Una parola per voi: governare. Giugno 2019

«[…] se per chi dovrà governare troverai un modo di vita migliore del governare, ottima potrà essere l’amministrazione del tuo stato, perché sarà il solo in cui governeranno le persone realmente ricche, non di oro, ma di quella ricchezza che rende l’uomo felice, la vita onesta e fondata sull’intelligenza. Se invece vanno al potere dei pezzenti, avidi di beni personali e convinti di dover ricavare il loro bene di lì, dal governo, non è possibile una buona amministrazione: perché il governo è oggetto di contesa e una simile guerra  civile e intestina rovina con loro tutto il resto dello stato».

Da La Repubblica di Platone

 

Il 2 giugno è la Festa della Repubblica Italiana. Si ricorda il referendum istituzionale indetto nel 1946, occasione in cui il popolo italiano fu chiamato a decidere in merito alla forma di stato dello stivale. Dopo la dittatura fascista e l’orrore della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia cambiò faccia e ripartì da ideali quali la libertà, l’onestà e l’intelligenza. Come scrive Platone ne La Repubblica, ogni governo, per essere definito buono, dovrebbe avere a capo un uomo (o una donna, aggiungo) che possieda questi ideali e non cerchi di trarre il proprio bene personale dal ruolo di governante. Un concetto giusto ma anche, purtroppo, ormai desueto.

Per celebrare la Repubblica Italiana e quella platonica, questo mese la parola per voi è: governare. Il cinema, la letteratura, la musica e l’arte presentano tanti esempi di buono e cattivo governo. Storie di personaggi che hanno governato solo per accrescere il loro prestigio e la loro ricchezza, dando vita a rivolte e guerre sanguinose; di individui che, al contrario, hanno messo da parte le velleità personali per dedicarsi anima e corpo a un governo retto e intelligente.

 

UN LIBRO

massa-e-potere-chiave-di-sophiaMassa e potere – Elias Canetti

Prima di diventare un elemento peculiare delle società moderne, la massa è stata molte cose. Nelle sue memorie Canetti scrive: “È un enigma che mi ha perseguitato per tutta la parte migliore della mia vita e, seppure sono arrivato a qualcosa, l’enigma nondimeno è restato tale”. Ciò che prende forma è un sentimento di astio verso un potere imprendibile e verso gli esseri umani che decidono di incarnarlo. Un potere che non può essere giusto perché è il volto di quella fragilità umana che ha sempre bisogno d’incattivirsi per confermarsi potere e che trova le masse ancora più irrisolte, forti e numerose nel loro resistere sotto il cielo.

UN LIBRO JUNIOR

il-re-che-non-voleva-fare-la-guerra-chiave-di-sophiaIl re che non voleva fare la guerra – Lucia Giustini, Sandro Natalini

La storia ci insegna che i più grandi re di ogni tempo hanno avuto grandi eserciti con i quali affrontare il nemico e conquistare nuovi territori per allargare i confini dei loro regni. Raramente viene ricordato Re Fiorenzo, sovrano decisamente atipico, perché non voleva eserciti, né guerre né nemici. Un album illustrato da leggere ai bambini dai 3 ai 6 anni. 

 

UNA CANZONE

civil-war-chiave-di-sophiaCivil War – Guns N’ Roses

Una canzone di condanna verso tutti i soprusi dello stato, in questo caso quello americano, che attraverso diritti negati, false promesse e guerre ingiustificate, tende ad arricchire quanti governano e ad impoverire e danneggiare la popolazione (“And I don’t need your civil war, it feeds the rich while it buries the poor. Your power hungry sellin’ soldiers, in a human grocery store“). Chiaro l’intento del testo, che entra inevitabilmente in testa grazie ad assoli spettacolari: la canzone mira ad infondere consapevolezza e volontà di riscatto (“Look at the shoes your filling
Look at the blood we’re spilling. Look at the world we’re killing. The way we’ve always done before. Look in the doubt we’ve wallowed. Look at the leaders we’ve followed. Look at the lies we’ve swallowed. And I don’t want to hear no more“).

