Intervista a Marta Celio: tra filosofia e poesia.

Marta Celio, nata nella Svizzera romancia nel 1976, si è laureata in filosofia teoretica a Padova con una tesi su Hans Jonas. Costantemente esposta alla letteratura contemporanea e assorbita dalla meraviglia dei classici, viaggia nel mondo della filosofia, della narrativa, ma soprattutto della poesia. Già nel 1995 pubblica La nuvola nel bicchiere (Il club degli autori, Melegnano). I rinomati Taccuini (Prose liriche, Poligrafo Padova 2006); poi Stanze (Poesie, Poligrafo Padova 2009); Autunno (Penzo+Fiore, Murano 2015); Dediche (Penzo+Fiore, Murano 2017); senza considerare le copiose pubblicazioni collettanee. 

Nella presente intervista, parleremo del connubio di poesia e filosofia che accompagna non soltanto la sua produzione, bensì la sua intera esistenza. Lasciamoci travolgere dalla sua passione: buona lettura!

 

Giorgia Favero – Cara Marta, la tua produzione letteraria alterna quasi ritmicamente il saggio filosofico alla raccolta di poesie. In che modo si affiancano queste due tipologie di scrittura nella tua vita quotidiana?

Marta Celio – Cara Giorgia, grazie per l’attenzione posta alla mia attività febbrile e gratificante che vede, come tu stessa dici, alternarsi queste due forme di scrittura. In realtà la mia risposta riconduce due “apparenti” contrapposizioni (poesia e saggio filosofico) a un’unità. Infatti, scrivevo, in esergo a Diario di tutte le assenze (Nodo editore) e traslitterando un passaggio del filosofo Jean-Luc Nancy, che filosofia e poesia non sono in opposizione. Ciascuna fa la difficoltà dell’altra. Insieme esse sono la difficoltà stessa: il fare senso. Dunque, la mia vita quotidiana (che si caratterizza per una forma rigorosa di “apparente” chiusura in una turris eburnea, la mia casa, la mia stanza da lavoro, dove però – e qui svelo il senso di quella solo “apparente” chiusura – sono in contatto con il mondo più disparato, con autori, narratori, poeti (scomparsi e viventi) attraverso la lettura che mi apre a orizzonti di senso. Con gli scomparsi (un esempio tra tutti e mio prediletto, il poeta, critico, e traduttore Francesco Scarabicchi) sono legata da un filo di com-partecipazione emotiva ed intellettuale a quell’universale che ci hanno donato con la loro inquietante, disarmante bravura. Con i viventi (un altro esempio tra tutti, la poetessa Giovanna Rosadini, con la quale vi è una corrispondenza e un imminente lavoro sulla sua intera poetica, nella collana Percorsi, edita da Macabor, che dedica un monografico ai maggiori poeti contemporanei; poetessa, lei, di grande spessore e che gode di tutta la mia stima, umana e poetica). Tra i filosofi ovviamente non cito gli scomparsi, perché tutti presenti a circondarmi nel mio soggiorno, dove insieme ai libri d’arte, si dispiegano, in ordine rigorosamente alfabetico, i filosofi dalla A di Aristotele, alla Z di Zellini (ecco fatti due nomi). Tra i viventi, Marcello Barison, Luca Bianchin – con i quali ho anche il piacere di una collaborazione attiva – Curi e Cacciari, che spiccano per la loro produzione e per la mia stima nella mia biblioteca.

Questa è una breve parentesi toponomastica ma per arrivare alla tua domanda, circa la mia scrittura (tra il saggio filosofico e la poesia): ebbene, snodandosi la mia giornata, soprattutto per alcuni lavori commissionati, diciamo che essa comincia con la teoresi, con l’analisi testuale di scritti poetici o narrativi con l’approccio ascrivibile alla mia formazione, dunque filosofico.  Di qui momenti di “stacco”, di respiro, quali sono i momenti che dedico alla poesia. Non senza, tuttavia, rigoroso impegno e attenzione alla forma e ai contenuti, che spesso vengono a configurarsi proprio come l’esito delle suddette note filosofiche critico- letterarie e dunque ancora, con Jean-Luc Nancy, poesia e filosofia non sono in opposizione, ma insieme sono il fare senso.

 

Giorgia Favero –Una piccola curiosità: ci sono, che tu sappia, dei filosofi che si sono cimentati con la poesia? Avresti qualche lettura da consigliarci in proposito?

Marta Celio – Certo, l’ho appena citato, e gode della mia massima stima. È Marcello Barison docente di filosofia a Bolzano. Già docente a Chicago, si è cimentato con l’arte pittorica (con notevoli esiti), con la prosa e la poesia, raggiungendo vette insperate (www.marcellobarison.com).

 

Giorgia Favero – Il tema del tempo sembra ricorrere spesso nelle tue riflessioni, in particolare sotto la forma di distanza e di assenza (ricordiamo in questo proposito le due raccolte di Diario di tutte le assenze che assolvendomi – mi salvano per Nodo Edizioni). Ritieni che i tuoi studi di filosofia abbiano in qualche modo influenzato il tuo modo di osservare e percepire questi temi?

Marta Celio – Certamente, ricordo forse la prima lettura, risalente alla terza liceo, delle Confessioni di Sant’Agostino, dove egli analizza il problema del tempo nell’ XI libro.
Sant’Agostino diceva: «Io so che cos’è il tempo, ma quando me lo chiedono non so spiegarlo». Il punto di partenza è dato dal racconto biblico che presenta la creazione come una successione di operazioni e di eventi. Da questo racconto sembra risultare che la creazione avvenga nel tempo, che sia frutto di una decisione da parte di Dio e comporti dunque un mutamento nella sua volontà. In particolare, ci si può anche chiedere che cosa facesse Dio prima della creazione. Questa domanda presuppone che anche Dio sia nel tempo.
Ma non è il solo, ovviamente; lui è stato per me il primo passo all’interno di quella dimensione (il tempo) che, come sottolinei tu, in me prende la forma della distanza e assenza. Che però – lo sottolineo – viene subito a coincidere con il suo opposto (ovvero “la presenza”) e aggiungo “la presenza più salda e certa della mia vita”.

Ecco che il tempo si prefigura, attraverso gli studi (Zellini, Elemire Zolla, Essere e Tempo di Martin Heidegger, Hans Jonas, Borges e molti altri) e attraverso la mia percezione della vita e del mondo, come infinito ed eterno. Ricordo, fra i tanti, un esempio di questa circolarità del tempo: L’eterno racconto, saggio monografico sulla poesia del vicentino Alessandro Cabianca, nel quale ho ritrovato tanto di quell’infinità, propria del mio medesimo mondo. Infatti, l’intera produzione poetica di Cabianca, oltre ad essere minuzioso oggetto del mio studio, si è rivelata anche il pre-testo per il mio personale (infinito) viaggio, nel mondo della poesia. Un altro esempio mi arriva da un mio saggio pubblicato sulla rivista cartacea La Nuova Tribuna Letteraria di Stefano Valentini e Natale Luzzaggni, intitolato, significativamente, L’infinita finzione (ntL Anno XXXI, numero 141 primo trimestre 2021) a dire come l’infinito (spazio-temporale) sia il leitmotiv della mia scrittura e il generale della mia esistenza.

 

Giorgia Favero – Diario di tutte le assenze che assolvendomi – mi salvano (Nodo edizioni 2020) si dichiara, appunto, un diario ma nelle tue due plaquettes che compongono il volume non ci sono indicazioni di data e le poesie sono numerate. In che modo la poesia si configura come diario personale?

Marta Celio – “Diario” è un’espressione del quotidiano, e ho voluto chiamare così la mia raccolta per testimoniare una cadenza giornaliera e per molti versi esistenziale. La mia non è una dichiarazione di “esistenza” bensì di “lotta, militanza”. Forse alla fine ha vinto la parola Diario quale captatio benevolentiae, ed excusatio non petita. Mi spiego: non voleva essere una testimonianza del quotidiano – e infatti non lo è – voleva essere, e si manifesta, quale lotta per vedere oltre quella patina di perenne assenza quello che al di là di quell’apparente assenza c’era e c’è. Ovvero: le presenze più salde e vere della mia vita.
Nella lettura di Enzo Melandri, la coazione a ripetere di Sisifo è un’“illazione mitologica”: il suo senso mitopoietico è che vale la pena ritentare ancora daccapo, poiché ogni vissuto della speranza è intrinsecamente più forte, più affidabile di ogni disillusione di cui sino ad ora si è avuta esperienza. Dunque, un diario di lotta a partire da una fondamentale spinta data dalla speranza.

La scelta della numerazione nasce da un cammino diaristico (questo sì) che ha inizio nel 2018 da quello che ho chiamato primo canto e che vede un continuum narrativo-poetico che arriva ai nostri giorni. La numerazione da 1 a 370 è la numerazione dei canti che mi hanno (quotidianamente) accompagnato in questi anni. Di imminente pubblicazione il resto delle “numerazioni”, una con Proget editore e una con Valentina editrice che vanno a “svelare” il mistero di quei “numeri” sospesi nel Diario, e che hanno invece un prima e un dopo.

 

Giorgia Favero – «Sarai pace a quel che resta» e «Di te l’amore / di me, l’errore» sono i titoli delle due plaquettes che dividono la raccolta sopracitata. Come affronti nella tua poesia il tema – per altro estremamente filosofico – dell’Altro, dell’alterità? Chi sono veramente l’Io e il Tu ricorrenti nei componimenti che danno corpo alla raccolta?

Marta Celio – Il tema dell’Altro è certamente altamente filosofico; penso a xenoi (in greco antico gli “stranieri”) e mi viene in mente Curi («stranieri a noi stessi, altri nella nostra identità, identici nella nostra alterità») dove solo riconoscendo l’altro, l’identico può esprimere la sua identità; solo conservando la propria identità, l’altro può affermare la propria alterità. Di qui, si vede la dialettica intrinseca al rapporto tra Io e Tu.
L’Io-Tu della raccolta sono l’Io-Tu del Noi, dove ciascun lettore può identificarsi, dove si sente investito di quel “senso universale” che vorrebbe raggiungere; a partire, certo, da realtà particolari ma evocatrici di una Universalità trans-individuale.

