I limiti della morale biopotenziata

Il progresso cognitivo dell’uomo ha determinato uno sviluppo tecnologico estremamente potente. Le nuove tecnologie hanno un potenziale enorme: nel bene e nel male. Se prendiamo in considerazione l’assunto secondo cui nuocere è più facile che giovare, è possibile, a causa dello sviluppo esponenziale tecnologico, porre fine per sempre alla nostra esistenza. Basti pensare alle armi di distruzione di massa.

Sebbene vi sia stata questa inevitabile evoluzione, il nostro progresso morale è modesto in confronto ai due progressi sopracitati. Il rischio segnalato poc’anzi è indiscutibilmente alto e accessibile a più persone. Per arginare tale problema abbiamo bisogno di diventare più saggi e morali. Dalla ricerca condotta da due filosofi, Ingmar Persson e Julian Savelscu, si evince che il nostro comportamento morale ha delle significative influenze biologiche. Abbiamo delle euristiche1 e dei bias2 morali, dei limiti, che in parte derivano dalla nostra conformazione biologica e sono costituiti da più fattori: tempo, spazio, quantità.

Non manifestiamo un bias spaziale verso di noi né verso i nostri conoscenti più stretti, tuttavia la preoccupazione che mostriamo per un estraneo in difficoltà varia a seconda della distanza. Siamo inclini a manifestare maggior preoccupazione per un estraneo in difficoltà che sappiamo essere vicino, rispetto a uno sconosciuto lontano da noi. Il secondo bias che prendiamo in considerazione è quello temporale.

«Il nostro bias temporale per il futuro prossimo fa sì che rinviamo irrazionalmente la nostra sofferenza anche a costo di renderla peggiore»3.

Il bias relativo all’ampiezza determina un ulteriore ostacolo: il gran numero di soggetti ai quali dobbiamo rispondere può costituire un ostacolo alla nostra adozione di una risposta morale appropriata; fenomeno chiamato “insensibilità all’ampiezza”. Questi limiti morali potrebbero così fornire una spiegazione ad alcuni nostri comportamenti, quali la xenofobia, una mancanza di interesse verso il fenomeno del cambiamento climatico ecc. Tali comportamenti potrebbero essere indeboliti dai sistemi tradizionali, come l’educazione, tuttavia non è possibile aspettarsi un risultato celere quindi l’esigenza di rivolgersi a una soluzione alternativa: il biopotenziamento morale. Il comportamento morale, definito come ogni altro comportamento umano, può essere potenziato.

Paradossalmente l’uomo, dopo aver trasformato radicalmente l’ambiente circostante attraverso la tecnologia, dovrà applicare la stessa alla sua natura per poter continuare a vivere nell’ambiente creato. La biologia potrà consegnarci delle tecniche per il biopotenziamento morale come farmaci o delle modificazioni genetiche.
Sicuramente un’analisi interessante quella fornita dai due filosofi in quanto si pone una questione essenziale: l’adeguatezza delle nostre capacità morali rispetto ai problemi che ci troviamo ad affrontare oggi, eppure potrebbero delinearsi degli scenari allarmanti; innanzitutto le tecniche per il biopotenziamento saranno sviluppate da esseri umani nello stato attuale di “inetti morali”. Inoltre, chi definisce la morale secondo cui dovrà essere
sviluppato il biopotenziamento?

La morale denominata “del senso comune”, che definisce un insieme di atteggiamenti morali che fungono da denominatore comune di morali diverse non è detto che siano universali, ovvero riconosciuti in tutti i contesti del mondo. E anche fosse comune potrebbe non essere immune da critiche. Il biopotenziamento morale, inoltre, potrebbe minare la libertà umana, la quale è un prerequisito a un’azione veramente morale. È vero che i valori di libertà e autonomia non sono valori assoluti, ma trovano una loro ragione d’essere e un proprio equilibrio insieme a tutti gli altri. Ma perdere la libertà ci farebbe perdere anche la nostra identità? Se è vero che non siamo necessariamente ciò che facciamo è anche vero che ciò che facciamo è una manifestazione del nostro essere.
Che cosa comporterebbe pertanto tutto questo? Una perdita di noi stessi?

 

Jessica Genova

 

NOTE:

1. Le euristiche sono procedimenti mentali intuitivi che permettono di effettuare un’idea generica su un argomento, giungendo così a una conclusione in modo rapido.
2. Bias significa errore di interpretazione, giudizio arbitrario o distorto.
3. I. Persson, J. Savulescu, Inadatti al futuro. L’esigenza di un potenziamento morale, Rosenberg & Sellier, 2019.

