Arte ed esperienza: l’artistico nella vita quotidiana

Nel 1961 Allan Kaprow riempì il cortile retrostante alla Martha Jackson Gallery di New York di vecchi copertoni d’auto. Moltissimi, tutti accatastati l’uno sull’altro. Con questo nuovo e inaspettato spazio i visitatori della galleria, inizialmente disorientati e perplessi, hanno cominciato ad interagire: hanno corso sopra i copertoni, li hanno spostati, ci si sono distesi, ci hanno giocato, ci sono saltati sopra, hanno creato delle costruzioni e poi le hanno distrutte.
Allan Kaprow era un artista e quella appena raccontata un’opera d’arte in piena regola e con tanto di titolo: Yard, 1961.

Se dovessi chiedervi a bruciapelo di definire il concetto di arte, sono certa che di primo impulso mi parlereste di oggetti: la Venere di Milo, la Monna Lisa, il Taj Mahal; magari a qualcuno verrebbe giustamente da citare la nona di Beethoven e una poesia di D’Annunzio, o magari altri si spingerebbero addirittura a nominare pure il proprio MacBook Pro fino al disegno che ha fatto a scuola il nipotino. Se ne potrebbe discutere in tutte le salse, ma tutto sommato non ci troveremmo nulla di troppo strano. A pensarci bene, però, l’arte ha a che fare con la nostra vita quotidiana in una quantità pressoché infinita di modalità, e dunque non riguarda solamente gli oggetti che la popolano, ma anche le esperienze che facciamo di essi. Arte, per esempio, è l’esperienza di Michelangelo che scolpisce la Pietà vaticana, ma anche quella del visitatore di San Pietro che se la trova davanti: è dunque un’esperienza sia del creatore che del fruitore. Per qualcuno può essere anche la Pietà vaticana stessa perché in effetti, se ci pensiamo, sarebbe difficile stabilire se l’opera d’arte sia la partitura del notturno di Chopin oppure la sua esecuzione.

Quello che gli Environment di Allan Kaprow (come il sopracitato Yard) hanno voluto dimostrare, e con loro tutta la performance art e in particolare la vivacità degli happening degli anni Sessanta, è che l’arte non si limita a essere oggetto d’arte, e nemmeno solo l’esperienza che facciamo di quell’oggetto: arte può essere l’esperienza stessa. Anche sdraiarsi su un ammasso di vecchi copertoni.

Certo, parliamo di una tipologia molto specifica di esperienza. Considerando l’esperienza come la continua interazione dell’uomo con l’ambiente in cui è inserito, il filosofo americano John Dewey ha voluto distinguere la routine, intesa come un susseguirsi di avvenimenti che rimangono impressi come mera successione, da una esperienza compiuta – traduciamo noi –, una consumatory experience – scrive Dewey, quindi letteralmente consumata, vissuta fino alla fine e interiorizzata, come si consuma del cibo. Poiché l’interazione dell’uomo con il mondo è di tipo qualitativo, dunque dipendente da percezioni, sensazioni e suggestioni, l’esperienza ordinaria viene intensificata dall’arte diventando appunto esperienza “consumata” (compiuta). Scrive infatti il filosofo ne L’arte come esperienza (1934) che «è questo grado di compiutezza della vita nell’esperienza del fare e del percepire che fa la differenza tra ciò che è arte e ciò che non lo è».

Per Dewey allora l’arte (work of art) non si esaurisce nell’opera d’arte (art product). Se volessimo proprio rispondere all’impossibile domanda “che cos’è l’arte” diremmo dunque che, almeno secondo Dewey, l’arte è proprio nell’esperienza generata dall’opera d’arte. Per esempio dunque l’arte si compie nel momento in cui io leggo il romanzo e non nel romanzo stesso.

L’esperienza artistica si “stacca” dalla routine, dall’esperienza ordinaria e appena abbozzata (contrariamente alla consumatory experience), ma da essa deve partire, da essa si sviluppa: l’arte deve permeare la nostra quotidianità e dunque ha valore soprattutto nella propria contemporaneità. La riflessione di Dewey infatti va ancora più a fondo, arrivando a sostenere che senza la sua connessione al sociale, l’arte viene snaturata. Per fare un esempio chiaro, il Partenone che svetta sull’acropoli di Atene per noi non può essere altro che un work of art: gli manca quel valore politico e sociale che aveva per gli antichi greci e che noi oggi possiamo riconoscere ma non vivere sulla nostra pelle. Questo anche perché l’arte non si dà solo in un’esperienza “subita”, dunque recepita, ma è ugualmente fondamentale la dimensione del fare e dell’agire; recepire e fare devono essere in perfetto equilibrio affinché si possa parlare di arte.

Chissà cosa avrebbe detto John Dewey dei copertoni di Allan Kaprow…?

 

Giorgia Favero

 

[Photo credit arttribune.com]

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Il tempo e l’acqua: intervista a Andri Snær Magnason

A settembre 2020 è uscito per Iperborea Il tempo e l’acqua di Andri Snær Magnason. Un autore che all’epoca non conoscevo ma che gli algoritmi dei social mi hanno sistematicamente proposto con la convinzione che mi potesse interessare. È stata però la recensione che ne ha fatto su Instagram la libraia di una delle tante (e tante di esse bellissime) librerie indipendenti che seguo con il mio profilo personale a convincermi a fermarmi nella mia libreria di fiducia e fare l’acquisto nel tragitto di ritorno verso casa.

Le aspettative non sono state tradite. Vien da pensare che non tutto il male dei social vien per nuocere! Ho apprezzato moltissimo il libro, una equilibrata combinazione di denuncia (e sensibilizzazione) ambientale con brani di vita vissuta, in questo caso i parenti dell’autore; aggiungiamoci il pizzico di esotico islandese e il gioco è fatto. L’autore è Andri Snær Magnason, classe 1973, islandese, scrittore, studioso, poeta, fervente ambientalista; si era candidato alle elezioni presidenziali islandesi e sarebbe utile avere nel mondo dei capi di stato come lui. Potreste averlo sentito nominare in relazione al famoso funerale al ghiacciaio islandese Okjokull, per il quale proprio Magnason ha scritto la targa commemorativa lo scorso agosto 2019. Spezziamo un’altra lancia in favore dei social: proprio tramite Instagram ho potuto contattare l’autore, estremamente gentile ed enormemente appassionato del suo lavoro, il quale mi ha rilasciato una lunga intervista. Ve ne lascio un estratto in questo articolo, la seconda parte la troverete nel futuro, sul numero cartaceo de La chiave di Sophia, il quattordicesimo in uscita a febbraio 2021.

Buona lettura!

 

GF – Una delle cose che più mi affascinano del suo libro Il tempo e l’acqua (Iperborea 2020) è come l’emergenza climatica si mescoli a vicende e istanti di vita vissuta: questo ci fa capire che tali temi non sono affatto distanti dal quotidiano vivere di chiunque. Lei crede che se le persone comprendessero gli effetti del riscaldamento globale nella loro quotidianità riuscirebbero a prendere il coraggio necessario per agire?

ASM – Ho sempre voluto documentare le vite dei miei nonni a causa del grande cambiamento che le loro esistenze hanno attraversato. Mio nonno è cresciuto in una fattoria appena sotto il circolo polare artico mentre gli altri nonni sono stati pionieri nell’esplorazione dei ghiacciai: sono nati negli anni Venti e hanno dovuto inventare più o meno tutto e hanno potuto scoprire la natura in modo diverso rispetto alle generazioni precedenti. E poi quando discorro con il Dalai Lama a proposito dello scioglimento dei ghiacciai e di come esso sia sempre più legato al destino dell’umanità, mi rendo conto che posso usare le storie dei miei nonni per avvicinare i ghiacciai a noi. Il riscaldamento globale è graduale, spesso distante e frammentato nonché davvero troppo grande per essere afferrato concettualmente. Portandolo più vicino a me e al mio vissuto rendo il mondo un po’ più piccolo, e in qualche modo più visibile e semplice da maneggiare.

