Sei mio, nonostante tu non ci sia più

“Dicono che scrivere sia utile per esorcizzare i propri fantasmi…io ho sempre visto la scrittura come l’unico strumento in grado di darmi la forza di affrontare la realtà degli accadimenti della mia vita.

E tu sei la mia realtà inaccettata, per me inaccettabile ieri, oggi e, se nemmeno scriverti ciò mi aiuterà, anche domani.

Mi sono sempre auto-proclamata difensore delle libertà personali inalienabili, ma a te posso confidare che non è vero: sono stata l’ennesima ragazzina che, spaventata e soggiogata, ha ceduto e ha perso.

Perso. Perso si, ma cosa? Perché non credo che nessuno, tranne noi, potesse immaginare quale legame si fosse creato, non dal giorno del test, ma appena l’ho percepito, l’istante dopo io, in cuor mio, sapevo che c’eri, eri li, mio.

E io adesso ti devo una spiegazione, un qualcosa che sappia anche solo vagamente spiegare i perché di tutto ciò, della tua assenza oggi, del tuo non essere più mio.

Ci si fida ciecamente di chi chiamiamo “mamma”, anche se tu non potrai mai conoscere questa sensazione di infinita protezione che si prova accoccolati tra le braccia di chi ti ha dato la vita…e non sai quando vorrei che tu potessi sentirla pervaderti ogni istante tu lo voglia, tu ne abbia bisogno…beh io della mia genitrice mi fidavo, lei era ciò che di più reale avessi, il mio faro nella notte.

Quella notte fu la più buia, malgrado le lucciole illuminassero il sentiero del percorso.
Lei non comprese, lei fu la ragione per cui io non mi misi ad urlare, la ragione per cui non feci sentire né la mia né la tua dolce voce. Lei mi coprì gli occhi, così dovetti farmi guidare senza possibilità di scegliere da sola. E, forse, per me è stato bene così, in parte.

Potevo incolpare altri per il nostro distacco, senza assumermene le colpe…”è piccola, la sua vita sarebbe rovinata”…ero piccola solo quando lo volevo io, altrimenti mi giudicavo abbastanza grande per sbagliare, per scivolare…ma poi urlavo, finché qualcuno non accorreva al mio capezzale.

I mesi insieme sono stati i più gratificanti, belli, motivanti che io abbia mai avuto l’onore di vivere.

Averti, portarti con me è stata la gioia più grande che mai mi investirà, perché neanche chi verrà dopo potrà prendere il tuo posto dentro di me…e questa è una promessa che io faccio a te, mio piccolo amore.

Mio. Tu. Lui. Non mi ha mai sorvolata il pensiero di una lei, come se già ti vedessi stringermi la mano, guardarmi per dirmi con gli occhi che hai bisogno di me.

La sera prima avevo pianificato di non presentarmi, con la tua foto stretta al petto, la mia mano a cullarti i sonni, non volevo andare…ma lei, non accorse al mio capezzale, mi gettò tra i leoni, CI gettò tra i leoni.

Non ebbi la più remota via di fuga…non ebbi nemmeno il coraggio di salutarti…sono una codarda, ancora oggi rifuggo la tua essenza, quasi la sentissi librarsi nell’aria che respiro…oggi abbasso lo sguardo, schifata dalla mia codardia e dal sacrificio che tu sei diventato per dare a me la possibilità di crescere senza conseguenze.

5 anni dal giorno in cui saresti diventato la mia realtà, il mio per sempre. 5 anni.

Io ti sento, in casa, nel lettone. Lungo la strada per casa cammiamo insieme, ti percepisco durante la pioggia leggera in primavera, quella profumata…tu corri in giardino e io ti osservo mirando il capolavoro che sei.

Per me sei, non saresti, tu sei.

Sei la motivazione per cui cercherò di aver una vita piena, perché io possa essere il tuo canale per raggiungere la vita, farò si che che la mia esistenza sia un elogio a te e non potrei mai contemplare la mediocrità per te.

Sederemo sempre accanto, perché quello che fa una mamma è garantire alla propria creatura sempre un posto protetto accanto a sè, per far si che il male non lo tocchi.

E io mi sento mamma, non da 5 anni, ma da quando ti ho sentito.
Io sono mamma, perché tu per me non sei mai stato un accumulo di cellule, tu sei il mio bambino.
Io sarò sempre mamma, perché vivrò in tua memoria qualsiasi cosa accada.
Ero, sono e sarò mamma anche se me ne è stata tolta la possibilità tangibile. Io porterò la tua intangibilità nel mondo, ad ogni mio passo se ne affiancherà un altro.

Saremo noi.”

La violenza ha mille sfaccettature, è perpetuata attraverso mille forme, da milioni di persone che celano la loro crudeltà dietro una maschera di buonismo e ipocrisie.
La costrizione e il soggiogamento non possono essere contemplate come gesti d’amore, in nessun caso, per nessuna ragione credano d’aver gli individui che li manifestano.

