Un poeta “eracliteo”: Mandel’štam legge Dante

Quando si affrontano i grandi autori della letteratura italiana, gettare nel contempo uno sguardo, anche fugace, ai commenti che essi hanno ispirato al di là dei nostri confini nazionali costituisce un’esperienza utile e sempre interessante, perché permette di capire come i nostri “giganti” sono recepiti e interpretati altrove. Vedere cose a noi note attraverso gli occhi altrui ci consente di apprezzarle da prospettive nuove e inaspettate; anche ciò con cui abbiamo molta familiarità può in tal modo svelare tratti inusuali o dettagli che avevamo tralasciato e colpirci come se fosse la prima volta. A chi stesse studiando Dante, per esempio, potrebbe tornare utile la lettura delle Conversazioni su Dante di Osip Mandel’štam, che rappresentano un vero e proprio «classico della critica letteraria del Novecento» e che sono state riedite di recente.

Molti si staranno chiedendo chi sia Osip Mandel’štam. In breve, possiamo dire che Mandel’štam (1891-1938) fu un poeta russo, fiero della propria ebraicità, che appartenne al movimento letterario postsimbolista noto come acmeismo, di cui fu in qualche modo il «primo violino». La sua fu una vita raminga, itinerante, randagia, fatta di traversie, ristrettezze e vagabondaggi (Remo Faccani lo definisce «un emigrato interno, un esule in patria»). A causa di alcuni suoi componimenti sferzanti e quindi “scomodi” per il regime staliniano, venne arrestato due volte e infine deportato con l’accusa di “attività controrivoluzionaria”. Morirà a Vladivostok, in un campo di concentramento di transito, prima di giungere al lager della Kolimà a cui era destinato.

L’amore di Mandel’štam per Dante era, senza mezzi termini, “viscerale”. Chi ebbe modo di conoscere Osip finiva inevitabilmente col notare che egli «ardeva tutto per Dante». La poetessa Anna Achmatova ricorda ad esempio che Mandel’štam «recitava la Divina Commedia giorno e notte» (una passione, quella per Dante, che la Achmatova condivideva, se è vero che, quando le chiesero se avesse mai letto Dante, ella rispose: «Non faccio altro che leggere Dante!»). Da parte sua, il giovane poeta Sergej Rudakov, mentre scambiava due chiacchiere con Mandel’štam, gli disse: «tutto ciò che attiene alla [tua] poesia ha girato intorno alla Conversazione su Dante, […] tutto ha guardato ad essa». Tutto ciò che Mandel’štam aveva prodotto, secondo Rudakov, rinviava quindi, da ultimo, alla Divina Commedia. A quest’osservazione, Mandel’štam replicò scherzosamente: «Sì, me lo dicono tutti: mi dicono che se ne rende conto pure chi non conosce Dante!».

Il Dante venerato da Mandel’štam è tuttavia molto diverso da quello a cui siamo abituati. Mandel’štam stesso tiene a distinguere il “suo” Dante da quello di «generazioni e generazioni di scolastici, di striscianti filologi e di pseudobiografi». «Sottrarre Dante alla retorica scolastica» scrive Mandel’štam «equivale a rendere un servizio non da poco a tutta la cultura europea». Egli dichiara anche: «è indispensabile dar vita a un nuovo commento dantesco, che rivolga la faccia al futuro e metta in luce il legame dell’autore della Commedia con la nuova poesia europea».

Secondo Mandel’štam, quindi, Dante non è stato ancora veramente compreso, e questo nonostante tutti gli studi che sono stati scritti sul sommo poeta: «presi dalla terminologia teologica, dalla grammatica scolastica e dall’ignoranza allegorica, abbiamo perso di vista le danze sperimentali della Commedia dantesca, e abbiamo conferito a Dante una dignità conforme al modello di una scienza defunta, mentre la sua teologia era un vaso di dinamica». Per Mandel’štam, Dante guarda sì alla cultura del passato, ma non certo per riproporla pedissequamente e quindi in modo sterile; piuttosto, egli se ne appropria per poi rielaborarla, reinterpretarla, rinnovarla. Mandel’štam è infatti dell’opinione che Dante veda «nella tradizione […] non tanto il suo lato sacro, accecante, quanto un oggetto da valorizzare per mezzo di un ardente reportage e di una sperimentazione appassionata».

