Derrida e l’11 settembre. Il terrorismo come malattia autoimmune

L’11 settembre 2021 ricorrono i vent’anni dall’attentato alle Torri Gemelle, uno degli eventi più iconici e drammatici della nostra storia recente. Alle ore 8.45, circa, il primo aereo si schiantò contro la Torre Nord: in pochi minuti quelle immagini fecero il giro del mondo, che incredulo rimase a guardare col fiato sospeso. Tutti si ricordano cosa stessero facendo in quel momento e tutti pensarono più o meno alla stessa cosa, e cioè che era in atto un cambiamento irreversibile.

Per approfondire le implicazioni di questo evento, in particolare, e del fenomeno terrorismo in generale, la filosofa Giovanna Borradori, professoressa del Vassar Collage, intervistò due dei massimi pensatori contemporanei: Jürgen Habermas e Jacques Derrida. I due dialoghi sono stati raccolti nel libro Filosofia del terrore del 2003 e pubblicato in Italia da Laterza.

È proprio grazie a questo incontro che Derrida elaborò, in linea col suo stile suggestivo e simbolico, la definizione di terrorismo come malattia autoimmune. Un’affermazione a primo acchito provocatoria e inaccettabile; è come se il filosofo volesse sminuire questa tragedia e deresponsabilizzare, addirittura giustificare, gli attentatori. Ovviamente si tratta di un’analisi molto più profonda, ma certamente in contrasto con i luoghi comuni del dibattito pubblico post 11 settembre e con la retorica della War on Terror.
Con malattia autoimmune si intende una serie di patologie molto particolari che derivano da un’anomalia del sistema immunitario, il quale, trattandoli come agenti estranei, attacca alcuni tessuti sani del nostro organismo. In altre parole, Derrida ci dice che solo in apparenza il terrorista è un nemico esterno, non rappresenta l’atto di guerra di organizzazioni straniere, ma è il sintomo di una crisi intrinseca nel nostro sistema politico e geopolitico. 

Maurizio Cattelan

Maurizio Cattelan, “Blind”, Hangar Bicocca 2021

L’osservazione di Derrida si sofferma sul fatto che gli attentatori hanno utilizzato armi, tecnologie e tecniche tradizionalmente occidentali. Da dove hanno assimilato queste competenze? La risposta non lascia alibi: sono stati gli Stati Uniti che durante la guerra fredda hanno addestrato gli afgani per sottrarre quella regione al controllo dell’URSS. È stato dunque l’Occidente che, in prima battuta, ha preparato le basi per quello che si sarebbe concretizzato nell’11 settembre.
Perciò, secondo Derrida, questo avvenimento non può essere considerato una data storica; non inizia un’epoca nuova, ma si pone in continuità con quella precedente. Non può essere nemmeno definito un major event, ovvero un evento di importanza tale da segnare una generazione intera. Non è stato un avvenimento inaspettato e improvviso, non è stato un “terremoto culturale”, ma la diretta conseguenza di una catena di responsabilità chiaramente attribuibili. Non irrompe nella storia e, in senso arendtiano, non è portatore di novità.

A mio avviso, l’aspetto più interessante dell’analisi di Derrida è il fatto che essa sia una chiave interpretativa valida anche per fenomeni successivi all’11 settembre. Caso emblematico sono i due principali attacchi terroristici che hanno colpito Parigi nel 2015: l’attentato alla sede del periodico satirico Charlie Hebdo, avvenuto il 7 gennaio, e quello al Bataclan del 13 novembre. I fratelli Chérif e Saïd Kouachi, autori del primo attentato, erano nati a Parigi da una famiglia di origine algerina e all’epoca dei fatti avevano rispettivamente 32 e 34 anni. Il loro complice, Amedy Coulibaly, aveva 33 anni ed era nato in Francia da una famiglia originaria del Mali. Il secondo caso ha coinvolto una decina di attentatori, tra questi anche il ventiseienne Salah Abdeslam, nato in Belgio da una famiglia originaria del Marocco. Nelle foto che circolavano durante le ricerche si vede un ragazzo in jeans e giacca, con il gel tra i capelli pettinati all’indietro; un’immagine molto lontana dallo stereotipo di jihadista.

Questi quattro nomi sono quattro esempi di giovani uomini nati e cresciuti in Europa, membri della cosiddetta “seconda generazione” che, per vari motivi, si sono successivamente radicalizzati fino a diventare autori di stragi. Di fronte a questi casi l’allegoria del terrorismo come malattia autoimmune è ancora più evidente. Questi attentati nascondono il fallimento di un preciso sistema istituzionale e politico: la Francia post-coloniale e multiculturale non ha saputo prevedere e prevenire quello che sarebbe successo. 

La riflessione derridiana, per quanto efficace, è mancante almeno in un aspetto: la sua impostazione è prettamente analitica e non risulta capace di proporre soluzioni percorribili. La malattia diagnosticata è una crisi dell’intero Occidente, dalle cause profonde e dai sintomi a lungo termine, ma per quanto riguarda il dopo non viene detto nulla. Qui Derrida si ferma e implicitamente passa il testimone, per uscire dalla lunga degenza spetterà alle nuove generazioni trovare la cura.

 

Leonardo Rosa

Leonardo Rosa (1994) si è laureato in filosofia prima a Trento e poi presso l’Università degli Studi di Milano. I suoi principali settori di interesse sono la filosofia politica e il pensiero politico contemporaneo. Attualmente lavora come redattore e editor presso alcune case editrici. 

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Poesia per l’emancipazione: le parole di Virginia Woolf

Uno spettro che palpita e si reincarna nei grandi scrittori, secolo dopo secolo, istante per istante: il fantasma della poesia è la penetrante immagine con cui si chiude il capolavoro di V. Woolf Una stanza tutta per sé (1929). Nel suo saggio più celebre l’autrice inglese elabora brillantemente il suo pensiero sulla condizione femminile nella letteratura patriarcale, concludendo con un’intensa perorazione finale rivolta a tutte le donne: l’esortazione a scrivere, suggerendo come unico riferimento l’ascolto di sé e del proprio ritmo narrativo.
Questa conclusione dal tono vivace e severo, di appello allo studio e alla libertà di pensiero, è una scheggia tagliente nella coscienza delle lettrici: perché la penna, la buona penna, afferma la Woolf, si rivela sempre nella piena libertà intellettuale; e una simile libertà scaturisce, a sua volta, dalla possibilità di ricevere con una buona istruzione le basi essenziali per interpretare e affrontare autonomamente il mondo. La scrittrice ci invia un messaggio fondamentale: l’istruzione è il trampolino per decifrare la vita complessa che ci circonda, e indagarla, e interrogarla, e darci delle risposte.

