Individuo e collettività: storia e geografia di un ideale filosofico di vita

Oriente e Occidente sono una grande dicotomia. Al di là della geografia, una profonda faglia culturale li divide da migliaia di anni, a dispetto di alcune recenti tendenze omologanti che hanno perturbato il primo su imitazione del secondo. Nella Cina moderna, così come in Giappone, tanto per citare due paesi orientali competitivi in fatto di modernità, le persone si vestono perlopiù come noi occidentali. Bramano oggetti tecnologici e assecondano smanie consumistiche tanto quanto noi. Eppure, sul piano sociale una grossa differenza permane e per capirla occorre dare una rapida occhiata al momento forse più cruciale della separazione dei destini tra Oriente e Occidente: l’ascesa a potenza della Grecia e l’avvento della filosofia.

Insomma, un balzo di oltre 24 secoli che ci riporta a quando le gloriose gesta delle flotte navali delle città greche, numericamente inferiori ma unite nella causa comune contro lo straniero invasore, sconfissero, con perizia e fortuna, i Persiani.
Come afferma il saggista italo americano Federico Rampini1, la vittoria sui quei barbari plasmò l’immagine che i Greci ebbero di loro stessi nei confronti del mondo. La potenza avversaria era immensa, sostenuta da un dominio dispotico e compatto, a dispetto della Grecia, dove le città-stato erano gelose della propria autonomia ma libere di associarsi nel reciproco interesse.
E nel V secolo, mentre i Persiani perdevano, Socrate spargeva ad Atene i semi della filosofia, quella disciplina che, a differenza di tutto il sapere precedente, affidò poi alla scrittura la sua contagiosa potenza raziocinante.

La ragione come faro e la perenne lotta contro la natura per arginare il suo potere terrificante, sono la forza propulsiva dell’Occidente, con la sua attitudine predatoria, antagonista del caos e delle forze ctonie della Terra. La filosofia e la scienza diventano per l’Occidente le forme di sapere funzionali al potere, che attraverso l’uso disciplinato della ragione cercano di mettere in scacco le forze brute della natura, sancendo la divisione tra bene e male, civile e barbarico, dominio e sottomissione. L’emancipazione dall’animalità attraverso il sapere rappresenta la concreta possibilità che gli individui hanno di riscattarsi dall’essere meri funzionari della specie. La conoscenza illumina la via della libertà come promontorio accessibile all’individuo in virtù delle sue singolari qualità razionali. Nietzsche definisce questo percorso attraverso il concetto di apollineo. Apollo è l’immagine divina del principio di individuazione2. L’apollineo è la concretezza della persona occidentale, la sua emergenza, il suo possesso di libertà, diritti e massima espressione. L’individualismo di massa, per contro, è certamente il suo peccato originale.

E in questi due millenni e mezzo l’Oriente cos’è diventato?
La differenza cruciale, a noi più visibile in un momento in cui la nostra forza come massa appare insignificante di fronte all’urgenza di fare comunità e unirsi nella prudenza, è proprio la capacità stessa di sentirci collettività. Mentre qui a ovest scolpivamo i concetti di persona, coscienza, diritti e libertà, a est le culture religiose celavano il segreto dell’individualità cullandosi nella contemplazione del cosmo, nelle discipline custodi di potenze interagenti, complementari, negli equilibri con la natura, nel potere del silenzio e della meditazione. Non solo, oggi possiamo vedere come i governi più autoritari, forgiati da decenni di ideologie comuniste indubbiamente avverse all’individualità, possono contare su popolazioni educate al culto della collettività, la quale può anche schiacciare l’individuo e calpestarne certi diritti. Una volontà paternalistica decide tutto dall’alto, chiedendo obbedienza assoluta.

Dove non ci sono governi autoritari troviamo comunque democrazie compatte sul concetto di comunità, abituate dalla religione, come il confucianesimo, all’importanza della disciplina e della collettività. Chiaramente ci sono effetti collaterali anche qui: il potere dell’individuo di erigersi sopra gli altri si scontra su un soffitto neanche troppo di cristallo. Il limite è posto, in un caso, dal timore di leggi pericolose per la libertà e l’incolumità degli individui (come in Cina), nell’altro dallo stigma sociale che riceve chi si discosta dai modelli culturali imperanti – come in Giappone, dove la tutela dei diritti umani incontra ancora difficoltà in ambito di parità di genere, minoranza etniche, omosessualità e non solo.

Le religioni orientali offrono spunti di armonia preziosa per entrambi i mondi: lo Yin e lo Yang del buddismo, ad esempio, ci ricordano che maschile e femminile sono potenze interagenti, ma anche che l’apollineo non può celare il dionisiaco (il suo antagonista) troppo a lungo, poiché esso contiene le forze dirompenti della terra, la sua pretesa assoluta di dare la vita e poi riprendersela: l’eterno limite all’individualità tanto bramata da noi occidentali, insomma.
I diritti dell’individualità rimangono sacri, ma in un momento storico come questo, qui a ovest manca drammaticamente un senso di comunità e il culto sfrenato dell’individualismo non ci è di aiuto ora a tutelare il benessere collettivo.

 

Pamela Boldrin
NOTE:
1- Cfr. F. Rampini, Oriente e Occidente. Massa e individuo. Einaudi, 2020.
2- Cfr. F. Nietzsche, La nascita della tragedia, opera del 1872.

(Immagine di copertina proveniente da Pixabay)

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8 brevissime lezioni di etica dalle formiche, maestre di cooperazione

Dopo aver esplorato il mondo delle piante e la dimensione etica che noi umani possiamo attingere da esse (link), sono andata a curiosare un po’ nel mondo meraviglioso mondo delle formiche1. Questi minuscoli insetti, di cui tendiamo ad accorgerci solo quando osano camminarci per casa, sono straordinariamente interessanti. La loro capacità di auto-organizzarsi senza schemi verticistici è qualcosa che ancora tentiamo di comprendere per poter, possibilmente, emulare. In realtà, lo studio degli insetti sociali è già fonte di ispirazione per attività di ricerca in vari ambiti, come ad esempio la robotica e le discipline che si avvalgono dello studio di algoritmi e network. Ma la cosa più straordinaria è che gli insetti sociali sono un magnifico esempio di sistema complesso. La magia dei sistemi complessi risiede nel fatto che essi si formano dall’interazione di parti, il cui risultato finale è l’emergere di proprietà nuove e globali, tra queste anche i due fenomeni più straordinari dell’universo: la vita in generale e la coscienza umana.

I sistemi complessi, così come l’etica, prendono forma nella dimensione totalitaria dove gli individui o le parti non sono più soltanto porzioni ma diventano comunità interattiva. La complessa vita sociale degli umani non può prescindere dalla prassi etica, cioè quella dimensione “potenziata” del pensiero che emerge dall’abitare assieme.

Torniamo ora alle formiche e vediamo come possono assurgere per noi a ruolo di maestre. Ecco 8 brevissime lezioni di etica della convivenza sociale:

1. Le formiche si aggregano in colonie e diventano “superorganismi” che si comportano come un tutt’uno. Ogni formica fa del suo meglio affinché il suo contributo miri al benessere della colonia. L’individualismo sfrenato è una prerogativa umana, nonostante una spiccata socialità, tendiamo a dimenticare che il benessere della collettività richiede lo sforzo di tutti.

2. Lo sforzo di tutte le formiche non segue un’imposizione dall’alto, la regina non è una governante che dà ordini, ma una grande madre che dà vita alla colonia.

3. L’autorganizzazione di cui le formiche sono abili protagoniste è per noi qualcosa di inimmaginabile. È un misto di predisposizione e flessibilità, continua attenzione all’ambiente e agli stimoli chimici emessi dalle altre formiche. Riescono addirittura a evitare ingorghi durante i loro flussi di approvvigionamento. Scelgono collettivamente dove spostare la sede della colonia, come costruire efficienti dimore e possono anche sacrificarsi per difendere il nido e la regina con la prole.
Noi dobbiamo eleggere dei rappresentanti per le decisioni collettive, è impensabile che tutti prendano parola ogni volta, avremmo il caos.