Certo, Mandel’štam riconosce che la Divina Commedia è «un’orgia di citazioni» classiche, e che leggere il poema dantesco è come fare «una passeggiata […] lungo tutto l’orizzonte dell’antichità». Ma il poeta russo tiene comunque a sottolineare che «Dante è stato scelto come tema di questa conversazione non perché io volessi concentrare l’attenzione su di lui con il sottinteso invito ad apprendere dai classici». L’impressione che si ricava dalla lettura delle Conversazioni è che Mandel’štam voglia fare di Dante non tanto (o non più) un rappresentante della tradizione filosofico-teologica occidentale, ma un anticipatore della temperie culturale contemporanea. Il Dante descritto da Mandel’štam, più che essere vicino a Platone e ad Aristotele (o a Tommaso d’Aquino e ai filosofi arabi), sembra infatti prendere posto tra Eraclito e Nietzsche.

Per capire perché Mandel’štam faccia di Dante un poeta “contemporaneo” ed “eracliteo”, bisogna comprendere che cosa significhi per lui “poesia”. Per Mandel’štam, la poesia è soprattutto creazione, «cambiamento», «gioia del divenire» (non dimentichiamoci che “poesia” in greco antico si dice poiesis, termine che significa anche “creazione”, “produzione”). Mandel’štam scrive che la poesia è un «flusso d’energia», un «campo d’azione» composto di «onde semantiche», «onde-segnali», che «svaniscono, una volta eseguita la loro funzione: quanto più sono intense, tanto più sono arrendevoli e tanto meno sono inclini a trattenersi».

Ebbene, Mandel’štam ritrova in Dante tutti i caratteri tipici della propria concezione della poesia: secondo il poeta russo, Dante è infatti «il più grande e indiscusso signore della materia poetica convertibile e in via di conversione, il più antico e al tempo stesso il più vigoroso direttore d’orchestra […] d’una composizione poetica che esiste unicamente sotto forma di flussi di onde, sotto forma di impennate e bordeggi».

Mandel’štam ritiene che una delle “specialità” di Dante sia proprio la «metafora eraclitea», ovverosia una figura retorica «impegnata a sottolineare con tale forza la transitorietà di un fenomeno e a cancellarlo con tali svolazzi, che alla pura contemplazione, dopo che la metafora ha fatto la sua parte, non resta in sostanza di che alimentarsi». È proprio questa capacità di ritrarre ed esaltare ciò che è caduco, effimero e transeunte che fa sì, per Mandel’štam, che la «contemporaneità» di Dante sia «inesauribile, incalcolabile e inestinguibile».

 

Gianluca Venturini

 

BIBLIOGRAFIA:

O. Mandel’štam, Conversazioni su Dante, a cura di R. Faccani, trad. di R. Faccani e R. Giaquinta, Il melangolo, Genova 2015 (1a ed. orig. 1967)

[L’immagine è una rielaborazione digitale di immagini tratte da Google immagini]

 

banner-pubblicitario_abbonamento-rivista_la-chiave-di-sophia_-filosofia

Un inevitabile atto di generosità: Schopenhauer interpreta la morte

Che cosa accadrà al momento della morte, quando i nostri occhi si chiuderanno per sempre sugli spettacoli di questa vita? Precipiteremo in uno stato di ottenebramento assoluto, nel quale non vedremo né sentiremo più nulla? Oppure accederemo all’aldilà, magari dopo essere fuoriusciti dal nostro corpo e aver contemplato dall’alto il nostro cadavere, come testimoniano alcune near-death experiences? E se invece diventassimo degli spettri alla continua ricerca di vecchie e scricchiolanti dimore da infestare, come narrano certe paurose storie di fantasmi?

Sono, tutte queste, domande che tormentano l’uomo da millenni. Era inevitabile, dunque, che anche un grande filosofo come Schopenhauer si confrontasse con esse, e va riconosciuto che egli ha senz’altro le idee molto chiare su quali siano le conseguenze della morte per noi uomini. Secondo Schopenhauer, infatti, «la [nostra] coscienza si fonda prima di tutto sul­l’in­tel­­­let­­­to», e que­st’ul­timo è «evi­dentemente [una] funzione del cervello, […] che è nutrito, animato e continuamente vivificato dal cuore». Poste queste premesse, ne risulta inevitabilmente che, quando il corpo si disfa al momento della morte, della nostra coscienza individuale non rimane più nulla. Essendo que­st’ul­tima un prodotto del­­­l’at­­tività del corpo, essa non può infatti che cessare di esistere quando esso smette di funzionare. «Non c’è alcun dubbio», scrive Schopenhauer, «sul fatto che la coscienza svanisca con la morte, come d’altronde accade già durante il sonno o un semplice svenimento».