Ma da un punto di vista più concreto, la nobilitazione della scrittura ha uno scopo reale? L’atto di scrivere quale importanza potrà mai avere nel faticoso, guerresco percorso di emancipazione delle minoranze?
Italo Svevo ci fornisce un possibile spunto di risposta, descrivendo la scrittura come il migliore strumento di purificazione mentale, che permette di esprimere con chiarezza pensieri ed idee altrimenti ingarbugliati e difficilmente districabili. La scrittura diventa allora l’espressione più alta della razionalità umana, il frutto fecondo di una conoscenza progressiva della propria interiorità, in grado di aprire spiragli sulla nostra anima ed estrarne degli spizzichi, suggerirne dei barlumi.

Scrivendo possiamo riaffermare la nostra identità, ma quest’ultima non è un’entità statica che si limita a venire “rivelata” dalle parole: essa al contrario si sviluppa di istante in istante, fiorisce ancora e ancora; l’identità è sostanza multiforme e in perenne maturazione, che si lancia dietro alle visioni proposte dalla penna e si modifica in base alle nuove parole e ai nuovi orizzonti che grazie a quella stessa penna scopre o inventa.
Scrivendo, quindi, scopriamo noi stessi e contemporaneamente ci realizziamo, tassello dopo tassello; scrivendo siamo tensione, perché ci compiamo costantemente.

È naturale e implicito che attraverso la scrittura sviluppiamo spirito critico, punto di partenza universale per la sovversione dei sistemi precostituiti; ed è di conseguenza altrettanto naturale che chi esercita il potere in tali sistemi favorisca il livellamento della cultura media e la diffusione di una generale disinformazione, allo scopo di indebolire sistematicamente le autocoscienze.
L’ignoranza è come un coltello di cui viene sfruttata la lama per controllare le masse; è una frana sulla grotta dell’Io inizialmente teso a indagare la molteplicità luminosa del mondo e che invece rimane isolato nel buio disorientante del non sapere, condannato ad un’eterna fragilità.
L’ignoranza è, fondamentalmente, il terreno sterile che l’ombra fantasma narrata dalla Woolf non poteva abitare.

Quel fantasma letterario non è più quindi solo un’elegante metafora della poesia, ma diventa l’emblema di un valore, quello della conoscenza, di un obiettivo per le donne, quello di scrivere, e di un ideale: scavare continuamente nella crosta tenera della realtà per coglierne squarci sempre più ampi e arricchire autenticamente, passo dopo passo, la propria visione del mondo.

 

Cecilia Volpi

 

Nata a Mantova nel 2002, ho frequentato il liceo scientifico; a diciassette anni ho vissuto in Messico un’esperienza di studio semestrale, promossa dall’associazione Intercultura. In settembre mi iscriverò probabilmente alla facoltà di Lettere di Torino, indirizzo linguistico. Mi appassiona molto la dimensione del dibattito, dei viaggi e delle lingue straniere.

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Kandinskij e lo spirituale nell’arte

Vi siete mai chiesti come mai la musica e l’arte astratta a volte ci affascinano di più, ad esempio, di un ritratto o di un dipinto che raffigura un paesaggio? Se la risposta a questa domanda è affermativa, potreste trovare molto interessante e intellettualmente stimolante il saggio Lo spirituale nell’arte (1910) del pittore e teorico del Novecento Kandinskij.

Secondo Kandinskij, infatti, l’arte deve rispondere ad una necessità interiore, ovvero essere intimamente necessaria. In questo senso, in pittura, piuttosto che servirsi di forme materiali per rappresentare fisicamente la natura, bisognerebbe considerare la forma e il colore come energie interiori, energie psichiche che trascendono il mondo materiale e parlano all’interiorità, ovvero allo “spirituale”.

Questa considerazione spiega anche perché Kandinskij cerchi di trovare un parallelismo tra musica e pittura, e porti avanti l’ambizioso progetto di ideare una teoria dell’armonia in pittura analogamente a quella che è la teoria dell’armonia in musica. La musica, a differenza della pittura rappresentativa, non si serve infatti di forme esteriori che rappresentano la realtà, ma esclusivamente di forme interiori, sue proprie, che esprimono il sentimento dell’artista in maniera astratta. In questo senso si può capire perché per Kandinskij la musica sia molto più vicina allo spirituale di quanto non lo fosse la pittura nel 1910, quando il saggio è stato scritto.

Tuttavia, il nostro pittore è molto ottimista relativamente al destino della pittura, in quanto ritiene che, ispirandosi alla musica e ai mezzi che essa usa, sarà destinata a diventare sempre più astratta, svincolandosi così dalla rappresentazione della realtà, e trovando unicamente nelle forme e nei colori usati in maniera pura l’espressione dei sentimenti e dello spirito dell’artista. Mi pare innegabile che il genere umano, in ogni sua individuazione spazio-temporale, stia attraversando un’epoca di grande crisi, che si configura come declinata su due fronti, quello spirituale e quello materiale.

Relativamente al primo, la religione ha perso le capacità di dare una risposta alle angosce dell’uomo moderno, complice anche una preparazione sacerdotale spesso ottusa e dogmatica; inoltre, l’arte e la filosofia paiono arroccate su posizioni sempre più istituzionali, al punto che si è persa la loro considerazione pratica e quotidiana.

Relativamente al secondo, l’attuale crisi legata al Covid-19 sta mettendo in evidenza tutti i limiti della sfera politica e scientifica, che traballa nell’incertezza di fronte ad un nemico oscuro e terribile che sta rovinando la vita di molte persone. Per evitare fraintendimenti, va detto che molto è già stato fatto dalla scienza e della politica relativamente alla cura e alla gestione di questo coronavirus. Tuttavia, la recente diffusione e proliferazione della variante delta in Gran Bretagna sta dimostrando che il Covid-19 può avere ancora effetti sconosciuti e imprevedibili.

Nonostante la criticità delle situazioni summenzionate, io penso che l’invito di Kandinskij a guardare nell’interiorità come sede della “necessità interiore” e dello “spirituale” sia quanto mai attuale. Chi apprezza l’arte o si dedica ad essa potrà trovare nella sua arte un valido elemento sostitutivo o integratore della religione professata. Inoltre, anche se non è più possibile assistere ad un concerto, visitare un museo o andare al cinema, l’arte non cessa di parlare all’interiorità libera e priva di dogmi e pregiudizi dell’artista, proprio perché, come Kandinskij ci ricorda, la vera sede dell’umano è lo spirituale e non il materiale. Inoltre i disagi psicologici che questa pandemia sta creando in ogni fascia di età possono forse trovare un’utile catarsi nella dimensione artistica, capace di portare o riportare senso e significato in situazioni esistenziali davvero drammatiche.

Chi non ama l’arte, può trovare comunque utile la rivalutazione della propria interiorità e spiritualità, che ovviamente può declinarsi in qualsiasi forma, anche non artistica. In questo senso, in un’epoca sempre più segnata da un egoistico consumismo sfrenato, si può rivalutare il misticismo religioso o l’impegno politico e sociale basato non sulla ricerca del potere, bensì su profonde convinzioni etiche e sull’autentico desiderio di fare qualcosa di utile per gli altri.

