La neutralità del conflitto

In questi giorni il mondo ha di nuovo volto il suo sguardo verso il Medio Oriente, verso un conflitto che ancora non ha trovato pace: quello israelo-palestinese.

Sicuramente la cosiddetta crisi della Spianata ha origini ben pregresse, ovvero non è iniziata quel fatidico giorno del 14 luglio scorso, bensì ben prima.

Il mondo, in tutto questo tempo, ha deciso di allontanarsi da quella crisi, quando forse si sentiva troppo stanco per poter trovare una via di fuga e una soluzione.

La crisi potrebbe essere identificata in quel processo di normalizzazione che porta all’abituarsi di una situazione che normale non è. La normalizzazione, infatti, può essere intesa come un processo in cui relazioni – politiche, economiche, sociali, culturali – assumono un carattere “normale” appunto.

La riflessione che voglio portare avanti coinvolge proprio il concetto di conflitto.

Quando si pensa ad esso le immagini che vengono a delinearsi nella nostra mente sono il più delle volte immagini negative: scontro, rottura, trauma, guerra, violenza. Consideriamo, pertanto, il conflitto come qualcosa da evitare. Eppure, il conflitto in sé è un qualcosa di neutrale e ciò che lo porta ad essere negativo o positivo sono i meccanismi e le forme che vengono usate per affrontarlo.

È inoltre importante tenere a mente che esso è parte inevitabile della vita sociale da un lato e della sfera individuale dall’altro. Quante volte siamo stati in conflitto con noi stessi? Non è stato forse un motivo di crescita?

Così, “prevenire i conflitti”, nel senso di non affrontarli ed evitarli, possiede connotazioni decisamente negative. Invece, se intendiamo il concetto di “prevenzione dei conflitti” come uno sviluppo di abilità, atteggiamenti e comportamenti indirizzati alla risoluzione di conflitti in modo costruttivo, la connotazione che assume è positiva. Questo significa che lo sviluppo delle capacità e strategie che consentono di affrontare il conflitto stesso e impedirgli di giungere alla sua fase critica siano estremamente utili e necessarie.

È possibile quasi individuarne una struttura, la quale si compone di tre elementi: le cause, i protagonisti e il processo.

Potremmo, infatti, attribuire alle cause di un conflitto: le ideologie e le credenze, le relazioni di potere, gli aspetti personali e i rapporti interpersonali. Gli attori in gioco il più delle volte sono minimo due. E poi arriviamo al processo che si riferisce al modo in cui si sviluppa e si porta a risoluzione.

Detto ciò, sarebbe bello avere la “ricetta” per risolvere ogni tipo di conflittualità, dal personale a quello tra Stati e organizzazioni, ma non può essere così.

Quel che conta è non eluderlo, affrontarlo è dunque il primo passo per poter arrivare ad una soluzione.

L’atteggiamento che il mondo ha assunto in questi ultimi anni nei confronti della crisi israelo-palestinese non è stata sicuramente quella di sviluppare strategie risolutive. Il togliere dall’agenda tale tematica, sostenendo l’idea che Gerusalemme non fosse un problema globale – probabilmente c’è chi lo pensa tuttora – ha fatto sì che la crisi si alimentasse. È importante ricordarsi che l’essere stanchi dei tentativi andati in fumo per la pace tra Israele e Palestina non è una giustificazione per non affrontare il conflitto, così come non rappresenterà mai una giustificazione per non prendere in esame le nostre conflittualità.

Jessica Genova

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Libano, Wonder Woman censurata: la nuova campagna BDS

L’atteso film in solitaria di Wonder Woman arriva nelle sale cinematografiche, in tutte, ma non in quelle libanesi. A far discutere è la nazionalità israeliana dell’attrice Gal Gadot.

Il Ministro dell’Economia e del Commercio del Libano, Raed Khoury, ritorna alla carica con i suoi tentativi di censurare i film in cui recita l’attrice, questa volta riuscendo a raggiungere il risultato sperato. Dopo un primo rinvio dell’uscita della pellicola, il film è stato ufficialmente censurato.