[Immagine tratta da google immagini]

copabb2019_set

La carrellologia nelle crisi umanitarie: uno sguardo alle intuizioni morali

David Edmonds nel suo libro del 2014 Uccideresti l’uomo grasso? Il dilemma etico del male minore propone al lettore un quesito che è diventato un classico della filosofia morale: «Immaginate di trovarvi accanto a un binario quando vedete un treno in corsa che sfreccia verso di voi: chiaramente i suoi freni non hanno funzionato. Più avanti ci sono cinque persone legate sui binari. Se non fate niente, i cinque saranno travolti e uccisi. Per fortuna siete accanto a uno scambio: azionando quello scambio manderete il treno fuori controllo su una linea secondaria, un ramo deviato, che si trova appena davanti a voi. Purtroppo, c’è un intoppo: sulla linea secondaria notate che c’è una persona legata sui binari; cambiare la direzione del treno si tradurrà inevitabilmente nell’uccisione di questa persona. Che cosa fate?»1.

La maggioranza delle persone sceglie di deviare il carrello. Se anche voi rientrate nella maggioranza avete appena salvato cinque persone, ma un uomo è morto; come vi sentite? Ma non fermiamoci qui, andiamo avanti. Un’altra filosofa, Judith Jarvin Thomson, ha proposto di immaginare una scena analoga:

«Siete su un cavalcavia che si affaccia sul binario. Vedete il carrello ferroviario che sfreccia fuori controllo e, poco più avanti, cinque persone legate sui binari. È possibile salvare questi cinque? Ancora una volta, il filosofo morale ha abilmente organizzato le cose in modo che sia possibile. C’è un uomo molto grasso che sta guardando il treno appoggiato alla ringhiera. Se lo spingeste oltre la balaustra, piomberebbe di sotto e si schianterebbe sui binari. È così obeso che la sua massa farebbe fermare bruscamente il carrello. Purtroppo, in questo modo verrebbe ucciso l’uomo grasso. Ma si potrebbero salvare gli altri cinque. Si dovrebbe dare una spinta all’uomo grasso?»2.

La maggioranza delle persone cui è stato posto il quesito ha risposto che non avrebbe spinto l’uomo. Eppure, da un punto di vista meramente utilitaristico si tratta sempre di scegliere il male minore: una persona muore per salvarne cinque. Qual è la differenza tra il primo e il secondo interrogativo? Perché nel primo caso azionare una leva è percepita come moralmente giusto, mentre nel secondo caso spingere l’uomo grasso viene percepita come un’azione immorale? Se il risultato non cambia, sicuramente dobbiamo analizzare il procedimento o la percezione che abbiamo del procedimento stesso. Ci sono due elementi su cui è opportuno ragionare: la volontà e la necessità.

Nel primo caso non abbiamo alcuna volontà di uccidere l’uomo sul binario; la sua morte non è necessaria al nostro obiettivo: salvare le cinque vite. Infatti azionando lo scambio, possiamo ancora sperare in un miracolo, per esempio che l’uomo si sleghi dalle funi e si salvi. In questo caso saremmo riusciti addirittura a raggiungere il nostro obiettivo senza vittime.

Nel secondo interrogativo l’intenzione di salvare le cinque persone passa necessariamente dalla morte di un altro e dalla volontà di ucciderlo. In altre parole, per poter salvare le cinque persone dobbiamo voler uccidere l’uomo grasso, ed è proprio l’intenzione che spinge la maggior parte delle persone a percepire l’azione moralmente sbagliata. L’uomo, che viene intenzionalmente spinto, è considerato un mezzo per un fine, privato quindi della sua autodeterminazione. Tale intenzione non si percepisce nel primo quesito, in cui “l’effetto nocivo o collaterale” è previsto, ma non inteso. È possibile sostenere, inoltre, che spingendolo dal ponte l’uomo grasso continui a rotolare e ad uscire dai binari. In questa ipotesi non abbiamo salvato alcuna vita, ma sicuramente abbiamo ucciso un uomo. Ecco descritta la ragione per cui la maggioranza delle persone agirebbe in maniera diversa nei due casi.

Il filosofo John Mikhail aggiunge un ulteriore tassello affermando che le intuizioni morali più profonde, come quelle che impediscono di uccidere un innocente, sono universali ed innate. Ma se non parlassimo di una persona “innocente”? Che cosa accadrebbe se la carrellologia non fosse più solo un esempio teorico e lontano, ma fosse possibile inglobarla nella nostra quotidianità?

In ambito umanitario esistono dei principi fondamentali che ogni operatore deve rispettare: imparzialità, indipendenza, umanità, neutralità. Un errore molto comune è confondere i principi di imparzialità e neutralità. Per una maggior chiarezza possiamo definire il principio di imparzialità come principio di non discriminazione nell’aiuto umanitario: l’operatore umanitario deve necessariamente aiutare tutti indistintamente, senza discriminazioni. Il principio di neutralità sottintende che l’intervento umanitario non deve favorire nessuna fazione di un conflitto armato. Dai primi anni novanta, l’intervento umanitario ha dovuto far fronte a un problema estremamente complesso: nelle nuove crisi umanitarie i civili infatti si sono trasformati nei principali “oggetti” di
attacchi e abusi. In questo teatro dell’orrore, esistono gruppi particolarmente vulnerabili come donne e bambini, i quali necessitano di particolari forme di protezione. Compito degli operatori è per esempio evitare che si ripetano stupri e violenze sulle categorie vulnerabili sopra citate.