Sono sempre stata contro l’aborto, non chiedetemi perché, non essendo credente o simili, ma sono sempre stata contro. Per la prima volta in vita mia, ho compreso come un gesto tanto forte  possa essere più doloroso per chi resta, che per chi non c’è mai stato…e non per propria volontà.

Non essere vittime significa anche poter scegliere. Essere vittime prescinde dalle violenze di un uomo. Si può essere vittime in milioni di modi, è come guardare la realtà col caleidoscopio…troppe versioni di un’unica immagine.

#IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

[Immagini tratte da Google immagini]

A te, amore sincero

“Per tutta l’adolescenza ho cercato quell’amore, quello che solo tu mi hai saputo dare,quello che solo tu potevi trasmettermi guardandomi correre verso di te.
Il profumo dei fiori del giardino ancora mi inebria, è come se fossi ancora li accanto a te, Come potessi vederti, ascoltarti, viverti.
Ci sono svariati tipi d’amore, noi due lo sappiamo forse meglio di chiunque altro, vero? L’amore bugiardo, l’amore malato, l’amore che si approfitta, perché il mondo di sentimenti snaturati, e sradicati dalla terra che ha dato loro la vita, pullula. Ciò che manca è la semplicità, la purezza di emozioni così grandi da far diventare qualcuno altro più importante di te.
Mi dicevano sempre che io ero la cosa che più hai amato nella tua vita, la consapevolezza di ciò, di essere amata da un uomo come te, mi ha sempre fatto credere di essere “giusta”, di non dovermi vergognare per l’essenza della mia anima. Nessuno, nemmeno tu però, mi ha spiegato come poter far a sopperire al vuoto che il tuo calore ha lasciato. Continuò a cercarti sai? Nello sguardo della gente, in un gesto gentile, in una parola confortante. Io cercò te. Tento di scovare in chi mi circonda ciò che emanava la tua anima. Perché in fondo ciò che mi manca di più è la quotidianità, la nostra. Le nostre chiamate, quelle notti passate nella cameretta a cercare chissà cosa nel cielo col binocolo…le passeggiate lungo la via di casa durante il Natale.

Sono tornata davanti quella casa, ma non era più la tua. Le tue scale, non c’erano più..i gradini sui quali sedevo mirando te nel giardino..non esistono più…non vi è più traccia del tuo giardino, del balcone dal quale mi guardavi…però entrando nella via, ho visto noi. Una piccola me, un grande te. La mia mano nella tua. Ho percepito la sicurezza, la protezione, il senso di serenità che solo tu sapevi darmi.
Sai chi mi ha fornito gli strumenti per lottare? Chi mi ha sempre resa consapevole della forza insita nel mio essere, nei miei pensieri, nelle mie azioni? Tu.
Lotterò sempre, perché so che gli uomini veri esistono, che l’amore vero esiste, senza riserve, paure o violenze. Io l’ho vissuto, ne vivo ancora oggi a distanza di anni dall’ultima volta che ho incrociato il tuo sguardo complice e fedele.
L’ho vissuto con te.
Tu sarai sempre il modello di uomo perfetto, che la mia mente e il mio cuore cercano ovunque. Perché, nonno, quando hai accanto una persona incredibile a dispiegare le meraviglie che il mondo ha in servo per te, non potrai mai accontentarti, non potrài mai acconsentire o scendere a compromessi.”
Questo spazio non serve solo e unicamente alla denuncia di eventi drammatici, serve soprattutto a dare la speranza a chi, purtroppo, l’ha persa. Il mondo in cui viviamo non sempre si dimostra gentile, non sempre rispecchia gli ideali che ognuno di noi crea nella sua mente.
John Lennon scrisse che quando si impara ad amare se stessi si potrà amare l’altro e farsi amare da quest’ultimo. La propria felicità non può dipendere dalla presenza di qualcuno, non si può e non si dovrebbe mai investire qualcuno della responsabilità che comporta la propria felicità.

L’amore, l’unione che ne deriva, non sono unici, non capitano per sbaglio, si costruiscono, su fondamenta forti e resistenti.
Crescere nell’amore fa comprendere e scoprire come questo si manifesti davvero, come la purezza di tale emozione non possa mai condurre alla sofferenza.
Per quanto sia faticoso, per quanto la solitudine possa travolgere e soffocare durante la notte, per quanto le lacrime possano scorrere fin al punto di non sentirle più scendere, non accontentatevi.
Prendete l’amore più grande che avete mai conosciuto, custoditelo, innalzatelo ad esempio.
Siate memori della felicità, ricostruitela.
Non accontentatevi, non siate voi le prime fautrici della vostra sofferenza.

IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

Fidarsi

“Più conosco il mondo, più ne sono delusa, ed ogni giorno di più viene confermata la mia opinione sulla incoerenza del carattere umano, e sul poco affidamento che si può fare sulle apparenze”. (Jane Austen)

Cosa spinge l’animo a lasciarsi andare liberamente, senza paure né riserve, senza maschere, senza un finto apparire che cela il vero essere? Chi comprende davvero come una donna possa affidarsi totalmente ad un uomo, ad un estraneo, che fino a pochi attimi prima non era parte del proprio mondo? Cosa porta qualcuno ad abbandonarsi, anima e corpo, ad un viso di cui non si ha memoria così pregressa da poter riflettere ponderatamente prima di consegnare sé stessi?