Non è la prima volta che il Ministro si schiera a favore della battaglia di boicottaggio economico nei confronti dei prodotti isreaeliani. I gruppi che appoggiano la campagna riportano alla luce il passato di Gal Gadot, che la vede indossare un’altra uniforme: quella dell’esercito di Israele. Ma quel che più genera un conflitto morale sono stati gli elogi senza remore all’Isreal Defence Forces e alle sue operazioni contro Hamas e i civili di Gaza nel 2014. Così si torna inevitabilmente a discutere della campagna globale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele.

Ma in che cosa consiste la campagna BDS?

Il movimento BDS nasce nel 2005 da un’iniziativa di una coalizione di gruppi palestinesi. Essi si appellarono «alla gente di coscienza in tutto il mondo per imporre ampi boicottaggi e attuare iniziative di pressioni economiche contro Israele simili a quelle applicate al Sudafrica all’epoca dell’apartheid»1. Il movimento rappresenta una forma di protesta riguardo all’occupazione dei territori confiscati durante la guerra araba-israeliana del 1967.

La situazione israelo-palestinese è decisamente complessa. E inevitabilmente complesso risulta il dibattito sulla questione della politica israeliana, condizionato inoltre da un fattore: la memoria della Shoah. Il nazismo come rappresentazione del male assoluto fa sì che la memoria della Shoah pesi come un macigno sulla nostra coscienza. L’esperienza del trauma viene compresa come un processo sociologico che delinea vittime, responsabilità e conseguenze. Da qui l’identità collettiva viene plasmata in maniera significativa. Questo comporta una presa di posizione critica nei confronti di tutte quelle azioni che si scontrano con il sionismo.

L’Olacausto ha sicuramente insegnato qualcosa. Da allora identifichiamo il male assoluto, come sostiene Jeffrey Alexander nel suo libro Trauma: A social Theory, nelle azioni sistematiche e strutturali di violenza contro i membri di un particolare gruppo.

Quel che sconvolge sono le gravissime violazioni dei diritti umani che Israele compie ogni giorno. Come è possibile che un popolo che ha subito persecuzioni agisca a sua volta nella direzione di un regime di apartheid?

Il parallelismo tra la situazione della Palestina e quella del Sudafrica apre forse un barlume di speranza. Proprio in Sudafrica è stato possibile constatare i benefici del boicottaggio economico. Costituì infatti un fattore decisivo nel passaggio dal regime di apartheid ad una democrazia interetnica.

Sicuramente quella del boicottaggio delle merci è un’iniziativa semplice ed è facilmente comprensibile dall’opinione pubblica. E, in un contesto come quello di Israele, così dipendente dal commercio, potrebbe funzionare.

Probabilmente la campagna per il boicottaggio, essendo identificabile in un movimento di resistenza nonviolenta, si è ispirata a La disobbedienza civile di Henry David Thoreau.

«La realtà è che di disobbedienti civili la società avrà sempre urgente bisogno: in primo perché il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente; e seguendo Hume, per la ragione che la libertà non si perde tutta in una volta, e quel che vale per la libertà vale anche per la dignità e la giustizia. E siccome il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza, uomini pronti a pagare di persona per le denunce dell’immondizia della politica fatta da gente a caccia di prebende e privilegi, rappresentano il sale della terra. E, a differenza degli utopisti, ma anche di tutti quei riformisti che, pensando a tempi migliori, chiudono gli occhi sugli orrori del presente, il disobbediente civile non violento agisce subito, qui e ora», scrive il filosofo Dario Antiseri.

Così il Libano, con la decisione di censurare il film Wonder Woman, ha confermato la sua scelta di sostenere il boicottaggio economico contro Israele. Il Paese ha scelto di dare una risposta immediata, qui ed ora, all’eterno dilemma di cosa fare quando ci si trova, in questo caso letteralmente, fianco a fianco con la sofferenza e l’ingiustizia.

Jessica Genova

NOTE:
1. Tratto da OsservatorioIraq. Medioriente e Nordafrica, articolo.

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Dal tentato golpe alla vittoria al referendum: l’ascesa di Erdoğan

Nell’articolo «Turchia: un golpe fallito e il fallimento dei diritti» eravamo rimasti con l’immagine di una realtà caratterizzata da una violenza a due facce. Una violenza che appariva come ultima risorsa per mantenere inalterati gli equilibri di potere.

