Van Gogh: cosa significa essere Vincent?

La vita di Vincent Van Gogh, per come la conosciamo, è intrisa di sregolatezze e fragilità: ci basta pensare alla sua nomea di maudit, artista pazzo e depresso che è arrivato a tagliarsi un orecchio per la disperazione. Il tormento che riempie la sua esistenza è indubbio, ma a cosa è dovuto? O meglio, possiamo tentare a cercarne una radice nel nome che gli ha dato la madre, Vincent? Massimo Recalcati, in Melanconia e creazione in Vincent Van Gogh, ci spiega come la scelta della madre del nome Vincent sia la radice su cui poggia l’animo melanconico dell’artista.

A cosa può essere dovuto questo? Vincent, in effetti, è il nome di un altro poiché Vincent Van Gogh nacque il 30 marzo 1853, giorno apparentemente uguale a tutti gli altri per noi, ma non per la sua famiglia: esattamente il 30 marzo 1852 sua madre vide morire il suo primo figlio maschio, Vincent Van Gogh. Recalcati ci porta a riflettere sulla decisione di Anna, la madre dei due Vincent, di dare al secondo figlio il nome del figlio perduto: con questa decisione lei potrebbe non aver particolarizzato l’esistenza del pittore, ma averla intesa come sostituzione del primo figlio, scegliendo così la via definita da Recalcati come la via più breve per superare lo scoglio di questo lutto impossibile da simbolizzare.

Queste coincidenze attirano indubbiamente lo psicanalista che considera il nome come prima tappa di umanizzazione della vita e atto con cui il genitore dà il diritto di esistere al figlio nella particolarità della sua esistenza. Nel caso di Van Gogh, il nome è alienante, se consideriamo questa interpretazione, poiché lui è inchiodato nella sostituzione del fratello morto. Jacques Lacan insegna che la scelta del nome è la prima manifestazione dell’incidenza del desiderio dell’Altro sulla vita di un soggetto e, per questo, in questa scelta sembra cristallizzarsi un frammento di destino. Il destino di Van Gogh parrebbe essere quello di esistere solo in quanto sostituto del fratello, destino suggellato dal giorno della sua nascita. Questo è il campo di iscrizione, o potremmo dire non iscrizione, di Van Gogh nell’Altro: la sua vita, con queste considerazioni, è desiderata in quanto rende possibile la vita di qualcun altro e, dunque, il suo nome non potrà mai indicare desiderio di vita, anelito di gioia, ma solamente desiderio di rimozione del passato.

Ecco, l’esistenza del pittore consolida l’imago di una ferita narcisistica mai cicatrizzata, a causa del persistere dell’imago idealizzata del primo Vincent. Se riteniamo che Vincent abbia sentito la scelta del suo nome come atto egoistico della madre, potremmo ipotizzare che il suo nome sia la radice della melanconia originaria che persisterà nell’animo del pittore per tutta la vita e che sarà sua musa nella creazione artistica. L’identificazione di tipo melanconico, che Vincent vive in prima persona e che è in atto, sarebbe prodotta dall’identificazione costituente, come la definisce Lacan, che si regge sul perduto, sul morto, e, dunque, sull’ideale ancor più del vivo, sulla perfezione idealizzata. E, forse, Vincent percepiva proprio così la sua esistenza.

La malinconia potrebbe poggiare su questa sua colpa, la colpa, semplicemente, di esistere. In questa cornice, poco chiara ma emotivamente provante per il pittore, Van Gogh si dedicherà all’arte non per affermare il proprio nome e la propria esistenza, bensì per eclissarsi in nome della forza della pittura che trascende il nome del singolo per rivolgersi all’assoluto, a Dio. Nell’arte di Van Gogh permane sempre qualcosa di infinito. L’arte non ha potuto salvarlo dal suo destino sofferente, cristallizzato nel suo nome oppure no, ma lui persisterà nella sua ricerca ariostesca di una qualche serenità: mangerà pittura gialla, colore simbolo della felicità, per trattenerla in sé, atto che rivela le sue vane illusioni. I suoi tentativi inconsistenti continueranno finché l’eclissi della sua esistenza non diventerà totalizzante. E il pittore stesso lo sa, infatti, afferma: «Che cosa sarebbe la vita se non avessimo il coraggio di fare tentativi?»

 

Andreea Elena Gabara

 

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Estinzione volontaria: una soluzione inopportuna

Con l’aggravarsi della crisi climatica, molte discipline cercano di dare un loro contributo, teorico o pratico che sia, al fine di proporre soluzioni a questo dramma globale. Tra le varie discipline, non poteva mancare la filosofia. Una delle prospettive proposte dalla filosofia è quella che possiamo chiamare estinzionismo.

L’estinzionismo può essere definito come quella corrente di pensiero che ritiene che gli esseri umani dovrebbero smettere di riprodursi (si veda “antinatalismo”) e propendere volontariamente per l’estinzione della specie. La ragione di fondo, secondo i sostenitori di questa visione, è che l’uomo sia “nocivo” per l’ecosistema. Il più noto movimento estinzionista è il Movimento per l’estinzione umana volontaria (VHEMT), il cui motto è «Si possa noi vivere a lungo ed estinguerci».

La prospettiva estinzionista, ad un primo acchito, potrebbe far trasparire un certo disprezzo per l’essere umano. Tuttavia, dal mio punto di vista, questa visione contiene una latente autoderesponsabilizzazione. Gli estinzionisti non hanno torto nel dire che la crisi climatica è causata dagli uomini. Nonostante ciò, l’idea che l’uomo debba scomparire dalla Terra non può essere considerata la soluzione corretta. Per quale ragione? Per rispondere a questa domanda dovremo rifarci al pensiero evoluzionista del sacerdote gesuita e paleoantropologo francese Pierre Teilhard De Chardin. Nella sua opera più nota, Il fenomeno umano (1955), De Chardin spiega come l’evoluzione, intesa come processo universale, abbia percorso una complessificazione sempre maggiore e che questa abbia portato, attraverso dinamiche naturali e meccaniche, alla nascita della vita e, in seguito, alla vita intelligente. La forma di vita più complessa e intelligente è individuata da De Chardin nell’essere umano, “fenomeno umano” appunto.