4. Le operaie più anziane proteggono le più giovani evitando loro i compiti che prevedono l’allontanamento dalla colonia, come difesa e approvvigionamento di cibo. Nei casi in cui occorre allestire un riparo di fortuna, le formiche possono diventare un nido vivente, allacciandosi tra di loro e dando vita a una conformazione ben salda. Possiedono anche uno stomaco sociale, dal quale far fuoriuscire un po’ di cibo per le compagne.
Nelle società umane moderne il senso del sacrificio per la collettività è qualcosa che forse abbiamo già perso.

5. Molte formiche intrattengono relazioni di mutuo aiuto con altre specie, come funghi, batteri e altri insetti. Spesso ne deriva un profitto per tutti.
Noi umani invece, tendiamo a relazioni opportunistiche e consumistiche con le altre specie animali e in generale, con l’ecosistema.

6. Come per tutti gli animali che vivono liberi, l’infezione è tra le principali cause di morte. Le formiche, però, hanno imparato a evitare compagne infette e cibo contaminato e ad autoescludersi per contenere il contagio. Inoltre, si avvalgono di buone abitudini igieniche, come la pulizia del nido, di loro stesse e delle compagne e possono coadiuvare queste azioni con sostanze chimiche disinfettanti.
Noi umani, invece, nonostante abbiamo inventato la scienza medica, siamo ridotti che in tempi di pandemia abbiamo i negazionisti e movimenti “no mask”.

7. Anche le formiche apprezzano l’immunità di gregge e hanno in qualche modo imparato a esporsi solo parzialmente a compagne infette, soprattutto attraverso le operazioni di pulizia, per acquisire piccole dosi di agente patogeno e poterlo sconfiggere.
Tra gli umani, invece, parecchi mostrano ostilità ai vaccini.

8. Parità di genere? Non proprio, perché le femmine di formica all’interno della colonia fanno tutto, ma proprio tutto, dalla cura della prole alle soldatesse, giacché i formicai sono società matriarcali. Sarebbe ora che anche in tutte le società umane le donne potessero liberamente scegliere di cosa occuparsi, contribuendo, accanto agli uomini, attivamente alle scelte per il benessere della nostra grande colonia.

La lezione delle formiche, piccole creature solidali e laboriose, ci invita a guardare ai magnifici esempi della complessità che possiamo scoprire anche solo allungando lo sguardo verso i nostri piedi, negli angolini delle nostre case e nei pertugi dei nostri giardini.

A volte, per iniziare a fare filosofia, basta veramente poco!

 

Pamela Boldrin

 

NOTE:
1. D. A. Grasso, Il formicaio intelligente, Zanichelli, 2018.

[Photo credit Pixabay]

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Velia-Elea: invito a casa di Parmenide

Se pensate che la filosofia sia qualcosa di lontano e oscuro, sappiate che anche Parmenide, uno dei padri della filosofia, è per noi qualcosa di remoto e offuscato, nel tempo e nelle fonti. Eppure, se vogliamo accostare un po’ di luce a questo brillante e poliedrico uomo del passato, possiamo conoscerlo meglio cercandolo tra i resti della sua città, oggi in Campania, nell’importante ma poco conosciuto sito archeologico di Velia-Elea.

Elea era il nome che i Focei, popolo greco emigrato dalle coste della Turchia, aveva dato alla colonia da loro fondata attorno al 542 a.C., dopo aver accolto la profezia-guida della Pizia di Delfi, secondo l’usanza dei marinai-colonizzatori. Velia fu, invece, il nome scelto dai Romani, che conquistarono e abitarono questo sito successivamente.

Atene fu centro culturale anche per la Magna Grecia negli anni dello splendore della storia greca, ma le sue colonie non furono da meno per verve intellettuale, anzi, certamente ispirarono la fioritura culturale e politica della capitale. Le nostre coste, in particolare, hanno ospitato meravigliosi esempi di civiltà greca, soprattutto tra Sicilia, Campania e Calabria. Elea era tra questi e ha accolto grandi pensatori come Senofane, Parmenide e Zenone.

Parmenide, il più noto, nacque all’inizio del VI sec. a.C. e fu, presso Elea, legislatore, filosofo e governante. In quanto filosofo, si mise in atteggiamento critico verso la scuola dei pensatori ionici, cosiddetti “naturalisti” e teorizzò l’unicità dell’essere nonché la priorità della ragione come mezzo di conoscenza privilegiato per la ricerca della verità.

Nel suo celebre poema Sulla natura Parmenide ci consegna in forma poetica quanto rimane del suo grandioso pensiero, qualcosa di innovativo che ha segnato tutta la filosofia a venire. I suoi versi sono sempre stati intesi in senso allegorico, ma recenti interpretazioni identificano alcuni passaggi fortemente allusivi ad elementi del contesto urbano di Elea. Ad esempio, la via e la porta raccontante nel poema sarebbero elementi architettonici che trovano tuttora senso tra i resti di Elea. Furono Bruno Gentili e Antonio Capizzi1 a intuire che Parmenide descriveva un viaggio reale.

Con un lavoro di immaginazione, dobbiamo provare rievocare questo grande personaggio, definito come «venerando e terribile allo stesso tempo»2, intento a gettare, a sua insaputa, le basi del pensiero occidentale, parlando ai suoi concittadini nient’affatto in termini astratti, ma attraverso le metafore dell’ambiente a loro più noto: la città. Parmenide inventa un modo per invitare i suoi concittadini a camminare nella strada della ragione grazie ad argomentazioni che si ergono come strutture sopra le metafore degli elementi architettonici che li circondano. Scopriamo così in Parmenide un filosofo al governo che scrive in poesia per il suo popolo, aiutandolo a costruire simboli a partire dagli oggetti comuni della città, la polis come vero spazio pubblico, simbolicamente manipolato per educare alla corretta ricerca della verità, diffidando delle impressioni e dal dominio che spesso le sensazioni provano a imporre alla ragione.

Verrebbe un po’ da pensare che le visioni più futuristiche e avanzate dell’umanità appartengano irrimediabilmente al passato.

L’impresa elogiata nei versi parmenidei può essere interpretata come il viaggio verso la riunificazione dei quartieri di Elea, troppo fragili se isolati, suggellata dalla Dea e invitata alla resistenza contro le pressioni dei nemici Lucani da un lato e Siracusani dall’altro. La vicina Paestum cadde nel dominio dei Lucani, ma Elea sopravvisse grazie alla compattezza politica dei cittadini, guidati da leggi buone e da un leader saggio. La sapiente legislazione dettata da Parmenide instillò ai cittadini una forza in grado di contrastare gli invasori nonostante l’inferiorità numerica.

La scuola filosofica eleatica, grazie al contributo di Parmenide, crebbe e si affiancò all’altra scuola vicina, quella pitagorica (con sede a Crotone), gettando assieme ai pensatori della scuola ionica, quelle importanti e decisive speculazioni che dettarono le condizioni di tutto l’impianto filosofico e scientifico dell’Occidente.

In tutto ciò Parmenide è ancora a un passo da noi, ad Elea, tra le rovine di quella grandiosa città che seppe fare dell’unione la forza che arrestò gli invasori. Tra quei resti archeologici, grazie anche ai racconti delle guide, è possibile far rivivere il ricordo e l’esempio, sempre calzante, di un uomo che ha fatto della filosofia una pratica di vita personale, ma soprattutto, collettiva di un’intera città.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE:
1. Come ben narra F. Castiello in Guida di Elea secondo Parmenide, Edizioni dell’Ippogrifo, 2014.
2. Così definito da Platone nel Teeteto, per bocca di Socrate.

[Photo credits Pamela Boldrin]

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L’evoluzione tra filosofia e scienza. Intervista a Telmo Pievani

L’intervista al noto divulgatore e filosofo della scienza Telmo Pievani è pubblicata in parte all’interno della nostra rivista La chiave di Sophia #13 – Il senso del tempo. In questa parte del dialogo la nostra autrice, Pamela Boldrin, interroga il filosofo in materia di evoluzione e sul rapporto tra filosofia e scienza. Non possiamo che ringraziare il professore per questo interessante scambio di idee.