 

GF – Nel libro lei racconta il modo in cui ha deciso di divulgare i dati scientifici e di come si sia persuaso che la narrazione, la poesia, il cinema possano essere degli importanti strumenti per il risveglio delle coscienze. Parole come “scioglimento dei ghiacciai”, “acidificazione degli oceani” e “aumento delle emissioni” sono parole il cui significato secondo lei “si perde in un ronzio”. Con quali strumenti a suo parere anche il cittadino medio consapevole può mettere ordine nel ronzio di chi gli sta attorno?

ASM – Posso parlare solo per quanto riguarda i miei strumenti e come cerco io stesso di afferrare i concetti. Uno degli strumenti è rendermi conto che noi davvero facciamo fatica a comprendere, dunque devo mettermi allo stesso livello del lettore invece di pretendere di sapere tutto e farlo sentire inferiore. Inoltre voglio portarlo con me nel mio viaggio verso la consapevolezza e conoscenza delle cose. E a volte abbandono gli argomenti da una parte, li dimentico per un po’ perché sono davvero pesanti da affrontare. Credo di rendere il libro più invitante per le persone, fa parte anche questo dell’aiutare il lettore a capire l’acidificazione degli oceani. Il termine non esisteva nel 2000, per questo lo paragono ad altre parole che non usavamo nel passato, che nemmeno esistevano, ma che adesso sono nella nostra quotidianità: questo ci aiuta a comprendere come siamo ancorati al linguaggio e al suo modo di farci conoscere il mondo. E dicendo che noi non capiamo le parole, intendo dire che spero che le persone le potranno capire, invitandole a porvi attenzione e a rifletterci. Non posso intensificare le parole come si possono aumentare i numeri: lo posso fare solo attraverso la poesia, le nonne e la mitologia.

 

GF – La politica mondiale si confronta molto spesso con gli scienziati, i quali per la maggior parte delineano un quadro del futuro del pianeta e della popolazione umana tutt’altro che roseo. Anzi, in molti casi, come spiega nel libro, si stanno già realizzando alcune tra le peggiori previsioni scientifiche. Eppure i governi sono incapaci di agire. Ritiene realistico risollevare le sorti del clima attraverso l’azione dei singoli cittadini? E quali sono i principali modo con cui individualmente possiamo agire per un futuro migliore?

ASM – Questa è una questione che necessita una grande leadership e un lavoro collettivo tra i governi delle nazioni. I Paesi devono crescere ma devono farlo in maniera più verde rispetto al modo in cui l’hanno fatto nel ventesimo secolo. Il problema dello strato di ozono non è stato risolto da un gruppo di consumatori consapevoli che hanno fatto acquisti “ozon friendly”. Abbiamo visto durante la crisi legata al Coronavirus che nonostante abbiamo vissuto la nostra vita in quarantena a fare quasi niente, ancora il nostro impatto ambientale era all’80% della sua potenza. Per cui la sfida è molto ancorata alle infrastrutture del nostro vivere. Per questo gli individui devono capire, ascoltare la scienza e discuterla, votare correttamente, cambiare alcune cose, abolirne altre. Solo allora la scelta individuale avrà un peso sostanziale. Scelta che va nella direzione di riutilizzare, riciclare, mangiare meno carne, usare il trasporto pubblico eccetera.

 

GF – Le conseguenze di questa situazione globale si ripercuotono a più livelli del vivere. L’aspetto più ignorato è forse quello personale psicologico ed emotivo: pochi sanno che esiste una “sofferenza ecologica” causata proprio dal mancato rispetto dei limiti ecologici del pianeta. Lei come vede le conseguenze dell’emergenza climatica sulla sfera emotiva del singolo?

ASM – In Islanda siamo stati in guerra contro la natura per almeno dieci anni: una decade di ingordigia che ha messo in scacco quasi tutti i fiumi islandesi e ogni singola area geotermale, una natura minacciata da dei megaprogetti per la realizzazione di tre o quattro fonderie di alluminio. Molti dei più bei paesaggi islandesi erano a rischio e questo ha avuto ripercussioni sulle persone che se ne sono sempre occupate. Ricordo un’intervista al direttore del Museo Nazionale Iracheno, saccheggiato e in parte distrutto durante la guerra, che spiegava come loro stessi si sentissero saccheggiati e fatti a pezzi. La sensazione è quella di una guerra. Io stesso ho potuto sperimentare gli effetti di questa guerra alla natura islandese: il mio cuore ne ha risentito perché il mio battito cardiaco s’è fatto irregolare per anni e ho avuto qualcosa di simile al burnout. Che è anche uno dei motivi per cui non ero così sicuro di voler o poter scrivere questo libro: preoccuparsi delle sorti della terra d’Islanda era uno conto, ma preoccuparsi per il mondo intero… a che livelli di esaurimento mi avrebbe portato? È una lotta che consuma, è feroce persino in una piccola nazione. Ho sentito di scienziati che sono finiti in burnout a causa dello stress emotivo, sostanzialmente anche perché si sentono i Cassandra della situazione: vedono e sanno quello che sta succedendo ma si sentono impotenti, incapaci di comunicare le loro scoperte e conoscenze agli esponenti politici e al grande pubblico. Nonostante questo però penso che il vero problema non siano l’ansia e lo stress, ma la velocità con cui noi tutti ci stiamo abituando alla questione, vedendola sempre più come una cosa “normale”. Dopo mesi di Coronavirus sembra quasi che la vita sia così e basta, che non ci si possa fare niente. Dopo due anni di incendi devastanti in California, Siberia, Australia e Portogallo, sono diventati la norma e quasi non fanno più notizia.

 

GF – Molto spesso chi scrive di questi temi si sente in dovere di rassicurare i lettori rispetto al quadro fosco che viene delineato. Anche lei nel suo libro sottolinea di non voler sembrare disfattista. Perché secondo lei la paura non può essere lo strumento adatto al cambiamento?

ASM – Se guardiamo alle statistiche, dovremmo avere paura di quello che potrebbe succedere se non facessimo nulla. La questione è così seria che sarebbe da irresponsabili se queste informazioni non causassero paura, preoccupazione e ansietà. E se ci fai caso, quando le nostre ideologie e sistemi sono testardi, allora c’è un buon motivo per essere pessimisti. D’altro canto la pura paura porta poco giovamento. Notando un pericolo si può agire anche in maniera professionale, come un vigile del fuoco o un paramedico e con una generazione che cresce con la scienza climatica presa come un dato di fatto, sempre che si faccia uno scambio in termini culturali e tecnici con quella generazione, potremmo davvero cominciare a vedere un vero progresso. Questa generazione vedrà uno scopo più alto in tutte le cose che deciderà di fare perché ci sono molte cose che devono essere cambiate e non è essenzialmente negativo essere una generazione che cambia tutto.

 

Giorgia Favero

 

[Photo credit di Anton Smári fornita da Andri Snaer Magnason]

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La liberazione del gesto: spunti dall’arte informale ad Asolo

In questi giorni al Museo Civico di Asolo è allestita una mostra dedicata all’arte informale, ovvero quel momento artistico della seconda metà del Novecento in cui gli artisti hanno manifestato in maniera sostanzialmente concorde una medesima necessità: l’emancipazione dalla forma. Passeggiare all’interno delle sale in cui è allestita la mostra Vedova/Shimamoto. Informale da Occidente a Oriente implica la conoscenza di diverse risposte ad un’esigenza unica – risposte fatte prevalentemente di colori, di segni, di materia che si fanno guardare.