Sembra una conclusione sconsolante, ma Schopenhauer stesso afferma: «non perdiamoci d’ani­mo!». Anche se l’anima individuale non è immortale, resta infatti fermo che in ogni essere vivente vi è effettivamente qualcosa di eterno e immutabile, che pertanto non è travolto dalla morte. Per Schopenhauer, infatti, ogni ente di questo mondo è la manifestazione temporanea e “su piccola scala” di un Essere supremo che sta oltre il tempo e lo spazio, e che pertanto, a differenza delle varie forme di vita in cui si esprime e si incarna, non può essere né distrutto né intaccato da alcun tipo di trasformazione. Schopenhauer annota che «è possibile considerare ogni essere umano da due punti di vista opposti: da una parte, c’è l’in­di­vi­duo che ha un inizio e una fine nel tempo, e che trascorre fugacemente, […] con il suo pesante fardello di errori e di dolori; dal­l’al­tra c’è l’es­se­re originario indistruttibile che si oggettiva in ogni fenomeno esistente, e che in tale veste ha il diritto di dire, come la statua di Iside a Sais: “Io sono tutto ciò che è stato, che è, e che sarà”».

Non bisogna però fraintendere Schopenhauer su questo punto: l’“Essere eterno” che sta a fondamento dell’esistenza e che permane incorruttibile in una regione sicura posta al di sopra dello scorrere del tempo non è affatto il Dio delle religioni monoteistiche, ma qualcosa di completamente diverso: la suprema Volontà di vivere che anima tutta la Natura.

Per dimostrare l’esistenza di tale entità “metafisica” (cioè non appartenente all’orizzonte delle cose direttamente sperimentabili), Schopenhauer analizza quello che è il desiderio proprio di ogni essere vivente, cioè continuare a esistere per sempre. Ai singoli viventi, egli dice, va posta questa semplice domanda: «Chi grida: “Io, io, io voglio esistere”[?], Non […] solamente tu, ma tutto, assolutamente tutto ciò che ha anche solo un barlume di coscienza. Questo desiderio è [dunque] precisamente la parte di te che non è individuale, bensì comune a tutti, senza distinzione».

Il filosofo ne deduce che «ciò che reclama in modo così impetuoso l’esi­sten­za è, indirettamente, il singolo individuo; ma direttamente e realmente, è la Volontà di vivere, che in tutti gli esseri è una e sempre uguale a se stessa». Sulla base di questa consapevolezza, Schopenhauer, tornando a rivolgersi al singolo vivente, può allora dirgli: «se fossi in grado di conoscere fino in fondo la tua essenza, e di vedervi riflesso ciò che veramente sei, [scorgeresti questo:] la Volontà universale di vivere», di cui tutti gli esseri mondani sono solo epifenomeni limitati e temporanei.

Una volta che l’individuo ha cessato di esistere e ha perso coscienza di sé e del mondo, ciò che rimane di lui è appunto questo “torsolo” universale e impersonale, la Volontà di vivere, che subito si ricopre di nuova “polpa”, dando origine a qualche altro essere. È quindi tale Volontà, e non le varie coscienze in cui essa si incarna simultaneamente o in tempi diversi, a essere immortale.

Pur affermando che la coscienza è generata dall’attività del cervello, e pur sostenendo dunque che essa è destinata a condividere con il corpo a cui è connessa il destino di una morte definitiva, Schopenhauer può quindi comunque dichiarare che almeno questa dimensione dell’essere vivente – la Volontà di esistere – non va dispersa al momento del trapasso, dato che essa da un lato si conserva nelle forme di vita sopravvissute, e dall’altro viene trasmessa agli organismi che stanno incominciando a esistere.

Considerando il singolo essere vivente, la nascita appare come «una sorta di uscita dal nulla» e la morte come un «passaggio al nulla». Ma se «la morte si annuncia chiaramente come la fine dell’individuo», è anche vero che «in questo individuo è [pur sempre] presente il germe [indistruttibile] di un nuovo essere». Schopenhauer descrive così il processo di formazione di nuovi esseri a partire dalla morte dei precedenti: «ciò che muore svanisce; ma permane un seme, da cui sorge una nuova vita […]. [La morte] consiste [per l’appunto] nella disgregazione […] dell’individuo, […] [di cui] persiste, [sebbene in modo del tutto impersonale,] solo la sua volontà, la quale, sotto forma di un nuovo essere, riceve un nuovo intelletto. L’individuo si decompone quindi come un sale neutro, la cui base si combina in seguito con un altro acido per formare un nuovo sale».