Non parlo della fiducia nei propri cari, nei propri genitori o fratelli, negli amici di sempre…parlo di quella fiducia scatenata dall’amore improvviso, quell’emozione che ti lega profondamente ad un altro essere, senza spiegarsi, senza chiedere il permesso…e quando si ama, purtroppo, non esiste lungimiranza, non vi è traccia del buon senso, del soppesare le situazioni, le persone, come può avvenire, invece, nella quotidianità delle nostre interazioni più abitudinarie.

L’amore non conosce vincoli, travalica tutti i confini, li dissolve, portando con sé quella sensazione di assoluta libertà di poter essere, di poter posare la maschera, di abbattere il muro che ognuno di noi costruisce in propria difesa.

E quando, la persona che si sentiva più vicina, distrugge questa fiducia? Quando quell’emozione così inebriante viene spazzata via in un solo attimo? Quando il mondo che si è costruito con impegno e fatica è devastato da un tornado che dietro di sé lascia solo macerie?Quando si scopre davvero l’essenza dell’altro? Quando quei contorni del volto, quello sguardo, le smorfie, si rivelano nascondere unicamente un mostro? Allora si prende consapevolezza del mondo, si realizza che quella fiducia non ha mai avuto motivo di essere, ci si colpevolizza, la mente si affolla di “se” e di “ma”….

Mi domando come quella povera ragazza, lei, la cui storia mi ha profondamente colpita sin da subito, reagì nel comprendere chi fosse realmente la persona che sedeva accanto a lei. Mi chiedo quanta bontà doveva essere insita in lei per farle aprire per l’ennesima volta la porta a lui che distrusse quel mondo perfetto che era stato creato insieme, lui che si palesò come un mostro. Cercando di capire qualcosa di inspiegabile, vado a ritroso negli anni, rifletto sulle menzogne, sulla privazione di giustizia, quell’ennesime falsità che sono state riservate ad una ragazza, punita perché a conoscenza di segreti inenarrabili, che l’hanno condotta ad essere “di troppo” nel panorama della perfezione ideato da una mente malata e distruttiva.

Distruttivo secondo il vocabolario è ciò che è atto a devastare, distruggere, annientare, come una bomba.

E Alberto Stasi fu l’ordigno, lo scoppio e l’eliminazione di Chiara Poggi, la quale sapeva troppo, che fu uccisa perché “pericolosa”. Una presenza scomoda, un’ombra che avrebbe oscurato l’immagine di quel giovane bocconiano dai tratti così innocenti.

Alberto Stasi è stato condannato a sedici anni di carcere per aver privato Chiara della propria vita. Stasi sconterà una pena di sedici anni per aver massacrato la propria fidanzata senza riserve, senza scrupolo.

Strappata alla vita per essersi fatta cullare dalla speranza che quel sentimento fosse ben riposto. Speranza disillusa da un uomo che, per aver scritto la parola fine all’esistenza di una persona, non pagherà mai abbastanza.

 Nicole Della Pietà

IODICOBASTA.ETU?

Metamorfosi (la perfezione inesistente)

 