Nei mesi a seguire la condotta di Recep Tayyip Erdoğan non è cambiata. Il presidente turco ha perdurato nella sua linea intransigente: estreme misure di repressione ed epurazione hanno continuato a coinvolgere a ondate università, redazioni giornalistiche, ONG1. Inoltre, distruzione, assedio ed uccisioni hanno compromesso il sud-est curdo.

Queste sono state le condizioni che hanno preceduto e accompagnato il referendum del 16 aprile.

Tale referendum poneva il dilemma “repubblica parlamentare o repubblica presidenziale?”. Il 51,4% dei votanti si è dichiarato a favore del programma presidenzialista.

Le due principali forze di opposizione, il partito socialdemocratico (Chp) e quello liberale procurdo (Hdp), hanno successivamente denunciato brogli e irregolarità. L’OSCE ha dichiarato 2,5 milioni di schede manipolate, quindi il mancato rispetto degli standard internazionali. Queste, pertanto, si dimostrano essere ragioni sufficienti a porre in discussione il risultato referendario.

Eppure i segnali vi erano tutti. Le continue repressioni citate poc’anzi, come l’assenza di libertà di stampa, erano sufficienti a dimostrare pregiudicato l’appuntamento al fatidico giorno.

Negli ultimi tempi, è stata chiesta la condanna all’ergastolo per 30 giornalisti ed ex dipendenti del gruppo editoriale Zaman, principale quotidiano di opposizione turco. I media chiusi sono stati 158 e circa 150 giornalisti sono tuttora detenuti e sotto processo.

«Chi uccide un uomo – scriveva Milton – uccide una creatura ragionevole, immagine di Dio; ma chi distrugge un buon libro uccide la ragione stessa, uccide l’immagine di Dio nella sua stessa essenza»2.

Ricordando, dunque, che ancora prima di una libertà di stampa vi è la libertà di pensiero: «Cogito, ergo sum». Il pensiero apporta in nuce i requisiti per l’esercizio della libertà, come legittimazione della manifestazione della possibilità di contrapposizione non cruenta fra differenti principi politici. Una libera circolazione di idee come fondamento della conoscenza e dell’emancipazione dell’uomo. Tale espressione può essere adattata a tutti quei giornalisti oggi rinchiusi nelle carceri turche, rei di aver espresso un pensiero scomodo.

Dalla censura della libertà di stampa è conseguito un debole fronte del #Hayɪr.

Una situazione che non ha allarmato la comunità internazionale, o forse non abbastanza. Inoltre, la presa di decisione drastica del governo olandese riguardo al respingimento di membri del governo turco ha funzionato in pro di Erdoğan, sopratutto per quanto riguarda il voto degli elettori turchi espatriati.

Il risultato del 16 aprile, tuttavia, è quello di una maggioranza risicata, oltre che contestata. La Turchia si ritrova ad essere un paese spaccato. È riemersa una società in parte attratta da un autoritarismo nazionalista, ma dall’altra appare una Turchia tutt’altro che sedotta dal potere di Erdoğan.

Così possiamo domandarci se sia davvero la conclusione della Turchia moderna di Mustafa Kemal Atatürk e il coronamento del sogno neo-ottomano di Erdoğan, oppure se avremo ancora una speranza.

Jessica Genova

NOTE:

1. Il decreto emesso il 22 novembre 2016 ai sensi dello stato di emergenza ordinò la chiusura definitiva di 375 organizzazioni non governative.

2. J.Milton, Areopagitica. Discorso per la libertà di stampa

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Cittadinanza e immigrazione: “L’Italia sono anch’io”

Sono migliaia le persone che si sentono italiane alle quali non è riconosciuto il diritto di cittadinanza.

Essere cittadino designa la possibilità di godere di diritti civili e politici. In Italia, l’attuale normativa è disciplinata dalla legge n.91 del 5 febbraio 1992. La cittadinanza per nascita è riconosciuta come ius sanguinis (diritto di sangue), a differenza di altri paesi in cui vige lo ius soli (diritto del suolo).