 

Giorgia Favero – Poesia e filosofia: due grandi bistrattate – anche se in modi diversi – del nostro mondo contemporaneo, persino di quello culturale. Come porvi rimedio secondo te?

Marta Celio – Confermo quanto da te detto, sia la poesia che la filosofia sono entrambe, seppur in diverso modo, due grandi “bistrattate”. Come porvi rimedio? La mia risposta è chiara e perentoria: occuparsene, perseverare, con la passione e con la forza generativa dello studio che caratterizza entrambe.
Io collaboro con la casa editrice Macabor di Cosenza dal 2018 e non ho smesso un solo secondo di credere fortemente sia nella poesia (della quale, pur con taglio filosofico mi sono occupata e mi occupo tutt’ora) sia nella filosofia: essa, come detto prima, si è rivelato strumento prezioso e – per tornare ciclicamente a Jean Luc Nancy – poesia e filosofia insieme, sono il fare senso.

 

Giorgia Favero – Concludiamo con una domanda che poniamo spesso ai nostri intervistati: che cos’è per te la filosofia?

Marta Celio – Altra risposta chiara e perentoria: per me filosofia e vita coincidono. Ho scelto filosofia (o lei ha scelto me) in terza liceo scientifico, alla prima ora della prima lezione, tenuta da una professoressa che ha segnato per sempre la mia vita, Domenica Giusto, che non insegnava la filosofia come una materia scolastica da leggere sui libri, ma la trasmetteva. Con la passione e il trasporto, trasmetteva il senso vero, autentico, il fare senso che essa stessa (filosofia) portava in grembo e che – guarda caso negli stessi anni stesso liceo – si è accostata naturaliter alla poesia. Scrivo infatti da quando ho la penna in mano, ma è grazie a Gian Mario Villalta che sono entrata, allora appena sedicenne, in contatto con le penne più significative della poesia contemporanea: sono nati dai banchi del Liceo gli scambi epistolari e gli incontri con poeti come Andrea Zanzotto, Pierluigi Cappello, Claudio Damiani, seguiti da numerosi altri nel corso della mio cammino. Questa è filosofia per me: il fare senso che nasce da un incontro tra filosofia e poesia.

 

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Ideologia contro ideologia in The Handmaid’s Tale

In un articolo precedente abbiamo dato un inquadramento sommario al successo planetario del libro di Margaret Atwood Il racconto dell’ancella del 1985 e la fortunata serie tv che ne deriva, distribuita dalla MGM e con una straordinaria Elisabeth Moss come protagonista. Una storia che ha fatto parlare molto di sé e che ha rinvigorito i movimenti femministi un po’ in tutto il mondo per la sua riflessione sul ruolo della donna nella nostra società (ancora troppo vicina a quella del 1985) e soprattutto sulla concezione del suo corpo.

Tuttavia, la serie (e il libro) offrono anche molti altri spunti di riflessione pure ai più allergici alle tematiche femministe (uomini e donne che siano). Particolarmente interessante da prendere in considerazione è l’opinione espressa dal famoso sociologo Slavoj Žižek1, fortemente critico nei confronti di The Handmaid’s Tale, soprattutto la serie tv. Prima di arrivare al suo appunto, è necessario però fare una premessa sul governo che viene descritto nel romanzo e che spodesta con la forza la democrazia statunitense.

Si tratta della Repubblica di Gilead, un governo fondato sul fondamentalismo religioso (cristiano), estremamente conformista (dai ruoli sociali ben definiti fino alle espressioni del parlato, ad esempio nel modo di salutarsi) e crudelmente punitiva (più o meno quotidianamente trasgressori e rivoluzionari vengono “appesi al muro” come monito collettivo). Tanto per fare qualche esempio, come veniva spiegato nell’articolo precedente, le donne potevano ricoprire soltanto cinque ruoli ed era loro proibito leggere, niente musei né intrattenimento, niente vizi né piaceri – fatto salvo, ovviamente solo per gli uomini, nei Jetsebel, dove ci sono le prostitute, si fa uso di droghe, si bevono alcolici e si ascolta musica contemporanea. Niente oggetti elettronici, niente vestiti sgargianti, niente trucco, niente capelli al vento, niente cibo industriale. Il rigore è controllato da una polizia speciale, gli Occhi, che fanno sì che qualsiasi trasgressore subisca pene corporali o venga giustiziato. Una società in cui un padre arriva a segnalare la sua stessa figlia innamorata di qualcuno che non è suo marito, e quindi puntualmente e pubblicamente uccisa per annegamento. Una società che però, come puntualizzato anche più volte nella serie, ha sostanzialmente ridotto l’inquinamento ambientale con il risultato di avere aria e acqua più pulita, più verde. E anche più bambini, grazie all’idea delle Ancelle, vere e proprie donne incubatrici “in servizio” nelle case delle coppie di potere ma sterili. Tutto questo e molto altro è sempre e puntualmente giustificato come “volere di Dio”.

Ma ecco il punto di Slavoj Žižek: The Handmaid’s Tale ci fa gioire del nostro presente perché ci pone sotto gli occhi una società di una brutalità inaudita; come se fossimo benedetti dalla sorte – o meglio, dalla giustizia divina dice il sociologo, scomodando la teologia di Tommaso d’Aquino – e ci trovassimo in Paradiso rispetto a quell’Inferno. Dunque, secondo Žižek la serie è permeata da questo sentimentalismo per il presente, permissivo e liberale, che ci rende ciechi di fronte ai grandi problemi, che però sussistono; in altre parole, non farebbe che cadere essa stessa in un’ideologia che legittima l’ordine attuale (il nostro) offuscandone i punti critici. In effetti, va detto, la serie non affronta mai i temi critici della società e del tempo in cui viviamo, dipingendo gli anni “prima di Gilead” come perfetti, paradisiaci; non si risponde mai a questa semplice domanda, dice Žižek: come ha fatto la nostra società liberale a dare luce agli orrori di Gilead? Non è mai ben spiegato che cosa abbia portato quel gruppo di persone – tra cui due dei protagonisti della serie, i Waterford – a fondare Gilead e a prendere con la forza i territori statunitensi. Non ci si chiede che cosa c’è che non va nella nostra società. Vedere l’Inferno in Gilead ci fa credere di essere in Paradiso ed è per questo che proviamo una segreta – a volte non tanto segreta – gioia nell’osservare le vicende narrate in The Handmaid’s Tale.

Senza cancellare con un colpo di spugna la portata “femminista” del racconto, e i tanti spunti che offre all’attualità, è anche questa una riflessione che vale la pena approfondire.

 

 

Giorgia Favero

NOTE
1. The radical revolution, Slavoj Zizek – ‘ the Handmaid’s Tale’. Slavoj Zizek discusses the TV show ‘the Handmaid’s Tale’ based on the classic novel by Margaret Atwood. Specifically, he argues that the series is an example of what Frederic Jameson calls ‘nostalgia for the present’ in the sense that it paints a near-future dystopian society to make us feel better about our current neoliberal social order. Youtube, 3:44, https://www.youtube.com/watch?v=4K3hdhz4_8c.

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la chiave di sophia 2022

A caccia di simboli nei libri di Francesco Boer

Per la seconda volta incontro Francesco Boer in una libreria. Un luogo classico in cui incontrare uno scrittore, chiaramente, ma nella mia testa lo colloco più facilmente nella natura mentre osserva l’andirivieni delle formiche o studia le forma delle foglie di un arbusto. In alternativa sepolto da mille libri e totalmente immerso nei suoi studi. Da tutto questo nascono i suoi libri, tra cui gli ultimi per l’editrice Il Saggiatore Troverai più nei boschi (2021) e Il piccolo libro del fuoco (2022).
Ecco che cosa ci ha raccontato.

 

Giorgia Favero – Nella tua biografia ti definisci esploratore, naturalista, scrittore – naturalmente – ma anche simbologo. Che cosa significa essere un simbologo e che chiave di lettura hai trovato nel simbolo, tanto da farne uno dei perni della tua indagine della realtà e della tua ricerca?

Francesco Boer – Ho iniziato a studiare i simboli perché sono un passaggio oltre la superficie delle apparenze, verso un significato ulteriore che attende come un potenziale, in ogni cosa che ci circonda. Il mondo, e la nostra vita, possono apparirci spenti, privi di senso: è una impressione che tutti, prima o poi, abbiamo provato, un pensiero doloroso che ci schiaccia come se fosse un peso sulle spalle. Riscoprire la portata simbolica dell’esistenza è una possibile via d’uscita da questo vicolo apparentemente cieco. Non è la ricezione passiva di una verità eterna, già pronta, ma un lavoro di ricerca e al tempo stesso anche di creatività, per ampliare la percezione con il significato. Il simbologo segue antiche rotte e ne traccia di nuove, e così crea connessioni, una rete di assonanze e affinità che permette di superare alcune divisioni altrimenti insormontabili, permettendo connessioni fra discipline diverse. La storia dell’arte e il mondo della tecnica, la psicologia del profondo e la geopolitica, antiche ritualità religiose e gesti quotidiani: il simbolo è presente in ogni cosa ci riguardi, perché è uno dei pilastri del nostro essere, un modo fondamentale che struttura il nostro pensiero e le nostre azioni. Con i nessi simbolici si possono così ricucire gli strappi di incomunicabilità che si sono aperti nel nostro panorama culturale a causa dell’eccessiva specializzazione. Non verso un appiattimento unitario, né a una raffazzonata confusione fra discipline, ma con un dialogo fra prospettive diverse, capaci di arricchirsi a vicenda nel confronto simbolico.

 

Giorgia Favero – La tua ultima pubblicazione, Il piccolo libro del fuoco, lascia largo spazio anche a un altro tipo di simbolo, quasi un racconto che si fa simbolo: il mito. Il mito, pur essendo molto antico, racconta molto di ciò che siamo oggi come singoli individui e può offrire tutt’ora degli spunti pedagogici validi. Quali miti ti hanno affascinato di più nella scrittura di questo libro?