Questa distanza dalla forma era già stata inseguita da altri artisti nelle decadi precedenti, ciascuno con i propri perché a cui rispondere e con le proprie soluzioni date. Basti pensare a Kandinskij e a Malevic, a Mondrian e Klee: attraverso il rigore o l’intuizione si tentava di accedere a una dimensione artistica nuova. A questi si aggiunge la riflessione futurista sul movimento, la valorizzazione del transitorio e del dinamico, sulla velocità. Facendo tesoro di questi illustri tentativi, è infine l’evento tragico a costituire il punto di svolta: la seconda guerra mondiale. Con essa l’artista intende rinascere e cancellare il passato con un colpo di spugna, eliminare quell’arte figurativa che (a volte in modo anche palese) aveva sostenuto quei sistemi sociopolitici che avevano portato alla sciagura della guerra, dell’olocausto, dell’atomica. Si trattava dunque di operare una vera e propria decostruzione del linguaggio artistico e dunque del suo millenario punto fermo: la forma.

Reagire alla forma significò per loro, stando all’analisi di Massimo Donà, «riappropriarsi di un gesto creativo opportunamente ricondotto alla sua condizione originaria […] alla potenza generatrice che limiti e vincoli presupposti non ha […] alla esplosività di un atto che potesse essere esperito in quanto tale, a prescindere dall’ipotetica perfezione del suo risultato» (M. Donà, Filosofia dell’arte)1.

informale ad asolo

Per Shozo Shimamoto significava disporre a terra delle tele vergini, immacolate, e scagliarci contro delle bottiglie piene di colore: un po’ come la bomba atomica gettata su Hiroshima e Nagasaki, solo che questa volta dalla distruzione nasce qualcosa di nuovo, di vitale, e il gesto non è più feroce ma libero, puro. Come per gli altri componenti del gruppo giapponese Gutai (letteralmente “concreto”), artisti dell’informale, l’atto creativo è protagonista e l’artista è il veicolo attraverso il quale l’arte si crea: egli fa parte di un tutt’uno, di un flusso d’energia che unisce tutto ciò che esiste, così come teorizzato dalle diverse correnti filosofiche che animano la cultura orientale. Su questo sfondo si afferma l’idea che l’opera non è il vero fine del fare artistico ma una sua componente, uno suo momento. Un’idea questa abbracciata dai giapponesi ma ispirata da venti d’oltreoceano, quelli che hanno sospinto in Asia la rivoluzione dell’action painting. Jackson Pollock, Willem de Kooning e Paul Jenkins sono ugualmente impegnati nella loro crociata contro la forma e orientati a una decisiva liberazione del gesto, ma nascono in un contesto americano e dunque profondamente individualista. Ecco che qui allora l’informale è definibile piuttosto come espressionismo astratto e nell’opera d’arte si riversano spesso frustrazioni, dolori, disperazione, contraddizioni, violenza, facendo emergere una dirompente soggettività. Similmente il veneziano Emilio Vedova, senza la casualità (per quanto apparente) del dripping ma ragionando intensamente sul segno lasciato dal gesto sulla tela, apre nella sua arte uno spazio di «partecipazione attiva» attraverso una gestualità «articolata, tentacolare [che diventa] corpo aggressivo, provocatore»2. Un esito che non sorprende se letto alla luce dell’impegno sociopolitico dell’artista e della sua partecipazione alla resistenza partigiana.

Ecco perché parlare di arte non significa allontanarsi troppo dal tracciato di una profonda indagine sull’uomo. Da quando l’artista si emancipa la committenza, è spesso l’individuo a emergere dall’arte e la sua ricerca artistica spesso coincide con una indagine umana esistenziale. Così, passeggiando all’interno della mostra, si potranno trovare affinità con Shimamoto e la sua volontà di farsi Tutto, con Vedova e la sua violenta espressione del sé, con Fontana e la sua continua ricerca di qualcosa oltre la superficie, con Burri e il suo pessimismo esistenziale, con Afro e il suo incessante processo psicologico di elaborazione emotiva. Artisti, individui che attraverso l’arte hanno cercato risposte a domande non così diverse dalle nostre oggi, colpiti se non sfigurati dagli orrori del passato e smaniosamente proiettati al nuovo. Proprio l’informale più di qualsiasi altro ha consentito loro di cercare risposte a queste domande perché, scrive Walter Benjamin, «è solo nella parzialità dell’astratto, ossia nella parte mancante dell’intero che, all’intero, è dato mostrarsi nella propria verità. È infatti solo nell’impossibilità dell’intero che l’immediatezza si dice veramente, dicendo per ciò stesso la sostanziale astrattezza del concreto»3.

 

Giorgia Favero

 

NOTE:
1. M. Donà, Filosofia dell’arte, Bompiani, Milano 2007, p. 321.
2. Ivi, p. 330.
3. Ivi, p. 329.

[Photo credit Giorgia Favero: in copertina, dettaglio di un’opera di Afro Basaldella esposta in mostra; nel testo, una sala del Museo civico di Asolo]

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Il Brasile e le sue “Isole di resistenza”. Intervista a Chiara Tedeschi Hebling

Chiara Tedeschi Hebling è una giovane fotografa girovaga italiana che, da qualche anno, ha trovato la sua casa in Brasile. Nel suo libro Il mio Brasile. Isole di resistenza edito da Nodo Edizioni ci racconta, attraverso il suo diario di parole e di fotografie, bellezza, mistero e contraddizioni di un grande Paese. L’abbiamo intervistata per provare ad entrare un po’ nel suo mondo e per aprirci un po’ alla conoscenza di una nazione dalle molte facce, ultimamente al centro dell’attenzione a causa del Coronavirus. Colgo l’occasione per rivolgere un pensiero ai brasiliani e alle grandi difficoltà che in questo periodo stanno affrontando; tutti loro naturalmente, ma soprattutto coloro che lottano, da sempre, per la salvaguardia non solo di loro stessi ma anche della propria identità.

 

Ciao Chiara, raccontaci un po’! Che cosa ha di speciale per te la fotografia? Quando e come ti sei avvicinata a quest’arte?

Ciao Giorgia, provando a sintetizzare, la fotografia è la mia personale forma di linguaggio, il canale attraverso il quale sento il mondo e ne faccio esperienza.
Fotoamatori sia mio padre che mio zio, la macchina fotografica è sempre stato un oggetto familiare in casa, tanto che inizio a scattare sin dall’età di otto-nove anni. Spinta da un’innata curiosità e sempre alla ricerca di punti di vista diversi, da dietro la lente trovo risposta a una mia esigenza comunicativa fortissima, scoprendola ben presto anche come un potente mezzo di introspezione. Posso infatti serenamente affermare che, negli anni, la fotografia è diventata la mia personale forma di psicoanalisi, offrendomi la possibilità di rielaborare il mio mondo interiore attraverso la ricostruzione del mondo esteriore.

 

Una caratteristica che dici di sentire propria è quella del viaggio, e lo testimoni anche attraverso le tue fotografie. Non a caso hai potuto toccare con mano diversi ambienti, Paesi e culture, oltre naturalmente a quella brasiliana che hai avuto modo di approfondire. Il tema dell’alterità ricorre spesso nella filosofia del secolo scorso e le parole di pensatori come Derrida, Ricoeur e Lévinas meritano di essere riscoperte in una civiltà sempre più globalizzata. Pensi che questo modello di vita globalizzato abbia veramente accorciato la distanza con l’Altro da noi?