 

Un altro insegnamento straordinario proveniente dal libro del tempo dell’evoluzione è quello delle continue ondate migratorie che, a partire dall’Africa, hanno portato le varie specie di homo in tutto il pianeta, guadagnandosi il record sul resto del mondo animale come specie più migrante. Il DNA umano può diventare una finestra sul tempo passato, cosa può raccontarci di questa propensione migratoria che ancora oggi caratterizza l’umanità?

Questo è uno degli aspetti forse più nuovi che emergono dal dibattito evoluzionistico ed è legato proprio a quello che dicevo prima, quindi alla scoperta di tante forme umane diverse. Abbiamo scoperto che il cespuglio dell’evoluzione umana era molto più ramificato e più ricco di quanto non pensassimo. Da qualche tempo abbiamo capito anche il perché, ed è proprio legato alle migrazioni: il motivo fondamentale per cui ci sono state così tante specie umane è che un adattamento fondamentale dell’essere umani è lo spostarsi, il migrare. Questo lo si capisce facilmente perché noi deriviamo da una evoluzione in ambienti instabili con una ecologia che cambiava (cambiamenti climatici e così via), quindi è chiaro che il migrare ti rende più flessibile perché ti puoi spostare e quindi inseguire gli habitat e le risorse che ti sono più congeniali, in modo peraltro spontaneo, perché non è stato un processo intenzionale. Sono due milioni di anni che ci spostiamo in tutto il mondo; ciò ha riguardato altre specie umane prima di noi perché ciò di cui ci siamo accorti recentemente è che noi homo sapiens siamo solo l’ultimo migrante, nel senso che noi a partire da 120-130.000 anni fa abbiamo cominciato (pure noi) a uscire dall’Africa (altro elemento suggestivo è che tutte queste migrazioni sono partite dall’Africa, che quindi è stata la culla di tutte queste espansioni) e con molto più successo e rapidità dei nostri predecessori abbiamo colonizzato tutte le terre emerse, tranne l’Antartide, sostanzialmente. Uscendo dall’Africa abbiamo trovato tutti i discendenti di quelli che erano usciti le volte precedenti ed è questo che ci ha colpiti, perché ci si è accorti che homo sapiens ha dovuto convivere con altri uomini incontrati nelle sue espansioni. Molti punti di domanda oggi riguardano proprio questo, ovvero: che cosa è successo quando noi sapiens abbiamo incontrato altri umani? Li abbiamo estinti noi? Ci siamo accoppiati con loro? Tutte domande alle quali oggi si cerca di rispondere, ma la scoperta di fondo è che non eravamo soli. Questo ci riporta un po’ ai discorsi di prima: la purezza, un po’ come il progresso, è uno di quei temi ideologici forti che spesso in biologia trapelano. Homo sapiens, invece, è impuro da sempre e dal punto di vista genetico il nostro DNA è una specie di arlecchino dato dall’incontro con altri umani. Si conferma ancora una volta che in biologia più sei puro e più sei debole, mentre la diversità è una ricchezza.

 

Ad un certo punto della nostra linea del tempo dunque, attorno ai 45.000-38.000 anni fa, troviamo dei reperti di homo sapiens che ci suggeriscono degli elementi di svolta rispetto alle altre specie umane con le quali aveva convissuto, dei quali non abbiamo più notizie a partire da quell’epoca. Siamo rimasti soli e non sappiamo perché. Quali congetture prendono forma da questo grande mistero?

Due sono le cose molto importanti da sottolineare. Una è che è caduto un altro dogma scientifico che valeva fino a qualche anno fa e che era scritto su tutti i manuali, ovvero che homo sapiens fosse l’unica specie ad aver sviluppato l’intelligenza simbolica, dunque non solo nuove abilità di caccia ma anche l’arte rupestre, gli strumenti musicali, oggetti simbolici, sepolture rituali… si era sempre detto che solo noi avevamo fatto questo, perché siamo speciali. Oggi si scopre che anche il Neanderthal era capace di questo, in mezzo a tutta una serie di altre specie umane di cui non abbiamo dati. In altre parole, è caduto un altro elemento del cosiddetto eccezionalismo umano. Noi siamo diversi da tutti gli altri umani oltre che da tutti gli animali ma non c’è nessun elemento di specialità o eccezionalità, e questo ci permette di capire ancora meglio la nostra diversità, ovvero che probabilmente homo sapiens era il più ambivalente di tutti. Ciò significa, da un lato, capace di creazioni artistiche straordinarie, non riscontrate in altre specie umane e oltretutto sistematiche  a partire da 45.000 anni fa; grande creatività quindi, non c’è alcun dubbio. Allo stesso tempo, dall’altro lato, è capace di grande invasività, grande prepotenza: quando arriviamo noi, in qualsiasi punto del globo, dopo un po’ gli altri umani spariscono; vediamo scene di caccia, cooperazione, capacità di sfruttare le risorse in modo nuovo e molto più invasivo; e poi, se lasciamo passare ancora qualche migliaio di anni ancora, homo sapiens arriva in Australia e nelle Americhe e si estinguono decine, centinaia di specie e di grandi mammiferi. Si vede dunque in azione una specie capace di grande cooperazione, con doti creative, belle e positive, ma anche di invasività, prepotenza, sfruttamento. Infondo quell’ambivalenza è ancora qui, sotto i nostri occhi, perché ancora oggi siamo capaci delle cose più meravigliose dal punto di vista dell’ingegno ma abbiamo completamente perso un senso di equilibrio con la natura. Da qui la crisi ambientale di cui soffriamo adesso ma di cui soffriranno soprattutto gli homo sapiens di due o tre generazioni successive alla nostra. Oggi emerge proprio che la nostra espansività, in senso anche buono perché ci ha dato grandi possibilità di progresso e benessere, sta mostrando la corda, nel senso che i limiti sono evidenti,  in termini di riscaldamento climatico, per non parlare delle stesse pandemie.

 

Entrando nel dettaglio del tempo dell’evoluzione umana, l’immagine della scimmia curva che diventa gradualmente un umano – tra l’altro sempre un maschio bianco – è un’immagine sempre in voga ma scientificamente fuorviante e nemmeno tanto corretta eticamente. Ci racconta perché?

Questo è uno di quegli esempi in cui noi sovrapponiamo filosoficamente a una spiegazione scientifica a delle categorie che sono molto radicate nella nostra mente. È stato dimostrato da tanti studi che noi abbiamo una mente che cerca di dare un senso a posteriori a quello che è successo, di renderlo lineare, e abbiamo una forte tentazione, molto consolatoria, a pensare che noi, che siamo adesso qui, ci voltiamo indietro e ricostruiamo un passato che guarda caso  giustifica il presente, cioè giustifica noi, la necessità della nostra presenza qui. Questa è un’operazione ideologica nel vero e proprio senso del termine, perché è una ideologia, contraddice il dettato della spiegazione scientifica evolutiva che invece dice qualcosa di molto diverso, ovvero che noi eravamo una delle tante possibilità di questo processo, non l’unica. Quell’immagine dello scimmione che diventa umana, poi, è sbagliata anche per un’altra ragione importante, perché dà l’impressione che l’evoluzione sia una sorta di catena con tanti anelli, come se ci sia stato un unico grande percorso lineare in cui le varie specie sono degli anelli, alcuni dei quali sono ancora mancanti. Questo è sbagliato perché l’evoluzione non è una scala, una catena di anelli appunto, ma un albero, o un cespuglio, quindi una metafora, ancora una volta, di diversificazione. Ciò significa ad esempio che quando c’eravamo noi, e fino a circa 50.000 anni fa, c’erano anche altre specie umane. Questo ancora una volta presenta sul piano filosofico un tema molto importante: pensiamo a quante riflessioni filosofiche si sono basate sull’assunto che noi fossimo gli unici umani e ci fosse un unico modo di essere umani; invece, scoprire che fino a poco tempo fa c’erano altri modi di essere umani diversi dal nostro vuol dire che ci sono stati letteralmente altri universi umani, altre emozioni, modi di pensare e di guardare il mondo, umani come il nostro ma diversi dal nostro. Questo è un grande messaggio di diversità radicale e se noi davvero capissimo che ci sono stati altri modi di essere umani, come i Neanderthal e così via, forse ci riconosceremmo anche più facilmente come homo sapiens, noi come un’unica grande popolazione umana non divisa in razze o etnie o altro, idee che hanno fatto molto male nel corso della storia.