Francesco Boer – Il mito di Prometeo, intimamente connesso col fuoco, è una narrazione complessa che ha continuato a far parlare di sé attraverso i secoli, cambiando forma attraverso riscritture di nuovi autori, pur mantenendo sempre la stessa carica archetipica. La forza del fuoco, la travolgente potenza del progresso umano: è sia una conquista, che la trasgressione di un volere divino. La fiamma, e tutto ciò che significa, è sì nostra, ma non di diritto. L’abbiamo sottratta con il furto, ci appartiene soltanto grazie all’inganno. Si tratta di un mito, certo, e ai più basterebbe questa definizione per scartare tutto, come se si trattasse di un vaneggiamento privo di conseguenze. Eppure storie come questa esprimono ansie e speranze radicante nel profondo della nostra anima culturale, e che altrimenti troverebbero difficilmente voce. Ignorarle non porta a nulla, perché le spinte sotterranee da cui queste voci hanno origine continuano pur sempre a influenzare attivamente le nostre vite. È necessario dunque imparare nuovamente ad ascoltare il mito: non screditandolo, come una fantasia del passato, né prendendolo troppo alla lettera, quasi fosse una profezia infallibile; ma interpretandolo, interrogando la narrazione e sé stessi, per capire cosa quella storia significhi per noi, oggi, per il mondo in cui viviamo.

 

Giorgia Favero – Nel tuo esaminare in lungo e in largo il fuoco, tra mitologia e cronaca, tra simbolo e letteratura, ti sei mosso non solo nel tempo ma anche nello spazio, dimostrando come in molti casi anche culture molto lontane dimostrano delle radici comuni. Qual è stato per il te il valore del confronto culturale nella stesura del libro?

Francesco Boer – Uscire dal proprio contesto, paradossalmente, è un modo per conoscere più a fondo la propria cultura, a cui pur sempre si appartiene in un certo grado. Nel corso delle mie ricerche, mi capita di passare dall’India all’Oceania, per poi arrivare magari alle popolazioni precolombiane del centro-America: non lo faccio per turismo culturale, per una fascinazione escapista verso l’esotico, ma nell’ottica di un dialogo fra visioni affini a quelle della nostra storia. Affine, va detto, non significa identico, né intercambiabile: troppo spesso la ricerca comparata tende a schiacciare le differenze culturali, banalizzando i singoli dettagli per creare un ipotetico mito “originale”, come se questa fonte unica, ammesso che esista, abbia per forza più valore dei suoi derivati. Al contrario, io sono convinto che sono proprio le diversità di espressione, le varianti culturali, a costituire il materiale sommamente prezioso del confronto e della ricerca simbolica.

 

Giorgia Favero – Cosa ti ha spinto alla scrittura di un libro sul fuoco e quale dei tanti simboli e significati indagati è stato per te quello più significativo, quello al quale ti senti più affascinato?

Francesco Boer – I simboli a volte attraggono con un incanto appena sussurrato, eppure ricco di fascino, irresistibile. Altre volte invece urlano con una voce quasi violenta, e anche lì è impossibile ignorarli. C’è stato un periodo in cui mi trovavo – simbolicamente e letteralmente – circondato da fuochi: l’incendio della cattedrale di Notre-Dame; le fiamme che hanno avvolto Minneapolis, durante le proteste per l’uccisione di George Floyd; gli spaventosi roghi che avvolgevano l’Amazzonia, la Siberia, l’Australia, e poi anche la loro versione ridotta (ma non meno spaventosa) nei boschi nostrani, anche quelli vicini, in cui passeggiavo fin pochi giorni prima, e che ora erano ridotti in cenere e carboni. Capivo che non si trattava soltanto di avvenimenti esterni: a ognuno di questi fuochi corrispondeva un bruciare interiore, fatto di angoscia e disperazione, ma anche di una profonda, spaventosa fascinazione. Scrivere il libro, a questo punto, è stata una necessità, il bisogno di trovare una risposta a una domanda apparentemente insolubile.

È impossibile, per me, ignorare la gravità dell’infuocata situazione in cui siamo. A livello collettivo, però, è proprio ciò che stiamo facendo: spaventati e conturbati, neghiamo la realtà e pure il simbolo. Facciamo di tutto per distrarci con altro, e se il problema ci sfiora la buttiamo sullo scherzo, nascondendoci dietro la misera maschera dell’ironia. In questo scenario, l’immagine più significativa e tremendamente attuale è forse quella – fra storia e leggenda – di Nerone che suona la lira e canta, mentre Roma brucia. 

 

Giorgia Favero – In questo dualismo irrisolto tra il bene e il male del fuoco emerge più volte anche un “grido ambientale”, quello del nostro pianeta che brucia a causa del riscaldamento climatico, una conseguenza della nostra ipertrofia nella padronanza del fuoco attraverso la tecnica. Infatti, come scrivi chiaramente nel libro, «Spegnere le fiamme [innescate dalla tecnica] significa rinunciare alla propria potenza». Considerando la smania umana di potenza, credi che si possa arrivare a un momento in cui si possa rompere l’illusione di crescere senza far bruciare tutto?

Francesco Boer – Il momento della disillusione, in un modo o nell’altro, arriverà. A far la differenza è il modo con cui l’illusione di potenza si infrangerà: può essere come un risveglio, una presa di coscienza, o in modo del tutto traumatico, la dura realtà che si riafferma con uno sconvolgimento di portata disastrosa. A essere realisti, è verso quest’ultimo esito che ci stiamo collettivamente incamminando, e pure a passo spedito. Non farsi illusioni, però, non significa arrendersi a un compiaciuto pessimismo. Questo libro vuole essere anche il tentativo di non abbandonarsi alla disperazione: non basta descrivere il problema, si può e si deve immaginare soluzioni. E magari è proprio il simbolo a poterci suggerire strade nuove, che ci allontanino dall’abisso. Forse, nel caleidoscopio dei miti, possiamo raccogliere un’ispirazione rimasta inespressa, capace di cambiare il nostro deleterio modo di vivere.

 

Giorgia Favero – La ricchezza di questo libro, come anche di altri libri che hai pubblicato, è che il racconto è accompagnato anche da bellissime illustrazioni. Perché questa scelta e chi ha selezionato concretamente le illustrazioni?

Francesco Boer – Ho svolto di persona la ricerca iconografica, di pari passo con la stesura del testo. C’è una circolarità fra i paragrafi e le illustrazioni: a volte l’immagine precedeva il testo, suggerendone lo sviluppo, che a sua volta portava a nuove figure, con un processo che a volte sfociava in una creatività quasi onirica. Navigavo seguendo miraggi, eppure sentivo che non stavo girando intorno, e che anzi quel procedere errabondo era l’unico modo per raggiungere la meta che cercavo.

 

Giorgia Favero – Il libro Troverai più nei boschi invece si propone come un “manuale per decifrare i segni e i misteri della natura”, che quindi viene indagata con occhio preciso e analitico. Ma la relazione tra lo scrutatore e lo scrutato viene ripresa più volte con fare altrettanto indagatore. Per esempio scrivi che «L’uomo di animo sensibile entra nel bosco. Lo fa come se entrasse in un tempio a lui proibito. Cerca un contatto con la natura, ma al tempo stesso porta dentro di sé un senso di colpa, il misfatto di appartenere a quell’umanità che ha devastato e continua a rovinare la natura»: questo senso di colpa secondo te è davvero così diffuso? Ed è un sentimento intrinseco all’essere umano o di origine più contemporanea?

Francesco Boer – Distinguere fra costruzione culturale e tendenza innata è difficile e problematico. Preferisco concentrarmi sul fatto che il sentimento sia molto diffuso, e di radice antica, e che al giorno d’oggi sia più attivo che mai. Il senso di colpa influenza con grande intensità diversi aspetti della nostra vita, e il rapporto con l’ambiente è uno di essi. Una volta riconosciuta la sua esistenza si può iniziare a lavorarci sopra, a interpretarlo simbolicamente: capire quanto e come ci limiti, e chiedersi se possa essere trasmutato, magari persino sublimato in una risorsa per un futuro migliore.

 

Giorgia Favero – La ricerca di un equilibrio umano-naturale è auspicata più volte all’interno del libro, ma come abbiamo già detto l’interesse per il tema ambientale emerge anche da altre tue pubblicazioni. Secondo te in che modo si può concretizzare davvero questo equilibrio?

Francesco Boer – Non è facile, perché comporta una rinuncia: di possesso, di potere, di capacità di controllo. Per secoli, l’essere umano si è comportato come un piccolo despota, comandando sul territorio con pretese assolutiste. In quest’ottica perversa, ogni cosa è o una risorsa, o un ostacolo. Animali e piante, boschi, fiumi, montagne: ciò che non poteva essere usato, andava tolto di mezzo. È un regno miope, perché ben presto si rivela insostenibile; la sua economia lo porta per forza al collasso. Ma prima ancora, è un modo d’essere colmo di bruttezza, perché isola l’uomo in un delirio di onnipotenza, tagliandolo dal resto del mondo e condannandolo a un isolamento che in ultima analisi priva la vita di senso.  Alla fine, è l’uomo stesso a soccombere, avvelenato dalla sua avidità: ben lontano da essere un re, diventa egli stesso merce della propria economia scellerata – anch’esso, o risorsa o scarto di un sistema.

Credo che il simbolo sia anche un vettore di empatia; la riscoperta del valore di ciò che ci circonda, una bellezza che diventa un legame quasi fraterno. Una parentela simbolica con gli elementi del mondo, che sia un albero o il cielo stellato.  Lo sfruttamento e la devastazione, a questo punto, appaiono impensabili: non li si rifugge per dovere, o per senso di colpa, ma spontaneamente, così come si porta cura e rispetto verso coloro a cui vogliamo bene.