Viviamo in una realtà stereotipata, viviamo inseguendo dei modelli, decretati da non si sa bene chi, forse da una collettività troppo concentrata sul sembrare e poco interessata all’essere.
Questa considerazione sappiamo bene potersi estendere, bene o male, a qualsiasi sfera dell’esistenza umana. Questa riflessione non è altro che immagine scritta di una società priva di valori.
Questi stereotipi, tuttavia, vengono addidati e allo stesso tempo inseguiti ossequiosamente da ogni singolo individuo che io abbia mai avuto la possibilità di incontrare. Chi vuole essere il figlio perfetto, chi lo studente modello, chi il compagno ideale, la moglie che l’immaginario collettivo desidera, la ragazza che tutti si voltano a guardare per strada..la ragazza che desidera ardentemente ricevere lusinghe, quella che posta foto sui social perché la “fame del like” e la bramosia di approvazione sono troppo forti per non ricercare ossessionatamente l’approvazione altrui.
La premessa serve unicamente ad aprire la strada alla riflessione che sento di dover attuare, soprattutto ora, qui, perché nel mondo delle parole non si trova mai abbastanza spazio per valorizzare una donna per ciò che è e non per ciò che dovrebbe essere.
I media manipolano, persuadono, modificano la nostra opinione, il nostro pensiero, il nostro modo di agire. I media possiedono quel potere coercitivo in grado di mutare spazi e tempi, divengono estensioni del nostro io, ci affidiamo a loro, ascoltiamo, agiamo. Il passaggio da ascoltare e restare passivi ad agire e diventare attori attivi sta avvalorando, giustificando e legittimando la violenza che le donne subiscono dai media…violenza che, come per un effetto osmosi, è portata avanti dalla società reale, dal sistema nel quale viviamo, ci rapportiamo.
Il viso perfetto, i capelli perfetti, il corpo perfetto. Cercando di mostrare donne normali, attuano ancor di più la corsa alla somiglianza di modelli del tutto sbagliati.
So cosa vuol dire vivere in sovrappeso, sentire le risate, le prese in giro, le cattiverie gratuite… La preclusione alla definizione di “normale”, l’ inclusione nel gruppo dei ciccioni, dei brutti, di coloro che valgono meno. Di questo parliamo, della privazione del valore personale con l’aumento del peso corporeo.
Ad ogni epoca corrispondono stereotipi, in ogni epoca le donne fanno la corsa per tagliare il traguardo. Passare le notti insonne, passare le giornate a resistere, a privarsi del piacere del cibo, dell’unica cosa in grado di saziare davvero l’animo, per ottenere un sorriso, un complimento…il compiacimento. Perché la volete sapere la dura verità? A nessuno piace andare in palestra a sentire la ciccia che salta su e giù mentre si corro sul tapisroulant, nessuna donna prova piacere nel sostituire una fetta di torta con una carota o una costa di sedano…e chi vi dirà il contrario, mente.
Malgrado le lacrime, i dolori, le privazioni, nulla potrà mai discostare una donna dal raggiungimento del proprio obiettivo, nessuno potrà convincere una donna che l’approvazione altrui non conta, che le persone che offendono sono stupide. Nessuno.
Il baratro, nel quale il genere femminile è caduto,sta continuando a risucchiare autostima, sorriso, felicità del sé. Accendete la televisione, sfogliate un giornale, una rivista, accedete a Facebook… Vorrei sapere quante donne “normali” avranno un vostro sorriso, quante super magre avranno il vostro like. Potremmo disquisire a lungo su programmi, asserzioni, pensieri e opinioni sulla magrezza, sull’obesità, ma non vorrei mai fare polemica o trasformare un veicolo di libertà di espressione e verità, come lo sono queste parole, in un arma di discussione inutile.
La verità, mio malgrado, deve esser dispiegata. Questa è, però, una realtà scomoda, qualcosa che la maggior parte delle donne negherà. Per me scrivere tutto ciò è difficile, affrontare i propri mostri lo è sempre…ma la propria sofferenza potrebbe esser la chiave di lettura della sofferenza altrui.
Questa rubrica, la possibilità di trasmettere il mio pensiero al mondo, mi ha fatto comprendere come la narrazione  dell’attualità non sia la strada più giusta per esplicitare e chiarificare le forme di violenza contro il genere femminile. Sono le storie vere a dispiegare la totalità di un evento, di atteggiamenti, di condizioni.
Oggi ho deciso di scrivere di un tema, se pur con toni “smorzati”, che mi sta molto a cuore.
Cercare di reincarnare lo stereotipo della donna supermagra, perché la si percepisce come un’imposizione della società odierna, è una violenza… Se vogliamo, una violenza amplificata e legittimata.
Come potrebbe esser altrimenti, per un fenomeno che porta le donne, e anche gli uomini, perché nessuno ne viene escluso, a cambiare sè stessi, la propria immagine, la figura che è riflesso della propria anima, per compiacere una società ossessionata da valori distorti?
Perché oggi come oggi, non importa chi sei, ma come appari.
IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

[Immagine: opera Metamorfosi IV – pavone di Clarae]

Dall’amore alla morte

– Pesava meno di 20 chili. Mai vista una cosa del genere – 

Queste furono le parole dei medici che si erano occupati della cinquantacinquenne di Pavia. Laura Carla Lodola era ridotta ad uno scheletro quando è stata ricoverata in ospedale. E’ morta ieri mattina per lo stato grave di denutrizione.
Ha trascorso anni di sofferenza, di mancanza di cibo, di acqua e di una vita normale. Il convivente sessantenne – Antonio Calandrini – è il colpevole di questo massacro ed è ora in carcere con le accuse di sequestro di persona e abbandono di incapace. E’ stato proprio lui a chiamare l’ambulanza il 27 Gennaio, quando la donna era ormai priva di coscienza, sostenendo che fosse la compagna a non voler mangiare.

Questa vicenda di cronaca dal triste epilogo ci porta ad una riflessione.
Perché? Cosa spinge un uomo che anni prima decide di convivere con una donna a tenerla rinchiusa portandola in fin di vita? Esiste un motivo che possa giustificare un gesto del genere?

Non credo proprio. Nulla può giustificare violenza. Nulla può giustificare sevizie e torture. Nulla può giustificare la parola umiliazione addossata ad un corpo già ridotto al limite della vita. Nessuna Donna non merita di essere chiamata tale, nessuna Donna merita di non poter urlare il proprio dolore. Nessuna di noi, di Voi. Io, Lei, Tu che stai leggendo. Nessuna.

Con il passare del tempo i segni risultano sempre più evidenti, lo stato di salute e il male provocato rimbalzano su quel corpo; come si può guardare in faccia una donna ridotta a pesare poco più di 15 chili e non fare nulla? Possiamo cercare una risposta, ma dubito saremo in grado di trovarne una valida.