Immaginiamo ora di essere l’operatore umanitario partito in missione. Siamo in un piccolo villaggio sperduto nel paese X e siamo a capo dell’unità di protezione che deve tutelare le donne e le bambine da violenze e abusi. Conosciamo perfettamente i principi fondamentali dell’aiuto umanitario e li applichiamo alla lettera. Questo significa anche non schierarsi con nessuna delle fazioni in campo, nonostante siamo consapevoli che gli abusi e le violenze provengono da una delle due parti. Per far cessare le violenze decidiamo di andare “a cena con il nemico” e mettere in atto tutto quello che abbiamo imparato sull’arte della negoziazione. Il capo “Y” nota le nostre scarpe e ci domanda se sono un “made in Italy”, rispondiamo di sì. Lui ci confida che ha sempre desiderato un paio di scarpe proprio come quelle. Lo abbiamo in pugno, abbiamo la nostra merce di scambio: scarpe in cambio della cessazione di stupri e violenze. Il capo “Y” accetta e noi rientriamo in tenda con delle utilissime scarpe di plastica.
Passa qualche giorno e avviene un altro caso di stupro. Chiamando il capo “Y” però rischieremmo di istigarlo ad uccidere lo stupratore per dar prova del proprio potere. In questo caso però non ci sarebbero più violenze.
Che cosa fate?

Questi appena descritti potrebbero sembrare dei semplici passatempi, eppure riguardano ciò che è giusto e sbagliato, e come dovremmo di conseguenza comportarci. Gli esperimenti mentali sono progettati per testare le nostre intuizioni morali e per esser in qualche modo d’aiuto nel mondo reale. Bene e male, infatti, sono talvolta così intrecciati da rendere quasi impossibile decidere quale scelta sia moralmente la più etica. E che cosa c’è forse di più importante di capire tutto questo?

 

Jessica Genova

 

NOTE:
1, 2 D. Edmonds, Uccideresti l’uomo grasso? Il dilemma etico del male minore, Raffaello Cortina Editore, Milano 2014

 

banner 2019

L’eterno ritorno dell’immortalità digitale

«Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudine e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!»1, scriveva Nietzsche ne “La gaia scienza”. Il filosofo dell’eterno ritorno ci costringeva a riflettere sulla nostra intera vita e a cedere a una disperazione esistenziale qualora il demone, portatore del suddetto suggello, si fosse realmente palesato.

Se il demone nietzschiano si presentasse oggi, nel nostro mondo contaminato inevitabilmente dalla singolarità tecnologica del digitale, il suo pensiero si intreccerebbe probabilmente con il linguaggio dei social network e il risultato sarebbe più o meno questo: “A cosa penseresti per l’eternità”?
Cadremmo di nuovo nello sconforto a causa del nostro essere-temporale, e non essere-del-momento, oppure supereremmo a pieni voti il test esistenziale del demone 3.0?

Questa è la domanda che ci viene posta da Eter9, una sorta di Facebook che anziché chiederci “A cosa stai pensando?” domanda “A cosa penseresti per l’eternità?”. Il sito è un progetto creato dal programmatore portoghese Henrique Jorge.
Eter9 presenta una bacheca in cui vengono visualizzati i post degli utenti, proprio come in Facebook, ma differisce dal primo, in quanto utilizza le risorse del data mining per l’elaborazione dei contenuti condivisi al proprio interno2. Questo sistema porta alla creazione di un automatismo in grado di pubblicare post anche quando gli utenti risultano offline. La finalità ultima è quella di sviluppare un alter ego virtuale che possa comunicare con il resto del mondo, digitale e non, anche quando saremo passati a miglior vita.

Eter9 non è altro che una delle numerose invenzioni tecnologiche che cercano di concretizzare l’immortalità digitale. La loro finalità è far sopravvivere la propria identità alla morte oggettiva della nostra vita offline. Eppure è opportuno chiedersi se esista ancora una netta divisione tra offline e online. Seguendo il pensiero di Luciano Floridi si dovrebbe oggigiorno parlare di «esperienza onlife»; il confine tra le due abitazioni – offline e online – è infatti sempre più labile3.
Le due realtà si mescolano reciprocamente a tal punto da non distinguersi più l’una dall’altra, ed inevitabilmente siamo costretti a ripensare totalmente anche l’idea di morte e al suo legame con il pubblico e il privato. Si giunge, pertanto, a quello statuto paradossale del morto, ove la dialettica tra presenza e assenza, se tecnologicamente rimaneggiata, può costituire il punto di partenza per ricomporlo attivamente al di fuori di una mera fotografia, inficiando la vita umana in modo irreversibile.
Probabilmente è proprio questo il motivo dell’urgenza tecnologica, colmare o lenire il dolore e la sofferenza causata dalla perdita di chi si ama. Quindi, non tanto l’immortalità di se stessi, ma la vita eterna delle persone amate. Jacques Deridda descrisse l’esperienza del lutto come «la fine del mondo nella sua totalità, e ogni volta come la fine del mondo come totalità unica e quindi insostituibile e quindi infinita»4.
Ma un alter ego virtuale può davvero essere utile all’elaborazione del lutto emotivo?
La tecnologia inoltre non considera la variabile del cambiamento, dell’evoluzione dell’essere. L’avatar in formato digitale non sarà altro che l’eterna presentazione di ciò che siamo stati o meglio di ciò che vorremmo essere stati – se consideriamo il gioco dell’apparenza sui Social Network.