 

Giorgia Favero – Il titolo del libro, che ci lascia una sorta di sospensione, deriva da una antica citazione di Bernardino da Chiaravalle che ci apre anche spunti di riflessione sul senso, ma anche sulle nostre modalità pedagogiche. Vuoi spiegarci il senso di questo riferimento e in che modo pensi sia attualizzabile nel mondo odierno?

Francesco Boer – Si tratta di un’apertura verso il mondo, un ascolto attivo che passa anche attraverso il dialogo simbolico. “Troverai più nei boschi che nei libri”, dice la frase completa, quasi a sottolineare il pericolo di un’istruzione impositiva. Se imparo la mia verità, per quanto parziale, poi finirò per imporla sulla realtà complessa che mi circonda. È meglio mantenere una ricettiva umiltà, osservare e interagire, anche lasciarsi spiazzare da esperienze che contrastano con quello che credevamo di sapere. Certo, non è affatto facile, e qui sta appunto il ricorso al libro , apparentemente negato dalla massima: si tratta di re-imparare un modo di porsi, di raccogliere, di farsi trascinare. Anche il bosco più vivo, altrimenti, resterebbe muto di fronte a un’anima chiusa.

 

Giorgia Favero – Questa indagine attenta della realtà, questa ricerca di significato profonda tocca alcuni punti in comune con il pensare filosofico. Del resto ci sono anche molti filosofi che dal loro passeggiare nella natura e dalla ricerca di simboli hanno trovato spunti per la propria filosofia (ad esempio Nietzsche). Ce ne sono poi anche altri (come Hegel) che non si sono invece lasciati incantare dall’immersione nella natura, trovandola distante dall’esercizio del pensiero. Tu come vedi questo rapporto tra filosofia e natura (in senso lato)? Che cosa significa per te fare filosofia?

Francesco Boer – Non sono mai stato attratto dal pensiero più rarefatto, quasi astratto dalla realtà concreta: tutto sommato, mi pare che la servetta trace avesse le sue ragioni. D’altro canto, anche il materialismo più superficiale mi riesce di difficile sopportazione, e porta a trappole ben più insidiose di un pozzo. Il fascino che la simbologia esercita su di me sta proprio di essere nel mezzo, un rapporto che lega idee e immagini, sensazioni e oggetti concreti. Permette di camminare con un occhio puntato verso le stelle, e uno attento alla terra; e magari di scoprire i rapporti sottili che collegano queste due metà dell’essere. In questo senso, non credo che l’esperienza della natura sia in conflitto col pensiero, e anzi il concetto stesso di “natura” è una complessa amalgama di entità viventi e idee umane, un ecosistema in cui possono trovare posto e nutrimento anche le nostre riflessioni.

 

Giorgia Favero

 

[Photo credit nikita velikanin]

la chiave di sophia 2022

Sei, cento, mille tipi di amore: intervista a Jennifer Guerra

Jennifer Guerra, classe ’95, è una ragazza che si interessa di forti problemi attuali, come dimostra nel podcast AntiCorpi e la sua produzione per The Vision. Si interessa in particolare di femminismo e lotta contro la violenza delle donne. Nel 2020 ha pubblicato per Tlon Il corpo elettrico. Il desiderio del femminismo che verrà, e nel 2021 la sua produzione è arricchita da altri due volumi, in particolare Il capitale amoroso. Manifesto per un eros politico e rivoluzionario (Bompiani), che abbiamo selezionato anche tra i libri della nostra rivista La chiave di Sophia #18 Pensare l’amore. L’abbiamo incontrata ad Asolo, nel trevigiano, e abbiamo parlato del modo in cui l’amore sia inestricabilmente legato alle condizioni materiali e delle forme d’amore rivoluzionario.
Buona lettura!
 
Giorgia Favero – Come hai giustamente puntualizzato più volte, l’amore è sempre stato al centro dei pensieri umani, come ci riportano dal passato le varie forme d’arte – dalla letteratura alla pittura alla musica e così via; oggi però per la prima volta, trovandoci nella società dei consumi, l’amore vende – in termini di produzioni cinematografiche, fiori, bigliettini d’auguri, cioccolatini, gadget da innamorati, romanzi rosa e così via – e tanto, anche alle persone più “genuine” nella loro concezione dell’amore. Secondo te perché anche chi ha una visione meno materialistica dell’amore cede così facilmente alle favole e alle necessità proposte dalla società dei consumi?
 
Jennifer Guerra – Credo che quello di conformarsi a quello che fanno gli altri sia un bisogno molto umano e comprensibile, quindi se tutta la cultura popolare ci insegna sin da bambine che l’amore si dimostra attraverso determinati consumi, è inevitabile che vi ricorriamo senza pensarci troppo. L’amore in fondo è sempre stata un’esperienza molto “ritualizzata”, se pensiamo anche a tutta la pratica del corteggiamento e del matrimonio e all’importanza che ha avuto nella storia. Ma c’è anche un’altra componente interessante, che ha analizzato Eva Illouz nei suoi studi, ed è quella del bisogno di eccezionalità che ci aspettiamo dall’amore. Per amore facciamo pazzie, spendiamo tanti soldi e vogliamo fare esperienze fuori dall’ordinario. E questo è legato anche al fatto che l’amore stesso ci viene presentato come un’esperienza straordinaria, non come qualcosa che si coltiva nel quotidiano.
 
Giorgia Favero – Nel tuo libro Il capitale amoroso (Bompiani 2021) racconti sei tipologie di amore – eros, agape, mania, storge, pragma, ludus – proposte dal sociologo canadese John Alan Lee Questo mi fa pensare anche alle tante tipologie di “amanti”, individuate e soprattutto “etichettate” in tempi recenti all’interno della comunità LGBT+, sia in termini di interesse sessuale che di genere. Queste etichette ci aiutano a creare ordine all’interno di temi complessi, ma non rischiamo di ingabbiarli troppo? Soprattutto un sentimento gigantesco come l’amore, non potremmo pensarlo più “fluido”?
 
Jennifer Guerra – Posto che io sono una persona eterosessuale, e quindi non so esprimermi sulla necessità o meno di etichette per la comunità LGBTQ+, penso sia comunque importante riconoscersi in una parola. Per me quello che bisogna rifuggire è dare una connotazione morale all’amore, all’orientamento sessuale o a determinati stili relazionali. Faccio un esempio. Per me la critica alla monogamia non può coincidere con l’esaltazione morale del poliamore come una forma d’amore “più giusta” o “più etica”, come spesso accade. Uno dei punti saldi del libro è che l’amore non ha gerarchie ed è sempre giusto e uguale per tutti.
 
Giorgia Favero – Capitale e rivoluzione: due parole che nella prospettiva contemporanea sembrerebbero non poter convivere. Quale fil rouge le lega invece nel tuo libro in relazione all’amore?
 
Jennifer Guerra – L’espressione “capitale amoroso” ricalca l’espressione bourdieusiana “capitale sociale” e intende sottolineare come ci sia una relazione strettissima tra le condizioni materiali di esistenza e l’amore, sia dal punto di vista ideologico che concreto. Un amore rivoluzionario è un amore che spezza questo legame e si libera dalle maglie del capitale, trovando una sua autonomia.
 
Giorgia Favero – In giugno è uscita la nostra rivista dedicata all’amore, nella quale partendo dall’analisi di Max Scheler abbiamo indagato il rapporto tra amore e conoscenza. Secondo la tua opinione personale, in che modo si legano questi due concetti?
 
Jennifer Guerra – La mia visione dell’amore è quella di un amore generativo, che mette in circolo nuove energie e nuovi stimoli che si realizzano anche nella produzione di conoscenza, specialmente quando nasce dalle difficoltà. Penso ai modi creativi con cui la comunità LGBTQ+ ha espresso l’amore in tempi di repressione, o all’amore che muove i migranti per ricongiungersi con le proprie famiglie o i propri cari. L’amore è una pratica di resistenza quotidiana e, accordando quello che sostiene Bell Hooks, penso che quando sorge dalla marginalità sia in grado di produrre conoscenza.
 
Giorgia Favero – Ancora oggi, nel 2022, con tutte le conquiste delle lotte femministe non solo in termini di diritti ma anche di consapevolezza da parte delle donne, ci troviamo propinata dai media e molto spesso anche dalla letteratura una visione del desiderio e del piacere femminile dal punto di vista maschile; ciò crea false aspettative nelle giovani e in generale meno consapevolezza anche nelle donne adulte. Come fare a raccontare finalmente il piacere e il desiderio delle donne dal punto di vista delle donne?
 
Jennifer Guerra – La risposta è piuttosto semplice: farlo raccontare alle donne. Sembra un’ovvietà, ma finché alle donne saranno preclusi i mezzi creativi non può esserci un cambiamento nello sguardo e dovremo accontentarci di uomini che cercano di immedesimarsi nelle nostre esperienze incarnate. 
 
Giorgia Favero – Tra i tanti sfregi al corpo delle donne cui assistiamo quotidianamente, è sempre più frequente la marcia indietro sull’aborto, uno dei diritti conquistati dalle lotte femministe della fine del secolo scorso e uno dei più importanti sul piano della scelta. A guidare in buona parte questo corso al contrario sono gli Stati Uniti in cui, Stato dopo Stato, si mette in discussione questa possibilità. È un tema questo di cui hai avuto modo di parlare anche nel podcast AntiCorpi che hai curato negli anni scorsi, per cui ti chiedo: hai individuato nei tuoi approfondimenti un motivo o una serie di motivi di questo inaccettabile ripensamento?
 
Jennifer Guerra – Erano anni che i gruppi femministi e per i diritti annunciavano una stretta sul tema dell’aborto, per cui non sono rimasta sorpresa da come si è evoluta la situazione. I gruppi antiabortisti sono sempre più forti, organizzati e potenti e hanno infiltrato molti dei loro esponenti nelle amministrazioni nazionali e federali. Hanno approfittato di un clima politico teso e divisivo: fino agli anni ’80 negli Usa l’aborto non era un tema che interessava particolarmente alla destra, mentre oggi è diventato uno dei loro cavalli di battaglia. È tutto coerente con la deriva autoritaria e identitaria che ha preso la destra a livello globale, dove la difesa dello status quo e dei “nostri valori” è diventata la via privilegiata per assicurarsi i voti di chi teme i cambiamenti sociali. 
 