Dalla prospettiva di De Chardin si potrebbe dedurre che, l’essere umano (Homo sapiens sapiens), abbia una responsabilità nei confronti dell’ambiente, la quale proviene dalla sua intelligenza e consapevolezza. Sappiamo che l’uomo è responsabile della crisi climatica, ma egli è anche fregiato della capacità di porvi rimedio. La crisi climatica può, almeno per ora, essere risolta; così come dimostrano numerosi studi. Si veda, ad esempio, l’ultimo report dell’IPCC. La consapevolezza del problema, quindi, è qualcosa di cui abbiamo una piena vertenza, inoltre abbiamo anche gli strumenti scientifici e i mezzi politici necessari per trovare una soluzione. Questa è la ragione per la quale non è possibile tirarsi indietro, come recita la massima evangelica: «A chi è stato dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc. 12, 48]. Possiamo dire, quindi, che i sostenitori dell’estinzionismo, nel loro voler “sensibilizzare l’uomo all’estinzione volontaria”, non fanno altro che sollevare l’uomo dalle sue responsabilità. Non si chiede all’essere umano di rimboccarsi le maniche e di mettere a frutto le sue facoltà intellettive, ma si promuove una quiescenza orientata all’estinzione della specie.

Un altro possibile argomento contro l’estinzionismo potrebbe essere tratto dall’intervento al CICAP del 2018 del filosofo della scienza Dietelmo Pievani, che afferma, riprendendo una considerazione del biologo statunitense Stephan Jay Gould, che se la nostra specie è stata selezionata dall’ambiente, significa che abbiamo avuto una grande occasione. Questa “grande occasione”, dal mio punto di vista, comporta delle notevoli conseguenze. Tra di queste, si potrebbe annoverare la volontà di preservare la natura e il non rinunciare all’opportunità dell’esistenza biologica.

Delle ultime doverose considerazioni, al fine di contrastare ogni estinzionismo, sono le seguenti: non è giusto che un gruppo intero paghi per le colpe di una piccola minoranza. La crisi climatica, è stata causata dalla società industriale e dai suoi eccessi, non dalla totalità dei più di sette miliardi di esseri umani presenti sul pianeta Terra. Di conseguenza si deve chiedere: perché dovrebbe arrivare all’estinzione la totalità della specie umana, se è vero che non tutti sono colpevoli? Oltre a ciò, visto e considerato che l’eventuale estinzione sarà una questione con cui dovranno fare i conti le future generazioni, e non chi ha posto le basi per questa catastrofe, perché mai si dovrebbe porre questo gravame sulle spalle di una generazione che non ha colpe?

In conclusione, possiamo dire: così come in passato la capacità intellettiva ha permesso a homo sapiens sapiens d’essere selezionato dall’ambiente. Allo stesso modo, essa dovrebbe essere utilizzata oggi per non far estinguere la specie.

 

Riccardo Sasso

Riccardo Sasso è laureato in storia e filosofia presso l’università di Trieste e sta frequentando il corso di laurea magistrale in filosofia presso gli atenei di Trieste e di Udine.
I suoi principali interessi sono la patristica e la scolastica medievale, la filosofia del Novecento, in particolare, la neoscolastica; la teologia della liberazione e la filosofia analitica.
Oltre alla filosofia, si interessa di storia contemporanea, economia, politica e attualità.

 

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Brevemente, sull’amore

Esiste un ormone nel corpo umano definito “ormone dell’amore”. Si tratta dell’ossitocina, un ammasso di amminoacidi che permette di amplificare le esperienze emozionali che viviamo, riempendole di entusiasmo e trepidazione.

In realtà sarebbe più corretto definire questa componente dell’individuo, come “ormone dell’innamoramento”, perché è proprio questa fase dei rapporti interpersonali, che suscita fervore e passione. Si tratta di un periodo che può manifestarsi più volte nell’esistenza di una persona, ma che può durare pochi mesi o, nelle situazioni che hanno uno sviluppo più lento, fino a tre anni. La differenza tra innamorarsi e amare risiede, dunque, in questo: lasciarsi travolgere dall’istinto e, al contrario, decidere di stare accanto ad una persona. Due fasi spesso accomunate, ma in realtà opposte, che presuppongono due tipi diversi di predisposizione, che possono susseguirsi, ma mai sostituirsi.

Ci troviamo nell’epoca in cui esse vengono confuse, spesso abbandonando la nave poco prima che ci si possa ritrovare nello stadio della responsabilità, della scelta, dell’amore. Il confronto – talvolta scontro – che Hegel poneva alla base della crescita dell’Io attraverso l’altro, viene considerato come superfluo, come un qualcosa di nefasto da tenere debitamente lontano. Ci si rifugia in considerazioni, quali: “la vita è già difficile, perché dover lottare anche per amore?” Quasi come se l’amore fosse un residuo, una sorta di tertium non datur dopo il lavoro e gli impegni personali; chi me la fa fare?

La risposta la si potrebbe trovare ne L’amore ai tempi del colera, in Jane Eyre, o più semplicemente parlando con i propri nonni o i propri genitori. Tuttavia il confronto ha lasciato spazio all’individualismo, in base al quale ognuno sa badare a sé e nessuno ha bisogno di nessuno. La conseguenza non è un mondo più perfettibile, bensì una vera e propria castrazione di emozioni. Ci siamo resi fautori di strumenti e di istituti che – a guardare indietro – viene da chiedersi come si potesse vivere senza. Si pensi al divorzio, all’aborto, alla possibilità di cambiare città in pochissimo tempo; forse, però, ci siamo al contempo dimenticati della parte “positiva” della vita, laddove il termine in questione fa riferimento alla sua naturale etimologia e che – dal latino ponĕre, ci regala il significato di “porre”, “fare”, “aggiungere”. Ci siamo dimenticati di come si ama. Sono forse le priorità ad essere cambiate?

Galimberti, eccelso pensatore e scrittore, parla di questa come dell’ “epoca della revocabilità”; un’epoca in cui si «sviluppa un concetto di libertà come assoluta revocabilità di tutte le scelte, che non implicano più impegni e conseguenze perché tutto, dalla scelta di un amico a quella di un amante, dalla scelta di una gravidanza o di una carriera, può essere suscettibile di una cancellazione immediata, non appena si offrono opportunità all’apparenza più gratificanti.» Ed allora risulta più proficuo vivere il momento, cullarsi nel “qui ed ora”.
Nulla quaestio se, nel rapportarsi in tal modo ad un’altra persona, si comunica in modo diretto e trasparente questo mood prescelto di vita. Ma cosa succede se si ingenerano aspettative, se offuscati, magari da quell’ossitocina che spesso annebbia le menti, non si rende edotto l’altro, del proprio non essere capaci di amare, cioè di “desiderare in modo totale” (dal sanscrito “kama”)?