Il viaggio è la mia “filosofia di vita”. Mi sono sempre vista non come singolo individuo, ma come parte di un tutto più ampio, globale se vogliamo, una cittadina del mondo.
Dal mio punto di vista esiste una globalizzazione in potenza e una in atto. La prima è la versione idealizzata della libera circolazione delle idee, del superamento dei nazionalismi e della pace condivisa, quella che poi si è tradotta in una strategia per far circolare il più possibile il denaro.
In questo senso, in una società in cui l’essere umano ha peso principalmente in quanto possibile consumatore, non posso che risponderti che no, non solo la globalizzazione non ha accorciato nessuna distanza, ma anzi, ha aumentato il divario tra le classi sociali, tra chi ha il denaro da far circolare e chi, da questi circoli, è escluso.

 

Nella tua vita in Brasile hai potuto sperimentare uno stile di vita molto diverso da quello occidentale attuale. Penso alla tua esperienza a Roseli Nunes, un luogo dove si vive (direi) della terra e con la terra. Perché a tuo parere ci sembra così difficile pensare che non esistano modi di vivere “altri” che siano validi quanto o magari anche più del nostro? Penso anche a quanto successo durante questa quarantena e la smania che abbiamo avuto di tornare “alla vita di prima”.

Il sistema economico capitalistico odierno si basa sulla precarietà, sull’instabilità e sulla flessibilità, sulla filosofia dell’usa e getta. È un sistema in cui il cittadino globale sembra trovare unica consolazione nel piacere del consumo, la caratteristica marcante dell’edonismo neolaico, come lo definiva Pasolini.
È una gabbia dorata quella che imprigiona l’uomo, schiavo di un sistema che lo induce, attraverso la pubblicità, a desiderare cose di cui non ha bisogno e che paga con denaro che non possiede, al reale scopo del controllo totali sui suoi bisogni.
C’è una frase di Silvano Agosti, regista, scrittore e saggista italiano, che dipinge molto bene questa condizione: “Uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero, perché se no anche se un giorno la porta sarà aperta lui non vorrà uscire.”

 

Il Brasile è una terra profonda e ricca di valore dove alcune comunità resistono alla forza livellatrice del capitalismo di stampo occidentale. Avendo conosciuto diversi contesti di questa grande nazione, dal Movimento dei Sem Terra agli Indiani Pataxò, ma anche le grandi città, pensi che sia possibile un equilibrio che permetta la sopravvivenza di culture e comunità estranee al modello di progresso imperante?

A dire il vero le realtà con cui sono entrata in contatto non sono totalmente estranee al modello economico occidentale, anzi, da tempo si adoperano per una coesistenza virtuosa fondata sulla conoscenza e sul rispetto tra più possibili sistemi. Proprio in questo vedevo la loro forza e purezza: un’interazione con il “moderno” allo scopo di una sana e collaborativa convivenza.
Uso il passato perché purtroppo con l’elezione nel 2018 di Jair Bolsonaro a Presidente della Repubblica, esponente di une delle destre più grette e di stampo fascista e miliziano, sono venuti a mancare i minimi requisiti per mantenere questa resistenza pacifica e democratica: ad essere minacciati non sono soltanto i diritti di comunità, ma sempre più spesso la loro stessa sopravvivenza.

 

Anche se a prima vista può sembrare una domanda scontata, pensi che la fotografia sia in grado di dar giusta voce a tutto questo? Ti aspetti o auspichi che le tue fotografie abbiano anche un ruolo sociale e culturale da assolvere?

Certo, credo che anche la fotografia, come tutte le forme d’arte e come linguaggio, sempre comunichi e si faccia portatrice di un messaggio, a maggior ragione in un’epoca in cui l’immagine ha una valenza così rilevante (a volte anche smodata) come quella in cui viviamo.
Accetto in forma generale la definizione di fotografia sociale, come una forma di racconto-denuncia di storie ai margini, di forte impatto sociale appunto, allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica in un tentativo di migliorare le situazioni.
Paul Ricœur, che prima citavi, diceva: «Raccontiamo delle storie perché […] le vite umane hanno bisogno e meritano d’essere raccontate».
Ecco quello che sento di dover fare: raccontare vite.

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Nel tuo libro Il mio Brasile. Isole di resistenza (Nodo Edizioni 2019) racconti il tuo incontro con Dona Jaçanã, un’anziana saggia incontrata in una riserva dei Pataxó. Una sua frase ti rimane impressa: “Siamo solo un semino di zucca nelle mani di Tupã”. Nello spiegarci questa affermazione, vuoi dirci se condividi questa visione del mondo? Sei più per il determinismo o per il fatalismo?

La conoscenza di Dona Jaçanã, la sciamana dell’Aldeia, è una di quelle tappe che marcano a vita. In un momento delicato della mia permanenza a Bahia, ho parlato con lei di Natura, Amore, di storia e tradizione, così come di alcune forze che non possiamo capire con la parte razionale della nostra mente.
Nella lingua Tupi-guarani, Tupã è il dio che controlla il tempo, il clima e i venti e con quella chiosa è come se Dona Jaçanã abbia voluto ricordarmi e che bisogna lasciar andare le cose che non possiamo controllare, regalandomi in quel momento un benefico senso di leggerezza.
Avendo viaggiato anche in Oriente, ho creato negli anni una personale miscellanea di stili di vita e attitudini. Credo in un corredo biologico di predisposizioni che ci vengono forniti alla nascita (che nel Buddismo viene identificato con karma), sulla base del quale però possiamo intervenire, determinando il nostro cammino, secondo la legge di causa-effetto.

 

Per noi la filosofia vive nella quotidianità di tutte le persone e per questo tutte le nostre attività si rivolgono alla sua “smitizzazione” di materia astratta, inutile ed elitaria. Per te che cos’è la filosofia?

Amore per la sapienza è il suo significato letterale, che nella vita di tutti i giorni io sento di declinare in infinite accezioni, come amore per la ricerca di punti di vista differenti, curiosità verso l’Altro, come pure introspezione. Da non filosofa, la intendo come una ricerca nel quotidiano sul mio modo di vita, il pormi domande continue sulla direzione dei miei passi, su cosa sia bene per me stessa e per il prossimo.
Una citazione di Aristotele mi segue dai tempi del Liceo: «Chi pensa sia necessario filosofare deve filosofare e chi pensa non si debba filosofare deve filosofare per dimostrare che non si deve filosofare; dunque si deve filosofare in ogni caso o andarsene di qui, dando l’addio alla vita, poiché tutte le altre cose sembrano essere solo chiacchiere e vaniloqui», rimarcando come appunto sia una necessità vitale dell’uomo nella quotidianità di tutte le cose.

 

Giorgia Favero

 

[Tutte le immagini sono di proprietà di Chiara Tedeschi Hebling]

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Marcello Ghilardi racconta il rapporto arte-natura in Giappone

Per me che ho approcciato la filosofia in un secondo momento rispetto agli anni dell’università, affrontare un tema senza mettere a confronto pensieri e schemi di pensiero differenti non può che impoverire gli orizzonti di significato che lo riguardano. Ecco perché nelle nostre riviste cartacee faccio il possibile affinché la tematica prescelta abbia anche interlocutori “altri” rispetto a quelli formatisi e “rimasti” entro una cultura di pensiero occidentale.

Nelle pagine della rivista #12 dedicata al tema del corpo ho avuto il piacere di confrontarmi con Marcello Ghilardi, professore associato di Estetica presso l’Università di Padova, i cui ambiti principali di ricerca sono l’alterità, il pensiero interculturale e l’estetica giapponese. In questo breve estratto dell’intervista viene trattato il tema dell’arte, naturalmente legato a quello della natura fino a quel momento discusso.