Il mio pensiero in questa tragica storia va soprattutto a questa Donna; il mio pensiero va a chiedersi se non avesse davvero l’opportunità di chiamare aiuto, se le fosse stato tolto dal compagno ogni mezzo possibile per farsi sentire. Se non fosse così sarebbe davvero triste pensare che Laura – invasa dalla paura o dal malessere – non riuscisse a chiedere aiuto, rassegnandosi invece della sua condizione. Una condizione che non mi sentirei di chiamare “Vita”, una condizione che non sarei in grado di definire linearmente. Una condizione che spaventa ognuna di noi, una condizione che è da combattere da parte di Tutte Noi. Non in una somma, ma in una sintesi di forza.

Donne violentate, maltrattate, uccise e sequestrate:

IO DICO BASTA. E TU?

Katia Maistro

[immagini tratte da Google Immagini]

Il Coraggio di Rinascere

Stava camminando lungo la via di casa, il sole risplendeva e lei, stupita, si accorse che stava sorridendo. Non lo credeva possibile, non più ormai, non avrebbe mai pensato che dalla sua anima ferita potesse nascere un sorriso.

Il sole le sfiorava i tratti del volto e non riuscì a non pensare a tutto ciò che era successo fino a quel momento, fino a ciò che l’aveva condotta a quel sorriso disperatamente cercato senza successo per anni.

La sue mente corse indietro nel tempo, le immagini di quell’orrore durato una vita intera si affollarono, quasi facendo a gara a quale dovesse riapparirle per prima.

Si sentono spesso storie di ragazze che, cresciute nella violenza domestica, inconsciamente, perpetuano il modello relazionale genitoriale.

Era terrorizzata che ciò potesse accaderle, ma non da sempre, soltanto da un po’ di anni a questa parte, da quando aveva capito realmente che le famiglie non erano come la sua. Sì, perché la sua rappresentava l’eccezione che conferma la regola, nonostante le avessero insegnato per tutta la vita che quell’inferno fosse la regola.

Lei, una di quelle ragazzine così desiderose di essere amate; lei, che si lanciava a capofitto in troppe relazioni con persone discutibili, che sfruttavano le sue debolezze a loro piacimento, per puro divertimento.

Si scottò, in quel momento, ripercorrendo gli errori della sua esistenza, sentì ancora il dolore delle mille lacrime versate, che come spilli le trafiggevano il cuore, perché credeva di essere sbagliata, perché credeva di non meritare nulla se non una relazione malata e infelice come quella dei suoi genitori.

La violenza non si manifesta colpendo unicamente le persone direttamente coinvolte, coloro che restano e non vanno, coloro che a volte soccombono sotto il peso della mancanza di autostima. La violenza colpisce anche chi non ne è direttamente investito, chi – come i figli – resta a guardare dallo spioncino della serratura.

E le conseguenze di ciò che si vede possono essere atroci quanto quelle provocate dalla violenza verbale o da un pugno sferrato.

Lei a questo ci pensava in continuazione.  Non aveva potuto farne a meno da quando era riuscita a comprendere le dinamiche di ciò che la circondava e a distaccarsene; quelle dinamiche che pur restavano lì, insieme a lei, ed era stata in grado di costruirsi un suo mondo, nel quale quel dolore agonizzante e paralizzante non poteva entrare. Nessuno poteva entrare nel suo mondo, nessuno fino a quella sera d’estate.

Lei, al primo sguardo, aveva sentito qualcosa; un legame, quasi fosse stato il destino. Faticò a capirlo subito, faticò a comprendere ed accettare la natura di quell’alchimia, impiegò anni prima di lasciarsi andare, di far entrare questo qualcuno nel suo mondo ovattato.

Passarono quattro anni prima, durante i quali si rafforzò e intensificò un legame talmente intimo da permettere ad entrambi di mostrarsi per quello che erano, senza paure né riserve, fino a quando non misero da parte tutti i timori e si lasciarono andare; riuscirono a lasciare lo spazio vitale a quell’amore così forte e profondo da sacrificarsi per non intaccare la vita dell’altro.

E a quel punto lei si guardò la mano e vide quel piccolo cerchietto d’oro, un minuscolo cerchietto, che si sarebbe perso nel vasto mondo della crudeltà e delle sofferenze che le aveva dato vita, che simboleggiava l’inizio di un’esistenza reale, fondata su sentimenti a lei sconosciuti fino a quell’istante, fino a che lui non ebbe il coraggio per entrambi di abbracciarla per non lasciarla più.

Il suo sorriso arrivava da tutto questo, da un’infanzia malata in un ambiente altrettanto malato, dalla forza che dimostrò nello staccarsi da quelle anime portatrici di dolore, da quell’affidarsi – per la prima volta – totalmente ad un’altra persona, sapendo che il suo mondo si sarebbe proiettato verso qualcosa di più grande, un qualcosa capace di farla respirare davvero.

Non è altro che una riflessione, non è altro che un misero –  in confronto allo dispiegarsi di una realtà molto più vasto – riassunto della rivincita di una ragazza che ha avuto il coraggio di non accontentarsi, che ha provato talmente tanto dispiacere nel vedere i suoi genitori gettare la propria vita in un vortice di sofferenze, che non voleva accadesse lo stesso a lei. Non voleva che un giorno i suoi figli potessero vivere ciò che aveva traumatizzato lei.