In sintesi, ritengo che Kandinsky e la sua arte abbiano ancora molto da dirci anche oggi, e che abbiano segnato una vera e propria pietra miliare nella storia dell’arte e del pensiero.

 

Francesco Breda

 

Dai 10 ai 22 anni ho studiato al Conservatorio di musica, dove mi sono diplomato in pianoforte con 10 e lode e ho conseguito brillantemente il Compimento medio di Composizione. Ho quindi studiato privatamente direzione d’orchestra per tre anni e mi sono laureato triennale in Filosofia con 110 e lode. Sono risultato finalista in un’edizione del concorso internazionale di composizione musicale “Maurice Ravel” e ho ottenuto una menzione speciale. Recentemente ho conseguito la più alta e prestigiosa certificazione rilasciata dall’università di Cambridge per la conoscenza della lingua inglese, ovvero il C2 Proficiency. Con l’editore Danilo Zanetti in Montebelluna ho pubblicato un libretto di mie personali riflessioni sulla musica e la filosofia, intitolato “De musica et philosophia”. Con il medesimo editore un altro mio libretto è al momento in fase di pubblicazione.

 

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La follia abita l’amore: spunti dal mondo antico

Un passo del Simposio di Platone recita così: «Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire cosa vogliono l’uno dall’altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali essi provano una passione così ardente a essere insieme. È allora evidente che l’anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire, e perciò la esprime  con vaghi presagi, come divinando da un fondo enigmatico e buio». Ogni giorno vediamo coppie innamorate tenersi per mano, scambiarsi baci, dirsi “ti amo”, ma ci sfugge la vera essenza dell’amore. Cosa vuol dire “ti amo”? Cosa significa parlare d’amore?

Io non possiedo l’altro, l’altro è qualcosa di estraneo a me da cui non si dipende perché l’incontro è tra due unità e non tra due metà. Questa è la premessa dell’amore e di una relazione sana: accettare che l’altro è qualcosa che sta ed esiste oltre e al di fuori di me. Il secondo passo è non idealizzare l’altro e non plasmarlo secondo le proprie aspettative. Ci illudiamo di amare l’altra persona per quella che è ma in realtà amiamo l’immagine che ci siamo creati nella nostra mente proiettandola all’esterno e privando l’altro della libertà di esprimersi per quello che autenticamente è.

Si tende spesso a creare ciò che si ama. «Diventa così evidente quello che la nostra storia ha sempre saputo e taciuto, e cioè che anche nelle cose d’amore l’uomo ama solo la sua creazione, quindi non la natura, ma quella natura coltivata che siamo soliti chiamare cultura» (U. Galimberti, Le cose dell’amore, 2004).

Umberto Galimberti ha fatto una ricca riflessione a proposito, e mette in luce come l’amore sia quando l’altro ti disarma, ti toglie le difese e ti mostra la tua fragilità e quella parte di te che tu non hai ancora riconosciuto.  Di conseguenza ci innamoriamo dell’altro perché cattura la nostra intima essenza prima che noi ci mettiamo a nudo. È un disvelamento dell’anima che richiede il collasso dell’Io. Non bisogna mantenere le difese, non ci deve essere controllo. L’amore non è faccenda dell’Io, ma piuttosto dell’Es: infatti è da lì che scaturiscono le scelte razionalmente inspiegabili.

L’amore mette in crisi le nostre certezze, crediamo di avere il controllo su noi stessi e sulla nostra emotività fino a quando non arriva l’amore a svegliarci dal torpore dell’illusione in cui dormivamo. La condizione sine qua non, secondo il mio punto di vista, per amare ed essere amati, è accettare di non avere il pieno controllo del proprio inconscio e soprattutto di non avere il controllo dell’altro. L’anima di una persona innamorata vive una continua tensione tra forza e fragilità, una continua lacerazione dell’Io.  

Spesso, erroneamente, si fa coincidere l’amore con la passione e l’uomo moderno, alla ricerca perpetua di emozioni forti per sentirsi vivo, non appena il fuoco della passione è meno ardente mette fine ad una storia d’amore. Si continua a desiderare, sempre di più, in una corsa senza meta. L’amore invece è figlio della stabilità e dell’eternità, il contrario del desiderio che richiede continui stimoli e novità. Amore non è fuoco che brucia in un istante fulmineo, ma luce che dura e che abita la durata.

Penso che l’amore faccia paura a molti perché non è facile entrare in contatto con la parte di sé più autentica che spesse volte è anche quella più vulnerabile e più facilmente feribile. Amare è un atto di volontà che richiede impegno, dedizione, fiducia, reciprocità, affidamento. Si sa che non è semplice perché l’amore è una minaccia all’integrità del proprio Io ed è per questo che bisogna avere il coraggio (etimologicamente “avere cuore”) di perdersi per ritrovarsi riflessi negli occhi dell’altro che ci mostra per quello che siamo. Socrate ha descritto l’amore come una relazione con l’altra parte di noi stessi e non tanto come rapporto con l’altro. Per questo motivo affidarsi all’altro ha a che fare più con una scommessa che con una vittoria certa, ma vale la pena giocarla perché in fondo l’amore è abitato dalla follia e tutti noi siamo un po’ folli.

 

Matilde Zerman

 

Sono Matilde Zerman, laureata magistrale in Psicologia. Amo leggere, stare all’aria aperta e stare in compagnia delle persone per me importanti. Mi pongo tante domande e per la maggior parte non ho risposte, ma è questo che mi affascina della vita, che tutto sia un mistero da scoprire e conoscere.

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Ad occhi aperti o chiusi, l’importante è sognare

A volte ci dimentichiamo di sognare, e non perché non pensiamo più al futuro, ma perché siamo troppo occupati ad organizzarlo, programmarlo e scandirne le tempistiche. Sembra quasi che il tempo di fantasticare abbia una scadenza specifica nella vita di ognuno di noi: si smette perché “non c’è più tempo” e quindi gli unici sogni che ci permettiamo sono quelli che iniziano quando spegniamo la luce. Tuttavia, sarebbe davvero ingiusto declassare i sogni notturni a strane immagini caotiche dopo secoli di ricerche. Nel II secolo, i Greci manifestavano grandissimo interesse nei confronti dei sogni, ritenuti in grado di predire il futuro, se uniti alla simbologia. Proprio per questo, la figura dell’interprete dei sogni era considerata quasi sacra e godeva di grandissimo rispetto. Tra questi, uno dei più conosciuti fu Artemidoro di Daldi, scrittore e filosofo che dedicò la sua vita a studiare e riportare nella sua opera Onirocritica1 i sogni di centinaia di persone che si rivolgevano a lui per trovare spiegazioni. La curiosità umana di scoprire quale oscuro significato si celi dietro ai nostri sogni non si è mai spenta nel corso della storia e ancora oggi tutti noi, almeno una volta, abbiamo googlato appena svegli quei ricordi offuscati o consultato un libro, magari comprato qualche tempo fa sperando ci tornasse utile, prima o poi.