Questo processo non va sottovalutato, perché significa che solo la morte degli organismi attualmente esistenti permette ad altri esseri viventi di nascere e prendere il loro posto. Schopenhauer infatti scrive che, a chi considera negativamente il fenomeno della morte, qualsiasi animale potrebbe replicare quanto segue: «Perché ti lamenti della caducità dei viventi? Come potrei esistere io, se tutti gli esseri della mia specie che mi hanno preceduto non fossero morti?». Da questo punto di vista, che è biologico, ma anche profondamente metafisico, appare che la morte è in qualche modo un involontario atto di generosità che i morenti attuano in favore di coloro che verranno dopo di loro. Essa non va dunque né temuta né debellata, se davvero desideriamo che la vita esplori nuove possibilità e prosegua, come è giusto, anche oltre il piccolo io di ognuno di noi.

 

Gianluca Venturini

 

Bibliografia:
1. Schopenhauer, Il nulla della vita, a cura di F. Chiossone, Il melangolo, Genova 2012

 

banner-pubblicitario_abbonamento-2018

 

Sfumature di amicizia: uno sguardo all’Etica Nicomachea di Aristotele

Chi non desidera, su questa terra, avere degli amici? Essi sono i nostri “alleati” nella grande avventura della vita, e stare in loro compagnia ci consente di trovare la forza di “andare avanti” nonostante i numerosi problemi che sempre ci assillano. Ma le amicizie sono proprio tutte uguali? O, detto altrimenti: esiste un solo tipo di amicizia o ci sono molti modi diversi di essere “amici”?

Per trovare risposta a queste domande possiamo provare a rivolgerci a un testo molto antico (è stato composto addirittura nel IV sec. a.C., quindi più di duemila e trecento anni fa!), ma che è senza alcun dubbio perfettamente capace di essere ancora attuale, ricco com’è di osservazioni estremamente interessanti e profonde: stiamo parlando dell’Etica Nicomachea di Aristotele. Tale scritto è diviso in dieci “libri” (termine con il quale nell’antichità si indicava ciò che noi oggi chiameremmo in realtà “capitoli”), e i “libri” che vanno dall’VIII al IX sono per l’appunto dedicati alla trattazione dell’argomento di cui in questa occasione intendiamo occuparci: le diverse sfumature dell’amicizia. Ovviamente, di quanto è contenuto in essi offriremo qui soltanto un piccolissimo assaggio.

Aristotele incomincia la sua indagine sull’amicizia ricordando che essa «è un aspetto estremamente necessario della nostra vita, dato che nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni». Non va infatti dimenticato che l’uomo, dopotutto, è pur sempre un essere sociale. Dopo aver tratteggiato alcuni vantaggi dell’amicizia, Aristotele afferma che le radici di tale tipo di rapporto affettivo si trovano in natura, e infatti sono osservabili in tutte le specie animali viventi. Ma anche l’uomo è un animale, e infatti, dice Aristotele, nel proprio profondo «ciascun essere umano sente vicino a sé, e quindi amico, ogni [altro] essere umano». La volontà di allacciare un rapporto positivo con le persone che di volta in volta incontriamo fa quindi parte del nostro “DNA”, anche se è vero che purtroppo non sempre tale desiderio viene corrisposto e riesce quindi a realizzarsi pienamente. Solo «quando la benevolenza è contraccambiata, diviene amicizia», conclude pertanto Aristotele.

Dopo aver effettuato alcune precisazioni, egli arriva poi a porsi l’interrogativo che più ci interessa: «vi è una sola specie d’amicizia o più d’una»? Secondo il “maestro di coloro che sanno” (così Aristotele è chiamato da Dante) vi sono ben tre tipi di amicizia, la cui differenza reciproca è principalmente determinata dal motivo per il quale si diventa amici di un’altra persona.

In primo luogo, dice Aristotele, si può diventare amici di qualcuno al solo scopo di ricavarne qualcosa di utile per noi stessi, ossia al fine di averne un proprio tornaconto personale. In questo caso, osserva il filosofo greco, non siamo in presenza di un rapporto di amicizia vero e proprio, perché ciò a cui veramente “puntiamo” non è tanto la persona della quale stiamo diventando amici, ma ciò che riteniamo di poter ottenere “sfruttandola”.