 

Nel suo ruolo di filosofo della scienza è molto attento a evidenziare come la scienza tenda ad agevolare il passaggio dal piano riduzionistico delle sue spiegazioni al piano delle giustificazioni o addirittura delle prescrizioni. Ad esempio, ogni volta che sia possibile spiegare su basi biologiche l’esistenza di comportamenti moralmente sconvenienti tra gli esseri umani, la tendenza è quella di sostenere l’inevitabilità di tali atteggiamenti. Può spiegare perché è filosoficamente scorretto dedurre da leggi di natura dei criteri normativi e, anzi, dobbiamo diffidare da questi utilizzi della scienza?

Questo è un errore che è stato fatto tante volte, ovvero quello di passare da una spiegazione a una giustificazione. Qualche volta la biologia ti permette di contribuire a spiegare un comportamento umano, e allora quasi intuitivamente chi legge quella spiegazione sembra portato a pensare “beh, allora se è naturale è giusto”. L’errore, come già David Hume ci aveva insegnato, sta proprio lì: il passaggio dall’essere al dover essere è un grosso salto a proposito del quale dobbiamo stare molto bene attenti. È chiaro che i comportamenti umani, come quelli di ogni altro essere vivente, hanno anche una componente biologica, ma quella componente non solo non giustifica ma non è neanche sufficiente di per sé perché c’è anche la componente culturale, quella storica e quella individuale, quindi la complessità della spiegazione è di molti ordini di grandezza sopra quello che dipende da un gene e da una caratteristica meramente biologica. Aggiungo che proprio quell’ambivalenza di cui parlavo prima spiega in fondo questa distinzione, perché se tu scopri che il retaggio evolutivo che ti porti dietro dai tuoi antenati è un retaggio di radicale ambivalenza, significa che tu per natura puoi fare allo stesso tempo le cose più belle e le cose più orribili; cioè se il nostro retaggio è così ambivalente significa che poi il fatto di scegliere un comportamento giusto o sbagliato non lo devi imputare a quella data natura, a quella data biologia, ma ad una scelta culturalmente motivata, personalmente motivata, cioè dalla tua storia personale, non dalla natura. Perché la natura ti rende ambivalente, poi la scelta è legata ad altri fattori appunto culturali e individuali. Chiederci dunque se siamo buoni o cattivi per natura è una domanda priva di senso: siamo buoni e cattivi per natura, dobbiamo piuttosto riflettere sulle ragioni che ci fanno comportare in un determinato modo. La natura, di base, ti dà la possibilità di comportarti in un modo e nell’altro.

 

Se per assurdo l’evoluzione incarnasse i panni di una maestra e la filosofia quelli di una discepola, su quali insegnamenti cruciali la prima incalzerebbe la seconda? 

La natura, secondo me, chiederebbe al filosofo o alla filosofa di ripensare un umanesimo più ecologico, meno centrato sulla solitudine e l’eccezionalità umana e più sull’umano come un divenire, che in fondo era già presente agli inizi dell’umanesimo; Pico della Mirandola e molti avevano questa visione dell’umano come un divenire anche contrastato e problematico. Bisogna tornare a quell’umanesimo perché è quello che ti fa capire che dobbiamo ricostruire un’alleanza con la natura, che non c’è più nessuna contraddizione che abbia senso tra antropocentrismo ed ecocentrismo. Nelle vesti di discepola, penso che la filosofia debba ascoltare di più la natura perché secondo me, ancora oggi, ci sono tante tendenze filosofiche e, appunto, la complessità è un esempio virtuoso da questo punto di vista, che ha saputo dialogare con la scienza. Altre tendenze, invece, vedono ancora un po’ con sospetto la scienza, la confondono con lo scientismo o con la dimensione tecnica. Questo è un peccato perché, invece, la scienza è piena di spunti filosofici ma soprattutto ha bisogno di filosofia, non la si può lasciar andare per conto suo. Bisogna che quelle due comunità si parlino molto di più, anche perché la loro radice è comune.

 

Pamela Boldrin

 

[Fotografia fornita dall’autore]

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Soci o rivali? Il mutuo appoggio di Kropotkin

Nella narrazione collettiva della storia umana ha sempre riscosso molto successo la storia che esalta il lato competitivo dell’esistenza. Conflitto e competizione sarebbero, in quest’ottica, il motore della sopravvivenza, dal mondo animale fino a noi. La famosa tesi hobbesiana del homo homini lupus è stata successivamente potenziata dalle derive darwiniste che hanno enfatizzato il concetto della sopravvivenza del più adatto facendone una regola sociale per interpretare e plasmare il mondo. A parte il fatto che non era questa l’intenzione di Darwin, la fissazione di avvalorare in ogni aspetto della vita umana la sopravvivenza del più forte non ha convinto proprio tutti.

Tra i contestatori di questa visione troviamo anche Pëtr Kropotkin, che fu, nell’ordine, giovane principe russo alla corte dello zar Alessandro II, soldato in Siberia, scienziato naturalista, teorico dell’anarchia, carcerato a San Pietroburgo, rivoluzionario in fuga e intellettuale noto in tutta Europa. Una delle sue opere fondamentali è Il mutuo appoggio. Un fattore dell’evoluzione, del 1902 e appena ripubblicata da Elèuthera.
Kropotkin affermava che competizione e solidarietà sono aspetti innegabili dell’evoluzione, animale e umana, ma che troppa enfasi è stata data alla prima a discapito della seconda. Questo non fa che esaltare la spinta di autoaffermazione che ogni individuo possiede, assecondando e legittimando orizzonti che portano a sovvertire l’equilibrio tra umani e verso le altre specie viventi, a discapito della convivenza armoniosa di tutte le differenze. La storia del predominio del più forte agevola gli interessi di chi propende per la supremazia dei pochi sui molti e legittima il potere centralizzato a discapito della libera organizzazione tra individui. Più in generale, in una prospettiva storica, questa idea ha dato e dà ancora credito e autorità a chi persegue il dominio dei più forti sui più deboli, siano essi, di volta in volta, donne, poveri, neri, omosessuali, animali o qualunque forma di diversità si ponga al cospetto dell’ambizione subordinante del momento.
Lo stesso Kropotkin constatava come si fosse completamente perso di vista il fattore del mutuo appoggio e come ci fosse urgente bisogno di mostrare il valore che esso aveva sempre avuto in natura e nelle società umane. Possiamo dire, a distanza di 118 anni da quella pubblicazione, che le idee che esaltano competitività, autoaffermazione e dominio siano passate di moda? Se la risposta è negativa, dovremmo abbracciare la tesi di questo libro e scoprire tra le sue pagine le interessanti analisi che, attraverso lo sguardo scientifico di un versatile intellettuale come Kropotkin, emergono dalle osservazioni e dagli studi sul campo. Persino in Siberia, dove la natura dà sfoggio di tutta la sua ostilità, animali e umani si stringono in comunità cooperanti. Il libro abbonda di esempi, dal mondo animale alle prime comunità umane della preistoria, dalle gilde medievali con le prime corporazioni all’associazionismo spontaneo dei bambini che giocano in strada, ogni occasione è buona per contrastare l’asprezza che la vita riserva a tutti i viventi con la resistenza dell’unione che fa la forza. L’idea di Kropotkin era che è proprio la capacità di unirsi e cooperare che distingue le specie più evolute, non la loro tendenza a opporsi e competere individualisticamente.