Il mondo che stiamo costruendo risulta sempre più caratterizzato da un’egosintonia dell’anaffettività, in cui ognuno trova quiete solo nel rapporto con sé stesso, nel prefiggersi continui obiettivi di formazione o di lavoro, tralasciando il lato della medaglia che attiene all’investimento nei rapporti umani. La creazione di un “nido” viene vista come anacronistica, quasi come un affronto alle tante battaglie femministe – a partire dal 1800 con il movimento delle Suffragette – verso la conquista del diritto di voto, di condizioni migliori nei luoghi di lavoro, dell’accesso all’università, dell’uguaglianza uomo – donna. Ma oggigiorno siamo molto distanti da quello che, successivamente, anche nel 1900, Simone de Beauvoir sosteneva e creava, in una Francia colpita dalla seconda guerra mondiale, iniziando dalle menti dei suoi studenti, da un mondo accademico che – nonostante le morti e la disperazione – aveva sete di rinnovamento. Una libération des femmes che chiedeva di aggiungere, di ottenere, di possedere un valore concreto all’interno di una società ancora troppo maschilista e patriarcale per poterne accettare le regole.

Oggi si chiede di poter togliere, abdicare, venir meno. L’ideale è stato per lo più sostituito da un programma giornaliero personale, che non contempla l’altro. In questo contesto, delineare un sentimento in fattezze non evanescenti, diviene un’impresa ardua, che confligge col disperato bisogno di essere protagonisti, di rivestire sempre il ruolo di “figli”, in un mondo con sempre meno genitori.

 

Chiara Savazzi

 

Classe ’93. Laureata in giurisprudenza a Bologna, è dottoranda di ricerca in diritto penale a Catanzaro, dove si occupa principalmente di neuroscienze e imputabilità. Ha un master in diritto di famiglia ed è Coordinatrice Genitoriale, perchè crede che le parole – ancor prima dei tribunali – possano molto. Pubblica su svariate riviste giuridiche e non (Pacini Giuridica, Sole 24 Ore, Il Mulino, ecc), su opere collettanee e su libri di diritto. È specializzanda in criminologia investigativa.
Il suo amore per la scrittura nasce a sei anni e mezzo con la prima poesia “Il sole ride” e, da allora, scrive sempre i suoi contributi a mano, prima di ricopiarli al computer.
Il suo cuore è costantemente diviso: fra due città; fra cane e gatto; fra diritto e letteratura. Ama: i viaggi in solitaria, le persone leali, i mercatini vintage.

 

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(A) cosa serve?

Nei Frammenti postumi1 di Nietzsche, tra i numerosissimi aforismi che vertono sui temi più disparati, è presente un testo in cui è possibile individuare quelli che ci sembrano essere gli elementi costitutivi del nichilismo: mancanza del fine, mancanza del perché e svalutazione dei valori. Volendo disporli secondo un ordine logico, potremmo enunciarli piuttosto così: 1) tutti i valori si svalutano, 2) manca il fine, 3) manca la risposta al perché.

Venendo meno il valore come entità portatrice di senso, vengono meno anche i fini delle nostre azioni. Iniziamo così a domandarci: «perché dovrei agire in questo modo?», ed è quando questa domanda manca di una risposta che la nostra quotidianità diventa piatta e insipida. Ma che cosa può muoverci all’azione, una volta che la giustizia, la bellezza, la generosità, la tradizione ecc. non sono più sentiti da noi come degni di essere perseguiti?

L’unico motivo che rimane è di ottenere qualche cosa in cambio: se infatti agire in virtù della bontà (nel senso più generale di questo termine) dell’azione non ha più senso, per portarci ad investire dell’energia nel mondo non resta che la certezza, o almeno la probabilità, che i nostri sforzi ci faranno ottenere in cambio qualche cosa di concreto. Si innesca così una dialettica del do ut des che pone l’utilità come unico fine dell’azione, fino a farla diventare un surrogato dei valori e a farle riempire il vuoto lasciato dalla morte [scomparsa] di questi. In questo modo, la domanda «perché dovrei agire in questo modo?» diventa «a cosa serve che io compia questa azione?», sostituendo una mera valutazione dei possibili vantaggi materiali alla ricerca di senso sottesa dalla prima domanda.

Questa maniera di pensare è molto radicata in noi, ed è un approccio alle cose che comporta parecchi problemi relativi al nostro modo di stare al mondo. Ci poniamo come centro dell’esistenza, la nostra attenzione è sempre rivolta verso di noi. Ciò produce senso di isolamento, frustrazione, stress: tutto è amplificato nella nostra testa, che lavora ripiegata su sé stessa, senza che niente possa apportare degli elementi di novità, mostrarci le cose sotto un’altra prospettiva, mitigare il travaglio delle nostre coscienze. Ma cosa possiamo fare? Esistono delle soluzioni? Magari dovremmo cercare un modo di rapportarci al mondo che rimetta al centro delle nostre vite l’importanza dell’attività in sé, e che non dia al risultato più spazio di quello che gli è dovuto. Potremmo per esempio chiederci non tanto a cosa serva agire in un certo modo, bensì cosa serva la nostra azione, cioè al servizio di che cosa essa si ponga, e di conseguenza al servizio di che cosa ci poniamo noi agendo in un certo modo, quale atteggiamento incarniamo. Le due espressioni sembrano simili, ma in realtà sono profondamente diverse.

Supponiamo di voler fare l’orto questa primavera. Se ci chiediamo a cosa serve fare l’orto, la risposta immediata è: ad avere verdure fresche e salutari. L’attenzione è rivolta al risultato materiale. Ma proviamo invece a chiederci: cosa serve fare l’orto? Cioè: l’attività di coltivare delle piante nel nostro giardino, a che cosa dà importanza? In questo caso le risposte sono molteplici e di più ampio respiro: coltivare l’orto serve un avvicinamento alla natura, ci mette in una relazione più intima con un aspetto del mondo che abitiamo.