Poniamo ad esempio che un certo ragazzo che conosco, Marco, abbia una bellissima motocicletta che io con i miei pochi risparmi non potrei mai permettermi di comprare. In tal caso, potrei decidere di diventare amico di Marco per cercare poi in un secondo tempo di convincerlo a prestarmi ogni tanto la sua “due ruote”. Marco a sua volta potrebbe decidere di diventare mio amico e di darmi in prestito la moto per qualche ora al mese se in cambio convincessi i miei genitori a dargli la possibilità di usare la loro casa al mare per un paio di settimane durante l’estate.

Anche se io e Marco ci consideriamo amici a tutti gli effetti e spendiamo del tempo insieme, resta il fatto che ciò che veramente vogliamo non è il bene dell’altro, ma avere in prestito la motocicletta o la casa al mare. Si pensi inoltre a che cosa accadrebbe se Marco per un qualunque motivo si rifiutasse di prestarmi la moto: evidentemente, presto o tardi io cesserei di frequentarlo, perché il mio interesse per lui era subordinato e finalizzato all’uso della sua motocicletta. Lo stesso farebbe Marco nei miei confronti se i miei genitori gli negassero la possibilità di usare la casa al mare. «Quelli che sono amici per [amore del proprio] utile sciolgono l’amicizia insieme al venir meno dell’utile: non erano amici l’uno dell’altro, ma del profitto», ossia di ciò che potevano ricavare dal loro legame, ammonisce Aristotele.

Si noti che il bene che io voglio raggiungere attraverso Marco non deve essere per forza un “oggetto” come la motocicletta, ma può anche essere qualcosa di più “immateriale”, come il piacere o il mio personale benessere. Siamo al secondo gradino dell’amicizia, che però esprime ancora un legame non perfettamente autentico e duraturo. Ci troviamo in questo secondo caso se ad esempio l’unico motivo che mi ha portato a diventare amico di Marco è il fatto che mi è simpatico, racconta bene le barzellette e mi fa ridere. Anche questo legame d’amicizia è alla fin fine effimero, perché il giorno che Marco cesserà di farmi divertire con le sue battute smetterò anche di vederlo, diradando sempre più le mie occasioni d’incontro con lui.

Ecco perché, secondo Aristotele, questi primi due tipi di amicizia (che potremmo anche definire “amicizie per interesse”) non sono destinate a durare: se a interessarci non è la persona che il nostro amico è nel suo complesso, ma è soltanto qualcosa che questa persona è, o ha, o può farci ottenere, non appena quella persona cesserà di avere, o di essere, o di poterci far ottenere quel certo qualcosa, l’amicizia inevitabilmente si scioglierà. Un segno, questo, che in fin dei conti il nostro non era un legame vero e profondo.

Salendo di un gradino ancora e raggiungendo quindi il punto più alto della “scala” dell’amicizia, troviamo infine il rapporto amichevole che si forma tra persone che praticano una stessa virtù. In questo caso, l’amicizia contribuisce al perfezionamento morale di entrambi i “contraenti”, e quindi non è semplicemente finalizzata all’ottenimento immediato di qualcosa di utile o di piacevole, né è “sbilanciata” in favore di uno solo dei due poli della coppia. Gli amici appartenenti a questa terza tipologia si spronano infatti a vicenda a fare sempre del proprio meglio in un certo campo (o anche in molti), e quindi traggono entrambi un positivo profitto “spirituale” dallo stare assieme. Inoltre, a differenza dei primi due esemplari di amici, gli amici di quest’ultimo tipo «desiderano allo stesso modo l’uno il bene dell’altro, e sono buoni di per sé». Ognuno dei due è poi utile all’altro nel perseguimento di un obiettivo comune: la realizzazione del “Bene” (ma, volendo rimanere all’interno del vocabolario aristotelico, dovremmo forse piuttosto parlare del raggiungimento del “giusto mezzo” o di un “perfetto equilibrio”) nel proprio modo di pensare, di agire, di comportarsi.

Dato poi che, a differenza delle passioni e degli interessi momentanei, «la virtù è cosa stabile» (quantomeno una volta che la si sia acquisita), ne si può concludere che «tale amicizia permane salda», almeno finché entrambi gli amici continuano a perseguire una comune virtù e quindi la via del Bene. «L’af­fet­to e l’amicizia che si trovano in tali persone sono al massimo grado, e i migliori», annota Aristotele. «Bello è fare il bene senza mirare al contraccambio», egli continua, ed è proprio questo che accade nel terzo tipo di amicizia. Certo, rileva il filosofo, «è ragionevole che tali amicizie siano rare: uomini di tal sorta non sono frequenti, e in più tale amicizia ha bisogno di tempo e di consuetudine». La rarità di tale tipo di legame si spiega anche con il fatto che «tutti, o quasi, desiderano compiere belle azioni, ma poi, [alla prova dei fatti,] scelgono ciò che è loro utile [o piacevole.