Nell’immortalità digitale, il nostro essere non potrà proseguire, evolversi, cambiare, ma rimarrà intrappolato nei pensieri che sono stati, nei luoghi in cui abbiamo vissuto, nelle azioni che abbiamo intrapreso. Il tempo della nostra immortalità digitale sarà intrappolato in quel cerchio senza evoluzione, ritornando eternamente, come nella descrizione del demone di Nietzsche.
Dunque, caro lettore, “A cosa penseresti per l’eternità?

 

Jessica Genova

 

NOTE
1. F. Nietzsche, La gaia scienza, Libro IV, n.341.
2. Tratto da D. Sisto, La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale, Bollati Boringhieri, Torino 2018.
3. L. Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Cortina, Milano 2017
4. J. Deridda, Ogni volta unica, la fine del mondo, Milano.

La neutralità del conflitto

In questi giorni il mondo ha di nuovo volto il suo sguardo verso il Medio Oriente, verso un conflitto che ancora non ha trovato pace: quello israelo-palestinese.

Sicuramente la cosiddetta crisi della Spianata ha origini ben pregresse, ovvero non è iniziata quel fatidico giorno del 14 luglio scorso, bensì ben prima.

Il mondo, in tutto questo tempo, ha deciso di allontanarsi da quella crisi, quando forse si sentiva troppo stanco per poter trovare una via di fuga e una soluzione.

La crisi potrebbe essere identificata in quel processo di normalizzazione che porta all’abituarsi di una situazione che normale non è. La normalizzazione, infatti, può essere intesa come un processo in cui relazioni – politiche, economiche, sociali, culturali – assumono un carattere “normale” appunto.

La riflessione che voglio portare avanti coinvolge proprio il concetto di conflitto.

Quando si pensa ad esso le immagini che vengono a delinearsi nella nostra mente sono il più delle volte immagini negative: scontro, rottura, trauma, guerra, violenza. Consideriamo, pertanto, il conflitto come qualcosa da evitare. Eppure, il conflitto in sé è un qualcosa di neutrale e ciò che lo porta ad essere negativo o positivo sono i meccanismi e le forme che vengono usate per affrontarlo.

È inoltre importante tenere a mente che esso è parte inevitabile della vita sociale da un lato e della sfera individuale dall’altro. Quante volte siamo stati in conflitto con noi stessi? Non è stato forse un motivo di crescita?

Così, “prevenire i conflitti”, nel senso di non affrontarli ed evitarli, possiede connotazioni decisamente negative. Invece, se intendiamo il concetto di “prevenzione dei conflitti” come uno sviluppo di abilità, atteggiamenti e comportamenti indirizzati alla risoluzione di conflitti in modo costruttivo, la connotazione che assume è positiva. Questo significa che lo sviluppo delle capacità e strategie che consentono di affrontare il conflitto stesso e impedirgli di giungere alla sua fase critica siano estremamente utili e necessarie.

È possibile quasi individuarne una struttura, la quale si compone di tre elementi: le cause, i protagonisti e il processo.

Potremmo, infatti, attribuire alle cause di un conflitto: le ideologie e le credenze, le relazioni di potere, gli aspetti personali e i rapporti interpersonali. Gli attori in gioco il più delle volte sono minimo due. E poi arriviamo al processo che si riferisce al modo in cui si sviluppa e si porta a risoluzione.

Detto ciò, sarebbe bello avere la “ricetta” per risolvere ogni tipo di conflittualità, dal personale a quello tra Stati e organizzazioni, ma non può essere così.

Quel che conta è non eluderlo, affrontarlo è dunque il primo passo per poter arrivare ad una soluzione.

L’atteggiamento che il mondo ha assunto in questi ultimi anni nei confronti della crisi israelo-palestinese non è stata sicuramente quella di sviluppare strategie risolutive. Il togliere dall’agenda tale tematica, sostenendo l’idea che Gerusalemme non fosse un problema globale – probabilmente c’è chi lo pensa tuttora – ha fatto sì che la crisi si alimentasse. È importante ricordarsi che l’essere stanchi dei tentativi andati in fumo per la pace tra Israele e Palestina non è una giustificazione per non affrontare il conflitto, così come non rappresenterà mai una giustificazione per non prendere in esame le nostre conflittualità.

Jessica Genova

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

banner-pubblicitario_abbonamento-rivista_la-chiave-di-sophia_-filosofia

Libano, Wonder Woman censurata: la nuova campagna BDS

L’atteso film in solitaria di Wonder Woman arriva nelle sale cinematografiche, in tutte, ma non in quelle libanesi. A far discutere è la nazionalità israeliana dell’attrice Gal Gadot.