Il ddl 2092 è il disegno di legge che si propone di apportare una modifica alla legge sopracitata. La riforma prevede l’estensione dei casi di acquisizione della cittadinanza per nascita. Essa introduce da un lato una sorta di ius soli “temperato” e dall’altro lo ius culturae, a seguito di un percorso formativo. Il dibattito politico che si origina dalla questione della riforma di tale normativa è caratterizzato da due fattori: una forte impostazione emotiva e un principio di presunzione di appartenenza.

Prima di compiere le opportune riflessioni e aggregarci al dibattito è necessario però compiere un passo indietro. Nel percorso della legislazione italiana riscontriamo una continuità dello ius sanguinis. Si sottolinea così un’accezione etnoculturale secondo la quale è imprescindibile la condivisione di valori culturali, linguistici e antropologici piuttosto di un discorso meramente biologicistico.

Il quesito fondamentale che deve trovar risposta è: perché lo ius sanguinis si assicura il primato nel corso delle varie legislazioni e nello trascorrere degli anni?

La prima legge organica sulla cittadinanza italiana si ottiene attraverso la riforma del 1912. Suddetta riforma, tuttavia, dev’essere letta all’interno di uno specifico quadro, poiché la spinta riformistica di quel periodo riscontrava limitazioni da alcune cautele conservatrici. Uno dei punti cardine che condusse alla politicizzazione della cittadinanza fu l’emergere della concezione espansionistica verso il Sud America (principalmente Brasile e Argentina). Dobbiamo ricordare che l’Italia era solo marginalmente toccata dai flussi migratori continentali. Come già preannunciato la politicizzazione della cittadinanza ruotava attorno all’asse Brasile – Argentina, i quali presentavano il principio dello ius soli. Le tematiche rilevanti in tale contesto sono prettamente due: da un lato lo scontro in materia di acquisto e perdita di cittadinanza tra le parti e dall’altro l’idea di una politica espansionistica nazionale.

Da allora, tuttavia, lo scenario è mutato. Attualmente l’incidenza della popolazione straniera sulla popolazione italiana totale è un dato in continua crescita. I processi migratori si sono invertiti: siamo di fatto un paese di immigrazione. La preminenza dello ius sanguinis sullo ius soli risulta pertanto inappropriata alle circostanze attuali.

La natura di questa legge è ostile all’integrazione degli stranieri presenti e in contrasto con i principi emersi dalle normative degli altri paesi membri dell’Unione Europea. Il mancato riconoscimento di migliaia di italiani nega la parità di trattamento in ambito civile e in parte quello sociale. E per tutti coloro che ancora non si trovano d’accordo con il cambiamento di rotta: lo ius soli presenta di fatto una rottura di un’omogeneità culturale, ma la cittadinanza intesa in pieno senso democratico ne uscirebbe davvero indebolita, o tutto ciò potrebbe comportare ad un rafforzamento della stessa?

 

Jessica Genova

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Aleppo sta morendo

<p>Syrians leave a rebel-held area of Aleppo towards the government-held side on December 13, 2016 during an operation by Syrian government forces to retake the embattled city.<br />
UN chief Ban Ki-moon expressed alarm over reports of atrocities against civilians Monday, as the battle for Aleppo entered its final phase with Syrian government forces on the verge of retaking rebel-held areas of the city.</p>
<p> / AFP / KARAM AL-MASRI        (Photo credit should read KARAM AL-MASRI/AFP/Getty Images)</p>

11 dicembre 2016:
«Aleppo viene liberata», è l’annuncio di Sergej Lavrov – Ministro degli Esteri russo – e dei comandi militari delle forze lealiste siriane.

«Questo potrebbe essere il mio ultimo messaggio», è l’incipit dei tweet o i video postati sui social network da parte degli abitanti.

La città può dirsi pressoché sotto il controllo di Assad, sebbene la caduta di Aleppo non possa dirsi ancora completata in quanto alcuni quartieri sono in mano ai ribelli. Il successo delle forze pro-regime sta spingendo ad un’evacuazione forzata di gran parte della popolazione della zona Est. Le tregue umanitarie sono spesso disattese da entrambe le parti. Le Nazioni Unite lanciano l’allarme: «Si sta consumando un’autentica crisi umanitaria». Sarebbero 100.000 le persone senza cibo e medicinali. Le parole di Bashar al-Assad lasciano poco spazio alla libera interpretazione: «Vittoria, ma non è la fine della guerra». Le forze pro-regime continuano così a commettere violenze contro i civili, con il supporto più o meno velato da parte di Russia e Iran.