 

Marcello Ghilardi – Arte è un termine che noi usiamo per tradurre un binomio giapponese che è geijutsu 芸術 o geidō 芸道 , in quanto “Via (spirituale) delle arti” –  esso ha nel suo “radicale” (in questo caso, la parte in alto del primo carattere) della scrittura calligrafica il senso delle piante che crescono, come a dire che anche in questo caso nella sua costituzione fondamentale l’arte è qualcosa che cresce spontaneamente. Una volta ancora l’uomo è il mezzo con cui un dipinto si fa, una composizione floreale si fa, una poesia si compone e così via. Non c’è né uno sforzo mimetico-rappresentativo, né tradizionalmente (e qui intendiamo prima dell’incontro con l’Occidente) un’espressione dell’animo umano e della soggettività. Certo, ci sono esempi di componimenti e dipinti del paesaggio che sembrerebbero alludere a una interiorità che noi chiameremmo “soggettiva”, per esempio è vero che un bosco scosso dal vento ci può richiamare lo stato d’animo del pittore, tuttavia non è quella l’idea di fondo. L’arte raggiunge il suo apice quando l’artista, il pittore, il poeta, il danzatore e così via si fa luogo vuoto per l’accadimento di qualcosa che lo supera; si dispone alla ricezione di questa energia vitale, del soffio che prende forma in musica, in poesia, in pittura. È lo stesso ki [o qi in cinese è il soffio, l’energia vitale, ndR] che permea il paesaggio che diventa anche paesaggio dipinto, tanto che in cinese classico uno stesso carattere, xiang, può significare sia “fenomeno” che “immagine”. Il fenomeno e l’immagine del paesaggio dipinto quindi è xiang, mentre per noi occidentali c’è sempre stato il dibattito tra “cosa” e “immagine”, distinguendo nettamente l’immagine di qualcosa dalla cosa in sé. Il carattere cinese che noi traduciamo come “creazione” infatti sarebbe piuttosto “trasformazione” o “modificazione”, perché l’artista non è tanto un “creatore” ma un “modificatore” dell’energia, del ki.

Anche lo spettatore fa parte del flusso, è compreso nel sistema di circolazione energetica: quando leggo una poesia o ascolto una musica, nella mia interiorità, nel mio cuore/mente (xin), ricreo quell’energia, le do spazio. In entrambi i modi la circuitazione energetica continua a prodursi ed è così raggiunto l’apice dell’arte, ovvero la naturalità, ciò che accade in quanto assoluta spontaneità. Non la perfezione imitativa, dunque, e nemmeno la creazione di qualcosa di bello, tanto che proprio il termine “bello” come lo intendiamo noi nella lingua giapponese manca. Attraverso il gesto artistico del corpo l’uomo rinnova il flusso costante di energia e può incontrare l’accadere del mondo, sia facendola sia godendone.

 

L’intervista a Marcello Ghilardi continua nella rivista La chiave di Sophia #12 – I sentieri del corpo, in uscita il 22 giugno 2020.

 

Giorgia Favero

 

[Photo credits su unsplash.com]

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Eroi umani, troppo umani: tra forza e fragilità

Avevo 17 anni quando ho letto Un uomo di Oriana Fallaci. La giornalista era riuscita magistralmente a trasmettere anche a me la fascinazione e il trasporto che lei, in quanto compagna di Alèxandros Panagulis, provava per lui. A quell’età, non ancora del tutto disincantata sul mondo e sulla vita, avevo trovato in lui un eroe.

Sventurata è la terra che ha bisogno di eroi”, scriveva Brecht in una delle sue opere teatrali. E perché mai? Cosa c’è di male in un eroe?, potremmo chiederci. Il senso è che l’attesa dell’eroe, del deus ex machina che piomba nel caos e vi mette ordine, spoglia l’individuo della sua azione e della sua creatività. Se l’umanità ha bisogno di eroi, significa che è un’umanità che aspetta senza agire. Ecco perché Alèxandros Panagulis era un eroe così credibile: perché era del tutto eroico e del tutto imperfetto.

Frequentavo il liceo classico e di eroi ne sapevo qualcosa. La letteratura antica infatti ha regalato moltissime figure impegnate in eroiche missioni causate da dèi avversi – penso ad Aiace, Ettore, Eracle; eroi che muoiono ma in qualche modo restano invincibili. E poi c’è l’eroe degli eroi, Odisseo: il distruttore di Troia, l’impeccabile mente. Lui qualche debolezza la mostra: piange al ricordo dei compagni perduti, si strugge di nostalgia per Itaca; questo perché è umano e l’incipit dell’Odissea lo spiega subito chiaramente iniziando proprio con quella parola, “uomo”1. I tempi cambiano in Grecia soprattutto con l’Ellenismo, quando decadono i valori classici e tutto è in balia di una nuova divinità, la tuche, la sorte. In questo periodo si affaccia una nuova lettura dell’eroe Giasone, quella di Apollonio Rodio nelle Argonautiche. Il nuovo Giasone è amèchanos, “privo di risorse”, nella stessa misura in cui Odisseo per Omero è polùtropos, “dall’ingegno multiforme”: non si tira fuori dal pericolo da solo, sono gli dèi e una donna, Medea, a salvarlo in varie situazioni mentre lui, letteralmente, “non sa cosa fare”. Questo Giasone del 245 a.C. sembra proprio “un eroe che ha bisogno di eroi”, un eroe che dubita delle sue capacità; antieroe classico ma proprio per questo eroe ellenistico. Un uomo in preda alla sorte.

C’è poi un’altra rilettura dell’eroe classico meritevole d’esser considerata: l’Ulisse di James Joyce. Il libro omonimo esce nel 1922, dopo una guerra che ha ridisegnato i profili del mondo e gli orizzonti valoriali, nonché nel pieno sviluppo delle teorie psicanalitiche. Lo scopo di Joyce è proprio quello di creare un parallelo tra l’eroe e un qualsiasi uomo della modernità. Lui, così come la moglie Molly (parallelo di Penelope) e Stephen Dedalus (parallelo di Telemaco), racchiudono alcune fragilità tipiche umane quali la diffidenza, l’infedeltà, la passività; la loro eroicità sta nel resistere alle soffocanti sovrastrutture sociali, alle convenzioni e alle aspettative, pur nelle loro debolezze.

Anche Alèxandros Panagulis, rivoluzionario che fa della liberazione della Grecia dalla dittatura (1967-1974) la sua ragione di vita, sfoggia numerose ombre. Inizialmente il suo personaggio sembra molto chiaro: stoicamente eroico sopporta anni di carcere, torture e umiliazioni. È proprio con la scarcerazione e il ritorno nella società che la facciata comincia a spaccarsi e il sogno a infrangersi: scopre che la sua Grecia non ha più bisogno di eroi e si accontenta della nuova, falsa democrazia in comando e comincia a perdere fiducia nel popolo, cade nell’alcool, nell’infedeltà sistematica, cede alla rabbia. I Greci non lo vedono più come un eroe e lui non si sente un eroe. Finché, “misteriosamente”, la sua auto si schianta contro un muro a pochi giorni da un suo discorso in parlamento in cui avrebbe svelato alcuni documenti segreti. La Grecia si sveglia nuovamente e il suo funerale, il 5 maggio del 1976, è seguito da mezzo milione di persone che invadono Atene al grido “Alekos zi zi zi” (“Alekos vive vive vive”). Scrive Oriana Fallaci: «Ecco perché sorridevi tanto misteriosamente ora che calavi dentro la fossa dove il Gran Sacerdote […] ruzzolava grottesco […] calpestando la statua di marmo, credendo che soltanto quella restasse di un sogno, di un uomo».