Il Ministro dell’Economia e del Commercio del Libano, Raed Khoury, ritorna alla carica con i suoi tentativi di censurare i film in cui recita l’attrice, questa volta riuscendo a raggiungere il risultato sperato. Dopo un primo rinvio dell’uscita della pellicola, il film è stato ufficialmente censurato.

Non è la prima volta che il Ministro si schiera a favore della battaglia di boicottaggio economico nei confronti dei prodotti isreaeliani. I gruppi che appoggiano la campagna riportano alla luce il passato di Gal Gadot, che la vede indossare un’altra uniforme: quella dell’esercito di Israele. Ma quel che più genera un conflitto morale sono stati gli elogi senza remore all’Isreal Defence Forces e alle sue operazioni contro Hamas e i civili di Gaza nel 2014. Così si torna inevitabilmente a discutere della campagna globale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele.

Ma in che cosa consiste la campagna BDS?

Il movimento BDS nasce nel 2005 da un’iniziativa di una coalizione di gruppi palestinesi. Essi si appellarono «alla gente di coscienza in tutto il mondo per imporre ampi boicottaggi e attuare iniziative di pressioni economiche contro Israele simili a quelle applicate al Sudafrica all’epoca dell’apartheid»1. Il movimento rappresenta una forma di protesta riguardo all’occupazione dei territori confiscati durante la guerra araba-israeliana del 1967.

La situazione israelo-palestinese è decisamente complessa. E inevitabilmente complesso risulta il dibattito sulla questione della politica israeliana, condizionato inoltre da un fattore: la memoria della Shoah. Il nazismo come rappresentazione del male assoluto fa sì che la memoria della Shoah pesi come un macigno sulla nostra coscienza. L’esperienza del trauma viene compresa come un processo sociologico che delinea vittime, responsabilità e conseguenze. Da qui l’identità collettiva viene plasmata in maniera significativa. Questo comporta una presa di posizione critica nei confronti di tutte quelle azioni che si scontrano con il sionismo.

L’Olacausto ha sicuramente insegnato qualcosa. Da allora identifichiamo il male assoluto, come sostiene Jeffrey Alexander nel suo libro Trauma: A social Theory, nelle azioni sistematiche e strutturali di violenza contro i membri di un particolare gruppo.

Quel che sconvolge sono le gravissime violazioni dei diritti umani che Israele compie ogni giorno. Come è possibile che un popolo che ha subito persecuzioni agisca a sua volta nella direzione di un regime di apartheid?

Il parallelismo tra la situazione della Palestina e quella del Sudafrica apre forse un barlume di speranza. Proprio in Sudafrica è stato possibile constatare i benefici del boicottaggio economico. Costituì infatti un fattore decisivo nel passaggio dal regime di apartheid ad una democrazia interetnica.

Sicuramente quella del boicottaggio delle merci è un’iniziativa semplice ed è facilmente comprensibile dall’opinione pubblica. E, in un contesto come quello di Israele, così dipendente dal commercio, potrebbe funzionare.

Probabilmente la campagna per il boicottaggio, essendo identificabile in un movimento di resistenza nonviolenta, si è ispirata a La disobbedienza civile di Henry David Thoreau.

«La realtà è che di disobbedienti civili la società avrà sempre urgente bisogno: in primo perché il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente; e seguendo Hume, per la ragione che la libertà non si perde tutta in una volta, e quel che vale per la libertà vale anche per la dignità e la giustizia. E siccome il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza, uomini pronti a pagare di persona per le denunce dell’immondizia della politica fatta da gente a caccia di prebende e privilegi, rappresentano il sale della terra. E, a differenza degli utopisti, ma anche di tutti quei riformisti che, pensando a tempi migliori, chiudono gli occhi sugli orrori del presente, il disobbediente civile non violento agisce subito, qui e ora», scrive il filosofo Dario Antiseri.

Così il Libano, con la decisione di censurare il film Wonder Woman, ha confermato la sua scelta di sostenere il boicottaggio economico contro Israele. Il Paese ha scelto di dare una risposta immediata, qui ed ora, all’eterno dilemma di cosa fare quando ci si trova, in questo caso letteralmente, fianco a fianco con la sofferenza e l’ingiustizia.

Jessica Genova

NOTE:
1. Tratto da OsservatorioIraq. Medioriente e Nordafrica, articolo.

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

banner-pubblicita-rivista2_la-chiave-di-sophia

Dal tentato golpe alla vittoria al referendum: l’ascesa di Erdoğan

Nell’articolo «Turchia: un golpe fallito e il fallimento dei diritti» eravamo rimasti con l’immagine di una realtà caratterizzata da una violenza a due facce. Una violenza che appariva come ultima risorsa per mantenere inalterati gli equilibri di potere.

