Francesco Guccini: il cantante dell’esistenza

«Non ho fatto politica ma brani esistenzialisti»1, così esordisce Francesco Guccini in un’intervista rilasciata a Il Giornale nell’ottobre del 2017. È lui infatti il cantante del disamore, dell’incertezza, della caduta dei valori tradizionali, il cantante delle rivoluzioni, della malinconia e del disequilibrio. Guccini è un vecchio che rimpiange o ammette con sconsolata pazienza che nulla esiste, tranne il dubbio. Ma allo stesso tempo non c’è in lui ansia di risolvere e di capire; perché non ce n’è da risolvere, n’è da capire. C’è da osservare e prendere atto2.

Tempo, morte e dubbio così non sono solo i punti cardini che riecheggiano tra i manifesti dell’esistenzialismo come Essere e tempo o l’Essere il nulla, ma sono anche i temi più trattati nelle canzoni del Maestrone di Pàvana. Il “rovaio d’un dubbio eterno” è una costante tra i testi del “Guccio”, il non accontentarsi di risposte preconfezionate, dell’apparenza, della superficie delle cose, la verità è infatti qualcosa che va ricercata con cura, che va svelata, o come meglio direbbe Nietzsche “ruminata”. Nella Canzone della bambina portoghese, per esempio, ci s’imbatte in “verità fatte di formule vuote”, in gente che è già sicura di “conoscere ogni legge delle cose”, ma che proprio per questo motivo è sottoposta più di altri al margine d’errore in quanto esclude la contemplazione di una seconda possibile strada.

Il contesto in cui meglio la pratica del dubbio prende vita è la consapevolezza dello scorrere del tempo, un tempo incessante, troppo veloce, o meglio come canta in Lettera: un tempo che “stringe la borsa”. In “questo ingorgo di vita e morte” infatti dobbiamo essere consapevoli che il tempo a nostra disposizione è un tempo limitato, e proprio per questo va vissuto a pieno; l’oggi è per Guccini qualcosa di veloce, “un formicaio di cose andate”, inafferrabile e impossibile da rivivere una seconda volta. Facilmente, per questo motivo, traspare nelle canzoni del cantautore emiliano, una sorta di bilancio esistenziale, che viene proiettato in personaggi come la signora Bovary, una donna che sembra schiacciare il tasto rewind e chiedersi se si può ritenere soddisfatta o meno della propria vita. È proprio questo che rende Guccini anche un grande scrittore: «Il tentativo di mettere a fuoco le grandi questioni della vita attraverso la narrazione precisa e accurata di situazioni tratte dall’ordinario che si sviluppano drammaticamente fino al punto estremo di domanda, punto che riguarda la vita dei suoi personaggi e di chi legge i suoi versi»3.

Sulla scia di questo pensiero si può riconoscere una grande affinità con la filosofia di Heidegger e Bergson, e consapevole di ciò Guccini commenta: «Esistono due tempi: quello quotidiano, scandito dagli orari, vissuto non sempre bene da chi, come me, guarda sempre l’orologio; e quello lato, che passa e non ritorna e ci macina tutti, senza troppo rispetto. Si va avanti, si cammina, s’invecchia e ci si guarda alle spalle per vedere che cosa è stato e che cosa sarebbe potuto essere; più difficile guardare avanti e interrogarsi su cosa sarà»4.

La consapevolezza dello scorrere del tempo si mescola così con il sentimento di malinconia, la malinconia della giovinezza, della spensieratezza, delle cose andate. E così come Leopardi vede nella morte di Silvia la fine della propria giovinezza, in Un altro giorno è andato, Guccini fa trasparire il suo addio alle mille speranze giovanili, vedendo trasformare il “riso dei minuti in pianto”. Quelle di Guccini non sono così da considerarsi semplici canzonette, ma testi impregnati di valenza filosofica, storica e culturale, come ha infatti commentato Umberto Eco: «La sua è poesia dotta, intarsio di riferimenti»5, la sensazione che si prova nell’ascoltare le canzoni di Guccini è infatti quella di dover letteralmente “rincorrere il significato”, inciampando però in mille tranelli. Guccini stesso non si considera né un filosofo né un poeta. Comunque lo si voglia etichettare, il cantautore emiliano ha la capacità di trascinare l’ascoltatore dentro il suo mondo, spingendolo a riascoltare le sue pene d’amore o dubbi ideologici con uguale partecipazione e, spesso, completa identificazione. In questo si racchiude, forse, il vero aspetto filosofico – esistenziale di un grande cantautore come Francesco Guccini.

 

Alice Pastorino

 

NOTE
1. Leggi l’articolo qui.
2. P. Jacia, Francesco Guccini 40 anni di storie romanzi e canzoni, Editori Riuniti, Roma 2002, p. 11.
3. B. Salvarani – O. Semellini, Di questa cosa che chiami vita, Il Margine, Trento 2008 p. 123.
4. B. Salvarani – O. Semellini, Guccini in classe, Emi, Bologna 2013, p. 171.
5. P. Jacia, Francesco Guccini 40 anni di storie romanzi e canzoni, Editori Riuniti, Roma 2002, p. 15.

Alice Pastorino classe 1995, vive a Masone, un piccolo paese ligure in provincia di Genova. Dopo il liceo si iscrive e si laurea in Filosofia con una tesi sull’esistenzialismo nelle canzoni di Francesco Guccini. Grazie a questo progetto ha avuto la possibilità di visitare le location bolognesi teatro di tante canzoni di Guccini, fino ad essere accolta in casa del maestro stesso il 19 Aprile 2019. Ad oggi è iscritta al corso di laurea magistrale in Metodologie filosofiche presso l’università di Genova, con la prospettiva di potersi specializzare nell’insegnamento della filosofia nella scuola secondaria di secondo grado.

Una parola per voi: caducità. Ottobre 2019

«October/
And the trees are stripped bare/
Of all they wear/
What do I care?/
October/
And kingdoms rise/
And kingdoms fall/
But you go on and on»

October, U2 (1981)

Questo è il (breve) testo della canzone October degli U2 (potete ascoltarla qui), datata 1981, che dà anche il titolo all’omonimo album. Il disco è il secondo pubblicato in studio dal gruppo irlandese. Uscì – manco a dirlo – proprio nel mese di ottobre e ha un’impronta musicale e poetica estremamente cupa e malinconica, poiché gli U2 stavano affrontando una crisi religiosa che mise a dura prova la loro collaborazione. “Ottobre e gli alberi sono spogliati di tutto ciò che indossano” dice la canzone: le foglie cadono lasciandoli scoperti, nudi (“bare”) ma “what do I care?” canta Bono, “che m’importa?”. La caduta e la morte fanno parte della vita, ma ai regni che cadono seguiranno altri regni che sorgeranno (“and kingdoms rise/and kingdoms fall”), e noi – intesi come specie umana – andiamo avanti e avanti (“but you go on and on”). Gli alberi spogli d’ottobre non sono altro che un segno distintivo dell’autunno – non a caso cadere in inglese si dice “fall” che è anche un sinonimo di autunno/autunnale. La caducità delle foglie è una fase che ha un’attrattiva tutta particolare, rende la terra scricchiolante e l’aria profumata di muschio.
Questo mese la parola per voi è caducità: noi de La Chiave di Sophia abbiamo selezionato per voi un film, dei libri, un’opera d’arte e una canzone che abbiano come tema la caducità, l’ineliminabile fatto che tutto è soggetto a deterioramento, ma che in fondo ogni passo, all’interno di questo processo, può avere il suo fascino (o la sua dose di tristezza).

 

UN’OPERA D’ARTE

caducitàAntoine Watteau – L’insegna di Gersaint

Campeggiano, da una parte, imponenti scene mitologiche, seriosi ritratti e impegnative allegorie moraleggianti, manifesto della Francia grandiosa e vincente voluta da Luigi XIV; figurano, dall’altra, vezzose scenette galanti ambientate in giardini rigogliosi, popolati da giovanotti sciocchi e donzelle maliziose che si elevano a stendardo della mondanità odierna. Siamo nel 1720 e nella bottega del mercante Gersaint il protagonista assoluto è il declino inesorabile dell’arte del Re Sole, la quale, vittima dei colpi di pennello freschi e veloci del nuovo gusto rococò, viene letteralmente messa da parte: un ritratto del grande monarca viene impietosamente chiuso in una cassa insieme ad altri dipinti, che lasciano così spazio ad altre opere realizzate secondo i canoni della nuova moda. Watteau, grande portavoce del linguaggio rococò, narra con scioltezza e un pizzico di veleno la fine di un’epoca, la debolezza e la caducità dei gusti fino ad allora dominanti, la conclusione di un capitolo artistico che ha fatto il suo tempo e per il quale, oramai, non c’è più spazio.

 

UN FILM

OPCC_01_AMOUR_8.14_Layout 1Amour – Michael Haneke

Con delicatezza e poesia, uno stile diverso dal suo abituale, Michael Hanneke ci porta con Amour all’interno della vita di Georges e Anne, due coniugi ottantenni ancora innamorati, capaci di parlare con sguardi e silenzi nati da una complicità lunga tutta una vita. L’improvvisa e devastante malattia di Anne interviene a infrangere i riti e i gesti di una routine cui Georges continuerà ad aggrapparsi finché potrà, in una prova d’amore enorme e spiazzante che accompagna due vite in sospeso, due foglie sul punto di cadere che non rinunceranno a tenersi per mano fino all’ultimo momento.

 

UN LIBRO

marquez-parola-del-meseL’autunno del patriarca – Gabriel García Márquez

Gigante ne è la figura, lento l’incedere del dittatore caraibico. È fonte di odio tra i suoi compatrioti per gli ordini, spesso disumani, che impartisce e oggetto di scherno tra le concubine e i sottoposti per il progressivo infiacchimento del corpo. Il dittatore sta per venir meno, la sua esistenza terminare. Quello di Marquez è un lungo racconto della fine di un uomo, la cui esistenza precaria si evince a ogni passo elefantiaco. Uccide, tortura, diffida di tutti, scrive brevi annotazioni di ricordi o commemorazioni che sparge qua e là per non dimenticare, espediente che ben rende la precarietà e la caducità del generale. Il potere si sgretola ed il tempo del dittatore finisce.

 

UNA POESIA

Mimnermo – Come le foglie

La natura è sempre stata fonte di ispirazione per l’uomo, che fin dalla sua nascita ne ha ricercato nelle forme e nei ritmi uno specchio della propria esistenza. Una conferma di ciò ci arriva da una poesia che arriva a noi dal VII secolo a.C. scritta da Mimnermo, poeta elegiaco greco, che vede nella nascita e caduta delle foglie il ciclo della vita umana. Come dalla tiepida primavera che fa spuntare i germogli verdi, “noi simili a quelle per un attimo /
abbiamo diletto del fiore dell’età“, ci godiamo quindi la giovinezza, una giovinezza spensierata perché viviamo “ignorando il bene e il male per dono dei Celesti“. Si tratta per il poeta di un’età illusoria perché “le nere dèe“, ovvero le Moire (le Parche nella mitologia romana), che detengono i fili del destino di ciascuno mortale, “ci stanno a fianco, / l’una con il segno della grave vecchiaia / e l’altra della morte“.

 

Francesca Plesnizer, Luca Sperandio, Giacomo Mininni, Sonia Cominassi, Giorgia Favero

 

copabb2019_set

Una parola per voi: scuola. Settembre 2019

Negli azzurri mattini
le file svelte e nere
dei collegiali. Chini
su libri poi. Bandiere
di nostalgia campestre
gli alberi alle finestre.
 
 
Sandro Penna, Scuola
 
 
Settembre, nella memoria collettiva, riporta alla mente la scuola. Non importa quanti anni abbiamo, se a scuola ci andiamo ancora o se invece manchiamo dai banchi da decenni. Quando agosto se ne va, anche se la temperatura è ancora calda e qualcuno seguita a frequentare le spiaggie finché è possibile, all’arrivo del primo settembre tutti pensiamo alla scuola. A quella sensazione di “nuovo inizio”, agli acquisti in cartoleria – quaderni con le pagine bianche tutti da scrivere, penne e matite colorate, il diario di scuola, da riempire non solo di compiti per casa ma soprattutto di dediche e pensieri. Sandro Penna ci fa viaggiare verso un’idea di scuola un po’ retrò: gli scolari con i grembiuli neri che rapidi entrano nell’edificio scolastico per poi stare chini sui libri, nostalgici, a rimirare dalla finestra gli alberi simbolo dell’estate che sa di campestre e che anche quest’anno è finita.
Quali sono i libri, i film, le canzoni e le opere d’arte che riflettono sull’idea di scuola? Dell’impatto (positivo o negativo) che essa ha o ha avuto su di noi, di come ci ha formati e di quanto, ancora, la porteremo sempre dentro, assieme a quella sensazione d’inizio settembre, fatta “di azzurri mattini” e di grembiuli neri?
La parola per voi di questo mese scelta da noi de La Chiave di Sophia è “scuola”.
 