Aleppo è stata liberata, ma i suoi abitanti possono dirsi liberi? Possono dirsi liberi i vari Eichmann – lealisti siriani – che stanno commettendo atrocità e torture sui civili? Possono definirsi liberi i ribelli che stanno mettendo in primo piano il fine senza curarsi dei mezzi per raggiungerlo? Possono definirsi liberi coloro che banalmente definiamo “i civili”?

«Qual è l’area entro cui si lascia o si dovrebbe lasciare al soggetto di fare o di essere ciò che è capace di fare o di essere, senza interferenza da parte di altre persone? […] Che cosa, o chi, è la fonte del controllo o dell’ingerenza che può indurre qualcuno a fare, o ad essere, questo invece di quello?»1

È la distinzione tra l’idea di libertà come assenza di impedimento e/o di costrizione, e la libertà come autonomia, come autodeterminazione da sé. Probabilmente dare una definizione del termine “Libertà” è indispensabile.

In accordo con Berlin «La libertà […] non è l’azione in se stessa, ma piuttosto la libertà dell’azione […]. Libertà è avere la facoltà di agire, non l’azione in sé; è la possibilità dell’azione e non necessariamente quella realizzazione dinamica di essa […]».

Il limite della libertà esercitata dal governo non era tanto determinato dalla sua forma quanto, piuttosto, il grado della sua intrusione nelle scelte individuali. Bashar al-Assad è un intruso? Un dittatore?

In questi anni non ha concesso nulla alla realtà naturale, plurale e partecipativa della società. Definì, piuttosto, un’area intrisa di negazione, esclusione, dominazione, discriminazione, ingiustizia. Il risultato fu l’innalzarsi della richiesta di democratizzazione, attraverso cui tutti i popoli possono ottenere i propri diritti e la libertà di svilupparsi.

La democrazia, tuttavia, per essere reale, esige il rispetto delle libertà personali, libertà di espressione e di discussione, libertà di associazione e di riunione. L’elezione non significa nulla se non comporta la libertà di scelta. La libertà non rappresenta un semplice accessorio, è un valore da perseguire. Esige, pertanto, delle garanzie affinché ciascuno abbia riconosciuto il diritto di realizzare se stesso in modo proprio. Furono proprio quelle garanzie che vennero meno nel governo di Assad. Le stesse garanzie che mancheranno nei mesi che seguiranno.

Aleppo è stata liberata, ma i suoi abitanti?

Jessica Genova

Cronache di ordinaria migrazione

<p>Lawrence, ,Jacob</p>

“C’è un’invasione”, “Ci rubano il lavoro”, “Dormono in hotel di lusso”, “Arrivano e non se ne vanno più”, “Sono incivili e non rispettano le nostre leggi”, “Con gli immigrati aumenta la criminalità”: queste sono solo alcune delle false credenze che aleggiano nell’immaginario di una buona parte della società italiana.

Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, in fuga da conflitti, violazioni dei diritti umani, hanno attraversato il Mediterraneo in cerca di un luogo sicuro, di una vita migliore e di un po’ di pace. Un flusso di persone che, in assenza di canali sicuri, ha viaggiato nell’illegalità. Persone che identifichiamo sotto la categoria ‘immigrati’.
Umberto Eco apportò una distinzione tra immigrazione e migrazione.
Si parla di ‘immigrazione’ quando alcuni individui si trasferiscono da un paese all’altro. È un fenomeno che ha riguardato la modernità dalle sue origini ed è da essa imprescindibile. Inoltre, i fenomeni di immigrazione possono essere controllati politicamente, limitati e accettati.
Dall’altra parte troviamo le cosiddette ‘migrazioni’, le quali sono paragonabili a fenomeni naturali: sono incontrollabili.
Oggi, in un clima di mobilità internazionale, è possibile distinguere l’immigrazione dalla migrazione?
Non lo possiamo sapere, ma quel che è certo è che parlare di ‘emergenza immigrazione’ risulta errato.
Gli arrivi del 2016 sono in linea con quelli dell’anno precedente. Non un’emergenza, ma un flusso di carattere ormai strutturale di migranti.