L’intento di consolidare l’idea filosofica del mutuo appoggio tra i viventi ha portato successivamente molti altri autori a perlustrare, soprattutto attraverso lo sguardo scientifico, il mondo della natura e delle relazioni umane. Oggi, ad esempio, sappiamo che anche le piante cooperano fittamente tra di loro e con altre specie animali per garantire il successo della loro sopravvivenza. Abbiamo anche scoperto che le strategie di gruppo sono fondamentali per la vita di alcuni animali che solo se presi collettivamente dimostrano una complessità sorprendente, come accade nelle api e nelle formiche, ad esempio. Inoltre, grazie al contributo delle neuroscienze, sappiamo anche che il nostro cervello possiede in modo innato i circuiti su cui, attraverso l’esperienza, costruisce l’empatia con altri esseri viventi. I neuroni specchio si attivano in modo di farci entrare in risonanza con chi ci sta di fronte e l’empatia è certamente un requisito fondamentale per costruire reti solidali di mutuo aiuto.

Siamo dunque una specie competitiva ma solidale, con tendenze spiccate e innegabili all’autoaffermazione a discapito di altri ma che probabilmente non si sarebbe evoluta in homo sapiens se non avessimo puntato sulla cooperazione materiale e intellettiva. La condivisione attraverso il mutuo appoggio è il motore dell’evoluzione e forse oggi, a fronte del continuo rischio di disgregazione tra umani e di sconnessione con l’ambiente che ci ospita, abbiamo ancora un immenso bisogno di ribadire questa modalità di narrazione collettiva della vita, umana e non.

 

Pamela Boldrin

 

[Photo credit Toa Heftiba su unsplash.com]

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Medicina e filosofia nella cura del corpo: intervista a Maria Teresa Russo

La bioetica è una delle applicazioni pratiche della filosofia più note. Il corpo e la sua salute e dignità sono al centro di questa disciplina al fine di evitare, nella pratica medica, la visione del corpo come di un mero oggetto. Ne abbiamo parlato con Maria Teresa Russo, professore associato di Filosofia Morale e Bioetica presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre. Dirige la rivista MEDIC. Metodologia didattica e innovazione clinica, che si propone come uno spazio di dialogo tra scienze umane, tecnica e scienze biomediche. La prima parte dell’intervista si trova pubblicata nella nostra rivista La chiave di Sophia #12 – Sentieri del corpo.

 

Platone ha inaugurato l’idea del corpo come luogo delle dicotomie. Forse voleva semplicemente dare voce all’antitesi che la dimensione della materia corporea, per sua natura finita, crea quando si confronta con l’anima, o comunque si voglia denotare quell’altra dimensione, immateriale e protesa verso l’infinito, insofferente ai dettami della materialità. Attraverso più di due millenni di rimaneggiamenti, ci scopriamo ancora oggi intenti a gestire la pesante eredità lasciataci da Platone. A suo parere a che punto ci troviamo?

Non parlerei di “pesante eredità” in riferimento al pensiero platonico, al quale va il merito di aver tematizzato la grandezza della psyché, dell’anima, la dimensione immateriale e quindi immortale dell’uomo, che gli consente di pensare le Idee eterne e che richiede una cura ben più attenta di quella rivolta alle cose materiali. Certamente il dualismo platonico, anche per influenza dell’orfismo, ha svalutato il corporeo e lo ha reso una dimensione accidentale dell’uomo; questa posizione avrà poi un lungo seguito nella storia del pensiero. La ritroviamo, con le debite variazioni, nel dualismo cartesiano, ma oggi vedo più diffusa una tendenza materialista che, anche per l’influenza delle neuroscienze, rischia arbitrariamente di ridurre le operazioni dell’anima a meccanismi cerebrali, come il fisicalismo dell’homme neuronal di Changeux. Francis Crick pretendeva addirittura di aver individuato la sede cerebrale del libero arbitrio “nel solco cingolato anteriore, accanto all’area 24 di Brodmann, in area corticale frontale, o comunque nelle sue vicinanze”! 

 

Ci sono, secondo lei, importanti differenze tra Occidente e Oriente nel decorso che ha avuto la storia della dicotomia corpo-mente e corpo-mondo?

L’espressione “corpo-mente” è squisitamente moderna e ha la sua origine soprattutto a partire dall’ambito anglosassone. Fino alla modernità si parlava della coppia corpo-anima o corpo-spirito, espressione quest’ultima che comunque si conserva anche in filosofi contemporanei, come Bergson, visto che il sottotitolo di Matière et Mémoire (opera del 1896) è Essai sur la relation du corps à l’esprit. Mind o mente segna lo slittamento dall’orizzonte metafisico a quello gnoseologico: non è neppure la res cogitans cartesiana, perché non è una res, ma l’insieme delle sue funzioni. Detto questo, la differenza radicale è tra civiltà permeate dal pensiero ebraico-cristiano e civiltà dove questo è rimasto marginale o del tutto assente. Nelle prime troviamo la valorizzazione del corporeo e di tutto ciò che vi si riferisce. La teologia della creazione con la nozione dell’uomo come “immagine di Dio”, ma soprattutto la religione dell’Incarnazione, hanno apportato una novità rivoluzionaria in merito al valore del corpo. Ne è un esempio il dogma della resurrezione, in corpo e anima, che tanto scandalizzò gli Ateniesi quando Paolo di Tarso parlò all’Areopago. Pensiamo all’importanza del secondo concilio di Nicea, del 787, che pose fine alla lotta iconoclasta, decretando che si poteva rappresentare Dio in immagini, visto che si era reso visibile in un corpo.

 

Il prof. Umberto Galimberti sostiene che la medicina, che nasce come scienza dei cadaveri, necessita di oggettivare, sezionare, ridurre e astrarre per focalizzarsi sulla condizione degli organi malati, perdendo, per forza di cose, il malato come intero e come persona sofferente. Secondo lei è qualcosa di inevitabile o la cultura medica potrebbe essere differente?

Si tratta della nota tesi espressa da Foucault in Nascita della clinica (1963), secondo cui la medicina si caratterizza per la considerazione della vita a partire dalla morte, dato che i suoi progressi si devono allo sviluppo dell’anatomia, ossia alla dissezione e studio dei cadaveri. Visto che in tempi recenti si è rimproverato allo scomparso filosofo francese un uso fin troppo disinvolto delle fonti, forse si potrebbe avanzare qualche riserva a questa tesi, anche riflettendo sul fatto che il grande balzo in avanti della medicina è soprattutto merito della biologia, scienza dei viventi, per l’appunto. Ad ogni modo, è innegabile il rischio che la medicina da arte della cura si possa trasformare in tecnica delle cure, considerate in ottica “tayloristica”, ossia da catena di montaggio. Oggi però assistiamo a un grande movimento di reazione a questa tendenza, che propone un’umanizzazione della medicina, anche attraverso l’introduzione della narrativa nella relazione terapeutica e delle Medical Humanities nella preparazione del personale sanitario.

 

Oggi la tecnica applicata alla medicina è diventata occasione di ulteriori conflitti tra corpi e idee. Le ragioni di un desiderio che si strugge per cessare la vita in un corpo che non funziona più, o piuttosto per procrastinarne la vita, oppure la presenza pressioni al potenziamento indefinito della longevità (dei più abbienti) o alla manipolazione delle caratteristiche dei nascituri, sono tra gli argomenti più scottanti che la bioetica si trova a trattare. A suo parere, la bioetica riceve da parte delle istituzioni e della società l’attenzione che merita o dobbiamo promuovere maggiore considerazione riguardo le sue pratiche?

Nata per rispondere a un problema, la bioetica sembra essere divenuta essa stessa un problema, fonte più di conflitti che di pacificazioni, perché risente dell’eclissi di un éthos condiviso. Quindi la figura del bioeticista si vede assegnati alternativamente due ruoli: il primo, negativo e censorio, di chi intende “mettere paletti” all’avanzata della scienza, un ruolo di guastafeste del progresso che non può senz’altro attirargli delle simpatie. Il secondo è quello giustificazionista, di chi elargisce assoluzioni e distribuisce lasciapassare alle nuove frontiere della scienza, attirandosi il consenso dei più. Si sente quindi la necessità di una metabioetica, ossia di una riflessione critica della bioetica su sé stessa. Non può costituirsi come una disciplina di “pronto intervento”, che si convoca a cose fatte, per correggere o approvare. Deve invece precedere e accompagnare la ricerca scientifica, proporsi come un’etica del ricercatore o del medico, piuttosto che come un giudizio critico sulla frontiera già raggiunta o sul prodotto della ricerca. Il suo compito è fornire un orientamento perché la scienza biomedica si diriga sempre verso la costruzione di un mondo più umano. Ma per farlo ha bisogno di mantenere vivo l’interrogativo sull’uomo e sulla dignità della sua vita: si è umani dal concepimento alla morte, senza se e senza ma.