UN’OPERA D’ARTE

george_grosz eclissi di sole chiave di sophiaEclissi di sole – George Grosz (1926)
 
Il celebre dipinto Eclissi di sole, realizzato dal grande artista tedesco George Grosz in un’epoca di grandi difficoltà finanziarie per la Germania, si presenta come una perfetta allegoria di un governo corrotto, guidato da una élite militare sanguinaria controllata astutamente da una classe dirigente senza scrupoli, fatta di ricchi banchieri e grandi industriali. La scena è eloquente: un uomo dell’alta società sta in piedi e suggerisce all’orecchio di un generale le decisioni da prendere al tavolo del governo, al quale sono sedute figure di uomini senza testa, che simboleggiano la totale passività di ministri e consiglieri, burattini nelle mani della classe dirigente. Sopra il tavolo è ben visibile un coltello dalla lama insanguinata, chiaro riferimento alla violenza attuata dai governi di regime guidati dai capi militari. L’eclissi di sole, titolo dell’opera, è visibile sullo sfondo: il simbolo del dollaro, emblema del capitalismo, oscura il sole che dovrebbe illuminare la tetra città raffigurata alle spalle del generale. Governare sotto l’egida del denaro significa, dunque, fare gli interessi di pochi potenti e soffocare i cittadini con la violenza e l’illiberalità.
 
 
 

Francesca Plesnizer, Sonia Cominassi, Federica Bonisiol, Luca Sperandio

 

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Cinema e filosofia, due strade per imparare a essere uomini

Il cinema ha cambiato per sempre il modo di rappresentare il mondo e ne è uno strumento di comprensione e di analisi, un imprescindibile dispositivo per ragionare sulla realtà e, soprattutto, su noi stessi. Ragionare, esercitare il pensiero libero e critico, saper argomentare ed essere consapevole di ciò che si pensa e che si dice dovrebbe essere il reale fondamento dell’educazione. In qualità di formatore che si occupa di educazione al cinema o, come sintetizzano gli anglosassoni di film educator, credo che questa premessa valga ancora di più se applicata alla nostra società dell’immagine e conseguentemente delle immagini.

Se un individuo del XVII secolo, nell’arco della sua intera esistenza, entrava in contatto con circa seicento immagini, oggi e specialmente per quel che riguarda le nuove generazioni, questa “scorta” iconografica si esaurisce già nel primo pomeriggio di un giorno qualunque. E buona parte di queste immagini viene fruita attraverso materiali audiovisivi.

Ma analizzare e saper riflettere su ciò che si guarda è un esercizio del pensiero che va allenato, tanto più quando riguarda il cinema e i suoi “derivati”.  Azzardando potremmo sostenere che il cinema è uno strumento filosofico per conoscere e decifrare la realtà che abbiamo intorno, per conoscerci, sperimentando vite, mondi e ipotesi di esistenza. Questo è valido da subito, sin dalla sua genesi e dalle sue origini, sin dal primo film della storia del cinema e dell’umanità, sin da quei primi 42 secondi girati con la loro nuovissima e fiammante invenzione da quei geni dei fratelli Lumière nel marzo del 1895 davanti all’uscita della loro fabbrica. Un pesante portone di legno si apre e ne escono prima un gran numero di donne vestite a festa e con degli eleganti cappelli decorati, poi un gruppo di uomini con la cravatta insieme ad un cane e ad una bicicletta.