Nei mesi a seguire la condotta di Recep Tayyip Erdoğan non è cambiata. Il presidente turco ha perdurato nella sua linea intransigente: estreme misure di repressione ed epurazione hanno continuato a coinvolgere a ondate università, redazioni giornalistiche, ONG1. Inoltre, distruzione, assedio ed uccisioni hanno compromesso il sud-est curdo.

Queste sono state le condizioni che hanno preceduto e accompagnato il referendum del 16 aprile.

Tale referendum poneva il dilemma “repubblica parlamentare o repubblica presidenziale?”. Il 51,4% dei votanti si è dichiarato a favore del programma presidenzialista.

Le due principali forze di opposizione, il partito socialdemocratico (Chp) e quello liberale procurdo (Hdp), hanno successivamente denunciato brogli e irregolarità. L’OSCE ha dichiarato 2,5 milioni di schede manipolate, quindi il mancato rispetto degli standard internazionali. Queste, pertanto, si dimostrano essere ragioni sufficienti a porre in discussione il risultato referendario.

Eppure i segnali vi erano tutti. Le continue repressioni citate poc’anzi, come l’assenza di libertà di stampa, erano sufficienti a dimostrare pregiudicato l’appuntamento al fatidico giorno.

Negli ultimi tempi, è stata chiesta la condanna all’ergastolo per 30 giornalisti ed ex dipendenti del gruppo editoriale Zaman, principale quotidiano di opposizione turco. I media chiusi sono stati 158 e circa 150 giornalisti sono tuttora detenuti e sotto processo.

«Chi uccide un uomo – scriveva Milton – uccide una creatura ragionevole, immagine di Dio; ma chi distrugge un buon libro uccide la ragione stessa, uccide l’immagine di Dio nella sua stessa essenza»2.

Ricordando, dunque, che ancora prima di una libertà di stampa vi è la libertà di pensiero: «Cogito, ergo sum». Il pensiero apporta in nuce i requisiti per l’esercizio della libertà, come legittimazione della manifestazione della possibilità di contrapposizione non cruenta fra differenti principi politici. Una libera circolazione di idee come fondamento della conoscenza e dell’emancipazione dell’uomo. Tale espressione può essere adattata a tutti quei giornalisti oggi rinchiusi nelle carceri turche, rei di aver espresso un pensiero scomodo.

Dalla censura della libertà di stampa è conseguito un debole fronte del #Hayɪr.

Una situazione che non ha allarmato la comunità internazionale, o forse non abbastanza. Inoltre, la presa di decisione drastica del governo olandese riguardo al respingimento di membri del governo turco ha funzionato in pro di Erdoğan, sopratutto per quanto riguarda il voto degli elettori turchi espatriati.

Il risultato del 16 aprile, tuttavia, è quello di una maggioranza risicata, oltre che contestata. La Turchia si ritrova ad essere un paese spaccato. È riemersa una società in parte attratta da un autoritarismo nazionalista, ma dall’altra appare una Turchia tutt’altro che sedotta dal potere di Erdoğan.

Così possiamo domandarci se sia davvero la conclusione della Turchia moderna di Mustafa Kemal Atatürk e il coronamento del sogno neo-ottomano di Erdoğan, oppure se avremo ancora una speranza.

Jessica Genova

NOTE:

1. Il decreto emesso il 22 novembre 2016 ai sensi dello stato di emergenza ordinò la chiusura definitiva di 375 organizzazioni non governative.

2. J.Milton, Areopagitica. Discorso per la libertà di stampa

[Immagine tratta da Google Immagini]

Cittadinanza e immigrazione: “L’Italia sono anch’io”

Sono migliaia le persone che si sentono italiane alle quali non è riconosciuto il diritto di cittadinanza.

Essere cittadino designa la possibilità di godere di diritti civili e politici. In Italia, l’attuale normativa è disciplinata dalla legge n.91 del 5 febbraio 1992. La cittadinanza per nascita è riconosciuta come ius sanguinis (diritto di sangue), a differenza di altri paesi in cui vige lo ius soli (diritto del suolo).

Il ddl 2092 è il disegno di legge che si propone di apportare una modifica alla legge sopracitata. La riforma prevede l’estensione dei casi di acquisizione della cittadinanza per nascita. Essa introduce da un lato una sorta di ius soli “temperato” e dall’altro lo ius culturae, a seguito di un percorso formativo. Il dibattito politico che si origina dalla questione della riforma di tale normativa è caratterizzato da due fattori: una forte impostazione emotiva e un principio di presunzione di appartenenza.

Prima di compiere le opportune riflessioni e aggregarci al dibattito è necessario però compiere un passo indietro. Nel percorso della legislazione italiana riscontriamo una continuità dello ius sanguinis. Si sottolinea così un’accezione etnoculturale secondo la quale è imprescindibile la condivisione di valori culturali, linguistici e antropologici piuttosto di un discorso meramente biologicistico.

Il quesito fondamentale che deve trovar risposta è: perché lo ius sanguinis si assicura il primato nel corso delle varie legislazioni e nello trascorrere degli anni?