Giorgia Favero – Da laureata in Lettere ma cultrice del pensiero a 360 gradi, hai deciso di tornare sui banchi di scuola per studiare più da vicino la filosofia. Cosa ti ha indotto a questa decisione?
 
Jennifer Guerra – Sentivo che mi mancavano le basi: mi sembrava assurdo leggere testi novecenteschi che mettevano in discussione Platone o Hegel senza sapere bene cosa sostengono questi filosofi. Avrei potuto colmare le mie lacune da sola, ma lavorando e facendo già tanta ricerca per conto mio, sentivo la necessità della struttura che solo un corso universitario ti può dare. 
 
 
Giorgia Favero 
 
 
[Photo credits Andrea Passon]
 la chiave di sophia 2022

Alcuni spunti attuali da The Handmaid’s Tale

Basata sul romanzo omonimo di Margaret Atwood, The Handmaid’s Tale (Il racconto dell’ancella) è una serie tv del 2017 e ancora in produzione che ha saputo far parlare di sé per il futuro (non troppo futuro) distopico che ne viene affrescato, in cui una repubblica patriarcale dominata dal fondamentalismo religioso crea un sistema di controllo totale, in cui le donne sono relegate a precisi ruoli che le tengono lontane da qualsiasi forma di decisione (comunitaria e personale) ma anche di libertà.

Moglie, Marta, Zia, Nondonna, Ancella: queste sono le uniche possibilità di vita delle donne adulte nella Repubblica di Gilead, che con la forza militare si è fatta spazio dall’interno negli Stati Uniti soppiantandoli in toto. Ci sono le Mogli (e tra queste spiccano quelle dei Comandanti, l’élite del sistema); le Marta, ovvero le domestiche; le Zie, crudeli addestratrici di Ancelle, particolarmente devote alla causa e ugualmente violente; le Nondonne, peccatrici e traditrici spesso relegate in luoghi come Jezebel (bordelli) o le Colonie (dove s’incontra morte lenta e dolorosa); infine le Ancelle, quelle che, in quanto fertili o già madri, vengono rapite e utilizzate come meri “forni” per garantire la discendenza dei Comandanti. Infatti, in questo futuro distopico le armi chimiche e nucleari hanno provocato un calo drastico della natalità e le Ancelle, appositamente addestrate, vivono nelle case dei Comandanti per poter essere fecondate – nei giorni di fertilità – durante una Cerimonia (di fatto uno “stupro cerimoniale”) a cui partecipano entrambi i coniugi.

“Tu non sei qui. Tu non esisti” si ripete Difred durante queste cerimonie. Difred è la protagonista, suo è il “racconto” cui si fa riferimento nel titolo. Negli Stati Uniti il suo nome era June Osborne, editor in una casa editrice, moglie di Luke e madre di Hannah; rapita da Gilead viene addestrata come ancella e in apertura alla serie la vediamo impiegata nella casa del Comandante Fred Waterford, da qui il nome Difred: sì perché se le Ancelle non hanno più un corpo, considerato come vero e proprio mezzo di procreazione, non hanno neanche più un nome proprio. Tanto è vero che, dopo aver dato alla luce il figlio dei Waterford, June viene spostata a casa di un altro Comandante, Joseph Lawrence, dove di conseguenza diventa Dijoseph.

C’è un motivo se nel 2018, durante le manifestazioni in Irlanda per il referendum sull’abolizione dell’ottavo emendamento della Costituzione (che vieta l’interruzione di gravidanza) alcune donne si sono vestite da ancelle (abito rosso e copricapo bianco). Il libro della Atwood è addirittura del 1985 ma ci ha chiaramente visto lungo: negli anni Venti del ventunesimo secolo la società è ancora sostanzialmente patriarcale e desiderosa di esercitare il proprio controllo sul corpo femminile. Basti vedere la clamorosa cancellazione della sentenza Roe vs. Wade negli Stati Uniti poco meno di un mese fa. Per molti e molte questo è il vero e proprio centro del romanzo e anche il messaggio (per così dire) della scrittrice. June, la nostra protagonista, è una donna forte, ingegnosa e abile che non solo soffre le pene dell’inferno per non piegarsi al regime, ma riesce anche a spingere una lunga serie di personaggi (soprattutto Ancelle) a ribellarsi altrettanto. Anche in questo la modernità ha letto alcuni echi di attualità, e mi riferisco in particolare al movimento #MeToo che sta portando le donne a denunciare sempre di più i casi di stupro. Basti ricordare a questo proposito uno dei motti della saga – soprattutto della prima stagione –, una frase in latino maccheronico scritta su un muro da un’ancella poi morta suicida: “Nolite te bastardes carborundorum” (letteralmente “Non lasciare che i bastardi ti annientino”) che può agilmente diventare mantra universale.

Altrettanto interessante è la posizione delle altre donne in questo quadro: al di là delle temibili Zie, sono le Mogli ad attirare l’attenzione in quanto docili complici del sistema. Contraltare “Moglie” di June è Serena Joy Waterford: altrettanto forte e determinata ma sullo schieramento opposto, prima di Gilead è stata uno degli architetti del sistema e autrice di un libro che auspicava il ritorno delle donne al ruolo di madri e angeli del focolare. E poco importa che nella sua Gilead non potesse neanche leggere il suo stesso libro (in Gilead la lettura è proibita al sesso femminile, pena l’amputazione di un dito). Per questo Serena Joy viene vista da molti come un simbolo di tutte quelle donne che, nel nostro mondo attuale, sono partecipi ideologiche di questa autentica repressione femminile. Una donna estremamente egoista e narcisista, di pochi scrupoli, saltuariamente ribelle – si batte per esempio in un’occasione per il diritto all’educazione delle bambine – ma puntualmente punita, resta sostanzialmente complice visto che, tra le altre cose, essendo sterile ma volendo disperatamente un figlio non mette mai in discussione tutta la questione delle Ancelle.

Ma non solo questione femminile: altri spunti di riflessione stanno all’orizzonte di The Handmaid’s Tale. Merita attenzione tra le altre la lettura che ne ha fatto il famoso sociologo Slavoj Žižek, abbastanza fuori dal coro degli apprezzamenti. Ma questa è un’altra storia.

 

Giorgia Favero

 

[in copertina un fermo immagine dalla serie The Handmaid’s Tale]

la chiave di sophia 2022

Tick, tick… boom! Pause impossibili nella vita che ticchetta

Per molto tempo in fisica e nelle scienze si sono avute due certezze assolute: il tempo e lo spazio. Sebbene il secondo sia chiaramente definibile, descrivibile e malleabile, più difficile è il tempo, che stando alla scrittrice americana Eudora Welty è «anonimo», nel senso che «non ci dice nulla di sé, salvo segnalarci che sta passando»1. E forse è anche per questo che viviamo il suo scorrere in modo così angoscioso. La letteratura ce lo racconta da secoli, spendendo meravigliosi versi e prose sulla caducità umana – da Mimnermo a Ungaretti passando per Petrarca e tanti altri–, ma a fronte di una popolazione che invecchia sempre più velocemente e di un futuro sempre più incerto a causa dei cambiamenti climatici e del crescente debito pubblico, forse del tempo stanno smettendo di occuparsene i vecchi e comincia a essere un tema da giovani.

Tra una sola settimana avrò trent’anni. Più vecchio di Stephen Sondheim quando ebbe il suo debutto a Broadway, più vecchio di Paul McCartney quando scrisse la sua ultima canzone con John Lennon. Quando i miei genitori avevano trent’anni avevano già due figli, un lavoro stabile, delle garanzie… un mutuo! In otto giorni la mia giovinezza se ne andrà per sempre, e che cosa avrò per me stesso?”. Questo è il ragionamento con cui si apre uno dei musical più interessanti degli anni Novanta, Tick, tick… boom!, e la voce narrante è quella dell’autore/protagonista, il geniale Jonathan Larson. Un individuo sulla soglia dei trenta nel 1990 posto di fronte all’inesorabilità del fluire temporale e alla difficoltà di concretizzazione delle proprie aspirazioni. Un tema sociale di enorme peso che nel 2022 è semmai ancora più evidente e urgente, considerando il moltiplicarsi delle pressioni sociali e dei modelli vincenti che si propagano tra i giovani.

Il film/musical2 comincia su queste riflessioni con un tono giocoso fatto di ritmi incalzanti e testi tragicomici: “Why can’t you stay 29? / Hell, you still feel like you’re 22 / Turn thirty, 1990 / Bang! You’rе dead / What can you do?”. Pochi giorni separano il protagonista drammaturgo newyorkese dai 30 anni ma anche da una prova importante: un workshop che può significare l’ingresso ufficiale a Broadway. Un sogno per il quale è disposto a tutto, anche se piano piano la sua cerchia ristretta di amici sognatori comincia a mollare la presa e a metterlo spalle al muro con la scelta di una vita cosiddetta “normale”, dettata da solide entrate economiche, una famiglia allargata, una casa degna di questo nome. Eppure, come racconta la canzone, Johnny can’t decide: “Johnny sees that Susan’s right / Ambition eats right through you”, ma “Can he bend his dreams, / Just like his friends? […] Can he make a mark, / If he gives up his spark? […] How can you soar / If your nailed to the floor?”.

La fame di lasciare un segno del proprio passaggio si scontra con l’inesorabile scorrere del tempo che ci costringe a incastrarci in una forma di vita già testata e stabilita; uno stampo dal quale poi, però, non si può più uscire. Per questo Johnny esita, ma è una pausa impossibile perché nel frattempo Susan accetta una proposta di lavoro lontano da lui, il suo amico Michael si scopre malato di HIV e la canzone portante del musical che deve presentare nella sua grande prova non riesce a tradursi in note e parole. Intanto il tempo «anonimo» di Eudora Welty ticchetta sempre uguale e Johnny sente di averci ingaggiato una lotta irrisolvibile. Dai toni canzonatori dell’inizio si piomba in melodie che si rincorrono, tonalità più gravi e versi di grande intensità emotiva che dalla riflessione individuale scivolano anche su temi universali di un’intera generazione: “What does it take to wake up a generation? / How can you make someone take off and fly?”.