Ho scritto questo articolo poco prima di conoscere il termine Covid-19 e ho assistito improvvisamente a un mondo che riversava ogni dove quella parola, eroe, a proposito degli operatori sanitari. Il finale originario era diverso perché la situazione mi ha indotto una spontanea revisione. In che cosa sono diversi da noi questi eroi? In che cosa vi assomigliamo? Tra le tante domande e risposte provvisorie, continuo a ricordare in quanti in questi giorni hanno detto “Non sono un eroe, faccio semplicemente il mio lavoro”; eppure li ignoriamo, continuiamo a considerarli eroe. Provo una certa desolazione nel constatare quanto ci venga spontaneo credere che l’abnegazione nei confronti degli altri, l’altruismo e il rispetto, possano appartenere soltanto a degli umani speciali, e non a tutti noi, chiunque di noi, noi umani.

 

Giorgia Favero

 

NOTE:
1.“Andra moi ennepe, Mouse, polutropon” racconta Omero, in italiano: “Cantami, o Musa, dell’uomo multiforme”. Andra significa appunto “uomo” ed è la primissima parola di tutta l’Odissea.

[Photo credits Unsplash-com]

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Scarpe, pipe, sedie: riflessioni artistiche sugli oggetti comuni

Lo sguardo dell’artista è un po’ come quello del filosofo: si posa rapito su tutto ciò che lo circonda nella sua quotidianità, persone, natura e anche oggetti. Anche questi infatti sono capaci di generare delle domande, o addirittura provano a rispondervi: ogni piccola cosa ha la sua ragion d’essere all’occhio dell’artista.

Tutto ebbe inizio con la natura morta, ovvero la rappresentazione di composizioni di oggetti inanimati, che con l’inizio del XVII secolo diventa vero e proprio genere autonomo. Da Caravaggio e i grandi maestri olandesi fino ai postimpressionisti come Cézanne e poi avanti fino alle avanguardie storiche in cui su tutti il maestro Giorgio Morandi, che si è applicato con dedizione a bicchieri, brocche, bottiglie e scatolette regalandoci infinite combinazioni di dignitosissimi oggetti inanimati. Un pittore poco capito, Giorgio Morandi (1890-1964), che per gran parte della sua vita artistica ha usato con estrema meticolosità questi oggetti comuni per una sua ricerca quasi puramente estetica su plasticità, rapporto tra volumi, colore, luce.

Facciamo però un passo indietro a riaprire la parentesi postimpressionista. Se nelle nature morte di Morandi si legge tutta la sua segretezza, il suo zelo e la sua attenta riflessione, molto ci dice del suo autore anche il famoso quadro Un paio di scarpe di Vincent Van Gogh (1886). “Famoso” perché oggetto di una querelle filosofica che ha attraversato decenni, partita dall’analisi di Martin Heidegger, continuata da Karl Jaspers e terminata (forse) con la controbattuta di Jacques Derrida scomodando infine un altro Jacques, ovvero Lacan. Ma perché proprio le scarpe? Un artista come Van Gogh che di autoritratti ne ha fatti a iosa, ci mostra invece tutto sé stesso in un paio di scarpe, più volte rappresentate. Delle scarpe brutte, consunte, logore, abbandonate, dimenticate. Scarpe che però non sono solo quello che dichiarano d’essere. Forse nemmeno lo stesso Van Gogh se ne rese conto, per quanto lui stesso affermava di dover «poter esprimere attraverso la pittura quello che ho nella mente e il cuore».

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Van Gogh

Proseguendo nella storia dell’arte, un pittore che invece si nasconde consapevolmente nelle sue opere è René Magritte. Il suo scopo, dichiarato anche nel suo stile iper-realistico, è di scomparire per lasciare l’interpretazione all’osservatore. I suoi soggetti, rappresentati come se fossero reali, sono invece assurdi e sfidano gli automatismi della mente, abbandonando chi guarda a darsi una propria risposta. Così facendo i suoi oggetti (trombe in fiamme, sonagli fluttuanti e giganti bicchieri che siano) sono proprio quello che dichiarano d’essere; sono invece i rapporti tra di essi a spalancare infiniti mondi possibili. La chiave di lettura di tutto questo ce la offre Magritte su un piatto d’argento, o meglio su un quadro che non a caso s’intitola Il tradimento delle immagini (1928-29). Si tratta dell’opera famosissima di una pipa accompagnata dalla scritta che nega che quella pipa sia una pipa. Il senso, come è noto, è che il disegno di una pipa e una pipa “in carne ed ossa” non sono la stessa cosa, e che il disegno di una pipa non rappresenta l’universalità di tutte le pipe esistenti. Chiaro, no? Un’intera e complessa visione del mondo racchiusa in una tela che “la saprei fare anche io”; però Magritte è stato un artista immenso e io copiandolo non potrei mai esserlo.

L’arte dunque, il regno delle immagini, si apre anche alla parola. Il trionfo di tutto questo lo abbiamo avuto con l’arte concettuale, ovvero quando l’arte ha deciso di liberarsi dell’estetica e mettere sotto gli occhi un ragionamento nudo e crudo. Non a caso, uno dei suoi padri costituenti fu Joseph Kosuth, avido lettore e grande estimatore di Ludwig Wittgenstein. Opera emblematica in questo senso è Una e tre sedie (1965) e anch’essa riflette sul rapporto tra oggetto, immagine e parola. Attraverso una installazione che vede la presenza di una sedia, la sua riproduzione fotografica e la sua definizione da vocabolario, Kosuth cerca una risposta alla domanda “che cos’è una sedia?”. Proprio la domanda, insieme all’esecuzione e l’oggetto finale (che l’artista non a caso chiama talvolta residuo) è arte.

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Joseph Kosuth

Seguendo il filo, è evidente che in questa riflessione sugli oggetti nell’arte si è volutamente tralasciato un gigante, ovvero Marcel Duchamp con il suo ready-made; senza però dimenticare che, senza questa fortissima e geniale dichiarazione artistica, l’universo dell’arte sarebbe probabilmente molto diverso. Ma saremmo molto diversi anche noi osservatori, ormai giustamente abituati a un’arte che non deve soltanto stimolare i nostri sensi, ma anche porci delle impreviste domande.

 

Giorgia Favero

 

[Fonti immagini: artspecialday.it (Magritte, immagine di copertina), Wikipedia (Van Gogh e Kosuth)]

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Ode al gatto filosofo

Il gatto filosofo siede sul davanzale della finestra, oppure sul termosifone che vi sta appena sotto. Da quella posizione privilegiata sul mondo, il gatto filosofo siede e pensa, come Leopardi osservava l’ermo colle e la siepe che precludono lo sguardo dall’immensità dell’infinito. Così s’annega il pensier suo, e all’umano che tenta di richiamarlo nega attenzione. Al suono del suo nome il gatto filosofo gira l’orecchio, a volte anche l’altro: così comunica all’umano che lo sta volutamente ignorando.

Quali interminati pensieri in quella profondissima quiete? Il gatto filosofo fa proprio l’antico imperativo “conosci te stesso”: si conosce dai baffi alla punta della coda e giunge a concludere che, per dirla alla Neruda, ogni gatto vuol solo essere sé stesso perché è perfetto, completamente rifinito. Parte da sé dunque per esplorare la realtà che lo circonda con acuto fiuto sensibile e razionale; si chiede da dove viene, dove andrà, cos’è bene e cosa è male, e se esista un dio per tutti, animali e umani. Quel che non si chiede mai il gatto filosofo è perché esiste: tanto è cosa assai evidente e risaputa che non se ne possa fare a meno.