La prima legge organica sulla cittadinanza italiana si ottiene attraverso la riforma del 1912. Suddetta riforma, tuttavia, dev’essere letta all’interno di uno specifico quadro, poiché la spinta riformistica di quel periodo riscontrava limitazioni da alcune cautele conservatrici. Uno dei punti cardine che condusse alla politicizzazione della cittadinanza fu l’emergere della concezione espansionistica verso il Sud America (principalmente Brasile e Argentina). Dobbiamo ricordare che l’Italia era solo marginalmente toccata dai flussi migratori continentali. Come già preannunciato la politicizzazione della cittadinanza ruotava attorno all’asse Brasile – Argentina, i quali presentavano il principio dello ius soli. Le tematiche rilevanti in tale contesto sono prettamente due: da un lato lo scontro in materia di acquisto e perdita di cittadinanza tra le parti e dall’altro l’idea di una politica espansionistica nazionale.

Da allora, tuttavia, lo scenario è mutato. Attualmente l’incidenza della popolazione straniera sulla popolazione italiana totale è un dato in continua crescita. I processi migratori si sono invertiti: siamo di fatto un paese di immigrazione. La preminenza dello ius sanguinis sullo ius soli risulta pertanto inappropriata alle circostanze attuali.

La natura di questa legge è ostile all’integrazione degli stranieri presenti e in contrasto con i principi emersi dalle normative degli altri paesi membri dell’Unione Europea. Il mancato riconoscimento di migliaia di italiani nega la parità di trattamento in ambito civile e in parte quello sociale. E per tutti coloro che ancora non si trovano d’accordo con il cambiamento di rotta: lo ius soli presenta di fatto una rottura di un’omogeneità culturale, ma la cittadinanza intesa in pieno senso democratico ne uscirebbe davvero indebolita, o tutto ciò potrebbe comportare ad un rafforzamento della stessa?

 

Jessica Genova

[Immagine tratta da Google Immagini]

Aleppo sta morendo

<p>Syrians leave a rebel-held area of Aleppo towards the government-held side on December 13, 2016 during an operation by Syrian government forces to retake the embattled city.<br />
UN chief Ban Ki-moon expressed alarm over reports of atrocities against civilians Monday, as the battle for Aleppo entered its final phase with Syrian government forces on the verge of retaking rebel-held areas of the city.</p>
<p> / AFP / KARAM AL-MASRI        (Photo credit should read KARAM AL-MASRI/AFP/Getty Images)</p>

11 dicembre 2016:
«Aleppo viene liberata», è l’annuncio di Sergej Lavrov – Ministro degli Esteri russo – e dei comandi militari delle forze lealiste siriane.

«Questo potrebbe essere il mio ultimo messaggio», è l’incipit dei tweet o i video postati sui social network da parte degli abitanti.

La città può dirsi pressoché sotto il controllo di Assad, sebbene la caduta di Aleppo non possa dirsi ancora completata in quanto alcuni quartieri sono in mano ai ribelli. Il successo delle forze pro-regime sta spingendo ad un’evacuazione forzata di gran parte della popolazione della zona Est. Le tregue umanitarie sono spesso disattese da entrambe le parti. Le Nazioni Unite lanciano l’allarme: «Si sta consumando un’autentica crisi umanitaria». Sarebbero 100.000 le persone senza cibo e medicinali. Le parole di Bashar al-Assad lasciano poco spazio alla libera interpretazione: «Vittoria, ma non è la fine della guerra». Le forze pro-regime continuano così a commettere violenze contro i civili, con il supporto più o meno velato da parte di Russia e Iran.

Aleppo è stata liberata, ma i suoi abitanti possono dirsi liberi? Possono dirsi liberi i vari Eichmann – lealisti siriani – che stanno commettendo atrocità e torture sui civili? Possono definirsi liberi i ribelli che stanno mettendo in primo piano il fine senza curarsi dei mezzi per raggiungerlo? Possono definirsi liberi coloro che banalmente definiamo “i civili”?

«Qual è l’area entro cui si lascia o si dovrebbe lasciare al soggetto di fare o di essere ciò che è capace di fare o di essere, senza interferenza da parte di altre persone? […] Che cosa, o chi, è la fonte del controllo o dell’ingerenza che può indurre qualcuno a fare, o ad essere, questo invece di quello?»1

È la distinzione tra l’idea di libertà come assenza di impedimento e/o di costrizione, e la libertà come autonomia, come autodeterminazione da sé. Probabilmente dare una definizione del termine “Libertà” è indispensabile.

In accordo con Berlin «La libertà […] non è l’azione in se stessa, ma piuttosto la libertà dell’azione […]. Libertà è avere la facoltà di agire, non l’azione in sé; è la possibilità dell’azione e non necessariamente quella realizzazione dinamica di essa […]».

Il limite della libertà esercitata dal governo non era tanto determinato dalla sua forma quanto, piuttosto, il grado della sua intrusione nelle scelte individuali. Bashar al-Assad è un intruso? Un dittatore?