Infine, la soluzione non-soluzione che offre Tick, tick… boom! L’accettazione del fatto che l’unica cosa che sappiamo del tempo è il suo movimento e che – volenti o nolenti – da qualche parte muove anche noi. “Cages or wings, which do you prefer? / Ask the birds / Fear or love, baby? Don’t say the answer / Actions speak louder than words”. L’agire umano: la nostra unica forma di libertà contro il tempo che ci sposta a suo piacimento e con il suo ritmo; siamo almeno liberi di muoverci noi stessi e con decisione all’interno del suo fluire. Forse lì potremo comunque lasciare il nostro segno. Del resto il tempo si è beffato di Jonathan Larson fino alla fine: è morto di aneurisma cerebrale su un palcoscenico la sera prima del suo grande debutto a Broadway nel 1996 con Rent. Ma il tempo dopo di lui ha continuato a fluire e quel suo “mark” indelebile lo ha lasciato lo stesso, ed esiste tutt’ora.
Giorgia Favero

 

NOTE:
1 E. Welty, Una cosa piena di mistero. Saggi sulla scrittura, Minimum Fax, Roma 2009, p. 131
2 Una recente interpretazione del musical Tick, tick… boom! è attualmente visibile su Netflix, per la regia di Lin-Manuel Miranda

[photo credit immagine ufficiale del film Tick, tick… boom! di Lin-Manuel Miranda]

la chiave di sophia 2022

Stirpe e vergogna e ritorno all’amore: intervista a Michela Marzano

In un nuovo incontro letterario alla libreria Lovat di Villorba ritroviamo Michela Marzano, personalmente una delle mie filosofe contemporanee “guida” e sempre un piacere da ascoltare. Questa volta ci ha presentato il libro Stirpe e vergogna (Rizzoli 2021) e noi ne abbiamo approfittato anche per chiederle qualcosa su uno dei suoi temi cardine: l’amore. Ne abbiamo parlato a lungo nella prima parte dell’intervista, che potete leggere comodamente nella nostra rivista La chiave di Sophia #18 – Pensare l’amore.

Giorgia Favero – Non a caso uno dei tuoi libri s’intitola proprio L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore, facendo eco ai bellissimi versi di Emily Dickinson: Che sia l’amore tutto ciò che esiste/ è ciò che noi sappiamo dell’amore/ e può bastare che il suo peso sia/ uguale al solco che lascia nel cuore. In tutti questi anni, diciamo dal Simposio di Platone in poi, abbiamo scritto, cantato e parlato dell’amore in tutti i modi, in tutte le salse. Ma secondo te ci abbiamo capito finalmente qualcosa?

Michela Marzano – E infatti a me piaceva molto questo paradosso del titolo del libro, nel senso che da un lato si lancia l’idea (a cui io sono molto legata) secondo la quale l’amore rappresenta il sentimento fondamentale, come diceva Freud, il “sentimento oceanico dell’esistenza” tanto è vero che solo quando noi riusciamo ad amare e lavorare possiamo considerarci in salute ma, al tempo stesso, ogni qualvolta si scrive dell’amore si dice tutto quello che ognuno di noi riesce a vivere, a sperimentare, a indagare, a capire, a approfondire, talvolta smettere di capire, quindi c’è sempre una dimensione sempre molto soggettiva.

GF – I tuoi libri sembrano percorsi da tanti fili rossi e il tema della memoria ci porta anche a Stirpe e vergogna, l’ultima tua pubblicazione per Rizzoli, in cui la storia personale della tua famiglia s’intreccia a una riflessione sociopolitica sul nostro Paese. In quali modi pensi che la storia di tuo nonno abbia influenzato la tua?

MM – Sì, però è stato anche un sollievo togliere di mezzo quello che era stato il segreto di famiglia, perché in realtà io sistematicamente dico a chi non l’ha letto: “no, il problema non è stata la scoperta e quindi la vergogna ma la vergogna precedeva la scoperta e quindi precedeva la conoscenza”. La storia di mio nonno era stata rimossa da mio padre per vari motivi: da un lato perché c’era “il rimosso” dal nostro paese, il fatto di non voler conoscere ciò che era stato e dall’altro lato perché mio padre era ancora giovane quando il nonno ha avuto questi ictus ed è rimasto poi per 18 anni su una sedia a rotelle, paraplegico, senza nemmeno poter più parlare. Era il 1958, prima del 1961, data del processo contro Eichmann a Gerusalemme, cioè quando si è riaperto il capitolo Shoah, quindi nazismo, e quindi poi in alcuni ambienti anche fascismo. Ciò detto, nulla toglie al fatto che questo segreto di famiglia è diventato (come spesso accade con i segreti di famiglia) una cripta con all’origine un sentimento di vergogna per cui la scoperta ha permesso anche di spiegare il perché però poi è stata una conoscenza dolorosa perché ho cercato di capire, di contestualizzare, di analizzare, di mettere in prospettiva e però il risultato alla fine è stato l’amore, ancora una volta. Mio fratello ha finito di leggere il libro e ha detto: “ancora una lettera d’amore a tuo padre”. Perché poi mio fratello è molto presente nel libro, mio fratello si chiama Arturo Marzano come nonno Arturo, mio fratello omosessuale, mio nonno fascista, ci sono parecchi intrecci complicati. Poi io ho sempre voluto capire, ho sempre voluto conoscere, quindi a me piace molto questo legame tra conoscenza e amore perché per me è evidente. Conoscere è una forma d’amore. Io per amare devo conoscere. E per conoscere devo amare.

Giorgia Favero – Il tema della censura evidentemente accomuna allora tanto la storia personale quanto la storia in senso globale e sociale. Prendendo questa volta in considerazione il secondo punto, che cosa ha provocato secondo te la censura del Ventennio nell’Italia di oggi?

Michela Marzano – Per me è all’origine di tantissime situazioni di conflitto, di conflittualità, di rabbia, di tensione e di violenza che ci sono oggi. Perché il problema è che noi siamo soprattutto agiti dal rimorso, perché uno può far finta che nulla sia accaduto, il problema è che siccome le cose invece nel momento in cui sono accadute hanno bisogno di trovare le parole per essere nominate e essere riattraversate, se tutto ciò non viene fatto, c’è comunque un problema. La difficoltà è che, una volta finita la Seconda Guerra Mondiale, la scelta di mettere un punto e andare a capo è stata fatta in modo unanime praticamente da tutto il mondo. Era una situazione complicata, c’era la Guerra Fredda, c’erano altre preoccupazioni, si pensava che mettendo un punto e andando a capo si sarebbe riappacificato il Paese e i Paesi. Invece no. Tanto è vero che a partire dal 1961 si riapre il capitolo, poi lì la reazione è stata diversa a seconda dei paesi: la Germania è stato il paese dove i conti si sono cercati di fare prima della Francia, dell’Italia, della Spagna, quasi paradossalmente. Nel libro cito un bellissimo discorso del Presidente della Repubblica tedesco del 1985: “ricordiamo nel lutto i milioni di morti ebrei, sinti, rom, omosessuali” assumendosi la responsabilità come parte del popolo tedesco. Negli anni 90, Chirac, Presidente della Repubblica in Francia, che sgretola il mito della Francia come Paese di resistenti: no, Vichy è stata collaborazionista. Nel 2018, Mattarella in occasione del Giorno della Memoria, in cui si commemoravano le vittime del nazismo, dice che sono le vittime del “nazifascismo”. Basta col mito “italiani brava gente”, e qui si vede come siamo arrivati in ritardo. In Spagna, ancora i conti non si stanno facendo, quindi l’Italia non è un’eccezione. Ora, tu dirai: “che c’entra la Russia, l’Ucraina…”, eh però anche lì i conti con il passato non sono stati fatti, con un altro passato, ma anche qui usciamo dell’ideologico. Qui finché non si mettono le cose una dopo l’altra, finché non ci raccontiamo la nostra storia, noi faremo fatica a immaginare un futuro, perché come dice Paul Ricouer: “l’identità è identità narrativa, identità personale, identità collettiva”. Io so verso dove voglio andare se so chi sono e se so chi sono so da dove vengo e sono capace di raccontare la mia storia, e a livello collettivo è la stessa storia.

GF – È opinione condivisa dagli scrittori che per scrivere bene bisogna scrivere di qualcosa che si conosce. I tuoi libri però vanno oltre, attingendo dalle tue esperienze personali ed emotive delle storie universali. Per Duccio Demetrio (Educare è narrare, 2012) l’autobiografia è una forma di educazione di sé stessi e addirittura svolge un ruolo di natura catartica. Che cosa significa per te lasciare dei pezzetti di te stessa nei tuoi libri?

MM – Né l’uno né l’altro, non userei il termine catartico. Il ruolo per me fondamentale, centrale, strutturante è la ricerca, l’operazione di scrittura è altro, è un “vi apro le porte di casa mia, vi faccio entrare in casa mia, affinché voi entrate in casa vostra”. Per cui non è né educazione, né catarsi: è letteratura, è quello che fanno tutti gli scrittori quando scrivono. Dopo di che io penso che per aprire un armadio, entrare in una casa e far entrare in quella casa, la strada che ho trovato io è quella di aprire casa mia direttamente.

Grazie Michela Marzano per questa ultima intervista! Trovate il nostro primo incontro a questo link.

 

Giorgia Favero

 

[Immagine di copertina tratta da Instagram]

la chiave di sophia

Libertà come responsabilità: intervista ad Antonio Calò

Quello dei migranti sembra un tema irrisolvibile ed è soprattutto molto divisivo tra chi accoglierebbe indiscriminatamente e chi allo stesso modo respingerebbe. Il tratto in comune tra queste due posizioni sembra quello di non avere però a portata di mente una soluzione al problema – o almeno un tentativo di risoluzione – né nell’uno né nell’altro caso. 