L’emergenza reale inizia il giorno dopo.
Sono 160.000 le persone ancorate ai sistemi di accoglienza; di cui 123.000 restano per mesi in centri ‘straordinari’, i ‘non-luoghi’ dove i migranti passano dall’essere profughi a fantasmi.
Oggi il 60 per cento delle richieste d’asilo viene rifiutata. Questo vuol dire che 6 migranti su 10 diventano ‘nessuno’.
Perché questa drammatica goffaggine nell’affrontare tale situazione?
I governi, anziché promuovere la solidarietà tra gli stati membri dell’Unione Europea, hanno investito le loro risorse per tutelare i confini nazionali.
Una delle rappresentazioni di questi fallimenti è l’approccio hotspot mascherato dalle parole chiave ‘controllo’ e ‘condivisione delle responsabilità’. Il suo obiettivo è quello di associare maggiori controlli sui rifugiati e migranti all’arrivo e distribuire una parte dei richiedenti asilo in altri stati membri.
Per raggiungere tale fine, le autorità italiane si sono spinte ai limiti di ciò che è ammissibile secondo il diritto internazionale dei diritti umani.
Detenzione prolungata, l’uso della forza fisica, trattamenti disumani e degradanti sono le modalità che spesso vengono utilizzate.
L’approccio hotspot prevede, inoltre, uno screening anticipato e rapido dello status delle persone sbarcate, separando i richiedenti asilo da coloro ritenuti ‘migranti irregolari’.
Ancora oggi, tuttavia, la componente di solidarietà del suddetto piano ha sembianze utopiche.

Eppure la solidarietà è l’unica via di uscita per svincolarsi da questo impasse.
Per Bauman «i problemi globali si risolvono con soluzioni globali». La vera cura va oltre il singolo Paese, per quanto grande e potente che sia. E va oltre anche una ricca assemblea di nazioni come l’Unione Europea.
Infine, in un mondo in cui «i confini non vengono delineati per gestire le differenze, ma sono queste ultime che vengono create perché sono stati delineati i confini»1, è doveroso cambiare la nostra mentalità.
Occorre abbandonare una volta per tutte la separazione, le barriere e l’alienamento che ci siamo autoimposti in questi ultimi anni creando un alto muro chiamato ‘noi’ e ‘loro’.

Jessica Genova

NOTE:
1. F. Barth, Ethnic Groups and Boundaries. The Social Organization of Culture Difference, Oslo Universitetsforlaget, 1969.

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Una pace in attesa di giustizia. Il referendum in Colombia

«Sogniamo che la Colombia sia un paese libero dove tutti abbiano gli stessi diritti e possano esprimersi liberamente, senza repressioni.»
Jaqueline, paramedico del blocco Jorge Briceño.

«In dieci anni abbiamo lavorato con le comunità e le famiglie dei guerriglieri e dei contadini. Abbiamo spiegato la situazione alla gente, li abbiamo aiutati ad andare avanti. Ritrovare le nostre famiglie sarà molto emozionante. Pensiamo tutti a quando rincontreremo la nostra famiglia.»
Xiomana Martínez, combattente del fronte Felipe Rincón delle Farc)1.

Queste erano alcune delle parole di speranza in Colombia. Lo storico accordo di pace tra il presidente Juan Manuel Santos e le Fuerzas Armadas Revolucionarias rappresentava la possibilità di concludere un conflitto durato 52 anni.

Il 50,2% dei votanti, tuttavia, ha scelto il voto del “senza giustizia non può esserci la pace”. Il fronte del “No”, capitanato da Alvaro Uribe, sostiene che la pace è l’obiettivo di tutti i colombiani, ma l’accordo necessita di alcune modifiche. Le questioni più controverse per l’opinione pubblica nazionale riguardano la partecipazione politica degli ex guerriglieri e la giustizia per i responsabili di crimini contro l’umanità.