In questi anni non ha concesso nulla alla realtà naturale, plurale e partecipativa della società. Definì, piuttosto, un’area intrisa di negazione, esclusione, dominazione, discriminazione, ingiustizia. Il risultato fu l’innalzarsi della richiesta di democratizzazione, attraverso cui tutti i popoli possono ottenere i propri diritti e la libertà di svilupparsi.

La democrazia, tuttavia, per essere reale, esige il rispetto delle libertà personali, libertà di espressione e di discussione, libertà di associazione e di riunione. L’elezione non significa nulla se non comporta la libertà di scelta. La libertà non rappresenta un semplice accessorio, è un valore da perseguire. Esige, pertanto, delle garanzie affinché ciascuno abbia riconosciuto il diritto di realizzare se stesso in modo proprio. Furono proprio quelle garanzie che vennero meno nel governo di Assad. Le stesse garanzie che mancheranno nei mesi che seguiranno.

Aleppo è stata liberata, ma i suoi abitanti?

Jessica Genova

Cronache di ordinaria migrazione

<p>Lawrence, ,Jacob</p>

“C’è un’invasione”, “Ci rubano il lavoro”, “Dormono in hotel di lusso”, “Arrivano e non se ne vanno più”, “Sono incivili e non rispettano le nostre leggi”, “Con gli immigrati aumenta la criminalità”: queste sono solo alcune delle false credenze che aleggiano nell’immaginario di una buona parte della società italiana.

Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, in fuga da conflitti, violazioni dei diritti umani, hanno attraversato il Mediterraneo in cerca di un luogo sicuro, di una vita migliore e di un po’ di pace. Un flusso di persone che, in assenza di canali sicuri, ha viaggiato nell’illegalità. Persone che identifichiamo sotto la categoria ‘immigrati’.
Umberto Eco apportò una distinzione tra immigrazione e migrazione.
Si parla di ‘immigrazione’ quando alcuni individui si trasferiscono da un paese all’altro. È un fenomeno che ha riguardato la modernità dalle sue origini ed è da essa imprescindibile. Inoltre, i fenomeni di immigrazione possono essere controllati politicamente, limitati e accettati.
Dall’altra parte troviamo le cosiddette ‘migrazioni’, le quali sono paragonabili a fenomeni naturali: sono incontrollabili.
Oggi, in un clima di mobilità internazionale, è possibile distinguere l’immigrazione dalla migrazione?
Non lo possiamo sapere, ma quel che è certo è che parlare di ‘emergenza immigrazione’ risulta errato.
Gli arrivi del 2016 sono in linea con quelli dell’anno precedente. Non un’emergenza, ma un flusso di carattere ormai strutturale di migranti.

L’emergenza reale inizia il giorno dopo.
Sono 160.000 le persone ancorate ai sistemi di accoglienza; di cui 123.000 restano per mesi in centri ‘straordinari’, i ‘non-luoghi’ dove i migranti passano dall’essere profughi a fantasmi.
Oggi il 60 per cento delle richieste d’asilo viene rifiutata. Questo vuol dire che 6 migranti su 10 diventano ‘nessuno’.
Perché questa drammatica goffaggine nell’affrontare tale situazione?
I governi, anziché promuovere la solidarietà tra gli stati membri dell’Unione Europea, hanno investito le loro risorse per tutelare i confini nazionali.
Una delle rappresentazioni di questi fallimenti è l’approccio hotspot mascherato dalle parole chiave ‘controllo’ e ‘condivisione delle responsabilità’. Il suo obiettivo è quello di associare maggiori controlli sui rifugiati e migranti all’arrivo e distribuire una parte dei richiedenti asilo in altri stati membri.
Per raggiungere tale fine, le autorità italiane si sono spinte ai limiti di ciò che è ammissibile secondo il diritto internazionale dei diritti umani.
Detenzione prolungata, l’uso della forza fisica, trattamenti disumani e degradanti sono le modalità che spesso vengono utilizzate.
L’approccio hotspot prevede, inoltre, uno screening anticipato e rapido dello status delle persone sbarcate, separando i richiedenti asilo da coloro ritenuti ‘migranti irregolari’.
Ancora oggi, tuttavia, la componente di solidarietà del suddetto piano ha sembianze utopiche.

Eppure la solidarietà è l’unica via di uscita per svincolarsi da questo impasse.
Per Bauman «i problemi globali si risolvono con soluzioni globali». La vera cura va oltre il singolo Paese, per quanto grande e potente che sia. E va oltre anche una ricca assemblea di nazioni come l’Unione Europea.
Infine, in un mondo in cui «i confini non vengono delineati per gestire le differenze, ma sono queste ultime che vengono create perché sono stati delineati i confini»1, è doveroso cambiare la nostra mentalità.
Occorre abbandonare una volta per tutte la separazione, le barriere e l’alienamento che ci siamo autoimposti in questi ultimi anni creando un alto muro chiamato ‘noi’ e ‘loro’.

Jessica Genova

NOTE:
1. F. Barth, Ethnic Groups and Boundaries. The Social Organization of Culture Difference, Oslo Universitetsforlaget, 1969.

[Immagine tratta da Google Immagini]