Così ne abbiamo parlato con qualcuno che una soluzione invece sembra averla: Antonio Silvio Calò, professore di religione e filosofia al liceo classico di Treviso, molto amato tra gli studenti ma balzato qualche anno fa anche agli onori della cronaca. Ne avevamo già parlato in questa intervista e, agli albori del 2022 e con un libro fresco di stampa (Senza distogliere lo sguardo. Una storia di impegno civile, UTET) lo abbiamo risentito per fare “il punto della situazione”.

 

Giorgia Favero – Si può fare. L’accoglienza diffusa in Europa (nuovadimensione, 2021) è uno dei suoi ultimi libri e racconta la sua esperienza personale quando la sua famiglia ha aperto le porte a sei ragazzi del Nord Africa. Un modello che ha portato in Europa e che si è tradotto nel progetto EMBRACIN di cui è capofila il Comune di Padova ma coinvolge sei Paesi europei. Qual è la sua proposta per affrontare la delicata questione migratoria?

Antonio Calò – È una proposta che può funzionare solo laddove c’è la volontà politica, perché in termini “tecnici” ha tutte le carte in regola per funzionare. L’accoglienza diffusa è un modo di accogliere le persone riportando il tutto a dei nuclei molto ristretti, da 3 a 6 persone; un’accoglienza più decorosa, sia per chi è accolto ma anche per chi accoglie, rispetto a queste grandi caserme da grandi numeri, i cosiddetti hub, in cui tutti subiscono grande pressione psicologica e sociale. Per me l’accoglienza diffusa – e il mio modello 6+6×6 – è un graduale inserimento, e sia chiaro che accogliere non significa solo dare da dormire e da mangiare – che sono sicuramente importanti – ma significa offrire un luogo dove dare effettivamente la possibilità di un inserimento professionale reale e concreto, affinché la persona si possa realizzare nel nostro contesto. Per questo è un’accoglienza che deve assolutamente contemplare l’accompagnamento. EMBRACIN ha già avuto l’approvazione della Commissione Europea ed è partito l’anno scorso ma il Covid naturalmente lo ha molto rallentato. L’idea di fondo è fare in modo che questa accoglienza diffusa e il conseguente graduale inserimento si possa applicare in sei paesi europei (Cipro, Grecia, Spagna, Italia, Slovenia e Svezia, con osservazione da parte della Germania). Ogni Comune di al massimo 5mila abitanti accoglie un nucleo di sei persone, ogni Comune di 10mila abitanti due nuclei e così via: se lo moltiplichiamo per i 58 milioni di italiani, e poi per i 500 milioni di europei, io vi garantisco che l’accoglienza diffusa limiterebbe moltissimo il tema dei migranti. Se c’è riuscita la famiglia Calò a ospitare sei persona in casa propria, sarebbe grave che non riuscisse a farlo un Comune.

 

G.F. – Questo libro raccoglie anche due importanti firme: quella di Romano Prodi e quella di David Sassoli, probabilmente uno dei suoi ultimissimi scritti. Chi era per lei l’ex Presidente del Parlamento Europeo?

A. C. – David Sassoli era un amico, un’ispirazione. Di lui apprezzavo particolarmente quella sua volontà di essere in sintonia con i giovani, in ascolto: tutte le questioni legate ai giovani per lui erano primarie. E poi, certo… chi è che ha fatto la proposta che Antonio Calò diventasse Cittadino Europeo 2018? David Sassoli. Chi è che ha messo in piedi una tavola rotonda alla sede dell’Onu a Ginevra sulla questione del rapporto Unione Europea e Unione Africana? David Sassoli. Chi è che veniva ad accoglierci quando venivamo con le classi a Bruxelles o a Strasburgo? David Sassoli. E chi si prendeva con Antonio Calò un panino con la porchetta e una birra in una trattoria a discutere di famiglia, di figli e del futuro dell’Europa? David Sassoli. Piango un grande amico e farò di tutto perché la sua testimonianza, il suo essere veramente cittadino europeo, possa continuare a esserci in modo attivo, ma non celebrando una persona – quando si celebrano le persone le seppelliamo due volte! Il cuore di David deve ancora pulsare tra di noi perché ha tantissime cose da dirci e da realizzare. La prefazione al mio libro è un manifesto sull’Europa, su cosa fare e cosa non fare, sull’importanza che per lui ha sempre avuto il tema dei migranti. Così si legge alla fine del suo scritto: «Questo libro ci fa capire che l’accoglienza è possibile, che si può accettare l’altro in modo rispettoso, che si può lavorare bene insieme ed essere persone capaci di creare delle relazioni senza pregiudizi e senza schemi. Tutto questo è possibile ed è indispensabile».

 

Giorgia Favero – Libertà è una parola molto amata ma forse addirittura abusata: sembra che l’altro (a maggior ragione se diverso, straniero, di altro genere, altra fede, altro orientamento sessuale, altra opinione) con il suo semplice esistere soffochi la propria libertà. Mi affido alle parole di un grande filosofo, Emmanuel Lévinas, secondo il quale bisogna abbandonare la logica della libertà dell’io per abbracciare la libertà come responsabilità. Responsabilità, per Lévinas, significa prendersi cura della libertà altrui. Secondo lei è un modello che può funzionare?

Antonio Calò – È un’idea del tutto condivisibile: per me l’unica libertà possibile è la libertà nella responsabilità. Io dico sempre ai miei studenti che nel momento in cui sono dentro a quella scuola, nel momento in cui conoscono, la conoscenza vera implica sempre una responsabilità: sapere è già essere responsabili e già muoversi all’interno della responsabilità, perché non puoi dire a te stesso di non sapere, se hai conosciuto non puoi dire a te stesso di non aver conosciuto. Se non pratichi la libertà nella responsabilità tu stai praticamente uccidendo l’individuo, nel senso che quell’individuo non può vivere senza questo atto che è l’atto di coscienza vero, il sapere di sapere, e che non può essere sterile: è fecondo, è un sapere nel noi, non nell’io. Il problema fondamentale è che oggi il mondo è chiuso dentro un Io che è diventato un gigante infinito, mentre il Tu e il Noi sono stati messi da parte e rischiano di essere oggetti semi-sconosciuti. Non solo nei confronti dei migranti, che sono semplicemente dei poveri in terra straniera. Anche nei confronti dei poveri italiani voltiamo la testa, pur essendo in realtà aumentati moltissimo ultimamente: eppure per noi non esistono, non dobbiamo vederli, non dobbiamo sentirli. Quindi vanno benissimo le caserme, vanno benissimo i luoghi dove non si vedono, non si sentono, non si toccano, non ci disturbano la vista.

 

G. F. – Spesso accade che di fronte fenomeni di grande portata in molti si sentano troppo piccoli per poter fare la differenza: le migrazioni, i cambiamenti globali, le discriminazioni di genere. Per citare Bauman, «i problemi globali si risolvono con soluzioni globali». Ma allora qual è (ammesso che ci sia) il potere del singolo?

A. C. – Io non ho la presunzione di cambiare le cose, io so solo una cosa: che sono cambiato io e questo per me è tantissimo. Io ho sentito urlare la mia coscienza di credente e di civile, e questa mi ha portato insieme a mia moglie ed ai miei figli ad aprire una porta, eppure di certo non posso pretendere che tutti sentino e provino che quello che ho sentito io. Ci sono tantissime cose che si potrebbero fare, partendo dal donare quello che si può – non solo in base ai possedimenti materiali ma anche in base alla propria sensibilità. Si può donare qualcosa di materiale ma anche semplicemente il proprio tempo e/o la propria professionalità. Sicuramente ci si può informare, che è già un primo passo per far andare meglio le cose. Ci sono mille modi per far capire che non ci siamo voltati dall’altra parte, che non siamo figure omertose, che non facciamo finta di non vedere e di non sentire. Sentirsi testimoni di qualcosa è già una presa d’atto importantissima nella coscienza di una persona. Essere cittadini attivi vuol dire essere partecipi di quello che sta succedendo.

 

Giorgia Favero – Nella rivista numero 16 dedicata all’educazione abbiamo parlato anche di scuola, evidenziando come nei programmi scolastici attuali manchi la componente del “tirare fuori” e si lavori soprattutto nell’ “istruire” i bambini e i ragazzi. Lo scrittore Alessandro D’Avenia nei suoi libri scrive che ogni insegnante nella sua ora di lezione può fare la rivoluzione: lei prova a fare la rivoluzione nella sua ora di lezione?

Antonio Calò – A dire la verità io ho sempre fatto la rivoluzione, e penso che la rivoluzione stia nella passione e nella relazione. La passione, quello in cui credi, che porti avanti con studi e aggiornamenti continui, non è sufficiente se non si è in grado di trasmetterla e di relazionarsi con gli altri – in questo caso con i tuoi studenti. Se non si è capace di fare questo, la scuola è già fallita. La rivoluzione – che è una cosa bellissima – avviene ogni giorno nel momento in cui creiamo questo ponte con gli altri e ogni giorno ne dobbiamo creare uno nuovo: ogni lezione deve permettere a ciascun ragazzo e ciascuna ragazza di sentirsi accolto nella sua ricerca come studente, per crearsi un’identità, alimentare quella voglia di porsi delle domande. Ma la rivoluzione deve essere dentro di noi affinché la coscienza continui a crescere.

 

Per approfondire, vi lasciamo la lettura del libro Senza distogliere lo sguardo. Una storia di impegno civile (UTET, 2022):

“Calò, professore di storia e di filosofia, attraverso la sua esperienza costruisce un decalogo civile, una nuova educazione pubblica, indissolubilmente legata alle nostre radici cristiane, in cui lo stato di diritto non travalica mai l’empatia, in cui l’indifferenza non è più una opzione”
(dalla quarta di copertina)

Buona lettura e grazie ad Antonio Calò per questa intervista!