Parlando di libri e di sognare, non si può non citare L’interpretazione dei sogni2 di Freud. Secondo lo studioso, i sogni sono una sorta di pulsione che ci spinge verso l’appagamento del desiderio, la ricerca di qualcosa che non ci è concesso quando il Super Ego è vigile. Anche durante la fase REM, ossia quando il sonno è più profondo e quando i sogni si manifestano, continua il conflitto tra il principio primario (il piacere, l’inconscio) e il principio secondario (la realtà, la razionalità) che ci impedisce di fare sogni chiari e riconoscibili. Sembra quindi che la notte sia il momento che ci concediamo per lasciare che tutti i nostri istinti, desideri e segreti escano allo scoperto, o almeno in parte. Spesso ci capita di svegliarci pieni di domande: “perché ho sognato questa persona?” o “cosa ci facevo in quel posto?”; altre volte con un po’ di imbarazzo ci chiediamo se forse non abbiamo mangiato troppo pesante la sera prima; altre ancora siamo semplicemente molto confusi e dimentichiamo quelle immagini psichedeliche in un paio di minuti.

La corrente artistica che ha come nucleo «la fede nell’onnipotenza del sogno»3 è il Surrealismo. Nel Manifesto pubblicato nel 1924, lo scrittore Breton, oltre a fare esplicito riferimento a Freud e ai suoi studi, scrive: «perché allora non accordare al sogno ciò che a volte rifiuto alla realtà, ossia questo valore di certezza in se medesima che, nella sua temporalità, non è affatto esposta alla mia negazione? […] Non può anche il sogno essere utilizzato per la soluzione dei problemi della vita?». Il Surrealismo, definendosi «un mezzo di liberazione totale dello spirito e di tutto ciò che lo rassomiglia»5, aveva l’obiettivo di esprimere figurativamente l’inconscio e l’irrazionale automaticamente, senza mediazioni. Potremmo quasi dire che i pittori cercavano di rendere il sognare realtà.

Un altro modo, non sempre facile, per trasformare i sogni in realtà è quello di realizzarli nel corso della nostra esistenza. Quando siamo piccoli dedichiamo tanto, tantissimo tempo a fantasticare su come sarà la nostra vita, il nostro “lavoro”, le nostre amicizie e le nostre relazioni. C’è chi sogna di rimanere sempre nello stesso paese e chi non vede l’ora di scoprire tutto quello che il mondo ha da offrire; chi ha in mente un progetto ben preciso e chi non esclude alcuna possibilità. Eppure, a un certo punto, ci ritroviamo a percorrere un percorso che non ricordiamo di aver scelto o ci sta troppo stretto. Se c’è una cosa positiva che la pandemia ci ha concesso (almeno all’inizio) è la chance di fermarci e domandarci se quello che stiamo facendo corrisponde davvero a ciò che sognavamo in principio o se stiamo solo andando avanti per inerzia con il terrore di perdere preziosissimo tempo. E se siamo così fortunati da poter scacciare i nostri dubbi, allora perché non lasciare la nostra immaginazione libera di sognare ancora, senza restrizioni o limiti autoimposti? In fin dei conti, citando Paulo Coelho, «c’è solo una cosa che rende un sogno impossibile da realizzare: la paura di fallire»6.

 

Beatrice Pezzella

Beatrice Pezzella, classe 2000, studia Scienze della Comunicazione all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, dopo aver frequentato il Liceo Linguistico a Treviso. Amante della lettura, dell’arte, dei viaggi e della cultura in generale, nel tempo libero scrive riflessioni su temi ispirati alla quotidianità e al mondo che la circonda.

 

NOTE:
1. Artemidoro, D. del Corno (a cura di), Il libro dei sogni, Adelphi,  Milano, 1975, 7ª ediz., pp. LVIII-366
2. S. Freud, L’interpretazione dei Sogni, Einaudi, Torino, 2014
3. A. Breton, Manifesto del Surrealismo, in M. De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Feltrinelli, Milano, 2014, p. 340
4. Ivi, p. 329
5. M . De Micheli, Le avanguardie artistiche del Novecento, Feltrinelli, Milano, 2014, p. 181
6. P. Coelho, L’Alchimista, La nave di Teseo, Milano, 2017

[Photo credit Johannes Plenio su unsplash.com]

Il vaccino anti-Covid come metafora di comunicazione

Comirnaty. È il nome commerciale del vaccino anti-Covid 19 della Pfizer-BioNTech. Nel brand sono “mescolati” le sigle Covid e mRNA insieme ai concetti di comunità e immunità. Un modo per attivare un sentiment positivo, rispetto alla vaccinazione, e mobilitare l’opinione pubblica all’idea di immunità per la difesa della comunità.
Al di là delle forti suggestioni emozionali, il lavoro dei creativi sollecita un’ermeneutica della cultura odierna e una riflessione sul post-pandemia, osservati dal punto di vista dei processi comunicativi.

In questa sede vorrei soffermarmi, brevemente, su due prospettive.
La prima è relativa alla sigla mRNA. L’opinione pubblica, in questi mesi, ha imparato a usare questo acronimo con lo stesso entusiasmo di chi conosce la formula segreta di ogni cura. L’mRNA, ossia RNA messaggero, contiene l’informazione per la sintesi delle proteine. In questa sede non è possibile descrive i meccanismi biologici e cellulari legati all’mRNA. Vale la pena, tuttavia, chiarire che, in estrema sintesi, si tratta del trasferimento di un messaggio, della sua codifica e decodifica, e dell’attivazione e regolazione delle informazioni che contiene. Un processo comunicativo!

La società dell’informazione, nel periodo pandemico, ha scoperto che per modificare una comunicazione, per costruire un cambiamento e migliorare la nostra condizione è necessario “discernere” sul messaggio, isolarlo, conoscerlo…
Il Comirnaty, in chiave metaforica, esprime anche una critica al sovraccarico informativo della società contemporanea, quell’information overload del mondo iper-accelerato e iper-connesso paralizzante e semplificatore. Per curare questa infodemia, e incidere su questo “eccesso di viralità”, la terapia è ancora il discernimento, quella facoltà, cioè, di giudicare, valutare e distinguere; opportunità per prendersi spazio e tempo; occasione per pensare criticamente e per riorientare la comunicazione.

Il secondo aspetto. A guidare la ricerca Pfizer sul vaccino anti-Covid è stata una ricercatrice, Kathrin Jansen.
La stampa, nazionale e internazionale, ha molto enfatizzato questo aspetto, arricchendo storie e modelli di narrazione “del femminile” e “al femminile”. Della Jansen sono stati raccontati la vita, i fallimenti e i grandissimi successi (a lei si deve lo sviluppo di due importanti vaccini, quello contro lo pneumococco e quello contro il papillomavirus), lo stile di comando, l’impegno, le competenze… Davvero una bella storia, un’ispirazione per molte giovani donne. Con la Jansen è stato presentato anche un “modo altro…” di pensare e agire professionale, differente dal gold standard maschile.