Come si può vedere, i tre modelli di amicizia che Aristotele ci propone non sono “equivalenti”: il secondo modello relazionale ha maggior valore del primo, e il terzo tipo di amicizia è molto più prezioso dei primi due. L’implicito consiglio che questo antico filosofo greco ci vuole fornire è allora di evitare di limitarci soltanto a desiderare di aumentare il numero dei nostri amici, e di puntare piuttosto a incrementare la qualità della relazione che intendiamo sviluppare con loro. È infatti facile mettere in piedi una gran quantità di amicizie scadenti, ma esse non sono poi effettivamente in grado di cambiare in meglio la nostra vita e quella del­l’a­mi­co e di “lasciare il segno” nella nostra anima.

«Il desiderio d’amicizia», e dunque di riconoscimento intersoggettivo, – puntualizza Aristotele – «è rapido a nascere, [ma] la [vera] amicizia no». Essa richiede tempo, risorse, pazienza, comprensione, ascolto e tanta volontà di impegnarsi per davvero nel perseguimento delle virtù e nella comune ricerca delle “cose belle” della vita. D’al­tron­de, come dice Spinoza al termine della sua Etica, «tutte le cose più splendide sono tanto difficili [da ottenere], quanto rare», ma – aggiungiamo noi seguendo Aristotele – sono forse anche le uniche per cui valga veramente la pena di lottare.

Gianluca Venturini

 

NOTE

A questo link de Il Post potrete leggere il testo in greco e la traduzione in italiano del brano tratto dall’Etica Nicomachea scelto come seconda prova di greco per i licei classici per la maturità 2018.

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

banner-pubblicitario-03

Anche le piante hanno un’anima

L’opinione per cui le piante hanno un’anima non è nuova in filosofia. In tempi antichi, l’aveva per esempio già espressa il “maestro di coloro che sanno”, Aristotele. Il grande filosofo greco, nel suo trattato Sull’anima, aveva infatti sostenuto l’esistenza di ben tre tipi di anima: quella razionale, propria dell’uomo; quella sensitiva, propria degli animali; e infine quella vegetativa, propria delle piante.

Altri pensatori, dopo Aristotele, hanno, consapevolmente o meno, seguito le sue orme, attribuendo un’anima o qualche forma di coscienza e consapevolezza ai vegetali. Un tentativo particolarmente interessante in questo senso è rappresentato da un libretto pubblicato più di un secolo e mezzo fa dal fisico e filosofo Gustav Theodor Fechner: stiamo parlando di Nanna, o l’anima delle piante (1848).

L’obiettivo dichiarato di Fechner è quello di oltrepassare il materialismo della sua epoca e fare spazio a una visione che veda il cosmo come un tutto vitale, animato in ogni sua parte. Comunemente, ricorda Fechner, la natura viene concepita come un aggregato di materia di per sé inanimata e incosciente, con il risultato che «le creature animate appaiono in mezzo al resto della natura solo come circoscritte isole di anima nel­l’oceano universale dell’inanimato e del morto». Secondo Fechner, invece, «tutta la natura [è] animata da Dio» e «da questa animazione nulla nel mondo, né pietra, né onda, né pianta [è] escluso».

Quella che Fechner propone è dunque una vera e propria “rivoluzione copernicana” rispetto al senso comune. Per millenni – ricorda lo scienziato – si è pensato che la Terra fosse immobile, e il sole le girasse intorno, mentre ora invece sappiamo che è il sole a stare fermo e che è la terra a ruotargli attorno. La messa in discussione del geocentrismo tolemaico è stata certamente una grande conquista per il sapere umano; ma adesso, secondo Fechner, è arrivato il momento, per la scienza, di fare un altro passo avanti, smentendo un ulteriore pregiudizio: quello per cui gli esseri umani (o gli animali in genere) sarebbero esseri privilegiati e superiori rispetto alle piante, in quanto unici detentori possibili dell’anima. Dobbiamo insomma prepararci a cambiare radicalmente il nostro punto di vista sull’uni­ver­so, e cominciare a pensare che l’anima si possa trovare anche in corpi fisici molto difformi da quelli umani o animali, come appunto sono quelli delle piante.