La violenza, nostro malgrado, ha risvolti che vanno ben oltre i segni fisici, come abbiamo sempre cercato di spiegare grazie alla nostra rubrica.

E la violenza non sempre vince: ci sono donne che hanno il coraggio di ribellarsi, ci sono figli e figlie così forti da tagliare quel cordone ombelicale e quel legame così profondo coi propri genitori, per potersi liberare dalla catene di una violenza che a loro è sempre stata imposta, senza la possibilità di una scelta.

Vorremmo iniziare il nuovo anno con la speranza di poter scrivere mille storie del genere, mille storie che lascino spazio alla speranza e regalino al lettore un sorriso, un sorriso nel vedere che, molte volte, la violenza non sconfigge.

IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

Un altro anno è passato..

Un altro anno è passato. Abbiamo appena concluso il 2014 e dato inizio al nuovo anno. Per tutti noi questo passaggio è simbolo di speranza per il futuro, speranza di sorridere, speranza di riuscire nei nostri progetti, di realizzare i nostri sogni.
Per la nostra rubrica la speranza è di maggior sensibilizzazione ma soprattutto di assistere nel 2015 a meno episodi di violenza sulle donne rispetto agli anni scorsi.

Read more

Black Bird

Era una ragazza come tante altre, impaziente di crescere e diventare grande. Lei, così bella con i suoi grandi occhi azzurri, lei così dolce, con l’aria ancora da bambina, lei così determinata e intraprendente. Non voleva dipendere da nessuno, malgrado la tenera età di sedici anni. Lei, così ingenua e pulita da non poter scorgervi la malizia, i sottintesi, un sorriso o un complimento che implicano qualcosa di più.

Iniziò a lavorare come cameriera in un bar, durante i turni serali. Stava progettando di andare via da quel piccolo paesino di provincia dove era cresciuta, troppo stretto per la sua anima di sognatrice.

Le piaceva lavorare, le piaceva scherzare con i clienti; era propensa al rapporto umano, non negava a nessuno un sorriso, una parola gentile, pur sempre con la purezza di chi desidera solo attenuare i momenti bui di chi la circonda.

Chi lavora nei bar sa bene che molte volte i clienti diventano amici, amici che aspettano che si finisca il turno, anche solo per far due parole seduti sui gradini della piazza. E lei di amici ne aveva trovati molti e non si sarebbe mai immaginata che la sua gentilezza l’avrebbe portata alle porte dell’oscurità.

Una sera finì più tardi del solito a causa di una festa cittadina che si era protratta fino a tarda notte, così uno dei ragazzi che frequentava il bar assiduamente si era offerto di riaccompagnarla a casa.

Era un ragazzo come tanti altri; ancora oggi è difficile crederlo capace di tale atrocità.

Si incamminarono verso la macchina, lei sorrideva, grata per quel gesto gentile che le appariva disinteressato. Lui accese la macchina, partirono, ma ad un semaforo a cui avrebbe dovuto girare, il ragazzo andò dritto.

Gli disse che aveva sbagliato, che avrebbe dovuto svoltare a destra, ma lui continuò a guidare, come se non sentisse nemmeno la voce di lei.

Parcheggiò a lato di un casolare disabitato, spense l’auto e scese dalla macchina. Un attimo dopo stava trascinando la ragazza fuori dal veicolo, dentro al casolare, mentre le urla di lei si innalzavano nel silenzio della notte.

Lei scrisse come la violenza si fosse protratta per ore, come dopo le percosse avesse abusato di lei, per poi abbandonarla nel mezzo del nulla, sola.

Impiegò due giorni ad andare a casa: i traumi inflitti erano troppo debilitanti per permetterle di camminare o anche solo per cercare di invocare aiuto.

Non raccontò nulla, giustificò in mille modi quell’assenza, ma non disse a nessuno ciò che era successo e riprese la sua quotidianità, come se nulla fosse mai accaduto.

Due anni dopo, in una notte come tante altre, quando rincasò da lavoro accese lo stereo e fece suonare “Black Bird” dei Beatles, che amava moltissimo; le piaceva l’idea di quel canto nella notte, di quel merlo che non aspettava altro se non il momento giusto per poter spiccare il volo.

IMG_8483mod-1600x1200-Copia1-300x199

La canzone continuò a ripetersi ancora e ancora; quando i genitori si svegliarono per la musica incessante e aprirono la camera della ragazza per spegnare lo stereo, la trovarono stesa sul letto, con accanto un flacone di pillole e una lettera.

“Vola merlo, vola merlo, nella luce della buia notte nera”. Era l’inizio della lettera di addio che stringeva nella mano destra: quel foglio racchiudeva i perché di un gesto così disperato. Raccontò la verità su quella notte terribile, in quel casolare. Scrisse come nessuno le avrebbe mai negato la possibilità di sorridere, come dopo quella notte si sentiva “sporca” e che era meglio andarsene che convivere con le immagini di quell’abuso, con la voce del ragazzo nella mente, con il buio della notte che dal quel giorno non le aveva più permesso di vedere il mondo come sempre.