Filosofa allora il gatto filosofo mentre l’umano lo chiama, e lo ignora perché l’umano non filosofa. Sa che in parte non ne ha il tempo: se ne sta fuori tutto il giorno – riflette il gatto filosofo – e torna alla sera con l’aria stanca, stravolta. L’umano pulisce la lettiera e raccoglie i peli, prepara i pasti, ma il resto del suo tempo lo passa sul divano davanti alla scatola parlante. L’umano perde ore davanti a quelle immagini che sembrano proprio le ombre della caverna: l’umano le guarda e si perde la verità che sta fuori, proprio perché non filosofa. Imperdonabile, conclude rassegnato il gatto filosofo, che pur quando decide di far compagnia all’umano davanti alla scatola parlante, preferisce giustamente dormire.

Poiché non approva la sua condotta, il gatto filosofo stabilisce con il suo umano la classica dialettica hegeliana servo-padrone in cui lui è ovviamente in posizione di vantaggio. Concorda inoltre con l’insegnamento del Protagora dei gatti per cui “il gatto è misura di tutte le cose”, e tra queste cose, anche del tempo. Un po’ come faceva (involontariamente) Kant per i cittadini di Königsberg, il gatto filosofo scandisce la giornata del suo umano in due momenti fondamentali, di cui il primo si identifica naturalmente con la cena. Il secondo invece corrisponde a quell’istante della notte (alle 3.45 o alle 5.27) in cui il gatto filosofo, stanco di dormire, decide di verificare che l’umano sia ancora vivo, visto che rimane disteso immobile così a lungo, e parlando senza sosta lo costringe ad alzarsi. Uno potrebbe stoltamente pensare che il gatto filosofo, poiché dorme più di metà della sua giornata, non sappia distinguere lo scorrere dei giorni. Invece lo sa eccome: dalla sua postazione sulla finestra, prima di svegliare il suo umano, il gatto filosofo si perde a osservare con ammirazione il cielo stellato sulla sua testa ascoltando la legge morale nel suo profondo.

La sua legge morale è molto semplice e tra i primi punti in elenco vede l’alternare la riflessione filosofica a momenti di svago e di pennichella. Il gatto filosofo gioca con nastrini, palline, elastici e tutto ciò che si muove (e che non si muove) come esercizio per la sua magnifica res extensa; anche il sonno è fondamentale perché il flusso di pensieri della sua raffinata res cogitans deve essere periodicamente rallentato per evitare il sovraccarico. La legge morale del gatto filosofo stabilisce anche che il rapporto con il proprio umano debba essere un catulliano odi et amo, non un democratico do ut des. Nonostante ciò il gatto filosofo pensa a Socrate e sa che la filosofia viene meglio quando è dialogica. Per questo tenta una comunicazione con il proprio umano, anche se sa che puntualmente l’umano lo fraintenderà: riempirà ciotole, farà scorrere l’acqua, tirerà fuori giochi e spazzole, aprirà porte per la terrazza o il giardino. Perché l’umano non filosofa e non capisce l’importanza di quella tentata conversazione.

Così il gatto filosofa nella sua dimensione irraggiungibile all’umano. Nella sua lunga e statuaria posa sulla cima di un trespolo o di una mensola, o accovacciato su un gradino, dimostra d’essere in un tempo e spazio misteriosi e ignoti all’uomo, a cui non rimane altro che ammirare la magnificenza di quella stasi e rispettare (pur senza conoscere e comprendere fino in fondo) la grandezza di quella mente.

 

Giorgia Favero

 

[Photo credits unsplash.com]

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Vita, musica e filosofia: intervista a Paola Maugeri

In una soleggiata mattina d’inverno, con il suo penultimo libro Rock and resilienza (Mondadori 2017) sul comodino, telefono a Paola Maugeri per mettere in luce la filosofia di questo binomio. Probabilmente nessuno meglio di lei, che è giornalista, cantante, esperta musicale e “essere umano di professione”, può raccontare queste storie. Magari molti di voi le ascoltano già ogni mattina dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 11 nel suo programma su Virgin Radio Paola is virgin, o magari seguite il suo podcast PM’s confidential. Nella prima parte di questa intervista, che potete leggere nella nostra rivista La chiave di Sophia N. 11 – Vivere il dolore, ci siamo addentrate molto in queste storie, da Bono Vox a Patty Smith fino a John Lennon, proprio per indagare la radice rock del termine resilienza, che Paola definisce «un invito a trasformare le battute d’arresto in trampolini di lancio, in una serie di possibilità».

Qui prosegue la nostra chiacchierata, interrotta di tanto in tanto dall’irruenza del suo cagnolino di nome Tofu. Cosa che mi permette di spostare la nostra conversazione su altre tematiche.

 

Ho sempre seguito con ammirazione il tuo attivismo nei confronti dell’ambiente e degli animali. Da 22 anni hai scelto uno stile di vita vegano, e tempo fa hai deciso di trascorrere un anno della tua vita a impatto zero; da molto proponi uno stile di vita consapevole e attento alle tematiche ecologiche e animaliste. Al di là delle motivazioni che concernono il benessere e la dignità animale, sembrerebbe stia via via cadendo il grande tabù sul consumo di carne e derivati, che viene sempre più spesso presentato per quello che è, ovvero il principale problema ambientale del nostro pianeta. Come si possono avvicinare al meglio le persone a questi temi?

Noi stessi vegani siamo il limite alla diffusione di questo stile di vita perché laddove non portiamo inclusione, accoglienza, braccia aperte e sorrisi, invitiamo le persone ad allontanarsi. Mi dispiace moltissimo che ci sia una frangia estremista nel gruppo perché solo mio figlio e pochi altri bambini sono vegani di prima generazione e quindi sono cresciuti così, ma tutti noi che siamo adulti no, siamo cresciuti a carne e polpette. È evidente quindi che ci vuole del tempo per arrivare a una certa consapevolezza, come è successo a me, a te, e a tutti noi altri. Se le persone a questa consapevolezza non ci sono arrivate di certo non ci arrivano con gli insulti: l’essere umano cambia nel momento in cui si sente accolto. Noi dobbiamo diventare un esempio piacevole perché facciamo la nostra scelta con amore: solo così possiamo indurre gli altri ad avvicinarsi e a chiedere. Mi dispiace se questa gentilezza che usiamo nei confronti del pianeta e degli animali poi non la usiamo nei confronti del nostro prossimo: sarebbe una grandissima contraddizione in termini. Con la nostra gentilezza e bellezza, intesa come stato d’animo, possiamo essere l’esempio migliore: se sto bene fisicamente, se il mio pensiero è acuto, se le mie riflessioni sono intelligenti, se ho un aspetto sereno… tutte queste sono forme di pubblicità indirette che però funzionano maggiormente, perché tutti abbiamo voglia di stare bene ed essere felici. Senza dimenticare che il nostro amore per gli animali si riflette anche nell’amore per gli animali umani costretti a fare un lavoro riprorevole come quello dentro i macelli. In America sono proprio gli ultimi, quelli senza permessi di soggiorno, quelli che non hanno altra scelta se si trovano a fare un lavoro del genere, che ha anche pesanti ricadute a livello psicologico.

 

C’è questa bellissima frase attribuita a Gandhi: «Sii tu il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo». Cerco di ricordarmela sempre per essere io più gentile quando mi accorgo di pretendere la gentilezza dagli altri – e non perché la voglio per me, questa gentilezza, ma nei confronti del prossimo, animale, animale umano o vegetale che sia. E a proposito di Gandhi, oggi ti troviamo qui di ritorno da un viaggio in India per girare un documentario sul buddhismo tibetano. Dal 1997 infatti sei praticante buddhista, per cui ti chiedo: che cosa hai trovato in questa religione-filosofia che sentivi mancare nella tua educazione e nel tuo modo di pensare e di vivere?