La domanda «cosa serve?» non si interroga sul risultato, ma sul valore dell’azione stessa. Essa aspira a prendere parte a qualcosa di più grande. Incarna un atteggiamento diverso, che proietta verso il fuori e in questo modo scardina la dialettica dell’individualismo e schiude la coscienza ad un mondo di relazioni, di risonanze con le altre coscienze e con il mondo. Entriamo nella concretezza della vita uscendo dall’astrazione solipsista in cui ci eravamo posti. Chiedersi «cosa serve?» è forse anche un allenamento: aiuta ad allargare il proprio sguardo, a prendere in considerazione altri aspetti oltre alla propria individualità, cercando qualche cosa più grande di noi per cui valga la pena agire e a cui prendere parte.

Spesso sentiamo che i valori hanno perduto la loro forza, constatiamo che il fine delle nostre azioni non sempre è facile da individuare ed il senso delle cose sembra scivolarci tra le dita. Forse uno dei sentieri che possono aiutarci ad uscire dallo sconforto che a volte ci prende è capire che il senso non va cercato, ma va prodotto. Questo atteggiamento può aiutare ad aprirci alla rete infinita di relazioni di cui è costituito il mondo.

 

Pietro Bogo

 

Nato a Belluno nel 1994, Pietro Bogo ha conseguito una laurea triennale in Filosofia presso l’Università degli studi di Trieste. Ha poi continuato i suoi studi presso l’Université d’Aix-Marseille, dove ha ottenuto nel 2019 una laurea magistrale discutendo una tesi sulla relazione tra la sostanza e l’attributo nel pensiero di Spinoza. Ora insegna lettere presso una scuola media di Belluno, continuando a coltivare la sua passione per la filosofia. Nel tempo libero pratica il judo a livello amatoriale ed ama dilettarsi in cucina.

 

NOTE:
1. Nietzsche, Frammenti postumi, 2, 126, 127

 

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La questione del senso e la logica della gratuità

L’essere umano non può non domandare il senso della sua esistenza. Non a caso Martin Heidegger in Concetti fondamentali della metafisica afferma che “la pietra è senza mondo, l’animale è povero di mondo, l’uomo è formatore di mondo”, proprio per sottolineare quanto l’essere umano sia capace di dare significato alla sua esistenza.

Siamo animali che si rendono conto della propria finitezza, ed è proprio comprendendo la preziosità del tempo che possiamo rispondere responsabilmente alla chiamata della vita. Savater ne La vita senza perché sostiene che il mondo in cui ci muoviamo noi esseri umani manca di senso e significato, siamo noi ad attribuirgliene uno. Ma perché dovremmo porci il problema del senso?

È soltanto indagando il perché del nostro esistere, attribuendo senso alle nostre azioni, che possiamo progettare la quotidianità, dandole forma. Ciascuno di noi porta dentro di sé il profondo desiderio di dare un senso al suo esistere e di assumere positivamente la condizione di gettatezza a cui è assegnato.

Non possiamo esimerci da tale ricerca, facendo trionfare la condizione di insecuritas tipica del postmoderno. Ed è soltanto mediante la riflessione che possiamo trovare risposta al quesito più grande che può porsi l’umano. Non appena ci saremo dati risposta scorgendo il progetto autentico del nostro esistere, comprenderemo anche che in questa superficie terrestre non siamo soltanto catapultati, ma sostenuti mediante la logica della gratuità.

La bellezza dell’abitare il mondo sta nel fatto che tantissime cose provocano sgomento al nostro animo, ma altrettante cose sono capaci di offrire quella leggerezza che tanto desideriamo. Ed è proprio nella quotidianità che si cela la ricchezza dell’umano. Nel sorriso di un bambino, nella contemplazione di un tramonto, nel tendere la mano all’Altro possiamo scoprire il “senso” del reale e quella logica che non si identifica con lo strumentale.

Non appena avremo raggiunto la consapevolezza del nostro trovarci nel mondo e appreso l’importanza della gratuità e del donarsi si comprenderà qual è il vero compito di coloro che partecipano alla chiamata della vita, ovvero fare del bene perché lo si sente dentro di sé, perché, in fondo, si sa che è ciò che conta di più.

 

Alessio Marsala

Alessio Marsala, classe 1998. Studia Scienze filosofiche presso l’università di Palermo e nel tempo libero si diletta a scrivere su temi strettamente filosofici che riguardano la sfera della quotidianità.
Amante della chiarezza, della riflessione critica e, soprattutto, del dialogo autentico. Ritiene indispensabile affinare le proprie idee grazie al contributo dell’altro che è diverso, strutturalmente, da noi e, di conseguenza, arricchisce la nostra visione della realtà sociale.

 

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I limiti etici della biomedicina: dal transumanesimo a Elon Musk

Le nuove frontiere biomediche pongono oggi dei quesiti etici piuttosto importanti: fino a dove si può  spingere il progresso scientifico? Ci sono dei limiti? L’etica che ruolo gioca in tutto ciò? Simili interrogativi sorgono spontanei quando si sente parlare di uomini cyborg come Neil Harbissom, l’artista inglese con l’acromatopsia, ovvero l’incapacità di distinguere i colori, che fattosi impiantare un’antenna nella testa è in grado di trasformare le onde dei colori in onde sonore. L’antenna inoltre, l’eyeborg, si può connettere ad internet attingendo alle informazioni della rete direttamente dal  cervello. 

Tecnologie del genere sono fortemente perseguite e finanziate dal transumanesimo e dal post umanesimo, filosofie per le quali non bisogna porre alcun limite etico-morale all’avanzamento tecnologico e scientifico finalizzato alla nascita del post-umano. 

Ma quali sono i loro principi? I transumanisti, come i famosi Nick Bostrom e David Pearce, hanno stilato una dichiarazione in cui sono scritti i principi di questo movimento di cui è utile riportare il primo punto: 

L’umanità sarà radicalmente trasformata dalla tecnologia del futuro. Si prevede la possibilità di riprogettare la condizione umana in modo di evitare l’inevitabilità del processo di invecchiamento, le limitazioni dell’intelletto umano (e artificiale), un profilo psicologico dettato dalle circostanze piuttosto che dalla volontà individuale, la nostra prigionia sul pianeta terra e la sofferenza in generale1. 