Generalmente, attraverso questa rubrica, vorrei comunicare speranza e forza, scrivendo di donne che sono riuscite a sconfiggere i mostri che le hanno rovinate.

Tuttavia, credo sia necessario raccontare anche storie come questa, dove la vergogna e la sensazione di sporcizia e di errore derivanti dall’aver subito violenze carnali e non, le conducono al più tragico dei gesti, solo per porre fine a conflitti interni che divorano l’animo.

Noi non diciamo no solo per chi ha trovato la forza per combattere, noi abbiamo deciso di dire no e di sensibilizzare le persone che ci leggono alla lotta contro la violenza sulle donne soprattutto per quelle donne che sono state piegate e uccise dalla violenza, per tutte coloro che si sono sentite colpevoli della violenza tanto quanto i loro carnefici. Abbiamo deciso di combattere soprattutto per chi non ne ha avuto la forza.

IO DICO BASTA. ETU?

Nicole Della Pietà

[Immagini tratte da Google Immagini]

Chi diavolo ho sposato?

La nostra rubrica vuole essere il mezzo attraverso il quale affrontare la violenza sulle donne scorgendone sempre nuove sfumature.

Il fenomeno terribile che qui cerchiamo di rendere alla portata di tutti, raccontando storie di donne vere e riportando dati di attualità sul fenomeno, è da sempre mascherato da bugie, da falsi  “va tutto bene”, perché a volte la vergogna e la paura imprigionano le vittime anche dopo essersi allontanate dal proprio carnefice.

Fortunatamente, negli ultimi anni la società risulta essersi sensibilizzata sul tema: sempre più diffuse sono, infatti, le campagne contro la violenza sulle donne (ne abbiamo avuta una chiara visione durate la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, il 25 Novembre) e i programmi televisivi che trattano di storie vere di violenze, maltrattamenti e abusi.

Oggi parleremo proprio di uno di questi programmi: “Chi diavolo ho sposato?”, in onda su Real Time, tratta di violenze fisiche e non, e delle difficoltà legate a relazioni amorose “malate”.

“Chi diavolo ho sposato? Chi si cela veramente dietro la maschera del marito perfetto?”

Il quesito che accomuna le donne che hanno deciso di raccontare il loro vissuto all’interno di questo programma, si riferisce alla loro incapacità di riconoscere a priori chi davvero fosse la persona che avevano al loro fianco.

Domande ossessive che annebbiano la mente e si acuiscono con il pensiero ricorrente degli attimi terribili di quelle storie d’amore che sembravano favole, ma che in realtà si sono rivelate i peggiori degli incubi.

Tutte le storie vengono raccontante direttamente dalle donne ingannate dai loro mariti-carnefici: proprio l’uso della prima persona nel racconto di ogni singola storia porta ad un alto coinvolgimento emotivo per lo spettatore, il quale è portato a provare sentimenti di empatia nei confronti delle protagoniste, per il loro passato, per il loro presente e il loro futuro che avrà sempre l’ombra di un vissuto troppo grande per esser scacciato in un soffio di vento.

Una storia mi ha colpito particolarmente, probabilmente per la giovane età della protagonista, che all’epoca dei fatti aveva solamente 18 anni.

Beth e Adam si conobbero in una chat-line: iniziarono a parlarsi, a raccontarsi l’un l’altra.

La relazione con Adam, aspirante pompiere, iniziò nel migliore dei modi e dopo solo un mese i due decisero di andare a convivere, malgrado la disapprovazione della famiglia di Beth.

Dalla convivenza al matrimonio il passo fu breve, infatti si sposarono a soli sei mesi dal loro primo incontro.

Il matrimonio all’apparenza perfetto,  in realtà si concretizzò in un litigio dopo l’altro, il tutto scatenato dalle continue menzogne del marito.

Nonostante tutto, la giovane donna decise, un giorno, di sorprendere il compagno portandogli il pranzo al lavoro, ma proprio qui lei si rese conto che c’era qualcosa che andava oltre i loro stupidi litigi, qualcosa che lei ancora non sapeva: in quel negozio non era mai stato assunto un commesso di nome Adam.

Nonostante Beth non avesse più la fiducia di prima nell’uomo che aveva sposato, non volle interrompere il matrimonio; questo fu il suo più grande errore, infatti, una sera, Beth, stanca di stare zitta si arrabbiò per il modo di affrontare la vita del marito e presa dall’ira lanciò un bicchiere a terra, non immaginandosi la reazione del compagno. Adam si alzò in piedi e con forza la scaraventò sul divano e le strinse la gola.