Certo, interrogarsi sulla presenza o meno dell’anima nelle piante può sembrare un’occupazione sterile, ma Fechner è agguerrito e pronto a ribattere colpo su colpo per dimostrare la necessità e la validità delle sue ricerche. «A chi passa per la mente di pensare sul serio ad un’anima delle piante? Se si attribuisce loro un’anima i più lo prendono per un gioco concettuale», egli si lamenta; ma poi passa all’attacco: «se molti respingono [l’idea dell’]anima delle piante perché non vedono che importanza essa possa avere, io devo invece [assolutamente] esigerla [come parte integrante del mio sistema di pensiero], […] perché ritengo che senza di essa rimarrebbe nella natura un vuoto gigantesco».

Secondo Fechner è del tutto assurdo pensare che di fronte all’immensa varietà di corpi fisici che Madre Natura è riuscita a produrre, essa, dal punto di vista “spirituale”, si sia poi limitata a creare anime soltanto per gli animali: «le conformazioni dell’anima», egli scrive, «sono tanto numerose quanto lo sono le conformazioni corporee […]. [Se] la natura, nella sfera della corporeità, non ha esaurito col regno animale la possibilità di diversi piani di struttura e di vita, perché essa ha anzi col regno vegetale aggiunto un nuovo ordine di corpi, per quale ragione dovrebbe essa essere [invece] rimasta indietro nel campo dell’anima?».

E aggiunge: «Perché non ci dovrebbero essere, oltre alle anime che camminano, gridano, mangiano, anche anime che silenziosamente fioriscono e spandono odori, e appagano la loro sete nell’assorbimento della rugiada, i loro impulsi nello spinger fuori le gemme e le loro ancor più alte brame nella ricerca della luce? Io non so perché il camminare e il gridare debba, a preferenza del fiorire e dello spandere odori, essere ritenuto quale [esclusivo] depositario della psichicità; non so perché la forma elegantemente costrutta e bellamente ornata d’una pianta sia meno degna di albergare un’anima dell’informe corpo d’un lombrico».

Dopo aver comparato la struttura di piante e animali, averne notato le somiglianze e aver esposto tutte le prove che lo inducono a pensare che anche in esse vi sia un principio vitale analogo a quello che alberga negli animali, rispondendo nel mentre – e peraltro in modo audace e brillante – alle principali obiezioni che possono essere rivolte contro la sua visione delle cose, Fechner conclude dicendo: «ad un attento esame mi sembra che tutto ciò che si può essenzialmente esigere per la presenza dell’anima, si trovi nelle piante proprio altrettanto quanto negli animali. Tutte le differenze tra le une e gli altri, in quanto struttura e manifestazioni di vita, richiedono soltanto di collocare le piante in una sfera diversa d’anima […]; ma non già escluderle [del tutto] dal [possesso del­l’]a­ni­ma».

Ciò che risulta da tutto questo discorso è che non c’è nessuna “piramide”, “scala” o “gerarchia” tra gli esseri: «le piante non si sottordinano agli animali come esseri inanimati, ma si coordinano ad essi come una specie diversa di esseri animati, o si sottordinano solo riguardo alla specie dell’ani­ma­zio­ne». «La semplice gradualità discendente», scrive Fechner, «è inadatta a rendere il rapporto complesso in cui gli organismi stanno l’uno rispetto all’altro e, comunque si cerchi di disporli, le piante non si potranno mai collocare senz’altro sotto gli animali; ed anche se [per assurdo] ci si riuscisse, si dovrebbe pur sempre attribuire ad esse un’anima d’un grado più basso, sensibile, ma non mai negarla loro totalmente».

Il messaggio finale del libro di Fechner è chiaro: uomini, animali e piante sono tutti esseri senzienti e pertanto stanno tutti sullo stesso piano: nessuna di tali forme di vita “vale di più” delle altre o ha il diritto di credersi padrona delle altre specie e di usarle come se fossero meri strumenti a sua disposizione da sfruttare e sopprimere crudelmente. Tutti i regni della natura concorrono egualmente, ognuno agendo e “pensando” a modo proprio, a mantenere in essere il grande cerchio della vita, che avrà la possibilità di perdurare nel­l’e­si­sten­za solo se ogni tipologia di viventi svolgerà la funzione che è chiamata per natura a esercitare al suo interno.