Molti esponenti del transumanesimo sono i veri Re Mida del nostro pianeta, facenti parte della Silicon Valley, la maggior parte abitano la Baia di San Francisco. Personalità del calibro di Elon Musk, ceo di Tesla, azienda specializzata nella produzione di auto elettriche e pannelli fotovoltaici, e Ray Kurzweil, ingegnere capo di Google, finanziano progetti i cui obiettivi sono citati nel primo principio transumanista. Un esempio è costituito da Neuralink: un’azienda fondata da Musk che ha aperto alla possibilità di impiantare un chip nel cervello per migliorare le prestazioni cognitive immagazzinando un numero maggiore di dati a livello mnemonico. 

Per contrastare l’invecchiamento invece Google nel 2013 ha istituito Calico, che si occupa di ricerca nel campo delle biotecnologie e in particolare dello studio del DNA. O ancora, come non citare la Mind up loading, processo che permetterebbe di “copiare” il nostro sistema cerebrale e “caricarlo” in un supporto artificiale come un computer o un robot, raggiungendo così l’immortalità. Oggi queste ricerche vanno a vantaggio dei malati, come il chip di Neuralink che verrà impiegato in  persone con il Parkinson, l’epilessia e problemi neurologici. Lo spinoso problema etico è dato dalle finalità esplicitamente potenziative di questi studi e atte al superamento addirittura della morte; la malattia è semplicemente un mezzo, quindi, e non il fine della ricerca scientifica in ambito medico come conferma l’ultimo punto della dichiarazione transumanista a cui si ispirano queste aziende: “Il  Transumanesimo è fautore del benessere di tutti gli esseri senzienti2

La preoccupazione dunque non riguarda tanto le tecnologie che possono certamente condurre a un miglioramento della vita umana, quanto piuttosto alla diffusione di un’ideologia che successivamente può radicarsi in cultura, di un superamento a qualsiasi costo di quel limite che contribuisce a rendere umana la persona. Da un punto di vista filosofico, nel tentativo di andare oltre l’uomo si sta procedendo verso la sua disumanizzazione, intendendo questo termine con il suo significato etimologico “dis-umanizzare” cioè togliere all’humanum ciò che gli è proprio, quel limite fisico e  psicologico facente parte della struttura ontologica dell’humanum stesso. A ciò va aggiunto, analizzando oggi la società, che la spiritualità, facente parte anch’essa dell’humanum, sta scomparendo sia perché si sta imponendo una weltanschaung (determinata visione filosofica del mondo e dell’uomo) a-spirituale a favore di una concezione del mondo meramente materialistica sia perché quella capacità dell’uomo di percepire il Trascendentale si sta dissolvendo piuttosto velocemente. Le cause sono molteplici, sono emerse infatti nella contemporaneità delle correnti di  pensiero parallele che convergendo hanno contribuito a una simile decadenza: la crisi di identità  del soggetto, il relativismo che ha portato alla perdita della ricerca dell’Assoluto e infine la percezione  dell’uomo, la creatura per eccellenza, nel sentirsi Dio. Si è manifestato pertanto un clima di antiumanesimo che trova terreno fertile nel trans-umanesimo e nel post-umanesimo. Risultano interessanti dunque le parole di Papa Francesco nel Discorso alla Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita: “La correlazione e l’integrazione fra la vita vivente e la vita vissuta non possono essere rimosse a vantaggio di un semplice calcolo ideologico delle prestazioni funzionali e dei costi  sostenibili.”

 

Veronica Zanini

 

Sono Veronica Zanini, laureata in Scienze Religiose con indirizzo specialistico in bioetica. Lavoro come insegnante di religione alla scuola primaria dell’istituto D. Manin di Ca’Savio e collaboro come guida all’isola di San Lazzaro degli Armeni (VE).
Dallo scorso anno sono vicepresidente dell’associazione culturale Gremio di Bioetica.
Scrivo per diversi giornali e siti  come per la rubrica “Lo splendore della vita” del settimanale Gente Veneta, per la rivista dell’associazione ProVita&Famiglia, mensilmente pubblico per nanoda.com e in passato per Orwell.live; l’ultimo articolo è stato pubblicato per solotablet.it.
Negli anni ho tenuto diverse conferenze sul transumanesimo e il postumanesimo di cui una dal titolo “Ho visto cose che voi umani..”potenziamento dell’uomo, eugenetica e trans umanesimo recensita da Avvenire.

 

NOTE:
1. Principi Transumanisti in http://www.transumanisti.it/
2. Ibid.

 

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Verità e opinione: il postmodernismo nel quotidiano

Ciascuno di noi ha una sua personale visione del mondo, una filosofia più o meno articolata. Ogni qualvolta ascoltiamo un TG, leggiamo un giornale o un articolo su Facebook siamo soliti integrare le informazioni assorbite nella nostra personale filosofia.

Se dovessimo prendere tre individui e chiedere loro di commentare una notizia o di valutare un dato noteremo come ciascuno avrà una sua differente sfumatura di pensiero. I tre individui potrebbero avere tre opinioni in netta contrapposizione. Questo fatto porterebbe un eventuale esaminatore ad affermare che nessuno dei tre abbia totalmente ragione o totalmente torto e che non esista un vero e un falso, ma solamente diverse interpretazioni.

Quanto esposto nelle righe precedenti è l’idea che sta alla base della filosofia postmoderna, espressa da Jean-François Lyotard nella sua opera del 1979 La condizione postmoderna – Rapporto sul sapere: non esistono verità, ma solo interpretazioni. Secondo i postmodernisti, gli uomini hanno da sempre cercato di spiegare il mondo attraverso delle grandi narrazioni come Cristianesimo, illuminismo, idealismo, marxismo, esistenzialismo e così via. Tutte queste narrazioni, ad un certo punto della storia (nel XX secolo), sono venute meno lasciando il posto alle interpretazioni. Non è possibile tracciare, in poche battute, una genealogia delle cause e delle conseguenze del postmodernismo, perciò tenteremo solo di delineare alcuni degli aspetti postmoderni sul piano pratico. 

La visione postmoderna, anche se non ce ne accorgiamo, permea tutto il nostro modo di concepire la realtà dalle nostre piccole e personali visioni del mondo che rafforziamo quotidianamente, fino alle speculazioni degli intellettuali, dei giornalisti e dei politici.

La condizione postmoderna, dal mio punto di vista, è una “malattia filosofica” che abbisogna di un superamento, per le ragioni che vedremo a breve. Essa è profondamente radicata nel nostro modo di pensare e perciò non semplicissima da superare. Tuttavia, abbiamo il vantaggio di potercene liberare partendo dal nostro quotidiano.