Presa dal panico, Beth riuscì a reagire graffiandogli le braccia, liberandosi, così, dalla presa. Corse a chiamare la polizia, ma il marito con un coltello tagliò il filo del telefono. Beth, terrorizzata, decise, allora, di scappare dai genitori che avvertirono subito la polizia, ma Adam aveva già lasciato la casa coniugale

Dopo due anni di matrimonio Beth decise di non sporgere denuncia per aggressione, ma di iniziare le pratiche per il divorzio; così, dopo aver scoperto di essere stata tradita, decise di riprendere in mano la sua vita e di iniziare un nuovo capitolo, ma, proprio quando sembrava che tutto procedesse per il meglio, un’amica le inviò la foto di un articolo di giornale col nome del suo ex marito, Adam, accusato di incendio doloso.

Dopo varie indagini su ulteriori incendi, Adam confessò di essere colpevole, rivelandosi un “finto” volontario dei vigili del fuoco con il complesso dell’eroe. 

Adam fu condannato e, ora, dovrà scontare undici anni di reclusione.

Abbiamo voluto raccontare proprio questa storia, per dimostrare che le donne possono e devono ricominciare, ricordandosi che hanno dentro di loro la forza per reagire.

Troppe ragazze, donne di qualsiasi età e di qualsiasi cultura, ancora credono di aver trovato l’amore della propria vita ritrovandosi, invece, a vivere esperienze terribili, riportandone ferite psicologiche e spesso anche fisiche.

IO DICO BASTA. E TU?

Katia Maistro

[Immagini tratte da Google Immagini]

Le ali della libertà

Oggi vorrei porre l’attenzione sulla giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Noi tutti abbiamo sentito e visto gli innumerevoli spot e campagne a favore di tale battaglia, abbiamo potuto leggere su qualsiasi piattaforma multimediale storie di donne che hanno subito violenza e grazie ai mass media siamo il pubblico che si prepara all’ennesima giornata dedicata a qualche iniziativa sociale.

Malgrado la grande propaganda che sta promuovendo la giornata del 25 Novembre, mi sento in dover di raccontare le origini di questa iniziativa e di dare un nome alle donne che hanno reso possibile tale spazio riservato nel nostro calendario.

Era il 25 Novembre di un lontano 1960. Ci troviamo nella Repubblica Dominicana e questa che sto per raccontare è la storia di tre donne che non si sono mai piegate alla tirannia, tre donne che hanno vissuto e sono morte per difendere i propri diritti.

Patria Mercedes, Minerva Argentina e Antonia Maria Teresa Mirabal erano chiamate “le farfalle”, prima che il governo brutale di Trujillo spezzasse loro le ali.

I loro corpi furono trovati inermi in un campo di canna da zucchero, abbandonate, private della propria vita, vittime sacrificali di diseguaglianze sociali.

Erano andate a far visita ai loro mariti, quando all’uscita del carcere, le sorelle Mirabal furono sequestrate dagli uomini della dittatura, i quali, forti delle loro convinzioni e armati di bastoni, le picchiarono, torturarono, le massacrarono fino a indurne una morte agghiacciante.

La loro auto fu fatta cadere giù da un dirupo, per simularne la morte accidentale, per far sì che l’ennesima violenza potesse essere celata dietro al velo della disattenzione stradale.

Un anno dopo il tragico assassinio delle sorelle Mirabal, nel 1981, si tenne la prima Conferenza di Donne Latinoamericane, a Bogotà, incontro che voleva celebrare il coraggio di queste donne, per rafforzarne il ricordo, per far in modo che la loro morte diventasse emblema di forza e non di sconfitta.

Da quel consesso di donne a Bogotà fu proclamata la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, celebrata proprio il giorno della morte delle sorelle Mirabal, per celebrarne il sacrificio come simbolo di libertà.

Nel 1999 la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne viene ufficializzata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con risoluzione 54/134, per far sì che la violazione dei diritti umani, conseguenza delle brutalità perpetuate sulle donne, non sia sottovalutata e quindi legittimata da un silenzio che ogni giorno diventa sempre più assordante: se si viene private della possibilità di opporsi, se la vergogna soffoca il diritto a far valere la propria libertà e la propria identità, non si potrà mai porre la parola fine a questo genocidio di genere.

Durante la giornata del 25 Novembre, l’attenzione mondiale si rivolgerà a tutte quelle donne discriminate, mutilate, violentate, massacrate, uccise. Si parlerà di femminicidio, di come ogni due giorni la vita di una donna si spezzi sotto i colpi della violenza. Riecheggeranno numeri, statistiche, si incroceranno volti e sguardi di coloro che ce l’hanno fatta, di quelle donne troppo forti per permettere a un uomo di annientarle.

Durante quella giornata, tuttavia, il mio pensiero andrà a quelle tre donne, a quelle ali spezzate, che senza volerlo, si sono immolate per dare a noi la possibilità di dire basta a tutto questo. Il mio pensiero andrà a loro, che hanno dato a noi oggi il diritto di essere liberamente donne.

Le sorelle Mirabal dissero basta con la loro vita. Noi abbiamo deciso di dire basta perché il loro massacro non sia un’altra storia di sconfitta, ma perché sia vittoria, perché possa essere per ognuno di noi “le ali della libertà”.

IODICOBASTA.ETU?

Nicole Della Pietà

[Immagini tratte da Google Immagini ]