Nel momento in cui sentiamo una mancanza ne andiamo alla ricerca. Io sono buddhista dal 1997, lo confermo, e sono molto soddisfatta di questa mia scelta: continua a darmi tanto, continuo a capire tanto… la sento affine a me. Ciò di cui ero alla ricerca non era di una religione ma della religiosità, che sono cose diverse: non ho bisogno di dogmi ma di cura, gentilezza, attenzione, tensione all’essere umano. Più che altro ho bisogno di esperienze, di esempi, e l’esperienza di vita del Buddha per esempio la trovo interessante, l’ho sentito vicino a me. Ha un sorriso accogliente, che deriva da uno stato contemplativo come il silenzio… sono insegnamenti preziosi. Sono certa che gli insegnamenti di Gesù siano esattamente tanto rivoluzionari come quelli del Buddha, ma per una serie di circostanze nella mia vita quelli non li ho approfonditi. Mi piace la gentilezza e la tranquillità dei monaci buddhisti, il loro sorriso.

 

Dal momento che mi parli di religiosità, una cosa che abbiamo rilevato noi con il nostro progetto de La chiave di Sophia (con la rivista online, con le nostre ricerche per i numeri cartacei, con gli eventi che facciamo sul territorio) è che in realtà, contrariamente a quanto possa sembrare, c’è una certa fame di profondità, di ricerca di senso. Credi che ci sia speranza o siamo condannati a sprofondare sempre di più nel superficiale?

Purtroppo siamo tutti vittime della banalità, della superficialità e di tanti luoghi comuni che non fanno che rinchiudere e restringere piuttosto che aprire e fare espandere. È un problema che ha per esempio il rock, il quale, esattamente come la filosofia e molti altri significati nella nostra vita, si è lasciato imprigionare da questo trinomio sesso droga e rock’n’roll e quindi il rock è la musica del diavolo, degli sballati o di quelli vestiti di nero, proprio come la filosofia è una cosa pallosa e vecchia che non c’entra più niente con la quotidianità. Se si va a conoscere la storia dei grandi musicisti rock, come cerco di fare io, si scoprono persone che hanno veramente cercato un modo di stare al mondo esprimendosi con la musica. L’invito è semplicemente quello di non guardare le cose con la costante superficialità che ormai contraddistingue il nostro tempo, per cui a me piace dire “In un mondo superficiale voglio essere la discepola della profondità”: tutto ciò che è profondità o studio o approfondimento è la mia passione e lo sarà sempre di più. Anche perché mio padre mi ha insegnato che abbiamo due orecchie e una bocca, che è una parte fondamentale di Rock And Resilienza e anche dello spettacolo teatrale.

 

Concludiamo con una domanda che poniamo sempre ai nostri intervistati: che cos’è per te la filosofia?

Come recita Lou Marinoff, autore di Platone è meglio del Prozac, probabilmente nella vita avrei voluto fare la filosofa, perché pur non avendo studiato filosofia sono appassionata dell’essere umano. Lo studio dell’essere umano e di come funziona, pensa, esiste, lo trovo talmente: se la filosofia avvicina a questo penso che tutti dovremmo essere dei filosofi. Però per me anche vivere con attenzione, con cura, in maniera salda e morale fa di te un filosofo, perché se ami la sapienza ami l’attenzione, non il pressappochismo. O forse ami anche il pressappochismo perché l’essere umano sa essere alto e basso, intelligente e banale… in fondo anche per questo amo l’India perché è un posto che può essere bestiale (ed è un termine non approssimativo), ma anche estremamente saggio.

 

Giorgia Favero

 

[Immagine tratta da Facebook]

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L’uomo e la grandezza della natura: echi di sublime

È una delle opere più note del mondo, il Viandante su un mare di nebbia dell’artista tedesco Caspar David Friedrich realizzata nel 1818. Un uomo distinto colto di spalle sull’orlo di un precipizio; di fronte al soggetto si dipana il mare di nebbia, da cui emergono cime aguzze e si stagliano altri profili montuosi all’orizzonte. Una persona che si perde con lo sguardo e la mente nell’infinito, piccolo contro la vastità della creazione di natura. Non a caso questa è diventata l’opera emblematica del Romanticismo, periodo letterario e artistico che ha attraversato l’Europa ottocentesca portando, tra le altre cose, l’idea del sublime come nuova chiave di definizione del bello.

Di sublime in realtà si comincia già a parlare nel I secolo d.C a cui si data il cosiddetto Trattato sul sublime, di autore ignoto che però già sintetizza un legame tra ciò che è meraviglioso e un senso di smarrimento. Non dimentichiamo del resto come Aristotele definisse thauma, tradotto spesso come meraviglia, un sentimento sì di grande scoperta, di curiosità e stupore, ma con un’accezione angosciosa. Non a caso, quando il letterato britannico Edmund Burke recupera il tema del sublime nel 1757 lo definisce come delightful horror, letteralmente “l’orrendo che affascina”. Ecco allora che questo sublime è un tipo del tutto particolare di bellezza, è un’emozione forte che ci colpisce e che, secondo Burke ma successivamente anche Immanuel Kant, è generata dalla natura. La sua forza (cascate, tempeste marine) e la sua grandezza (oceani, deserti, alte vette) generano nell’uomo la consapevolezza della propria piccolezza, limitatezza e caducità. Lo si evince chiaramente anche dalle opere di un altro grande maestro, William Turner, da molti considerato precursore del Romanticismo proprio per le vorticose tempeste, bufere di neve o di pioggia, incendi roventi rappresentati nei suoi quadri, in cui l’umano è piccolo o scompare.

Nella Critica del giudizio (1790) Kant spiega come la bellezza sia una caratteristica intrinseca degli oggetti (natura compresa) mentre il sublime è il sentimento che alcuni di essi (e la natura appunto) possono generare. Tale sentimento oltretutto nasce dopo una battuta d’arresto delle energie vitali, un momento di smarrimento in cui l’uomo si trova sopraffatto, prima di riuscire ad agire e di (in un certo senso) tornare alla vita. Schopenhauer ne Il mondo come volontà e rappresentazione (1819) si colloca sulla stessa scia e chiarisce che se l’uomo nello stato di contemplazione di quegli oggetti (naturali) avverte il loro pericolo e la possibilità che lo possano sopraffare, ma nonostante tutto persiste nella contemplazione, allora quello è il sentimento del sublime.

È ancora questo per l’uomo contemporaneo il sentimento del sublime? Immaginiamoci come il viandante di Friedrich – cosa forse non difficile visto il boom di turismo che stanno registrando le località montane in questi ultimi anni. Immaginiamoci sulla cima di una vetta o su una nave in mezzo all’oceano: qual è il nostro sentimento nei confronti della natura che stiamo osservando? Proviamo a rifletterci davvero. Ne riconosciamo la grandezza, la superiorità? Riusciamo ancora a sentirci piccoli? E se siamo ancora in grado di provarlo, questo sublime, riusciamo a portarcelo con noi? La natura è minacciata costantemente dall’azione umana e le nostre mani sono perennemente sporche e sanguinanti in quanto mandanti, con la nostra esagerata eppure inconsapevole domanda sul mercato, di gravi torti nei confronti del mondo naturale e animale. La natura è immensa e immensamente forte, ma la nostra crescita (la popolazione umana dovrebbe raggiungere i dieci miliardi di abitanti nel 2050) soffoca tutta questa energia. Un’energia tale che trova sfogo in violenti ma sempre più frequenti episodi di distruzione. A ognuno dei naufragi di Turner l’uomo risponde con maggiore cattiveria, senza riuscire a distinguervi (o senza volerlo fare) una propria responsabilità. Allora pensiamoci ancora un po’ di più, quando scendiamo dalle vette o riemergiamo dai mari, a quella sensazione che abbiamo provato dentro e cerchiamo di tenerla lì, di custodirla. Nella speranza che poi riesca a guidare ogni nostro gesto quotidiano… o almeno un altro in più.

 

Giorgia Favero

 

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