La visione postmoderna è fondata su una contraddizione intrinseca: se non esiste nessuna verità e ci sono solo interpretazioni, l’asserzione «non esistono verità ma solo interpretazioni» è vera o falsa? Se è vera ci si contraddice perché almeno una verità esiste, se è falsa, allora, è vero il suo opposto e cioè «una verità esiste». 

Oltre a quanto detto sopra, non è possibile che due interpretazioni antitetiche di uno stesso fatto siano contemporaneamente vere. Come spiega Aristotele nel IV libro della Metafisica: non è dato che A e non-A siano contemporaneamente vere nello stesso momento e sotto il medesimo aspetto. Capiamo con un esempio: un individuo X non può essere, allo stesso tempo, e sotto lo stesso aspetto, “bianco” e “non-bianco”.

Com’è quindi possibile superare il postmodernismo? Il primo strumento è la capacità argomentativa, l’argomentazione è l’unico mezzo per dimostrare la veridicità delle nostre tesi. Bisogna tener presente che nessuno è tenuto a dar credito a un’opinione priva di argomentazioni. Quando veniamo a conoscenza di “un qualcosa” (sia esso una notizia o altro), attraverso i telegiornali o qualsivoglia mezzo di comunicazione di massa, dobbiamo andare alla ricerca di fonti attendibili che dimostrino, o che smentiscano, ciò che è appena giunto alle nostre orecchie. Qui potrebbe sorgere un problema: come si distingue una fonte argomentativa attendibile da una non attendibile? La risposta è semplice da capire ma complessa da mettere in pratica: bisogna chiedersi quale sia l’intento del produttore della fonte, si tratta di qualcuno che intende raccontare con onestà intellettuale un fatto, o si tratta di qualcuno che ha un piano ideologico prestabilito in mente e produce fonti ad hoc per propagandare la sua visione?

Un altro strumento per superare il postmodernismo, dal mio punto di vista, è quello di non confondere il rispetto per l’altro con l’accettazione passiva delle sue idee: un individuo e le sue idee non sono totalmente sovrapponibili, se qualcuno asserisce «la Terra è piatta», noi non siamo tenuti a considerare la sua opinione come “valida” per paura di mancargli di rispetto. Le proprietà possedute o non possedute dal nostro pianeta e gli individui che le esprimono verbalmente sono realtà ben distinte, l’inviolabilità di ogni individuo non è una condizione sufficiente a ritenere “degna di considerazione” ogni sua opinione. 

Vi sarebbero ancora molti strumenti per superare il postmodernismo, mi limito ad aggiungerne uno. Il fatto che alcune verità siano sconosciute non implica che queste non ci siano, si badi a non cadere nell’arroganza di chi si autoproclama “arbitro del vero” ritenendo inesistente tutto ciò che è a lui sconosciuto.

 

Riccardo Sasso

Riccardo Sasso è laureato in storia e filosofia presso l’università di Trieste e sta frequentando il corso di laurea magistrale in filosofia presso gli atenei di Trieste e di Udine.
I suoi principali interessi sono la patristica e la scolastica medievale, la filosofia del Novecento, in particolare, la neoscolastica; la teologia della liberazione e la filosofia analitica.
Oltre alla filosofia, si interessa di storia contemporanea, economia, politica e attualità.

 

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Il pensiero è una forma d’azione: Arendt e l’attualità

Quanto è rilevante, oggi, provare a fare filosofia riflettendo criticamente e creativamente sul mondo che ci circonda? Quanto è importante dialogare con autori del passato, rintracciando nei loro discorsi rimedi utili per affrontare il presente?

In un’epoca difficile e precaria come quella che sta avvolgendo le nostre vite in questo periodo pandemico, credo sia stimolante ed interessante provare a riflettere su quella che Hannah Arendt (1906-1975), illustre filosofa e politologa tedesca naturalizzata statunitense dopo diversi anni vissuti da apolide, definisce crisi dell’agire politico. L’agire politico, e dunque l’azione, rappresenta un nucleo fondamentale nel pensiero arendtitano. Pensiero che non si traduce mai in pura e astratta contemplazione, bensì è intriso di concretezza nella misura in cui s’interroga criticamente sul presente e su problemi che riguardano tutti e che ci invitano a prendere posizione. Un presente di cui Arendt cerca di mettere in luce le brutture, i vicoli che sembrano ciechi ma che, in realtà, non sono altro che nodi di esistenza che possono essere sciolti attraverso l’ascolto ed il dialogo. Arendt, qualche decennio fa, parlava già di come la politica fosse progressivamente divenuta un potere dominato da logiche strategiche e di potere e di come mancasse una vera e propria partecipazione dei cittadini alle vicende concernenti la vita pubblica. Forse, ciò che rappresenta meglio la nostra epoca è questo. Un governo senza politica. Per Arendt, infatti, politica significa agire, prendere posizione attraverso la parola e il discorso mostrandosi agli altri nella nostra «irriducibile ed irripetibile singolarità ed unicità»1.

Nella polis, infatti, realtà pre-filosofica e pre-platonica formatasi tra il VII-V secolo a.C. ad Atene, i cittadini ateniesi liberi che avevano compiuto la maggiore età si riunivano al fine di discutere di affari della vita pubblica. Credo che a questo punto emerga una questione rilevante: al giorno d’oggi capita mai di trovare tempo e spazi per riflettere su tali temi? In che modo, oggi, facciamo politica? Credo che in molti lettori delle nuove generazioni potrebbero rispondere che i social network, effettivamente, sono divenuti mezzi attraverso cui  intavolare un dibattito. Eppure io credo che essi siano mezzi più d’espressione che di discussione, intesa come avveniva nella polis, in cui ci si disponeva in maniera circolare al fine che nessuno dei presenti fosse escluso. La polis è un esempio di realtà in cui il pensiero, la discussione, la facoltà del logos intesa come parola, discorso diviene creatrice di qualcosa. Come dice Arendt, «l’azione è un memento che gli uomini non sono nati per morire, ma per dare inizio a qualcosa di nuovo»2. Noi esseri umani, infatti, siamo inizi e iniziatori; le nostre parole, le nostre gesta hanno la possibilità di cambiare situazioni ed il normale incedere degli eventi. Il pensiero non è né una speculazione fine a sé stessa, né un ragionamento astruso, bensì l’attitudine a discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, la facoltà di riflettere sul mondo circostante e lasciare che la realtà stessa ci doni nuovi sentieri da percorrere. Attraverso l’azione del pensare diamo forma a teorie e concetti, ma al contempo lavoriamo su noi stessi, ci guardiamo dentro ponendoci sempre in dialogo critico ed aperto col mondo esterno.