Andando, però, più a fondo in tutta questa storia, troviamo la costante aspirazione a un “modo altro…” che renda possibile il ritorno alla “normalità” e che eviti gli errori, i limiti, le inefficienze che hanno determinato o contribuito a determinare una pandemia, e accanto a questa una pandemia sociale e economica.
Il Covid ha causato il collasso, la caduta logica di sistemi, individuali e collettivi, comunitari e statali, economici e culturali… svelandone, a carissimo prezzo, fragilità e criticità.

Per risolvere questa crisi, insieme ad un’azione di “decodifica” dei messaggi della comunicazione, le voci più influenti di questo nostro tempo credono necessario un “modo altro…” di pensare le relazioni, i sistemi politici, economici, sociali. Un “modo” rivolto all’essenzialità, un pensiero differente che ci aiuti a ripensare criticamente le strutture, i valori, le ragioni su cui è stato poggiato fino ad oggi il nostro mondo, per rifondarlo con equità.

Questa ricerca raggiunge livelli altissimi proprio negli studi di genere. Penso ai lavori di Judith Butler, Adriana Cavarero, Carol Gilligan, Luce Irigaray, Luisa Muraro, Julia Kristeva. Solo per citare alcune, fra le numerose autrici. Nelle loro analisi appare costante la critica al pensiero occidentale, concentrato sull’identità e sul linguaggio maschile, e l’impegno per costruire “un’altra cultura” che consenta di riscoprire le differenze, l’alterità, la soggettività femminile. Irigaray, in Speculum1, la definisce “cultura a due soggetti”, partendo dalla differenza di genere per riconoscere e valorizzare le differenze in vista non solo di una rifondazione culturale, ma di una nuova convivenza umana.

Questa prospettiva sulla comunicazione invita, ancora una volta, a soffermarsi sul messaggio, ad avere cura delle parole, a riflettere sul loro senso e sul loro significato, a dedicarsi al parlare-con, a decentrarsi rispetto a se stessi, ad adottare un linguaggio accogliente e rispettoso, a rappresentare il mondo con parole nuove.
Qui collochiamo ogni premessa di cambiamento: descrivere e rappresentare il nuovo mondo secondo le parole che scegliamo.

 

Massimo Cappellano

Massimo Cappellano, giornalista, dirige l’Ufficio Stampa dell’Asp di Catania. Laureato in Storia Contemporanea all’Università di Catania, è stato docente invitato presso la Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia. È studioso di tutto ciò che si muove nel crocevia in cui si incontrano antropologia, filosofia, sociologia, politica e religione. È autore dei saggi Il grido e l’incontro. Due figure per ripensare la modernità (2009) e Comunicare partecipazione. Comunicazione pubblica e partecipazione civica come leve per il cambiamento della Pa (2019), e co-curatore del volume Lessico Sturziano (2013).

 

NOTE:
1. Cfr. L. Irigaray, Speculum. L’altra donna, 2017

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Ci penserà il vaccino? Fare (buon) uso della tecnologia

La mascherina prima e il vaccino poi sono tra gli esempi più importanti degli strumenti sbandierati come risolutivi e salvifici nella pandemia. È una storia che si ripete: credere che la soluzione ai problemi personali o collettivi, ancor più quando drammatici, stia in un qualche strumento, perché «ormai solo la tecnica ci può salvare» – con buona pace di Heidegger. Ma in fondo lo sappiamo: a eliminare sviste e polemiche nel calcio non basta la VAR; analogamente, a eliminare il Coronavirus non bastano mascherina e vaccino, né una app di contact tracing, e via discorrendo.

Credere nel cosiddetto «soluzionismo tecnologico»1 vuol dire non resistere alla fortissima tentazione di affidarsi ciecamente a quanto ci permette di sopravvivere e vivere nei modi più svariati e imprevedibili: significa non far caso all’importante distinzione tra la questione del «dominio della natura» e quella del «dominio del rapporto tra natura e umanità»2. Infatti, anche quando può sembrare che gli strumenti garantiscano un rapporto ottimale o soddisfacente con il mondo, resta ancora da giocare la partita più importante: rendere ottimale o soddisfacente il nostro rapporto con quel rapporto con il mondo.

Non è mai semplice, sia chiaro; ma è un compito a cui non possiamo sottrarci, come persino i più accaniti “tecnofili” riconoscono: se certo non si può «pretendere che la tecnologia ubbidisca», si può ugualmente evitare la «tecno-dipendenza», imparando a «lavorare insieme e non contro» la spinta della tecnologia. Si tratta cioè di «trasformare il proprio rapporto» con essa3. Il problema è allora governare se stessi, oltre o prima che il mondo e le cose: scomodando gli antichi, si tratta di habere non haberi, esattamente perché “avere” implica l’entrare in una relazione appropriativa, innanzitutto con sé4. Ecco dunque che cosa comporta “il rapporto con il rapporto tra umanità e natura”: saper affiancare al potere che la tecnologia garantisce un potere sul suo potere5, anzi con esso.

Che ciascuno coltivi questa attitudine è importante nel cuore della pandemia e lo diventa ancor più quando si ha o avrà a che fare non solo con tecnologie di «primo ordine» che rapportano natura e umanità, o di «secondo ordine» che rapportano tecnologia e umanità, ma anche o soprattutto di «terzo ordine» che rapportano tecnologia e tecnologia6: una mascherina sta tra l’aria e noi, una siringa sta tra un vaccino e noi, mentre un’automobile intelligente per esempio potrà stare tra un’agenda digitale e uno smartwatch, controllando il primo per trasmettere al secondo il messaggio che occorre far benzina prima di andare a vaccinarsi. Badare al “rapporto con il rapporto…” costituisce quindi il cuore dell’imperativo categorico forse più fondamentale che si possa immaginare: agisci in modo tale da relazionarti con la relazione che hai con il mondo. A dire: trova una maniera di occupartene.

Sembra uno di quegli insopportabili giochi di parole filosofici, ma è in fondo quanto comunemente chiamiamo fare uso, atto che ha due volti inseparabili7. Da una parte si usa a partire dalle opportunità e opzioni che qualcosa offre, presentandosi come «invito»8 o «suggeritore»9. Dall’altra parte si fa di tali “vincoli mobili” un punto di appoggio per l’azione, perché essi non rivelano già in anticipo che cosa farne, così che a fare la differenza è come ci si relaziona a essi, come ci si pone rispetto a essi. In tal modo, la postura o l’atteggiamento che si assumono sfociano nella produzione di quel che chiamiamo comportamento: sarebbe bello aver trovato la via d’uscita grazie a mascherina e vaccino, ma – ancora una volta – la vera sfida umana troppo umana che ci si trova ad affrontare non è scoprire il rimedio tecnico definitivo, bensì trovare un modo buono di farne uso – inventarlo.