L’esclusione dalla vita politica di una parte della società è stata una delle cause della guerra, ciononostante, la maggior parte della popolazione colombiana considera inaccettabile vedere gli ex guerriglieri in Parlamento, anziché nelle carceri.

Il referendum, così, sembra rappresentare una scelta tra pace o giustizia.

Eppure, la pace dovrebbe essere un diritto inalienabile dell’uomo. Come recita l’articolo 28 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo: «Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possono essere pienamente realizzati». Si tratta del superamento del concetto di pace kantiano, secondo cui la pace non è raggiunta da un equilibrio di forze, bensì da un’assenza delle stesse. Si giunge, così, all’individuazione di una pace positiva, seguendo la definizione di Norberto Bobbio, nella quale vi è un’effettiva preparazione alla pace, attraverso la costruzione di un sistema di istituzioni, relazioni e di politiche di cooperazione.

Come assicurare un progresso verso la pacificazione in Colombia?

Grazie al contributo del sociologo Galtung per la risoluzione dei conflitti, è possibile individuare tre stadi:

1. la riconciliazione, cioè il curare gli effetti della violenza passata;

2. la costruzione della pace, cioè lo studio e l’azione per prevenire la violenza futura;

3. la trasformazione del conflitto, cioè la ricerca di metodi per mitigarli.

Nella trasformazione del conflitto è opportuno introdurre l’aiuto ai contendenti a trovare soluzioni di mutuo beneficio. Le contraddizioni tra le parti possono essere superate attraverso la ricerca di obiettivi “sovraordinati”2.

La domanda cruciale da porsi in questo momento è: cosa accadrà ora? La Colombia riuscirà a sottrarsi ai cent’anni di solitudine e ad avere una seconda opportunità?

Jessica Genova

NOTE:
1. www. internazionale.it
2. J. Galtung, Theories of conflict. Definitions, dimensions, negations, formations, Columbia University, 1958; J. Galtung, Theories of Peace. A synthetic approach to peace thinking, 1967

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Turchia: un golpe fallito e il fallimento dei diritti

In Turchia, la notte di violenza tra il 15 e il 16 luglio ha visto fallire il tentativo di un golpe. Il premier turco ha costantemente manifestato forti timori di un possibile colpo di stato contro di lui: profeta o abile architetto?
Se questo rimane un interrogativo, quel che è certo è che di fatto il colpo di stato fallito ha reso Erdoğan ancora più forte.
Sarebbero circa 15.000 le persone arrestate; oltre 45.000 le persone sospese o rimosse dall’incarico; 20 siti web sono stati bloccati e sono stati 89 i mandati di cattura nei confronti dei giornalisti1.

Alla domanda del presidente turco “L’occidente è dalla parte della democrazia o dalla parte del golpe?”, mi pare opportuno rispondere che un colpo di stato è qualcosa di essenzialmente illiberale. La Turchia non deroga la norma.
Nel migliore scenario possibile avrebbe portato ad un diverso tipo di autoritarismo; nel peggiore avrebbe scaturito una guerra civile.
Eppure il fallimento del golpe non ha coinciso con la vittoria della democrazia, anzi.
Se intendiamo la democrazia non solo come espressione della libertà, ma anche approfondimento della dignità umana nel suo pieno significato, la democrazia ha fallito.
Erdoğan non si è fermato alle purghe. Il 21 luglio è entrato in vigore lo stato di emergenza. Il governo turco ha deciso di non applicare, in via temporanea, la Convenzione europea per i diritti umani. L’articolo 15 della Carta prevede la possibilità di sospensione della stessa «per motivi di pubblica sicurezza o di minaccia alla nazione», tuttavia, alcuni diritti non possono e non devono essere limitati.
Ad esempio, l’articolo 5 della suddetta recita: «Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizioni crudeli, inumani o degradanti». La pratica della tortura si prefigge lo scopo di annientare la personalità della vittima e negare la dignità della persona. Il divieto assoluto della tortura o qualsiasi altro trattamento inumano o degradante non tollera alcuna eccezione. Il governo turco si è reso protagonista di episodi di tortura e violenza nei confronti delle persone ree di essere state coinvolte con il tentato golpe.