Nessuno degli operai Lumière guarda verso l’ingombrante macchina da presa posta dall’altro lato della strada, nessuno sosta incredulo davanti all’obiettivo. Non è quindi la ripresa filmata della reale uscita dalla fabbrica ma ne è un’ordita e organizzata rappresentazione. Già dal primo film il cinema si dichiara per quello è e che sarà nei tempi a venire: non è la registrazione meccanica di ciò che è realmente accaduto, non è la fotografia del “vero” ma si riferisce sempre ad una rappresentazione del “verosimile”, di ciò che sarebbe potuto accadere. Così facendo il cinema nasce possedendo intrinsecamente le caratteristiche e le capacità che Aristotele riconosceva alla poesia. In quanto “verosimile imitazione” la poesia, in tutte le sue forme e a maggior ragione in quella che assume nelle vesti del cinema, non è legata al “particolare” di ciò che è veramente accaduto e per questo, secondo Aristotele, intrattiene con l’universale una relazione nella forma della probabilità. In altre parole il cinema, in quanto è imitazione, cioè in quanto mimesis (la più verosimile mimesis del mondo e delle cose che l’uomo abbia mai sperimentato in millenni di sforzi rappresentativi), è quindi strettamente connesso alla conoscenza. “È fonte di piacere guardare le immagini perché coloro che contemplano le immagini imparano e ragionano su ogni punto” scriveva Aristotele. Tralasciando l’incredibile fatalità del fatto che i fratelli Lumière hanno inventato il cinema in un quartiere di Lione chiamato Monplaisir (il mio piacere), guardando le immagini dunque, meglio ancora guardando le immagini in movimento si prova da un lato piacere e dall’altro si svolge un’attività filosofica.

È possibile imparare e ragionare guardando le immagini e questo, i ragazzi di oggi, che usano film, documentari, serie tv e materiali audiovisivi come ausilio quotidiano nello studio scolastico, inconsapevolmente già lo sanno. Perché il cinema, grazie al piacere aristotelico procurato dalle immagini, coinvolge emotivamente nella conoscenza e nel ragionamento. Questo coinvolgimento patetico del cinema, che tira in ballo in maniera così accentuata le emozioni, (stimolando in certo senso un’intelligenza più emotiva) dipende dagli elementi del suo linguaggio: le immagini in movimento e la loro organizzazione nella costruzione dello spazio-tempo narrativo. Cioè, esattamente come avveniva per la tragedia greca, in cui il piacere dello spettatore veniva stimolato più dal modo con cui il racconto veniva costruito che dal racconto stesso, nel cinema, il contenuto del film, ciò che genera l’immedesimazione e il coinvolgimento emotivo dello spettatore è veicolato attraverso la forma delle immagini e la relazione tra di esse.

È per la mia passione per il cinema e il lavoro di cui vivo che sono convinto che tutti dovrebbero studiare la filosofia e tutti dovrebbero studiare il cinema perché entrambi, a modo loro, fanno la stessa cosa: ci insegnano a pensare e a ragionare. Ci insegnano quindi, ad essere umani.

Simone Fratini

Dopo gli studi in Pedagogia e la specializzazione in Cinema collabora con “Cinema e Scuola” un progetto dell’Università La Sapienza e del comune di Terni. Fa parte del gruppo di Direzione Atistica del Biografilm Festival – Internetional Celebrations of Lives per tre edizioni. Dal 2011 si occupa a tempo pieno di didattica del cinema e degli audiovisivi presso il Dipartimento educativo della Fondazione Cineteca di Bologna per cui segue i progetti con le scuole, la formazione dei docenti e i progetti europei sulla film education in collaborazione con altre cineteca europee.

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Geni si diventa! Appello per lo studio della Filosofia

Oltre 100 accademici, centinaia di professori della Scuola e altri professionisti di tutta Italia vi hanno già aderito. La testimonianza di Costantino Esposito e il suo invito  alla filosofia, come firmatario del Manifesto per la filosofia.