 
UN LIBRO

cuore-la-chiave-di-sophiaCuore – Edmondo De Amicis

È nella Torino post-unitaria che si snodano le narrazioni racchiuse in Cuore. È l’ottobre del 1881 e la scuola ricomincia per la classe di Enrico Bottini: con essa riprendono i compiti, i litigi tra scolari e le successive riappacificazioni. Un microcosmo, che si sviluppa lungo un anno scolastico, intrecciato alle vicende macroscopiche della malattia, della lotta alla povertà, del processo di alfabetizzazione e, infine, della morte. Ecco che i racconti di Bottini si mescolano alle lettere della famiglia e alle storie mensili proposte alla classe dal maestro Perboni. Dalla piccola vedetta lombarda al tamburino sardo l’anno scolastico risplende di fanciulli la cui umanità e il cui patriottismo diventano il fil rouge dell’intera narrazione.

 

UN FILM

la-scuola-chiave-di-sophiaLa scuola – Daniele Lucchetti

La classe 4A, protagonista di questo film, affronta il momento più importante dell’anno, il giorno atteso fin dal primo giorno dell’anno scolastico: l’ultimo giorno di scuola! Giorno di ultime interrogazioni e scrutini, durante il quale professori e studenti arrancano tra asperità presenti e ricordi di un anno scolastico ormai terminato. Lo sguardo è rivolto al futuro, tutto da guadagnare, con la speranza che possa essere il più incoraggiante e affrontabile possibile. Perché la fine della scuola è il preambolo di un nuovo inizio, di un nuovo ciclo e una nuova vita: è l’occasione di spezzare in qualche modo il circolo vizioso. Non importa come, basta avere un’altra occasione. Chi si ferma è perduto!

 

UNA CANZONE

olympia-chiave-sophiaOlympia – Hole

Appartenente all’album Live through this (1994) e nota anche con il titolo di Rock Star ‒ essendo la copertina dell’album già stampata quando si scelse di scartare l’ultimo motivo per via del testo, con allusione al Nirvana all’indomani della morte di Kurt Cobain ‒ Olympia è una canzone di contestazione («What do you do with a revolution?»), un invito alla ribellione e all’anticonformismo («Come on make me real»), un grido contro le istituzioni – in particolare la scuola – omologanti («When I went to school in Olympia everyones the same…we look the same, we talk the same»). E come non ricordarla nella colonna sonora di Io ballo da sola (1996) di Bernardo Bertolucci?

 

UN’OPERA D’ARTE

la-scuola-del-villaggio chiave sophiaLa scuola del villaggio – Giuseppe Costantini

Una vecchia cucina improvvisatasi aula, con una lavagna e un planetario a segnarne il nuovo status; scugnizzi con vestiti consumati, sporchi e strappati, scalzi o con scarpe consunte, impegnati chi a leggere, chi a scrivere su un tavolo troppo alto, chi a risolvere un’operazione alla lavagna, chi ad ascoltare il maestro, chi ancora a tentare inutilmente di attirare l’attenzione, punito col cappello da asino. È La scuola del villaggio di Giuseppe Costantini, un’opera verista che l’autore nolano tratteggia con affettuosa partecipazione. Insegnante anch’esso, Costantini nobilita la scena di povertà e miseria, ma di grande forza vitale, accostandola a iconografie religiose, col maestro-Cristo, i bambini-apostoli, l’asino-Giuda, in un cenacolo familiare tenerissimo e coinvolgente. Uno spaccato di storia napoletana e italiana, una dichiarazione d’amore personalissima a quel microcosmo che è la scuola.

 

Francesca Plesnizer, Sonia Cominassi, Matteo Astolfi, Rossella Farnese, Giacomo Mininni

 

[Photo credits unsplash.com]

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