 

Pamela Boldrin

 

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Pensare globale al tempo del Covid-19

La globalizzazione è un’impresa difficile e più si allargano le maglie che annettono tra loro i popoli del pianeta, più diventa arduo mantenere connessioni efficaci e sentirsi veramente parte di un unico sistema. La percezione di appartenenza a un’unica collettività di esseri umani connessi con il pianeta sarebbe di grande aiuto per gestire tutte le questioni urgenti del mondo, tra le quali spicca attualmente quella della gestione del COVID-19. Il potere di un virus contagioso come quello in corso è anche di illustrare bene la relazione tra la parte e il tutto, relazione che noi siamo piuttosto incapaci di vedere. Il virus è la più piccola espressione di materia quasi vivente; “quasi” perché per replicarsi necessita di organismi ospitanti, ciascuno dei quali fa da volano per la sua diffusione globale. Allora occorre che anche noi, piccoli umani, se presi singolarmente di fronte al sistema, diventiamo un grande organismo imparando a pensare in modo globale. Cosa significa? Come ci insegna Edgar Morin in tutta la sua opera magna, significa pensare la complessità che lega la parte al tutto. In questo frangente, significa anche evidenziare l’assurdità del motto populista “prima noi” (e anche del “come diciamo noi”), perché il virus attualmente al galoppo su tutta la popolazione mondiale può solo trarre giovamento dalla nostra disunità, che purtroppo è stata ancora una volta sostenuta dai vari governi di fronte all’emergenza. I problemi veri e gravi, siano essi virus o il surriscaldamento globale, toccano tutti. Proprio in questa luce è importante che cittadini e governi pensino globalmente. In termini fattuali, pensare globale significa innanzitutto condividere risorse e strategie per combattere il nemico comune, sia un virus pandemico o il cambiamento climatico. Tra le risorse ci sono ricerca scientifica e comunicazione delle condotte efficaci. Se tutti convergiamo gli sforzi di conoscenza e gestione del problema, la soluzione arriverà prima e sarà conseguentemente condiviso anche il beneficio.

La Cina ha dimostrato, con la sua iniziale politica di occultamento del problema dell’epidemia, che la democrazia liberale che essa non permette è invece fondamentale per non rischiare di occultare la verità scientifica, medica in questo caso, e gli allarmi a essa collegata. La libertà di espressione, d’altro canto, deve accompagnarsi a un’etica della comunicazione, invece da noi piuttosto carente. Infatti, se le fake news ci contaminano ormai da un po’, questo frangente storico ci sta dando prova di una diffusione inaccettabile e dannosa di disinformazione. Per gestire la differenza tra vero e falso dobbiamo tutti orientarci umilmente alla conoscenza come sforzo quotidiano di connessione e selezione dei fatti che la realtà ci offre. Saper pensare globalmente, inoltre, significa prendere atto che lo sforzo di imparare non termina mai, ma questo aiuta a non cadere vittime del contagio dei creduloni, o almeno a esercitare un sano scetticismo. Ad aggravare la nostra capacità di comprendere e agire in un’ottica condivisa si aggiunge l’eccessiva velocità con cui produciamo dati e il rischio di errori e fraintendimenti ad essa collegata. Pensieri complessi aiutano anche a dominare le passioni che negativamente scompigliano il nostro agire, come queste settimane di diffusa paura ci dimostrano. Fuggire in massa dalle città del Nord Italia per il terrore del contagio ha soltanto giovato alla diffusione del virus, complice della sempre più efficiente capacità umana di spostarsi. Le epidemie viaggiavano anche quando il mondo non era globalizzato come ora, lo facevano soltanto più lentamente. Si ricordi che l’influenza spagnola fece più vittime delle due guerre mondiali e anche la peste nera nel Medioevo falciò parecchi milioni di persone, ignare del perché morivano.

L’aver condiviso la conoscenza delle modalità del contagio è stato fondamentale nell’approccio alla complessità del problema. Oggi noi possiamo isolarci temporaneamente come singoli, restando uniti come pensatori globali. Non ci resta che l’attesa speranzosa che gli scienziati rendano tempestivamente fruibili cure e vaccino per tutta l’umanità e che i governi provino a coordinarsi a livello internazionale affinché le decisioni siano costruttive per tutti, nella fiducia reciproca. Se risolveremo l’emergenza del virus attraverso politiche di condivisione del sapere e approccio complesso alla gestione dei problemi globali, scopriremo forse di avere sviluppato gli anticorpi per affrontare globalmente molte delle tremende questioni che affliggono il pianeta. Non da ultimo, in un panorama internazionale in cui i paesi economicamente più potenti sono carenti o di liberalismo o di leadership filantropica, potremmo anche scoprire che un piccolo paese come l’Italia può dimostrare, con il suo esempio nella gestione dell’emergenza, di avere i requisiti per dimostrare come la cooperazione e la fiducia siano ingredienti essenziali nelle sfide complesse.

 

Pamela Boldrin

 

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8 brevissime lezioni di etica dalle piante, maestre di sostenibilità

«Andai per i boschi perché desideravo vivere con saggezza» scriveva Henry David Thoreau nel 1854. La natura è certamente maestra di saggezza, ma come possiamo cogliere i suoi insegnamenti noi che frequentiamo così poco i boschi? In questo ci viene in aiuto chi ha studiato a lungo le piante, come uno dei più autorevoli studiosi di neurobiologia vegetale: Stefano Mancuso, direttore del LINV (Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale). Le sue appassionanti opere divulgative sono un’occasione per svelare come le piante possano essere un modello di ispirazione per i principi dell’etica e della bioetica. Infatti, mai come ora abbiamo bisogno di sensibilizzarci alla cura dell’ecosistema “Terra”, la nostra casa, dove tutto è intimamente connesso. Eppure, sentire la Natura come un sistema di interconnessione tra tutte le forme di vita diventa sempre più difficile, se dalla natura viviamo distanti; ripromettendoci di passare più tempo immersi nel verde, possiamo subito iniziare a rimediare con gli strumenti che ci offre la conoscenza.

Cosa possono insegnarci le piante? Ecco otto brevissime lezioni di etica1:

1. Le piante non possono scappare di fronte a una minaccia ma se vogliono sopravvivere devono trovare una soluzione, per questo si sono ingegnate in una varietà di risposte tra le più originali e diversificate. Hanno solo bisogno di tempo, perché la velocità non è il loro forte. Forse anche per questo ci sfuggono le loro strabilianti performance. Noi, invece, fuggiamo facilmente ma, al momento, da questo pianeta non ce ne possiamo andare. Dovremmo sforzarci di essere più originali.

2. Non potendo scappare, le piante hanno fatto della cooperazione il loro successo. Ad esempio, attraverso le radici e i funghi possono inviare nutrimento a piante più piccole, oppure, grazie agli animali, al vento o altri espedienti più bizzarri attuano lo spargimento dei loro semi affidando alla buona sorte il futuro della loro prole. In natura il “mutuo appoggio” (teorizzato da Kropotkin2) è la strategia più diffusa di proliferazione della vita. Anche Darwin aveva visto nella cooperazione il punto focale dell’evoluzione.

3. Le piante consumano pochissimo e producono tantissimo. Ricordiamo che il nostro pianeta sarebbe senza la vita che vediamo se non fosse che pazientemente le piante hanno preso luce e anidride carbonica, loro nutrimento, restituendo al mondo ossigeno prezioso. Noi, invece, prendiamo di tutto restituendo perlopiù montagne di rifiuti.