Insomma, non ci pensano la mascherina o il vaccino da sé; ma nemmeno ci pensiamo noi contando sulle sole nostre forze “naturali” – anche ammettendo di riuscire a definire quali davvero esse siano. Questo vale anche per molti tra i “sotto-problemi” della pandemia, come la DAD: la soluzione è sì fare (buon) uso, ma farlo appunto della tecnologia. Niente paura: come accade per ogni sport che si rispetti, la disciplina del “far uso” non accoglie solo atleti professionisti già fatti e finiti o campioni indiscussi. Infatti, ciascuno può sempre allenarsi secondo i propri modi e possibilità, compiendo esercizi che potenzino a poco a poco la muscolatura fondamentale dell’agire in modo tale da relazionarti con la relazione che hai con il mondo10.

 

Giacomo Pezzano

 

Giacomo Pezzano (PhD), si occupa principalmente di antropologia filosofica e ontologie contemporanee, cercando di tenere insieme nella propria ricerca la dimensione scientifica e quella comunicativa. Cura la rubrica Popsophia sulla piattaforma Medium (https://medium.com/popsophia) e i suoi ultimi libri sono Filosofia delle relazioni. Il mondo sub specie transformationis (il melangolo, con Laura Candiotto) ed Ereditare. Il filo che unisce e separa le generazioni (Meltemi).

 

NOTE:
1. Secondo la recente formulazione di E. Morozov, Internet non salverà il mondo (2013), Mondadori, Milano 2014.
2. Distinzione invece colta da W. Benjamin, Strada a senso unico (1928), Einaudi, Torino 2006, p. 71.
3. K. Kelly, Quello che vuole la tecnologia (2010), Codice, Torino 2011, pp. 20, 219.
4. Di tutto ciò ne discute l’ottimo P. Virno, Avere. Sulla natura dell’animale loquace, Bollati Boringhieri, Torino 2020.
5. Einaudi, Torino 1990, p. 181 e Tecnica, medicina ed etica. Prassi del principio responsabilità (1985), Einaudi, Torino 1997, pp. 127-140.
6. L. Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo (2014), Cortina, Milano 2017, pp. 27-32.
7. Ho approfondito il concetto, in riferimento specifico al fenomeno dell’eredità, in G. Pezzano, Ereditare. Il filo che unisce e separa le generazioni, Meltemi, Milano 2020, pp. 187-199.
8. Affordance, nel senso diventato noto in filosofia grazie a J.J. Gibson, L’approccio ecologico alla percezione visiva (1979), Mimesis, Milano-Udine 2014.
9. Prompter: cfr. L. Floridi, La quarta rivoluzione, cit., p. 27.
10. Per chi volesse cominciare a cimentarsi nell’impresa, un primo strumento può essere l’agile e utile M. Bucchi, Io e Tech. Piccoli esercizi di tecnologia, Bompiani, Milano 2020.

[photo credit Lorenzo Herrera su unsplash.com]

PIL e complessità

Non sono mai piaciute le cose semplici all’economia. È curiosa e ambiziosa e, volendo tremendamente crescere, ha preferito rendersi la vita sempre più complicata. L’amministrazione della casa – oikonomìa, οἰκονομία – è diventata, nello scorrere dei secoli, una disciplina indubbiamente complessa raggiungendo la sua autonomia attorno al XVIII secolo.

Oggigiorno, l’immagine più evocativa della sua complessità è l’insieme dei nodi che costituiscono la catena del valore globale: le innumerevoli interconnessioni che ci consentono di avere un laptop sulla nostra scrivania che dall’estrazione delle materie prime alla consegna del prodotto finito vede il coinvolgimento di un numero almeno a doppia cifra di Stati coinvolti. La teoria economica1, con il compito di comprendere e descrivere i fenomeni complessi dell’economia, ha subìto una considerevole sterzata a partire dagli anni Trenta del Novecento. Da quel tempo ha prevalso la logica di poter assiomatizzare la realtà economica nel suo complesso con l’ausilio di teoremi matematici. Essi, coadiuvati da assunzioni di base specifiche per ogni caso considerato, avrebbero facilitato la comprensione dell’economia. Questo approccio matematico all’economia, attraverso i suoi sviluppi economici, è sembrato essere quello vincente e ha certamente comportato innumerevoli risultati, ma anche alcune inesattezze. Risulterebbe ingiusto non riconoscere come la teoria economia mainstream eretta sugli equilibri tra la massimizzazione dell’utilità e i vincoli di bilancio abbia guidato la prosperità globale concorrendo a ridurre la povertà, in valore assoluto, nel mondo.

Tuttavia, oggi ci risulta più evidente comprendere come questo sistema sia in crisi nel non riuscire a rispondere ad alcuni problemi cruciali del nostro tempo: le disuguaglianze all’interno dei Paesi, il disastro ecologico, la qualità della vita globale, per enumerarne alcuni. La complessità del sistema economico ci aiuta a comprendere queste difficoltà ponendosi sia come fenomeno da catturare che come approccio per la risoluzione dei problemi. Catturare la complessità del sistema economico è uno sforzo globale che diversi centri studio compiono primariamente con la costruzione di indicatori compositi.

L’esempio forse più conosciuto è la rilevazione annuale de Il Sole 24 Ore che indaga la qualità della vita delle province italiane attraverso sei diverse aree tematiche. Questi indicatori hanno assunto, una forte spinta mediatica proprio perché riescono a catturare l’eterogeneità dei fenomeni, a non ridurre la rappresentazione di una realtà con un solo fenomeno economico2.

Durante Economy of Francesco (EoF), l’evento internazionale “per l’economia di domani” fortemente voluto da Papa Francesco, al tavolo di lavoro “Politiche Pubbliche e Felicità” abbiamo proposto la creazione di un indice di benessere per i bambini (CFI) proprio con lo scopo di catturare la complessità dello sviluppo umano specificatamente nella sua dimensione relazionale3. La finalità più alta dell’indice CFI è proprio quella di consentire ai decision maker di adottare policy che non tengano solo in considerazione alcuni importanti indicatori puntuali come la salute, l’alimentazione, l’inquinamento, la formazione scolastica, l’uguaglianza, ma anche le relazioni concepite come interazioni familiari, percezioni del bello, capacità di sognare, curiosità e processi di facilitazione al concepimento.