Una volta Oscar Wilde ha scritto che a dare risposte son capaci tutti, mentre è per porre la vere domande che ci vuole un genio. Ma si può imparare ad essere un genio? Verrebbe da rispondere di no, poiché la genialità è quasi un talento naturale o una dote eccezionale del singolo individuo. Eppure, se ci pensiamo, c’è una sorta di “genialità” che appartiene quasi nativamente alla nostra intelligenza (indipendentemente dal fatto di essere poi dei “geni”). È quello di cui parla Cartesio all’inizio del Discorso sul metodo (1637): la cosa meglio distribuita al mondo, quella “naturalmente uguale in tutti gli uomini” è il buon senso o ragione, vale a dire “la capacità di giudicare rettamente, discernendo il vero dal falso”; e la diversità delle nostre opinioni non deriva dal fatto che alcuni possiedano una quantità maggiore di intelligenza rispetto ad altri, ma dal fatto che seguiamo strade diverse e non prendiamo in considerazione le stesse cose. Per questo, come avverte in maniera fulminante Cartesio, «non basta avere un buon ingegno: l’essenziale è applicarlo bene». E questo sì che lo si può imparare, nel senso che si può – e si deve anche, se non si vuol rinunciare al proprio ingegno – imparare a riconoscere la via attraverso cui esercitarlo, ossia il “metodo” richiesto per raggiungere la verità (ed evitare la falsità). Per questo non è contraddittorio dire che geni si nasce nella misura in cui lo si diventa.

Forse è a questo livello che si può tentare di rispondere alla domanda se valga (ancora!) la pena studiare filosofia. Le soluzioni tradizionali di tale quesito (soprattutto in riferimento alla collocazione della disciplina “filosofia” nei curricula scolastici) consistevano prevalentemente nel rivendicare due tipi di funzione a questo insegnamento: una funzione per così dire “architettonica”, secondo la quale la filosofia avrebbe il compito di connettere in un quadro unitario i diversi campi del sapere prospettando l’obiettivo cui tutte le conoscenze tendono; e una funzione “critica”, grazie alla quale gli studenti possano esercitare una riflessione e una valutazione del loro stesso sapere e delle motivazioni delle loro azioni. Mentre la prima funzione è oggi probabilmente molto più indebolita rispetto alla tradizione storicistica italiana; è certamente la seconda funzione quella che oggi resiste meglio e viene continuamente rilanciata. E tuttavia, se da un lato la formazione di una mentalità critica costituisce un programma condiviso e conclamato, dall’altro esso rischia sempre di dare per scontato il suo obiettivo, cioè quello di fornire un metodo per il buon uso della nostra intelligenza, o meglio ancora, quello di fornire le condizioni per poterlo trovare. Per questo mi pare che la cosa più utile possa essere proprio il non considerare come cosa ovvia la dinamica della nostra ragione e quindi la posta in gioco delle nostre conoscenze e delle nostre azioni, finendo per intenderla come il risultato di strategie di apprendimento o di tecniche retoriche.

È assai diffusa l’idea che uno studio come quello della filosofia fornisca gli strumenti più utili per i procedimenti di “problem solving”, la soluzione dei problemi che si presentano continuamente nei più diversi campi del pensiero e dell’attività umana (dall’economia alla politica, dalla gestione delle risorse umane all’ottimizzazione dei processi socio-politici ecc), proprio perché insegnerebbe a “ragionare”. Ma forse la leva della competenza filosofica, più che nel saper risolvere problemi (e proprio per poterlo fare), sta nel saper porre le domande giuste. Porre una domanda è davvero il lavoro più impegnativo per la nostra intelligenza, poiché si tratta di capire che cosa c’è al mondo, e che cos’è quello che c’è. Sembra l’attività di un notaio o di un mero registratore, mentre è l’attività di un genio (e naturalmente anche i notai sono chiamati ad esserlo!).

Proprio per imparare a porre le domande vere (cioè quelle che più “rispondono” alle cose), vale ancora la pena avventurarsi nella storia del pensiero, alla scoperta di come questa competenza del domandare sia stata esercitata. Come testimoniano le vicende straordinariamente variegate e differenziate della filosofia, ogniqualvolta la ragione umana mette in questione il reale, interrogandosi sul suo significato e provando a discutere criticamente quello che sembra ovvio o si crede per abitudine, si mette in moto un’esperienza che è realmente un’avventura, in cui per ciascuno possono aprirsi spazi di senso e possibilità inedite. Insomma, studiare filosofia non solo può essere ancora utile, ma risulta quasi necessario in un tempo tanto cangiante come quello di oggi. Per questo ho sottoscritto il Manifesto per la Filosofia assieme a decine di colleghi e merita che continui a esser sempre più condiviso.

Costantino Esposito
Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”

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