4. Le piante sfruttano il fatto di essere mangiate: sembrano sacrificarsi ma questo consente, in vari modi, di garantire la sopravvivenza della loro specie. Soltanto gli umani tendono a mettere in crisi questo ciclo, ad esempio: impoverendo la diversità genetica mediante produzione di frutta senza semi; concentrando le coltivazioni in poche culture (mangiamo meno varietà di vegetali, soprattutto cereali, rispetto a tutta la nostra storia passata); cementificando il suolo e attraverso altri diabolici espedienti.

5. Le piante non conoscono le gerarchie, sono le paladine dell’uguaglianza. Primo, perché non hanno un corpo specializzato in organi, ma hanno una struttura modulare. Secondo, non avendo un apparato peculiare decisionale (come per noi è il cervello), realizzano le loro scelte olisticamente, grazie anche a una fitta rete di relazioni con l’ecosistema. I sistemi decisionali decentrati sono più diffusi in natura di quanto pensiamo e, in caso di minaccia, garantiscono più probabilità di successo. Le gerarchie, invece, tendono a produrre effetti dannosi come l’incompetenza e il declino di responsabilità (si pensi alla formula “ho soltanto eseguito gli ordini”, il cui scenario più tremendo è quello emerso durante il processo del nazista Eichmann).

6. Le piante modulano la loro crescita in base alle risorse presenti di volta in volta, mentre noi umani mangiamo anche a scapito di tutto.

7. Le piante sanno aspettare pazientemente il momento buono per farsi vive. Vi siete mai chiesti quanto possono sopravvivere dei semi? Finora, si è riusciti a far germogliare semi vecchi di circa duemila anni!

8. Le piante sono maestre di resilienza, di fronte alle difficoltà dimostrano una forza impensata, mai brutale e prevaricatrice (di cui siamo spesso protagonisti noi). Ne sono testimonianza la rigogliosa vegetazione che, nonostante le radiazioni, invade Cernobyl da quando gli umani sono scappati o gli alberi sopravvissuti a pochi metri dall’impatto della bomba a Hiroshima, onorati dai giapponesi col nome speciale di Hibakujumoku.

Insomma, questi e altri aspetti della vita delle piante ci invitano a considerarle molto di più di quanto facciamo quotidianamente, sia per promuovere la loro presenza, sia per emulare le loro virtù! Appena possibile allora, cerchiamo di allungare lo sguardo esplorando parchi o boschi, quando invece stiamo ricurvi su libri e cellulari, proviamo a sfruttare l’accesso alla conoscenza che essi offrono. Scienza ed etica sono due pianeti della conoscenza che non sempre dialogano in sintonia, ma in questo caso la scienza delle piante ci può fare da guida per ripensare un‘esistenza umana più etica, perché anche noi, come le piante, non possiamo vivere senza Terra.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE:

1. Alcuni dei suoi libri, utilizzati qui, sono: L’incredibile viaggio delle piante, Laterza, 2018; Plant Revolution, Giunti, 2017, La nazione delle piante, Laterza, 2019.
2. L’opera Il mutuo appoggio fattore dell’evoluzione di P.A. Kropotkin, è scaricabile gratuitamente qui.

[Immagine tratta da unsplash.com]

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Creta, Dioniso e la nascita della filosofia

Dioniso è una divinità molto complessa, capace di demolire le difese dell’ego e portare alla condivisione universale. In lui si riversa la pulsione animale e l’anelito al divino, il maschile e il femminile, l’eros carnale e l’ascesi, il turbine delle emozioni più ancestrali e la contemplazione dell’estasi, la discesa negli spazi reconditi e scandalosi dell’anima e la liberazione da essi. Dioniso è simboleggiato nel toro, nel serpente, nel capro o nel satiro, altri suoi simboli sono l’edera, la vite (sarà Bacco per i Romani) e altro ancora, insomma, una molteplicità che ci narra della sua impossibilità a giacere nell’univocità.

Oggi manca un riferimento simbolico così potente nel riunire gli opposti e liberare dall’oppressione del quotidiano. Non ci rimane che interrogarci sulla sua provenienza, per comprendere meglio cosa ci manca.

Nel mondo minoico-miceneo di Creta va ricercata l’origine del suo culto, come scrive anche Giorgio Colli1. Questo ci porta a entrare nel mitico labirinto di Minosse, dove incontriamo anche Arianna e il Minotauro. Il mito che qui si offre potrebbe essere il più antico e fondante della cultura greca, mille anni prima del suo apogeo. In questo misterioso cosmo ebbero origine i caratteri fondanti di quella sapienza che darà poi origine alla filosofia. Nietzsche ha avuto il merito di dissotterrare il dionisiaco e scoperchiare la sua sconvolgente potenza.

Il legame di Dioniso con la filosofia si svela attraverso un racconto tra storia e mito.

Il popolo minoico fu così chiamato dal nome del mitico re di Creta, Minosse, che fece costruire il labirinto per imprigionare il Minotauro, una sorta di alter ego dionisiaco, mostro mezzo uomo e mezzo toro, partorito dalla moglie. Questo mito ci arriva così maneggiato dalla cultura greca e per noi la civiltà minoica non ha voce; quasi cancellata da catastrofi naturali, i suoi resti furono assorbiti dagli invasori, i Micenei.

Il labirinto, riconducibile alla struttura intricatissima dei palazzi minoici, è una figura centrale. Esso simboleggia probabilmente la sfida dell’enigma, il percorso tortuoso e sfiancante della conoscenza, la cui insidia è quella di far smarrire o divorare l’essere umano mentre tenta di emanciparsi dalla sua animalità attratto dall’ammaliante possibilità di elevarsi a dio attraverso il possesso della conoscenza. La tensione dialettica tra le polarità apparentemente inconciliabili della bestialità e della tensione al divino, è il filo, dionisiaco, che conduce alla sapienza.

Chi era il sapiente? «Essere sophos significava essere radicato nell’Assoluto, essere attraversato dall’eternità, ed essere-uno… con l’origine di tutte le cose»2, come nel caso di Eraclito, Empedocle o Pitagora, o tutti gli altri che si collocano prima dello spartiacque: Socrate, l’ultimo sapiente prima che l’impresa della conoscenza si depositasse nella scrittura. La scrittura è percepita come un potenziale inganno perché il sapere è materia viva, dinamica e fluida, si presta al lavoro del confronto, si arricchisce nello scambio umano, con il dialogo e la critica. La filosofia nasce invece come forma letteraria fondata sulla logica raziocinante e rifugge dall’oscurità enigmatica dei sapienti.

La nascita della filosofia si congiunge al declino della sapienza perché se la razionalità tende a essere calcolante e produttrice di ordine, si allontana dal lato oscuro della mente umana, spalancato all’abisso del caos, dove gli opposti convivono e lottano tra di loro. Il sapiente sa sfidare questo abisso e uscirne arricchito, ma esiste una possibilità anche per tutti gli altri. Questa è nel dionisiaco che si offre attraverso pratiche collettive di culti e misteri in cui la condivisione tra adepti consente quella fuga dall’individualità funzionale alla visione liberatoria che il sapiente raggiungeva attraverso percorsi conoscitivi diversi.

Dove la collettività sperimenta rituali di condivisione e fuga dal quotidiano, ma anche quando il singolo abbandona la propria configurazione individuale e temporanea per ricongiungersi al tutto, lì appare il dionisiaco. Di tutto ciò non possiamo che constatare un’enorme assenza, visto il nostro esser consegnati alla logica della ragione senza spazi istituzionali, al di fuori della religione, per coltivare la dimensione più intima, ma collettiva, del nostro io. Questa dimensione è talmente sconvolgente che l’io sparisce, perché in fondo al tunnel c’è l’uno, il tutto, la miscela incendiaria degli opposti. Solo nell’esperienza mistica possiamo ritrovare qualcosa di simile oggi, ma lungi dall’essere un’esperienza collettiva, essa perlopiù rimane qualcosa di individuale.

Alla fine, Dioniso è il filo conduttore di una storia lunghissima, albeggia in civiltà remote e si dissolve nel Cristianesimo, tuttavia non è scomparso nelle trame delle religioni orientali. Egli è sempre pronto a svegliarsi grazie al suo potere: quello di legare tutto assieme e offrirci un momento di liberazione attraverso pratiche che attendono solo di essere cercate e che potrebbero forse lenire la diffusa malinconia della nostra società.

Sull’esempio di Alice nel Paese delle Meraviglie, osate passeggiare sul prato dove nasce la filosofia e poi tuffatevi nella prima cavità per un viaggio nel suo sottosuolo!

 

Pamela Boldrin

 

NOTE:
1. G. Colli, La nascita della filosofia, 1975, p. 25.
2. A. Tonelli, Sulle tracce della sapienza. Per una rifondazione etica della contemporaneità, 2009, p. 33.

[Immagine a cura dell’autrice]

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Una prospettiva etico-filosofica della magia

La magia oggi non riveste alcun ruolo nella cultura. È scaduta a prodotto di nicchia per creduloni e ambito di perizia per ciarlatani. L’unica magia che si salva è quella oggetto di studio dell’antropologia. È di qui che dobbiamo passare se vogliamo interrogarci sull’eventualità che la magia abbia ancora qualcosa da dirci.

L’universo del pensiero magico potrebbe avere un importante messaggio filosofico da darci. Esso ha a che fare con una domanda cruciale: perché la mente umana, fin dalle sue manifestazioni più remote, ha creato un mondo simbolico immenso? Dall’oscuro serbatoio dei pensieri umani in cui germinano sogni di gloria e incubi di dissolvimento si espande un cosmo di proiezioni cariche di inesauribili contenuti. Questo accade almeno da quando alcuni esseri umani hanno iniziato a trasferire i loro pensieri sui dipinti all’interno delle caverne in cui vivevano. Un mondo in cui magia, spiritualità e conoscenza erano solo sfaccettature della stessa impresa: la fabbricazione di senso.

Il pensiero magico ha sempre accompagnato la vita degli umani, ma ad un certo punto non ce l’ha più fatta, non è riuscito a sopravvivere a due fatali eventi: l’Inquisizione e la Rivoluzione scientifica. Il mondo è cambiato molto da allora, per molti aspetti in meglio, ma non per tutti. Ma torniamo all’antropologia.
Dobbiamo a Frazer, agli inizi del ‘900, il primo importante approccio antropologico alla magia. Sebbene laureato in giurisprudenza, Frazer era molto più interessato agli studi sul folclore e sulle culture cosiddette “primitive”. La sua più famosa opera è Il ramo d’oro1, in cui partì dall’idea di confrontare la singolare pratica, secondo un’antica leggenda italica, di sottrarre un ramo dall’albero nel santuario della dea Diana, a Nemi, per poi procedere all’uccisione del sacerdote in carica e prenderne il posto. Da qui continuò allargando l’indagine su pratiche magiche in culture di tutto il mondo.
Il suo lavoro diventò il punto di riferimento, nonché di critica, per molti autori successivi, come Wittgenstein2 , ad esempio, il quale denunciò come l’idea di “selvaggio” e il punto di vista sulla magia fossero permeati di forte etnocentrismo. Fatto sta che sia Frazer, sia Wittgenstein, ma in generale l’antropologia, sentirono il bisogno di esplorare e spiegare la magia perché fondamentalmente, da un bel po’, non siamo più in grado di capirla. Eppure lei era qui, in mezzo a noi, è stata lume della nostra relazione con il mondo fino qualche secolo fa.
Ma che cos’è la magia? Detto con le parole di Guidorizzi, la magia è “un orientamento del pensiero” che si presenta «come visione obliqua e perturbante del mondo, come una possibile risposta al tentativo di indirizzare la realtà affidandone la guida all’Uomo»3.

La magia come guarda al mondo? In questa risposta credo risieda il potenziale valore etico di questa modalità del pensiero. Secondo la magia l’universo è un tessuto la cui fitta trama lega tutti gli elementi, visibili e invisibili. Potremmo dire che la magia vede a priori quei collegamenti che la scienza cerca di discernere man mano, organizzandoli in termini deterministici. Nella magia tutto è connesso e le formule magiche servono a sollecitare l’intercessione di forze occulte per fini pratici umani.

Nella nostra epoca di sapere parcellizzato e fortemente dominato da un approccio riduzionistico, fatichiamo a cogliere la preziosità della complessità che la magia invece dava come presupposto dell’esistenza. È proprio l’incapacità di vedere la complessità che ci porta a infliggere danni ormai irreversibili all’ecosistema, insensibili alle intime connessioni che tengono in vita il nostro pianeta e noi stessi.
Molte analogie e contrapposizioni sono state evidenziate tra magia e scienza. La seconda, lungo tutto il corso della sua emancipazione, si è resa autonoma proprio a partire dalla magia. Il primo a voler depurare un approccio “proto-scientifico” da uno magico fu Ippocrate, il quale affermò che ogni malattia ha una causa naturale e le pratiche di cura basate su esorcismi, ad esempio, sono fuorvianti se non dannose. In questo caso la superstizione, come la chiamiamo noi ora, era il risvolto di una modalità di visione iper-connessa. Il fatto è che se tutto è potenzialmente interconnesso, è possibile che il risultato sia il caos. Vedere lo spirito maligno al posto di un difetto di conduzione nervosa a carico del cervello, come aveva già compreso Ippocrate nel caso dell’epilessia, distoglieva da più concrete possibilità di cura. Questo accade purtroppo ancora oggi, quando persone che professano poteri guaritivi anti-scientifici arrivano a plagiare alcuni malati, con il risultato di allontanarli da possibilità di cura più efficaci. I veri maghi di un tempo – naturalmente esistevano anche gli impostori – non erano affatto dei ciarlatani: la magia era piuttosto una forma di sapere pre-scientifico.

Dunque, è chiaro che la capacità di orientarsi nella realtà deve essere un compromesso tra una visione eccessivamente “iperconnessa” e una totalmente “sconnessa”, cioè riduzionista e anti-complessa.
Un altro grande pensatore che si dedicò all’antropologia fu Ernesto de Martino. Muovendosi da un background filosofico, egli si approcciò allo studio della magia con l’intento di comprenderne lo sfondo esistenziale. Anche lui la confrontò con la scienza, definendo quest’ultima come un sapere che ha gradualmente ritirato la “psichicità” dalla naturalità4.
Tutte le proiezioni che la mente magica vedeva stagliarsi nell’universo, la scienza le ha man mano dissipate, lasciando solo la materia con le sue connessioni causali. Chiarezza al prezzo della perdita di complessità. La magia, per de Martino, è una risposta all’angoscia prodotta dall’incertezza della propria presenza, quotidianamente messa alla prova dal rischio di scomparire.
Insomma, è lo stesso motivo per cui esiste la filosofia.

La magia è la risposta al rischio di non esserci e lo sciamano è il grande esploratore del limite, colui che possiede le virtù per sfidare il rischio, portarsi alle soglie del caos e porsi come ordinatore della labilità.
E noi progrediti occidentali, digiuni di pratiche collettive e sguarniti di visioni di armonia universale, come ci poniamo di fronte alla nostra angoscia di scomparire? La scienza è preziosa, ma non possiede i requisiti per placare la nostra naturale inquietudine. La magia si è estinta, certamente aveva i suoi difetti, ma non la filosofia. È lei che ci può ancora guidare nell’esplorazione del perduto terreno delle sconfinate connessioni tra gli elementi del cosmo, costruendo significati, mentre la scienza è ormai fondamentale per scartare alcune connessioni rivelatesi fuorvianti. Un approccio complesso alla realtà sulla scorta della capacità “visiva” del pensiero magico è quanto di più etico la filosofia può desumere dalla storia della magia. Con una certa urgenza, oserei dire, visto che cogliere la complessità è la premessa per salvarci.

 

Pamela Boldrin

 

NOTE:
1 J. G. Frazer, Il ramo d’oro, Newton Compton Editori, 1992, Roma.
2 Note sul Ramo d’oro di Frazer. Ludwig Wittgenstein. Adelphi, 1975, Milano.
3 G. Guidorizzi, La trama segreta del mondo. La magia nell’antichità, Il Mulino, 2015, Bologna.
4 E. de Martino, Il pensiero magico. Prologomeni a una storia di magismo, Boringhieri, 1973, Torino.

[Immagine tratta da Google immagini]

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