 

Giorgia Favero

 

[Immagine tratta da Facebook.com]

la chiave di sophia

Un bacio ancora: da Asolo una riflessione universale

<p>Dettaglio dell'opera di Davide Puma esposta nella mostra di Asolo Un bacio ancora</p>

In questi giorni al Museo Civico di Asolo si è inaugurata una nuova mostra dal titolo Un bacio ancora. L’arte contemporanea racconta, a cura di Enrica Feltracco e Massimiliano Sabbion. Si tratta in effetti di un vero e proprio racconto artistico a 42 voci: 42 autori contemporanei a cui è stato chiesto di indagare il tema ancestrale del bacio.

Uno sforzo non del tutto nuovo all’arte contemporanea. Pensiamo al bacio di Giuda a Gesù dipinto magistralmente da Giotto alla Cappella degli Scrovegni di Padova, o in tempi un po’ più recenti quello scolpito di Amore e Psiche di Canova, teneramente abbracciati nel momento che segue il bacio, e poi ancora i due soggetti di Hayez in quel momento sospeso prima della partenza di lui. Baci rivelatori, baci romantici, baci che sanno d’addio. Ma anche baci misteriosi come le due figure incappucciate di Magritte, oppure provocatori come i due poliziotti di Banksy; baci intimi, passionali, contorti, malati, teneri, familiari, primi, ultimi, volanti, a schiocco. La storia dell’arte ne è piena come la storia della nostra vita. Per non parlare delle altre arti, come la letteratura, con il titolo della mostra che fa chiaramente eco ai versi catulliani: «Dammi mille baci e poi altri cento, / poi altri mille, e poi ancora cento, / poi senza fermarti altri mille e poi ancora cento» (Carme 5).

bacio

La mostra al Museo Civico di Asolo. In primo piano un’opera di Beatrice Testa (Photo credit Museo Civico di Asolo)

Nelle 52 opere di Asolo, create appositamente per questa mostra, gli artisti raccolgono questo ricco e variegato filo e lo passano attraverso il proprio sguardo sul mondo. Alcune cose non cambiano mai: fanno parte di noi come esseri umani e ci legano indissolubilmente alle persone che hanno popolato silenziose la storia. La ricerca di un amore che vinca il tempo, come raccontato nella fotografia di Remigio Fabris che raffigura due scheletri abbracciati in un bacio, con quel tocco di colore dato dalla rosa al centro. Ma nel passato ci possiamo anche immaginare tanti amori impossibili, separati dalle convenzioni e dalla morale, con tanti baci da lontano, un po’ come nell’opera magnetica di Ciro Palumbo, che però consente ai due protagonisti almeno un abbraccio. E a proposito di distanza, come non citare l’opera di Franz Chi con la sua riflessione sulle macchine e la tecnologia, che imitano sempre di più l’essere umano senza però mai poter riuscire a eguagliarlo, come in questo bacio a sfioro: perché l’amore è qualcosa di insito nelle persone e non replicabile. Non manca l’aspetto della carnalità anche più violenta come nell’opera di Andrea Tagliapietra, ma anche di Leo Ragno: labbra e corpi stretti in un abbraccio come in un groviglio, la voglia di farsi un tutt’uno. Così come nelle sculture di Giulietta Gheller e di Beatrice Testa. Non mancano baci romantici e un po’ sognanti, come quello di Davide Puma, e quelli che sfidano le contingenze come quello di Marco Chiurato che porta in scena i baci rubati dalla pandemia.

Sono quindi tante le categorie possibili di baci, e tutti noi abbiamo avuto modo di sperimentarne più di una. Anche Søren Kierkegaard, in tempi ormai andati – e alcuni passi dell’opera in questione ne sono la prova – riesce comunque a offrire al contemporaneo una lettura del bacio che può andare di pari passo con il moderno sentire. Per esempio quando sostiene che tra le varie categorie di baci – alcune di queste sono per esempio la durata o addirittura il suono – «si può fare anche un’altra divisione che propriamente è l’unica che mi vada a genio: cioè la differenziazione del primo bacio da tutti gli altri che vengon poi. Del resto, il primo bacio è anche qualitativamente diverso dagli altri» (cfr. S. Kierkegaard, Aut Aut, 1843). Quanta magia e aspettativa ammantano anche oggi questo fantomatico primo bacio?

bacio

La mostra al Museo Civico di Asolo. In primo piano a destra l’opera di Andrea Tagliapietra (Photo credit Museo Civico di Asolo)

È tuttavia il filosofo Franco Ricordi a darci uno sguardo contemporaneo e originale sul tema, definendo il bacio un «fondamentale atto di libertà dell’essere» che però è minacciato – nell’attuale era del consumismo – dalla dispersione e definitiva alienazione nel nichilismo spettacolare che stiamo vivendo (cfr. F. Ricordi, Filosofia del bacio, Mimesis 2013). Ecco che allora l’arte contemporanea può restituirgli dignità: riportarlo dalla mercificazione a un pretesto di contemplazione estetica e di riflessione personale. La mostra asolana tenta di fare anche questo e sarà visitabile fino al 13 marzo.

 

Giorgia Favero

 

[Photo credits copertina Museo Civico di Asolo, dettaglio dell’opera di Davide Puma]

la chiave di sophia

Come canne (pensanti) mosse dal vento

Ci si potrebbe chiedere perché a scuola si studino tutti i Nobel per la letteratura italiani – Montale (Nobel nel 1975), Pirandello (nel 1934), Carducci (nel 1906) e Quasimodo (nel 1959) – tranne due: Dario Fo (nel 1997) e Grazia Deledda (nel 1926). Per il primo la risposta è abbastanza semplice: Fo è vissuto troppo recentemente perché i programmi scolastici di letteratura arrivino a lambirlo. Ma che dire di Deledda, deceduta nel 1936 ovvero lo stesso anno di Pirandello? Qualcuno a volte mi accusa di voler essere femminista a tutti i costi, ma a me la faccenda puzza un po’ tanto di maschilismo.

Non è questa la sede per approfondire il tema, ma è il motivo per cui ho deciso di andare in libreria e comprare uno dei romanzi più noti (all’epoca) dell’autrice, Canne al vento. Sono arrivata a Deledda tramite un altro personaggio femminile italiano di mastodontica portata, Eleonora Duse, attrice geniale di fama internazionale il cui nome ormai passa tra i banchi di scuola con l’appellativo di “l’amante di Gabriele D’Annunzio”: come se il suo nome da solo non fosse abbastanza, come se non sia stata lei (o per lo meno anche lei) ad aver dato a D’Annunzio tutta quella fama recitando come protagonista nei suoi drammi. Mentre non mi resta che augurarci una rivalutazione della donna e attrice Eleonora Duse nel 2024, centenario della morte, torniamo dunque a Grazia Deledda, il cui romanzo Cenere del 1904 fu scelto proprio dall’attrice come sceneggiatura per l’unico film in cui abbia mai recitato, nel 1916. Olì, protagonista della storia che ha luogo in Sardegna, è una donna delusa dall’amore, tradita dall’uomo amato, che partorisce in solitudine un figlio che è costretta a lasciare da bambino.

Anche in Canne al vento, pubblicato nel 1913, i personaggi sono dei miserabili della sorte, né buoni né cattivi ma costantemente in balìa di una forza più grande di loro, proprio come delle canne mosse dal vento. Questa immagine torna più volte all’interno dell’opera, il cui protagonista è Efix, servo fedele delle tre dame Pintor cadute in disgrazia, nella cornice di un paesello rurale sardo la cui pesante immobilità è scossa dall’arrivo di Giacinto, giovane nipote delle nobildonne. La precarietà dell’esistenza umana, il tentativo vano di resistere alla sorte, il sentirsi soccombere a un destino ineluttabile: questi i temi che sottotracciano il romanzo, capitolo dopo capitolo, e di cui si fanno portatori tutti i personaggi ma più di tutti forse proprio Giacinto, che continua a perdere al gioco senza riuscire a smettere, nella speranza – vana – che la sorte prima o poi giri in suo favore. Come se non fosse chiaro, tra le ultime pagine del romanzo viene riassunto il messaggio dell’autrice:

«Non è una gran cattiva sorte la nostra? […] Perché questo, Efix, dimmi, tu che hai girato il mondo: è da per tutto così? Perché la sorte ci stronca così, come canne?»
«Sì,» egli disse allora, «siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento».
«Sì, va bene: ma perché questa sorte?»
«E il vento, perché? Dio solo lo sa».
«Sia fatta allora la sua volontà», ella disse chinando la testa sul petto […]1

L’immagine della canna piegata dal vento in verità stuzzica da secoli e forse millenni la fantasia umana. È attribuita a Esopo una favola in cui una canna e un ulivo discutono la reciproca forza, con l’albero che si fa vanto della resistenza del suo tronco; con il passaggio di una forte tempesta, tuttavia, secondo la storia la canna continua a piegarsi sotto le sferzate del vento mentre l’ulivo resiste, resiste, resiste fino a spezzarsi. Scemata la tempesta e passato il vento, invece, per quanto forte sia stato, la canna si risolleva.

Come non pensare poi al filosofo francese Blaise Pascal, per il quale l’individuo non è altro che «una canna pensante»? Lo scrive in un famoso frammento dei suoi Pensieri (1670) con l’intenzione di esaltare invece l’umano nel paragonarlo a una canna. Come per i personaggi di Deledda, non c’è un reale giudizio etico – non importa che l’individuo sia buono o cattivo – ma la semplice constatazione che, per quanto fragile sotto i colpi del vento (è l’Universo per Pascal a schiacciarlo), trova proprio nel suo accorgersi di essere colpito tutta la dignità dell’essere umano:

«Tutta la nostra dignità sta dunque nel pensiero. È in virtù di esso che dobbiamo elevarci, e non nello spazio e nella durata che non sapremmo riempire. Lavoriamo dunque a ben pensare: ecco il principio della morale»2.

Una conclusione piena di speranza per tutti coloro che, prima o poi nella vita, arrivano a sentirsi come i protagonisti di Grazia Deledda.

 

Giorgia Favero

 

NOTE:
1. G. Deledda, Canne al vento, Garzanti, Milano 2022, p. 195

[Photo credit: unsplash.com]

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