Questo è, per Arendt, fare politica. Una politica che ci coinvolge, una politica di tutti senza lasciare indietro nessuno. Una politica di discussione, dibattito, una politica che fa crescere alimentando la volontà di essere sempre più protagonisti della realtà uscendo da quell’atteggiamento tranquillizzato, come Arendt lo definisce, tipico di una modernità sterile, rinchiusa in un bocciolo solipsistico annaffiato soltanto da indifferenza. Tale atteggiamento è tipico di quella che Arendt definisce la “società degli impiegati”, descrivendo la nostra società come passiva, attonita, grigia, composta da animal laborans dediti al lavoro e non più da zoon politikon, inteso come singolarità che entrano in contatto tra loro, creano legami e scoprono chi sono proprio nel momento in cui si espongono, prendono posizione mettendo in luce la pluralità delle loro differenze, nonostante riconoscano di essere parte di un Tutto che li accomuna, ma che non appiattisce tali differenze.

 

Elena Alberti

 

Sono Elena Alberti, sono nata a Brescia ma per motivi sportivi e di studio mi sono trasferita in provincia di Verona, dove sono studentessa di filosofia, che rappresenta la mia più grande passione insieme all’arte, la poesia e la letteratura.

 

NOTE:
1. Cfr. S. Petrucciani, Modelli di filosofia politica, 2003
2. Cfr. H. Arendt, Vita Activa, 1958

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la chiave di sophia

La droga fa male. E allora?

Una lezione su Pascal per parlare di droga senza retorica e moralismo.

“Prof, è stata la lezione più bella dell’anno.”
Al liceo scientifico di Cinisello Balsamo oggi si è parlato di droga.
Ma perché tanto successo?

Ogni volta che a scuola si parla di droga, i ragazzi sono costretti ad ascoltare le prove medico-scientifico-etiche che dimostrano che le droghe fanno male e che la droga è brutta. Che palle.

Invece la lezione di oggi è iniziata con due premesse:

  • La droga è bella. Altrimenti perché la gente si drogherebbe?
  • La droga fa male, ma non è un problema. Cioè, se la droga mi accorciasse la vita ma mi rendesse felice, tutto sommato sarebbe un buon affare. Chi non scambierebbe una breve vita davvero felice con una lunga vita di sofferenza? Se tu potessi ricevere l’illuminazione come Buddha, ma in cambio dovessi di vivere dieci anni di meno, accetteresti? Io ci metto la firma subito.

Ma allora qual è il problema della droga?

Per questo serviva Pascal.

Blaise Pascal, nel Seicento, osservava che l’uomo sta nel mezzo tra una vita grandiosa e una vita miserabile. Egli è in grado di conoscere come la terra gira intorno al sole, di mandare gli uomini sulla luna e forse anche su Marte, di creare in pochi mesi il vaccino per un virus planetario. Ma, come dissero anche Galilei e Newton, la scienza può conoscere il come, non il perché: che senso ha tutto questo? Perché io sono qui? Chi sono io? Che cos’è la morte? Perché sono sempre insoddisfatto?

Pascal si accorge che l’uomo ha in sé un desiderio di felicità infinita che non riuscirà mai a raggiungere in quanto essere finito.

Allo scopo di fuggire dalla consapevolezza di questa condizione insopportabile, l’uomo ricorre al divertissement: la distrazione, l’oblio, l’evasione, cioè la droga.

Ogni attività dell’uomo è droga: il cibo, il sesso, le serie tv, YouTube, Facebook, Instagram, Whatsapp, l’eroina. Sono tutte cose belle, che ci fanno stare bene perché ci permettono di non rimanere soli con la nostra verità.”

All’inizio della lezione i ragazzi erano interessati, ma, appena ho detto “droga”, da diciassettenni si sono trasformati in cinquenni ammutoliti di fronte a Peppa Pig.

Mi scappa una domanda retorica: “volete che parliamo di droga?”.

Vado alla lavagna. Adesso vi spiego tutto:

Terence McKenna, nel libro “Il nutrimento degli dei”, distingue tre tipi di droghe e i loro effetti sull’individuo e sulla società.

  • Eccitanti: zucchero, cacao, caffè, tè, cocaina, alcool. Queste sostanze danno all’individuo la sensazione di essere separato dal resto del mondo. Sono le droghe del dominio. Le conquiste e le stragi in sud America e in ogni parte del mondo sono state perpetrate dalla cultura dell’alcool. La cocaina è la droga preferita dei capitalisti arrivisti, ma oggi anche dei poveracci che si illudono di essere per qualche ora Scarface.
  • Allucinogeni: cannabis, LSD, funghetti, DMT. Queste droghe, al contrario, danno alla persona la sensazione di connessione con tutto il resto: dissolvono l’ego. Proprio come descritto da tutti i grandi mistici di ogni tempo. Queste droghe, per McKenna, sono benefiche per l’uomo.
  • TV, Intenet, cibo, pornografia, e tutto quello che potete usare per fuggire dalla realtà.”

Suona la campanella. Fino ad ora ho mandato il messaggio che le droghe allucinogene sono buone e non vorrei chiudere così in fretta la mia carriera. Quindi prometto che continueremo a parlarne alla prossima lezione.

Perché le aragoste non si drogano.

“Buon giorno, seduti.”

Sì, ancora oggi, quando entra il prof. si alzano in piedi e tu devi dire “seduti”. Forse è per questo che, solo a scuola, in un’aula con 24 persone, il virus non si trasmette. Perché qui siamo ancora negli anni novanta. Ma con YouTube.

“Prof, oggi parliamo di droga?”

Sulla lavagna multimediale lo psichiatra dott. Abraham J. Twerski spiega come crescono le aragoste: l’aragosta è un animale morbido che vive all’interno di un guscio rigido.

Quando l’aragosta cresce sente dolore perché spinge contro il guscio, finché questo non si spacca. Poco a poco si formerà un nuovo guscio, fino alla prossima crescita.