Dobbiamo considerare Erdoğan come il Billy Budd di Melville? È davvero accettabile l’idea secondo la quale, in talune circostanze, la violenza sia l’unico modo di rimettere a posto la bilancia della giustizia?

È una sfida tra violenze? In uno scenario di violenza contro violenza, la superiorità del governo è sempre stata assoluta; tuttavia, tale superiorità dura soltanto fino a quando la struttura di potere del governo è intatta, cioè finché si obbedisce agli ordini o le forze di polizia sono preparate a far uso delle loro armi. Quando non è più così la situazione cambia totalmente.

È venuta a crearsi una realtà nella quale la violenza appare come l’ultima risorsa per mantenere inalterata la struttura di potere contro i singoli sfidanti, sembra in effetti che «la violenza sia un prerequisito del potere e il potere nient’altro che una facciata, il guanto di velluto che o nasconde il pugno di ferro oppure si rivela come appartenente a una tigre di carta»2.

Jessica Genova

NOTE:
1. www.amnestyinternational.it
2. Hannah Arendt, Sulla violenza

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[T] ERRORE

Terrorismo: una guerra che ha come obiettivo la psiche umana e collettiva, laddove la realtà percepita non è quella reale.

Attentati terroristici, bombardamenti, raid: queste sono le parole che accompagnano i titoli dei nostri quotidiani. Il fenomeno del terrorismo non è un’emergenza, ma un dato di realtà. Combatterlo è un dovere, restando consapevoli dell’impossibilità di un suo completo sradicamento. Oggi ci riferiamo soprattutto al terrorismo di matrice islamica. Tuttavia, oltre ad essere sbagliato, è pericoloso convogliare le forme di sedizione su una religione.
Siamo di fronte ad un’islamizzazione della radicalità e non ad una radicalizzazione dell’Islam. I simpatizzanti dello Stato Islamico sono coloro che necessitano di un’ideologia che possa sostenere la loro ribellione.

Il terrorismo è un fenomeno in crescita. Sono circa 35.000 i morti nel 2015, ma non è un numero assai cospicuo. Si pensi, per esempio, che le morti causate da incidenti domestici sono ben superiori (250.000 decessi all’anno)1.

Inoltre, da un punto di vista economico, i danni diretti sono valutati intorno ai 55 miliardi di dollari, tuttavia, se pensiamo ai trilioni di dollari in circolazione nel mondo sono cifre quasi ininfluenti.

Eppure, lo spirito del terrore è al centro del nostro mondo, in particolar modo quello mediatico, diventando una patologia comunicativa. Appare, così, più drammatico di quanto esso sia in realtà. È più rilevante quello che si riesce a far dire ai media del nemico rispetto a quello che si proferisce attraverso i propri. Le parole sono importanti. Esse creano un’immagine mentale che si sedimenta dentro la psiche. Occorre incitare la propria folla, ma l’obiettivo finale è quello di suscitare nelle persone del campo avversario delle emozioni negative.
Inoltre, come ci ricorda Noam Chomsky «sfruttare l’emozione è una tecnica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, di conseguenza, il senso critico dell’individuo».

L’obiettivo dell’assoggettamento della mente all’ansia, alla paura, all’impotenza ha un impatto più intenso rispetto al danno diretto causato da un attacco.
La percezione del rischio e la paura diventano gli indicatori di come le persone rispondono alle minacce terroristiche. Esse sono chiamate ad una risposta, la quale esige un mutamento cognitivo e comportamentale per reagire allo stress.
Le emozioni che ne derivano sono molte, così come le risposte comportamentali. L’impulso a fuggire da una situazione percepita come pericolosa è una risposta coerente e fisiologica, ma talvolta queste risposte si attivano anche in assenza di un’effettiva minaccia incombente. La paura causata da una sproporzionata percezione del pericolo influenza i comportamenti delle persone, sia come singoli che come folla, portando a decisioni inadeguate ed irrazionali.
La domanda alla quale è opportuno rispondere è: “Rischio reale o presunto?”
La consapevolezza della realtà circostante diventa la nostra arma di difesa e rievocando le parole di Lucio Caracciolo «il terrorismo non deve cambiare le nostre vite

Jessica Genova

NOTE:
1 http://www.epicentro.iss.it/ Il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica. A cura del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute.