrive infatti Guattari:

«Le formazioni politiche e gli organi esecutivi sembrano totalmente incapaci di cogliere questa problematica [quella della crisi ecologica] nell’insieme delle sue implicazioni. Benché recentemente abbiano iniziato a prendere parzialmente coscienza dei pericoli più visibili che minacciano l’ambiente naturale delle nostre società, in genere si accontentano di affrontare il terreno delle nocività industriali, e ciò unicamente in una prospettiva tecnocratica, mentre soltanto un’articolazione etico-politica – che io chiamo ecosofia – fra i tre registri ecologici (quello dell’ambiente, quello dei rapporti sociali e quello della soggettività) sarebbe capace di far adeguata luce su questi problemi»
F. Guattari, Le tre ecologie, 1989.

Per riuscire a cogliere in modo più completo le indicazioni forniteci da Guattari, proviamo ad analizzare, attraverso i suoi stessi strumenti, una situazione che risulta a noi tutti familiare, ovvero l’attuale pandemia di COVID-19. Essa ci ha colti del tutto impreparati – nonostante alcuni esperti (in una certa misura) la stessero preconizzando da tempo – e ci ha imposto senza clemenza di riconoscere il ruolo politico del non-umano nelle nostre vite: chi si aspettava, infatti, che perfino l’essere più piccolo, a metà tra il regno dei viventi e dei non viventi, potesse riuscire a mettere sottosopra l’intera società ed economia globale? Ci troviamo di fronte a uno dei più chiari esempi di interconnessione tra le tre ecologie, e risulta intellettualmente interessante ma psicologicamente perturbante rendersi conto di quanto Guattari ci avesse azzeccato.

Partiamo dal livello ecologico in senso stretto: è risaputo come sia stata anche l’ingerenza indebita delle attività antropiche sugli habitat naturali a scatenare il cosiddetto spillover dalle specie selvatiche all’essere umano. Si potrebbe aprire una riflessione senza fine sul rapporto di violenza e sfruttamento che abbiamo instaurato con la maggior parte delle altre specie animali, ma accontentiamoci qui di considerare il caso singolo: nei mercati asiatici il traffico di animali vivi, prelevati dal loro ecosistema, ha causato quel salto di specie che ha permesso al virus di transitare senza problemi da loro a noi.

La dimensione socio-culturale del fenomeno costituisce il passaggio direttamente successivo: in un periodo relativamente breve, il virus si è diffuso sull’intero pianeta, facilmente trasportato da viaggiatori e merci, per terra, per aria e per mare. Demonizzare la globalizzazione in sé non ha senso, ma bisogna quantomeno riconoscere che, in questo caso, essa ha esercitato potentemente il suo consueto ruolo di efficace ripetitore dei mali: un fenomeno circoscritto a una dimensione locale si è presto tramutato in un’emergenza planetaria. In breve tempo è stata messa a nudo la debolezza e la scarsa resilienza delle nostre economie internazionali e nazionali, così come delle organizzazioni e delle politiche globali. Al contempo, il ruolo fondamentale giocato dalle telecomunicazioni, in particolare durante il periodo di lockdown, ha dimostrato quanto esse siano ormai indispensabili per la quotidianità delle nostre vite, permettendo di mantenere saldi legami che altrimenti si sarebbero dissolti e creandone di nuovi e originali.

Giungiamo infine al terzo livello di ecologia indicato da Guattari, quello mentale: dal punto di vista della soggettività, la pandemia ha scatenato nuove paure e nuovi tipi di rapporti interpersonali, oltre che un sempre più diffuso senso di impotenza di fronte alle calamità. Se prendere coscienza della fragilità dei nostri sistemi può risultare positivo, in un’epoca di crisi ecologica, possiamo solo augurarci che, oltre all’angoscia, la pandemia abbia fatto scaturire in noi un nuovo senso di comunità e interdipendenza, non solo con gli altri umani ma anche, e in modo ancor più inedito, con gli altri non-umani.

 

Petra Codato

 

[Photo credit Guillaume de Germain via Unsplash]

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Minoranze: la potenza del divenire secondo Deleuze e Guattari

«Minoranza e maggioranza non si oppongono soltanto in modo quantitativo. Maggioranza implica una costante, d’espressione o di contenuto, come un’unità di misura in rapporto alla quale essa può essere valutata. Supponiamo che la costante o l’unità di misura sia un qualsiasi Uomo-bianco-maschio-adulto-cittadino-parlante una lingua standard-europeo-eterosessuale (l’Ulisse di Joyce o di Ezra Pound). È evidente che “gli uomini” sono in maggioranza, anche se sono meno numerosi dei moscerini, dei bambini, delle donne, dei Neri, dei contadini, degli omosessuali, ecc. Ciò dipende dal fatto che l’uomo appare due volte, una volta nella costante, una volta nella variabile da cui si estrae la costante. La maggioranza presuppone uno stato di potere e di dominazione, e non il contrario. Essa presuppone l’unità di misura, e non il contrario.»
(G. Deleuze e F. Guattari, Mille piani, 1980.)

La supposizione presentata da Deleuze e Guattari in questa pagina di Mille piani sembra oggi quantomeno fondata. Lo era anche nel 1980, quando l’opera venne pubblicata, ma ai nostri giorni, nei tempi più maturi del capitalismo avanzato, affermare il dominio dell’Uomo pare quasi scontato. La maggioranza ha talmente plasmato il modo in cui noi occidentali concepiamo il mondo che le voci delle minoranze iniziano a farsi ascoltare quando gli effetti di tale dominio sono ormai evidenti anche a chi ha cercato in tutti i modi di non vederli. Se le violenze perpetrate nei secoli al genere femminile, alle popolazioni indigene e non occidentali, agli omosessuali – solo per fare alcuni esempi – rimanevano in un certo senso all’interno del contesto umano delle relazioni, la crisi ecologica attuale apre a dimensioni ancora insondate dalle minoranze stesse. Solo negli anni più recenti, infatti, il confronto con le dinamiche ecologiche che minacciano la sopravvivenza del genere umano hanno acquisito quella rilevanza che non era più possibile occultare.

Per quale motivo il silenzio è perdurato così a lungo? Perché le minoranze coinvolte nella crisi ecologica parlano altre lingue rispetto a quelle che siamo stati abituati ad ascoltare nell’ambito delle contestazioni umane. Non a caso, il passo citato proviene dal capitolo Postulati di linguistica, presente in Mille piani. Assistiamo a un salto comunicativo che esula dalle forme consolidate di interazione linguistica: dobbiamo entrare in comunicazione con il non-umano attraverso altri codici che non siano quelli di una scienza impostata sulla coppia epistemologica soggetto-oggetto. Dobbiamo sperimentare altri idiomi e altri dialetti. La crisi ecologica ci impone perciò di ripensare non solo la natura delle relazioni che intercorrono tra le minoranze e tra queste e la maggioranza, ma anche il rapporto che sussiste tra maggioranza e minoranze umane, considerate assieme, e quel sottoinsieme sterminato che paradossalmente le comprende tutte: il non-umano (il cosiddetto “ambiente”).

Ma cos’è una minoranza? Minoranza è divenire, dinamismo, è il movimento che anima i cambiamenti di qualsiasi evoluzione. Mentre il potere esiste per perpetuare se stesso, la minoranza lavora nel sottosuolo attraverso vibrazioni dapprima impercettibili e poi sempre più potenti, fino a far crollare dalle fondamenta la poderosa fortezza che si trova in superficie. Per questo motivo, Deleuze e Guattari affermano che «Non vi è divenire maggioritario, maggioranza non è mai un divenire. Non vi è divenire se non minoritario» (ivi).
D’altronde, perfezione significa massima compiutezza, ciò che non può e non deve cambiare in quanto già completamente realizzato. La maggioranza è perfezione, e difatti la più alta raffigurazione dell’Uomo corrisponde al Vitruviano di Leonardo. Con questa immagine, Rosi Braidotti, allieva di Deleuze – oltre che di Foucault e Irigaray – e autrice di molti saggi di riferimento nel panorama della filosofia femminista e della nuova “svolta postumana”, inizia il proprio manifesto su quest’ultima corrente di pensiero, intitolato appunto Il postumano. L’eco di Deleuze è lampante:

«All’inizio di tutto vi è Lui: l’ideale classico dell’Uomo, individuato dapprima da Protagora come “la misura di tutte le cose”, poi innalzato dal Rinascimento italiano a livello di modello universale, rappresentato da Leonardo da Vinci nell’Uomo Vitruviano. Un ideale di perfezione corporea che, in linea con il detto classico mens sana in corpore sano, evolve verso una serie di valori intellettuali, discorsivi e spirituali. Insieme, fondano una precisa concezione di cosa dell’umanità sia umano.»
(R. Braidotti, Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte, 2013)

A questo punto rimane da domandarci: ha ancora senso voler essere “la misura di tutte le cose?” Vogliamo davvero la perfezione?

 

Petra Codato

 

[Photo credit Kris Mikaele Krister via Unsplash]

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Antropocene, vespe e orchidee: uno sguardo sui divenire di Deleuze e Guattari

Quando, nel novembre 2019, visitai la mostra Antropocene1, rimasi profondamente colpita dalle immagini esposte. Ciò che mi impressionò non fu tanto la durezza delle situazioni raffigurate, come quella in cui gli abitanti di Nairobi smistano rifiuti nelle immense distese di plastica della città, bensì la loro dimensione. Ormai siamo infatti abituati al costante bombardamento di immagini feroci che descrivono situazioni ancora più brutali, ma le fotografie esposte in quella mostra narrano dimensioni ancora sconosciute perfino ai nostri mass media. Affiancate da pannelli esplicativi sugli effetti dell’Antropocene2, le immagini mi sembravano narrare il mondo da un punto di vista diverso, più ampio. Una prospettiva che non è quella degli astronauti, ma nemmeno quella di un qualsiasi essere umano coi piedi attaccati alla terra: sconfinate vasche per l’evaporazione del litio dagli splendidi colori azzurro e giallo in Cile, miniere di potassio in Russia, ma anche quelle di marmo a Carrara, la sterminata bidonville di Lagos in Nigeria. Sono tutte impressionanti visioni che oggi solo le tecnologie dei droni ci possono consegnare. Stiamo modificando a tal punto il pianeta da poterci ritenere una forza geologica. Stiamo divenendo Terra. Certo, in un modo il cui esito sarà con buona probabilità quantomeno quello di ridurre drasticamente la popolazione umana mondiale, ma stiamo divenendo Terra.

«Una linea di divenire non è definita dai punti che essa collega né da quelli che la compongono: al contrario passa tra i punti, cresce solo nel mezzo e fila in una direzione perpendicolare ai punti che si sono prima distinti, trasversale al rapporto localizzabile da punti contigui o distanti»
G. Deleuze, F. Guattari, Mille piani, 2017.

Così Deleuze e Guattari definiscono la “linea di divenire” nel capitolo di Mille piani intitolato, appunto, Divenir-intenso, divenire-animale, divenir-impercettibile... Le immagini della mostra Antropocene descrivono molto bene questo concetto: non siamo noi esseri umani e la Terra, congiunti da una linea che ci mette in relazione e che è dipendente da questi due punti distinti, bensì vi è un’unica linea che è il nostro divenire Terra, il nostro – di noi esseri umani e della Terra insieme – esprimerci come forza geologica. Mutiamo assieme, interagiamo nelle miniere di potassio, quando le scavatrici tracciano, sulle pareti cremisi dei tunnel sotterranei, linee che ricordano ammoniti. È un divenire che sta avendo esiti nefasti sulla biodiversità del pianeta, inclusa la nostra stessa specie. In fondo, diveniamo sempre Terra, la differenza sta nell’impatto di tale divenire su di noi e sugli altri esseri che la abitano.

Per aver maggiore presa sul concetto filosofico di divenire, lasciamo l’Antropocene e passiamo all’esempio più celebre proposto dagli stessi Deleuze e Guattari: quello che considera la vespa e l’orchidea come facenti parte di un unico blocco di divenire, all’interno del quale la prima funge da apparato riproduttivo della seconda, e la seconda «diviene l’oggetto di un orgasmo della vespa liberata dalla propria riproduzione» (ibidem). Gli autori proseguono: «La linea – o il blocco – non collega la vespa e l’orchidea più di quanto non le coniughi o non le intrecci: passa tra le due, le trasporta in una comune vicinanza dove scompare la discernibilità dei punti» (ibidem). La linea di divenire passa dunque in mezzo alla vespa e all’orchidea e le avvicina fra loro in una zona di contiguità che trasforma entrambe. Divenire è proprio questo esser travolti da una trasformazione, una velocità che investe e trasporta in uno spazio di prossimità prima sconosciuto.

Per quanto possibile, cerchiamo di orientare il nostro divenire Terra in un’altra direzione, e ricordiamoci che la Terra può divenire senza di noi, ma noi non potremmo divenire nulla senza di lei.

 

Petra Codato

 

NOTE
1. La mostra, ospitata in Italia dalla Fondazione MAST di Bologna dal 16 maggio 2019 al 5 gennaio 2020, è curata da Urs Stahel, Sophie Hackett e Andrea Kunard ed è organizzata dalla Art Gallery of Ontario e dal Canadian Photography Institute della National Gallery of Canada in partnership con la Fondazione MAST di Bologna.

2. Riporto la definizione del vocabolario Treccani: «Antropocene: l’epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana, con particolare riferimento all’aumento delle concentrazioni di CO2 e CH4 nell’atmosfera».

[In copertina: Saw mills #1, Lagos, Nigeria 2016. Photo credit Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milano / Nicholas Metivier Gallery, Toronto]

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Scienze (Post)umane Ambientali: prospettive su una disciplina emergente

Dal prossimo anno accademico all’Università Ca’ Foscari di Venezia parte, primo in Italia, un nuovo corso di laurea in Environmental Humanities, ovvero Scienze Umane Ambientali. Ma di cosa si tratta?

Diverse discipline convergono in questo innovativo campo di studi, modificandolo ma al contempo trasformando se stesse mentre si fondono. Per fare un esempio, l’emergere dell’ecocritica ha modificato il modo in cui la critica letteraria guarda a se stessa1. È però mia intenzione, in questa sede, concentrarmi sull’aspetto filosofico delle Scienze Umane Ambientali. Infatti, la maggior parte dei principali concetti di questa disciplina può trovare un terreno comune nella Filosofia, la cui caratteristica è sempre stata quella di voler abbracciare i vari aspetti del reale. Tuttavia, deve essere una nuova Filosofia, altrimenti rischiamo di ricadere in quei pregiudizi che hanno caratterizzato il pensiero occidentale per secoli, e che hanno portato ai problemi ambientali che affrontiamo oggi. Voglio perciò concentrarmi su una corrente di pensiero che si è sviluppata negli ultimi anni: il postumanesimo. In particolare, la “svolta postumana” è stata definita come «la convergenza del postumanesimo con il postantropocentrismo» (S. Bignall e R. Braidotti, Posthuman ecologies, 2019).

Al fine di costruire una base per una Filosofia innovativa, è necessario volgere lo sguardo alla Storia della Filosofia occidentale e analizzare ciò che ha portato agli attuali problemi sociali e ambientali. «Mentre le critiche all’antropocentrismo denunciano la gerarchia delle specie che culmina nell’eccezionalità e nel privilegio umani, il postumanesimo impegna più specificamente una critica dell’ideale umanista di “Uomo”» (ivi). In questo modo Rosi Braidotti e Simone Bignall presentano la raccolta Posthuman ecologies, che colleziona opere di diversi autori provenienti dalle più svariate discipline.

Secondo gli autori della “svolta postumana”, tutti i diversi atti di violenza si intrecciano. Perciò, nel momento in cui proviamo a trovare, dal punto di vista delle discipline umanistiche, soluzioni ai problemi ambientali che affrontiamo oggigiorno, non possiamo superare il pregiudizio antropocentrico senza sconfiggere quelli patriarcale, eurocentrico e universalistico. Per questo motivo, le nuove discipline umanistiche non possono non prendere in considerazione i movimenti indigeni e le teorie eco-femministe. Potrebbe sembrare infatti che, una volta superato (anche se ancora in forma solo concettuale) il pregiudizio antropocentrico, gli altri tipi di violenza svanirebbero con esso. Ovviamente, assumere un punto di vista ambientalista può aiutare, ma non penso sia così meccanico. Ad esempio, dobbiamo considerare che la ricchezza su cui stiamo basando le nostre nuove “economie verdi”, la nostra innovazione tecnologica verde, è ancora basata sullo sfruttamento di altre popolazioni, come i movimenti indigeni cercano costantemente di ricordarci. Allo stesso tempo, nei nostri paesi democratici e “sviluppati”, il patriarcato è ancora pervasivo: la violenza epistemica è difficile da combattere, e il primo passo è non dimenticare che la vera uguaglianza è ancora lontana dall’essere raggiunta. Il termine stesso antropocene, a indicare l’epoca geologica in cui viviamo, è stato oggetto di contestazioni: oltre al fatto che non è ancora pienamente accettato dalla comunità scientifica dei geologi, molti pensatori stanno criticando l’estensione di questa operazione concettuale: chi è il soggetto dei problemi che stiamo affrontando oggi? La specie umana nella sua interezza? O solo una parte di essa, la più forte? Braidotti risponderebbe con una sola parola: l’Uomo, dove la lettera maiuscola evidenzia l’idea dominante dell’uomo maschio, occidentale, adulto, bianco, eterosessuale e ricco.

Il pensiero ecologico è caratterizzato dalla volontà di trovare le interdipendenze e le connessioni tra gli elementi di un ecosistema. Quindi, dando ascolto alla premonizione di Felix Guattari, che, ancora nel 1991, pubblicò Le tre ecologie, non dovremmo mai dimenticare gli aspetti sociali e persino psicologici del vasto ecosistema in cui viviamo.

Le Scienze Umane Ambientali hanno l’opportunità di affrontare la crisi ecologica da un nuovo punto di vista. Tuttavia, se tale disciplina emergente vuole sfruttare al massimo le proprie basi di sapere e i propri strumenti, deve rinnovare le discipline umanistiche tradizionali da cui è nata. In questo processo, una radicale trasformazione dall’interno della disciplina più ambigua, la Filosofia, può aiutare molto. Infatti, se le Scienze Umane Ambientali vogliono affrontare in modo davvero rivoluzionario le sfide più urgenti della contemporaneità, devono diventare, almeno in parte, Scienze Postumane Ambientali.

 

Petra Codato

 

NOTE
1. Estremamente interessante su questo tema è la seguente raccolta: C. Salabè (a cura di), Ecocritica: la letteratura e la crisi del pianeta, Donzelli editore, Roma 2013.

[Photo credit Giuillaume de Germain via Unsplash]

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La parola di una donna e la violenza epistemica

«Dire che la parola di una donna non è bastata a far calare la scure della legge su Harvey Weinstein è esatto ma incompleto. La verità è più sgradevole. Nella primavera del 2015 il produttore di Hollywood riconobbe di aver messo le mani addosso a una donna senza il suo consenso, ma per la procura non fu abbastanza per mandarlo a processo».

Questo l’esordio dell’articolo Cento donne contro Harvey Weinstein, traduzione italiana dell’originale pubblicato non molto tempo fa sul New York Magazine. L’articolo descrive i passaggi che hanno condotto a processo il produttore cinematografico, accusato di decine di stupri e molestie. Sappiamo che in seguito la condanna è stata fissata a ben 23 anni di carcere. Quindi, riguardo al caso, potremmo esserci messi tutti il cuore in pace. E invece no.

Nel leggere l’articolo, un’affermazione mi ha colpita più delle altre, ovvero quella pronunciata dall’avvocato di Weinstein: «Se non vuoi essere una vittima, non andare nella stanza d’albergo». Di più, mi ha colpita il fatto che tale avvocato sia una donna. Infatti continua: «Quando noi donne non vogliamo accettare certe responsabilità per le nostre azioni, ci comportiamo da bambine». Ripetere per l’ennesima volta che viviamo in un mondo ancora profondamente maschilista non sarebbe inutile ma mi preme, piuttosto, sottolineare un altro aspetto. Propongo infatti una breve riflessione su un concetto che non viene spesso evocato, ma che considero particolarmente efficace, ossia quello di violenza epistemica.

Il termine, coniato da Gayatri Chakravorty Spivak, filosofa statunitense di origine bengalese a noi contemporanea, va a indicare la relazione che si instaura tra dominanti e subalterni, analizzandola da un punto di vista simbolico. In particolare, il meccanismo che si crea è quello di una introiezione delle categorie elaborate da chi domina all’interno degli strumenti cognitivi di chi viene dominato. Questa forma di violenza, secondo Spivak, è più pericolosa e subdola di altre, dal momento che non viene individuata come tale ed è dunque più difficile da estirpare. Facciamo un esperimento. Quanti di voi provano una sensazione di profondo fastidio ogni volta che sentono utilizzare la parola uomo per indicare l’intero genere umano?

La filosofia occidentale, antica, moderna e contemporanea, è costellata di affermazioni sull’uomo e la sua natura, il suo valore, la sua dignità. Vi è un’enorme portata epistemologica nella differenza che sussiste quando si parla di natura dell’uomo e di natura dell’essere umano; differenza che, nella lingua italiana, è particolarmente esplicita. Si tratta dell’assegnazione o meno dello statuto di soggetto a metà dell’umanità. Banalmente, nel nostro immaginario comune, si può definire soggetto colui che parla e che agisce. Chi parla quando ci si riferisce all’uomo? Chi ha compiuto le azioni che vengono riferite all’uomo? La risposta è scontata. Si potrebbe obiettare che, per quanto riguarda la storia e la storia della filosofia, è corretto parlare dell’uomo maschio come unico soggetto, dal momento che le donne hanno ricoperto un ruolo del tutto marginale nella storia. Ma è sufficiente non agire per non essere responsabili? Qui è il punto cruciale. Davvero non hanno nessuna colpa le donne che non hanno immediatamente denunciato i crimini di Weinstein, magari accettando una somma di denaro in cambio del silenzio?

Per il filosofo francese Gilles Deleuze (1925 – 1995) la gioia consiste nell’effettuazione di una potenza, intesa come attuazione di sperimentazioni vitali che eccedono l’individuazione personale. Potersi trasformare continuamente in qualcosa d’altro, facendo esperienza di tutte le sfaccettature del mondo e intrattenendo con esse una relazione profonda, proprio perché diveniente. Il che è molto diverso dall’idea che è penetrata all’interno del nostro immaginario comune e che è quella della potenza come sopraffazione sull’altro. Quest’ultima corrisponde invece, secondo Deleuze, al potere. Egli infatti sostiene che qualsiasi forma di potere è di per se stessa malvagia, dal momento che impedisce la realizzazione di quella stessa potenza vitale che prima citavamo, producendo debolezza. In questa concezione, dunque, ogni potere è intrinsecamente violento. Su quest’ultimo punto si potrebbe discutere in eterno, ma una cosa è sicura: è necessario riconoscere la violenza come tale, in qualunque modo essa si presenti, prima di poterla combattere. Questo compito è più difficile per coloro che detengono il potere, spesso inconsciamente avviluppati nel meccanismo di riproduzione della violenza stessa, che si perpetua a livello culturale e sociale senza guardare in faccia nessuno. 

Ma anche i subalterni hanno una voce, sebbene forse sia più comodo pensare di non poterla usare.

 

Petra Codato

 

[Photo credit Tim Mossholder via Unsplash]

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