Un’ulteriore elaborata con i ragazzi di EoF concerne la creazione di un progetto di mappatura inclusiva. La logiche è quella di rompere lo schema che le mappe siano mere rappresentazioni di confini, ma la possibilità di raccogliere relazioni, sensazioni, competenze e risorse, suoni di una comunità si possa raccontare la storia di un luogo e con essa influenzare la vita e l’inclusione sociale. Crediamo che focalizzarsi su storie tipicamente nascoste, ignorate, invisibili, le mappe possono essere uno potente strumento per poter cambiare la narrativa di quel luogo. Il premio Nobel Shiller ci stimola proprio su questo: «in un mondo dove i troll di internet tentano di influenzare le elezioni, possiamo permetterci di ignorare il potere delle storie virali che influiscono sulle economie?»4. Shiller consiglia fortemente di aggiungere un nuovo approccio all’economia, la Narrative Economics: studiare le storie popolari che influenzano individui e collettività permettono di aumentare l’abilità di stimare, analizzare, comprendere diversi eventi economici. È evidente che quando una storia diventa virale essa influenza le relazioni del tempo, perché allora non aggiungerla nella teorizzazione economica? È da tempi antichi che, in una logica perenne di narrativa economica, è ricorrente la locuzione “le macchine-la tecnologia-l’automazione-l’intelligenza artificiale prendono il posto della manodopera”. Vera, falsa, parzialmente vera o falsa poco importa, poiché questa narrativa ha sicuramente influenzato le decisioni economiche sul mercato del lavoro.

È inevitabilmente in questa weltanschauung che nasce, la Complexity Economics5 che non ha come solo scopo il catturare la complessità, bensì utilizzarla come approccio per la risoluzione dei problemi. Attraverso la teoria economica e l’econometria (statistica applicata all’economia) essa parte dai dei dati granulari, che, che catturando l’eterogeneità dei fenomeni, si adattano ai modelli.

L’obiettivo è lavorare proprio con la complessità per evitare di perdere il punto di vista che Daron Acemoğlu e Robinson nel loro celebre Why Nations Fail esprimono amabilmente: «Qualsiasi fenomeno sociale complesso, come le origini delle diverse traiettorie economiche e politiche di centinaia di comunità politiche in tutto il mondo, ha probabilmente una moltitudine di cause, che fanno sì che la maggior parte degli scienziati sociali eviti le teorie monocausali, semplici e ampiamente applicabili e cerchi invece spiegazioni diverse per risultati apparentemente simili che emergono in tempi e aree differenti»6.

 

Francesco Polo

 

NOTE:
1. La parola economia, in italiano, viene utilizzata in maniera omnicomprensiva senza distinguere le varie specializzazioni. I tre fondamentali campi di ricerca attribuibili alla parola economia sono: Management: economia aziendale, gestione delle imprese; Finance: finanza; Economics: teoria economica, scienza economica.
2. IlSole24Ore, Classifica sulla qualità della vita, 29 gennaio 2021.
3. P. Foschini, Jeffrey Sachs: «Felice di collaborare all’Indice di benessere dei bambini», su CorrieredellaSera, [Consultato il giorno 29 gennaio 2021].
4. R. J. Shiller, Narrative Economics. How Stories Go Viral & Drive Major Economic Events, Princeton: Princeton University Press, 2019 [traduzione mia]. 
5. «Institute for New Economic Thinking» Oxford Martin School [Consultato il giorno 29 gennaio 2021].
6. D. Acemoglu e J. A. Robinson, Why Nations Fail, Currency New York, 2012.

[Photo credit unsplash.com]

Ars moriendi, affrontare la morte mentre si continua a vivere

Da quando siamo bambini gli adulti ci ripetono che la morte fa parte della vita, forse per evitare le nostre domande insistenti, o forse per convincere loro stessi a mettere un fermo a tutti i pensieri che sorgono quando muore una persona cara. Questo continuo tentativo di giustificare la morte, che sia per mezzo della religione o della morale, presuppone il fatto che la morte non sia così naturale come continuiamo a ripeterci da sempre, o forse, che non tutto ciò che è naturale ci lascia impassibili.

Il problema principale in realtà è capire come convivere con qualcosa che arriverà sicuramente e che porrà fine a tutto ciò che siamo. Accettare la fine della nostra vita infatti è una delle cose più difficili che possiamo fare, perché è qualcosa che ci terrorizza e paralizza nel profondo. L’essere umano ha provato a porre rimedio alla paura della morte in una molteplicità di modi già da quando lo stesso concetto di morte ha cominciato a preoccuparlo.

Alcuni modi per sfuggire a quell’angoscia li fornisce la religione, che ci culla e ci dice che tutto andrà bene, visto che la morte non segna la fine della vita, ma anzi è solo un rito di passaggio per arrivare a quella eterna. In un rapporto di premio o punizione con il divino, i cristiani ad esempio, non si preparano ad accettare veramente la morte come qualcosa di definitivo, loro vivono per morire, non rispettando questa vita e agognando la morte in vista di qualcosa di migliore. Questo è uno dei motivi per cui Nietzsche considera i cristiani degli schiavi, in quanto loro non affrontano la vita con tutti i problemi ad essa legati e fondano sul risentimento verso gli altri e sul disprezzo di questa unica vita la loro cieca fede. Si potrebbe dire quindi che i religiosi risolvono il problema della paura della morte evitandolo direttamente.

Per chi non crede alle verità rivelate è un po’ più complesso di così. I non religiosi si preoccupano di poter morire da un momento all’altro, e nel caso in cui la morte dovesse arrivare, di non aver speso al meglio il loro tempo su questa terra.

Queste preoccupazioni noi le ritroviamo già in autori molto più antichi di quel che potremmo pensare. Seneca ad esempio basa la maggior parte dei suoi scritti sul tema della morte e soprattutto sul buon modo di morire, ed è universalmente conosciuto per il suo più grande consiglio, ovvero quello di agire per essere colti dalla morte nel momento di maggiore felicità, un consiglio che non sembra proprio un buon augurio ma che in realtà è una delle poche cose che noi possiamo fare per prepararci all’ineluttabilità della morte stessa.

Seguendo quella che è la tradizione stoica, Seneca non considerava il male come qualcosa di intrinseco alla natura o come qualcosa che fosse presente fuori di noi. La morte non ci tange se non permettiamo che lo faccia, se abbiamo vissuto esattamente come ci eravamo prefigurati. Una felicità sincera e non apparente quindi, raggiungibile sfruttando al meglio il nostro tempo e non rimandando più quello che vorremmo davvero fare.

Fabrizio De Andrè durante la presentazione di Tutti morimmo a stento nel 1969 parlò di un tipo di morte in cui tutti gli uomini si imbattono mentre vivono, quella morte morale o psicologica che si affronta quando si perde un amico, un lavoro o qualcosa a cui si tiene con tutto il cuore. Noi tutti moriamo un po’ per rinascere subito dopo, come se la vita stessa ci abituasse a tutti i tipi di morte possibili prima che arrivi quella vera. Questo significa che non bisogna cercare di scacciare via tutti questi archetipi di morte, perché solo le nostre esperienze formano la nostra persona e ci preparano ad affrontare quello che ci rende fragili e di cui abbiamo più paura.

Dobbiamo imparare quindi a pensare un po’ più spesso alla morte, nonostante questo possa renderci ansiosi o malinconici, evitare i «divertissement» religiosi o morali alienanti e riappropriarci del nostro tempo, diventandone del tutto padroni. Conducendo nel mentre una vita degna di essere vissuta, con cinquemila rimorsi e nessun rimpianto.