Morale: se l’aragosta potesse andare dal medico per avere un Valium o un Percocet, l’aragosta si calmerebbe e non crescerebbe più. Il disagio ci fa crescere.

“Quando uscite la sera con gli amici e andate in corso Como, spesso vi annoiate. Quindi bevete: lo sballo dell’alcool vi permette di poter rimanere in una situazione che non vi piace. Se invece provate a non bere o a non farvi una canna, a un certo punto sarete costretti dalla vostra stessa noia ad andarvene in un posto che vi piace di più, con persone più interessanti. Potete andare a casa a suonare la chitarra se vi va, o a leggere quel libro che volete iniziare, andare a farvi una corsa se ne sentite il bisogno, o semplicemente andare a letto perché siete semplicemente stanchi. Le droghe ci impediscono di scoprire quello che vogliamo davvero, perché quando siamo fatti stiamo bene comunque e ovunque. Invece dovremmo accettare di essere diversi dagli altri e fare scelte che siano davvero nostre.”

Dopo aver visto il loro entusiasmo ho pensato che, se nella mia vita non mi fossi distratto così tanto, forse sarei arrivato prima a fare questo lavoro meraviglioso.

 

Davide Valenti

Matteo Davide Valenti nasce ad Agrigento nel 1978.
Si laurea in Filosofia a Palermo con una tesi su Baruch Spinoza e si traferisce a Milano.
Segue un Master in Ideazione e produzione di audio-visivi all’Università Cattolica.
Lavora come stagista in una casa di produzione di cartoni animati.
Lavora come assistente in una galleria d’arte.
Lavora come barista presso la discoteca Plastic.
Viene assunto come Copywriter presso le agenzie di pubblicità DDB, Saatchi&Saatchi, Leoburnett, Tita Milano.
Espone come artista visivo presso diverse gallerie d’arte italiane e straniere.
Insegna nelle scuole primarie di Milano.
Insegna Filosofia e Storia presso un liceo scientifico di Milano.
I suoi interessi attuali sono la scrittura, la psicologia e la spiritualità.

 

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Filosofia: amore per il peccato

“Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: di tutti gli alberi del giardino tu puoi mangiare ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiarne, perché, nel giorno in cui tu te ne cibassi, dovrai certamente morire”1

“Ma il serpente disse alla donna: “Voi non morirete affatto!” Anzi. Dio sa che nel giorno in cui mangerete, si apriranno i vostri occhi e diventerete come Dio, conoscitori del bene e del male2.

Un divieto imposto a priori e una tentazione che, come un vento leggero, rinvigorisce un fuoco già acceso: così sembra procedere il racconto biblico di Adamo ed Eva, primi peccatori e ultimi dogmatici.

La scelta effettuata da Eva rappresenta una straordinaria svolta nella “storia umana” e nella concezione che da essa ne deriva: l’uomo sceglie infatti volontariamente di tendere al peccato più grande e affascinante, cercando di raggiungere l’albero del bene e del male.

In questo passo della Bibbia, si assiste ad una sorta di nascita allegorica della Filosofia come tendenza umana alla fuga verso tutto ciò che è imposto e che appare assolutamente certo: i personaggi, soggetti apparentemente nudi nella carne e nello spirito, dubitano di Dio stesso, della verità che sembrerebbe essere incontrovertibile, e scelgono di imboccare la strada del dubbio, assai più ripida e ben più pericolosa.

E da lì in poi, da quel fatidico giorno di storie lontane e di visioni allegoriche, l’uomo scivola verso l’abisso più profondo, la dimensione dell’incertezza, in cui ogni posizione apparentemente certa è in realtà un filo sottile o un terreno instabile da cui fuggire: ed è proprio nel suo “andare oltre”, scacciando il dogma, che risiede la grandezza di un uomo nuovo, consapevole di se stesso e della propria capacità di esercitare il dubbio.

Adamo ed Eva scelgono infatti di coprire il proprio corpo: non sono personaggi in preda al pudore e alla vergogna, ma dimostrano invece di essere dei soggetti nuovi che hanno maturato una nuova visione di sé… L’individuo si spoglia della verità certa e inconfutabile, capace di celarla persino a se stesso e trova quindi il coraggio di osservarsi, scoprendo, con differenti occhi, di essere fragile, nudo.

Ed è proprio dalla morte della certezza, dallo stupore verso il mondo, dalla meraviglia, dal timore di sé e della voglia di scoprirsi veramente che nasce la Filosofia e che sembra emergere una nuova vita, non già edificata, ma da costruire, pezzo dopo pezzo.

Continueremo a costruire incessantemente la nostra esistenza, la nostra scala, poi faremo qualche passo indietro e osserveremo la nostra creazione, chiedendoci se in fondo non sia tutto il gioco di un bambino che crea e immediatamente distrugge, perché è nella creazione e nella costruzione che risiede tutto il suo divertimento.

Forse è anche questo il destino dell’uomo, perennemente bambino: edificare teorie ed edifici, distruggerli e poi creare nuova vita.

Costruire pensieri e abbatterli.

Costruire se stessi e mettersi radicalmente in discussione: perché senza fine non c’è inizio e senza caduta non c’è sollevamento.

Probabilmente però, una scala debole e instabile, resisterà alla distruzione e consentirà all’individuo di tornare a vedere, per qualche istante, il proprio Paradiso.

L’uomo chiederà a Dio di poter osservare per un’ultima volta l’albero del bene e del male, per poter peccare ancora, elemosinando un frutto di dolce conoscenza e di amaro dubbio: e sarà proprio quando le sue mani toccheranno i frutti sacri e maledetti che inizierà nuovamente la sua caduta.

Questa volta si chiederà però se quei frutti siano mai maturati e se Dio sia realmente esistito al di fuori della propria mente: nessun urlo durante la caduta, solo il rumore di insostenibili pensieri.

 

Gabriele Iacono

Gabriele Iacono è uno studente di diciotto anni: ha collaborato con “Bravi Autori” e “Archivio Immaginazione”, partecipando inoltre ad alcuni concorsi di scrittura e alla pubblicazione di numerose antologie di racconti.
Oggi è articolista presso il giornale online “Il Post Scriptum” e recentemente ha pubblicato il suo primo libro, intitolato “Eterni Prigionieri”.

 

NOTE:
1. Genesi 2: 16-17
2. Genesi 3: 4-5

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