 

Marco Catania

Marco Catania, classe 2000. Studia attualmente storia e filosofia presso l’università di Palermo, impegnandosi nel mentre a scrivere su temi filosofici riguardanti l’esistenza, l’etica e la religione.
Interessato soprattutto ad autori francesi come Sartre e Camus, ma anche a tanti autori fondamentali della storia della filosofia, quali Spinoza, Nietzsche e Kant.
Amante del pensiero critico, del dialogo costruttivo e della chiarezza ritiene indispensabile un corretto uso della facoltà di giudizio per potere vivere al meglio all’interno della realtà sociale.
 

NOTE:
1. Ars moriendi (L’arte di morire) è il nome di due scritti latini che contengono suggerimenti sui protocolli e le procedure per una buona morte secondo i precetti cristiani del tardo Medioevo.

[Photo credit Paweł Czerwiński su unsplash.com]

“La tentazione del muro”: da Recalcati una bussola per il presente

«Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori», scriveva Calvino nel Barone Rampante. È questa la posta in gioco quando si sceglie di rinunciare al “fuori”. Eppure inciampando in quel “pensa” si cade nella controversia di questa scelta: sarà proprio quel muro a stringere un doppio nodo con l’oltre lasciato fuori. L’esclusione non avviene soltanto attraverso barriere fisiche: può vivere anche e soprattutto nelle parole, in quel lessico in cui ognuno di noi viene naturalmente gettato. Il linguaggio ci dona identità, riconoscibilità, diversità. Ma il suo più grande dono è l’apertura.

Lo psicanalista-filosofo Massimo Recalcati nel suo libro ci pone davanti una tela di contrasti: la tentazione di alzare un muro è una pulsione assai frequente soprattutto nel lessico civile, quello della dimensione sociale, lo stesso che per sua natura incoraggia la relazione con l’Altro, senza il quale non potrebbe esistere. L’imprevedibilità del non conosciuto innescherebbe, infatti, l’insicurezza, la paura del nuovo. Per chiarirlo, Recalcati introduce il concetto simbolico di confine, depurandolo dalla rigidità con cui siamo soliti pensarlo: ognuno di noi nasce in uno spazio di massima sicurezza nel quale il proprio Io è libero di fiorire lontano da ogni rischio di contaminazione. Questo non luogo ha un perimetro, una linea di transito immaginaria che, pur rappresentando un limite, apre a un significato più ampio: il superare – valicare – per esporsi all’esperienza, al nuovo.

Ogni confine è quindi un potenziale muro: l’equilibrio sopravvive proprio in questa consapevolezza. Un confine stimola l’impulso all’esplorazione, fortifica quello della protezione: con un muro davanti a noi, al contrario, ogni possibilità risulterebbe serrata. Il superamento di questa impasse può verificarsi solo delineando «confini porosi» che ci assicurerebbero di vivere nell’orizzonte relazionale, preservando la nostra identità. La porosità per Bion, psicoanalista britannico, è il primo vero attributo del confine: una «barriera di contatto», un filtro che separa l’interno dall’esterno. Una porta che apre agli infiniti non-Io.

Recalcati potenzia l’eco di questa immagine: la forza del confine, scrive, risiede soprattutto «nello scambio, nella transizione, nella comunicazione con lo straniero: ogni confine definisce un’identità solo mettendola in rapporto con una differenza»1. In questo consiste la porosità che, venendo meno, lascia spazio alla staccionata, al filo spinato, al muro.

Da un punto di vista politico, «la singolarità appare continuamente impastata nella dimensione sociale»2: l’Io e l’Altro esistono grazie alla relazione che li definisce tali. Nel contesto sociale, quindi, la tentazione del muro intreccia inevitabilmente la pulsione alla libertà. Questa per Recalcati è una parola fondamentale, «se non ‘la’ parola fondamentale»3. È la forza centrifuga che ci spinge oltre il confine. Del resto, per dirla con Sartre, siamo da sempre condannati ad essere liberi: fin dalla nascita siamo «gettati nella libertà»4. L’Altro però, in questo contesto, gioca rispetto a noi un doppio ruolo. Vorremmo conoscerlo ma lo temiamo: sappiamo che è un «luogo di perturbazioni minacciose»5, eppure è grazie a questa alterità che riconosciamo la nostra identità. Nell’Altro che releghiamo dietro un muro si nasconde una parte di noi stessi di cui non eravamo a conoscenza, per timore respinta ma con la pulsione naturale a risalire a galla: noi stessi siamo altri nella misura in cui ospitiamo una piccola traccia di alterità e ne siamo contaminati. È questo il filo di Arianna che ci porta dritti al cuore del paradosso, alla rottura di ogni barriera: la libertà individuale è allo stesso tempo libertà degli altri, e non sussisterebbe senza lo slancio ad uscire dal confine dell’autoconservazione, della difesa del sé.

Al fianco della libertà, sul piano sociale, entra in gioco una seconda componente: la verità. Se nella dimensione collettiva scegliamo di reprimere verità alternative alla nostra, eleggendola ad unica valida, permetteremmo ad un regime totalitario di pensiero di minare pericolosamente il campo d’azione di ogni libertà. Una verità “roccaforte” non ammette confini porosi o differenze: la lezione proviene dagli anni del fascismo, in cui si è consolidata la tensione «a preferire l’obbedienza alla libertà, il muro al mare, la schiavitù alla responsabilità, l’ignoranza alla conoscenza, l’inciviltà dell’odio alla civiltà del patto e della parola»6.

L’impalcatura di un lessico così pensato che insegna a riconoscerci con e in quanto altri crolla come sabbia sotto la lente dell’attualità. Oggi una pandemia ha scansato via ogni porosità di confine: la tentazione del muro è diventata necessità per una ragione socialmente prioritaria, la protezione di tutti. Il lessico civile deve fare i conti con queste nuove disposizioni: libertà e verità individuali sono state chiamate ad autoregolarsi davanti alla legge. Il rischio è alto: la rinuncia dell’Altro, quindi di parte di noi stessi, e un ritorno seppur temporaneo al perimetro dell’individualità. È tutto qui il peso di questo contrordine: guardare alla libertà attraverso il vetro opaco di un muro, mettendo in sospeso l’animale sociale di matrice aristotelica che è in noi.

 

Manila Tortorella

Manila Tortorella, classe 1991, è laureata in Lettere moderne e in Scienze Filosofiche presso l’Università degli Studi di Padova, con un focus particolare sul rapporto tra linguaggio e filosofia politica. Lettrice appassionata, si occupa oggi di comunicazione e ufficio stampa a Milano.

 

NOTE
1. M. Recalcati, La tentazione del muro, Feltrinelli, Milano 2020, p. 15
2. Ivi, p.10.
3-4. Ivi, p.60.
5. Ivi, p.4.
6. Ivi, p.9.

[Photo credit unsplash.com]