Il suggerimento che ci proviene dalla lettura di questo suo saggio è allora: cerchiamo di evitare di distruggere il delicato equilibrio creato con tanta sapienza dalla Natura nel corso di milioni di anni soltanto per trarne nell’immediato dei facili profitti economici che potrebbero però avere conseguenze ambientali disastrose a lungo termine, e sforziamoci di non danneggiare gli altri esseri viventi credendoci superbamente superiori a essi. Anche quelli apparentemente meno somiglianti a noi potrebbero infatti essere abitati da una qualche bellissima e sviluppata forma di psichicità. L’ani­ma, in fin dei conti, può nascondersi non solo dietro ai volti dei nostri simili, ma anche all’in­ter­no di corpi fatti di radici, foglie e fiori profumati.

Gianluca Venturini

BIBLIOGRAFIA:
G.T. Fechner, Nanna o l’anima delle piante, a cura di G. Moretti, trad. di G. Rensi, Adelphi, Milano 2008 (1a ed. orig. 1848)

[Immagine tratta da Google Immagini]

Il tenebroso mondo gnostico

Può capitare a tutti a volte di sentirsi ingabbiati, incarcerati, imprigionati in questo mondo e di vedere i nostri desideri calpestati dai suoi abitatori, e di percepire pertanto la realtà che ci circonda come un’entità ostile, estranea, incomprensibile e profondamente maligna. Ma solo gli gnostici hanno saputo fare di questo angosciante sentimento una filosofia sistematica. Secondo questi pensatori, infatti, in questo mondo «tutto è pieno di tenebre… / Tutto è pieno di prigioni; / non c’è via d’uscita, / E si infliggono colpi a tutti coloro che vi giungono» (questo canto e quelli che lo seguiranno sono riportati nel bel libro di H.C. Puech intitolato Sulle tracce della Gnosi).

Per gnosticismo si intende un movimento spirituale e filosofico, le cui radici sono molto probabilmente da ricercare nell’era precristiana, diviso in varie sette e correnti diverse e particolarmente attivo tra il I e il IV sec. d.C. (ma protrattosi, secondo Puech, almeno fino al VII secolo d.C. e in certi casi perfino oltre – i Manichei, ad esempio, sopravvissero fino al XIV secolo, ma si pensi anche ai Mandei, che sono una comunità religiosa tutt’ora esistente), che si propone di far pervenire alla salvezza i suoi seguaci non tanto mediante atti di fede, quanto piuttosto attraverso la conoscenza di come veramente stanno le cose, anche qualora gli scenari dischiusi dalla contemplazione della “verità” siano sconcertanti o terribili da sopportare (gnosis in greco significa per l’appunto “conoscenza”). Tra i maestri gnostici di particolare spicco troviamo Basilide, Valentino, Marcione. Il Cristianesimo nascente combatté ferocemente e con successo questa “eresia” dalle origine sincretistiche, che proclamava di possedere un sapere mistico segreto che, pur essendo stato indicato da Cristo ad alcuni suoi discepoli, sarebbe stato colpevolmente ignorato dalla Chiesa.

Gli gnostici considerano l’uomo come un’anima divina precipitata in quella prigione che è costituita dal corpo (già Platone diceva che il “corpo”, in greco soma, è per l’anima una “tomba”, in greco sema). «Venuto dalla luce e dagli dèi, eccomi in esilio e separato da loro», recita una loro poesia; «Sono un dio e nato dagli dèi, / Brillante, scintillante, luminoso, / Radioso, profumato e bello, / Ma ora costretto a soffrire. / Mi hanno afferrato diavoli senza numero, / Orrendi, e mi hanno tolto la forza. / La mia anima ha perso conoscenza. / Mi hanno morso, tagliato a pezzi, divorato. / […] Contro di me urlano e si lanciano, mi tormentano e mi assalgono…», continua il canto in un crescendo di disperazione.

Del tutto logico, quindi, che gli gnostici, vedendosi incapaci di salvarsi con le proprie mani dal dolore che da ogni lato li assedia e li tormenta, rivolgano a Dio un’accorata richiesta di aiuto: «Possa tu liberarmi da questo profondo nulla, / Dal tenebroso abisso [di questo mondo] […] che altro non è se non tortura, ferite fino alla morte, / E dove né soccorritore né [vero] amico si trovano! Mai, assolutamente mai, [quaggiù] si trova la salvezza; […] / [Non sapendo che cosa fare per salvarmi,] piango su me stesso». Come si può vedere, tristezza, ansia, paura, depressione e un lacerante desiderio di trovare infine una protezione e un riparo sicuro dalle insidie della vita sono le principali tonalità emotive che emergono dai componimenti gnostici.

Sennonché, per gli gnostici, il dio creatore di questo mondo non può salvare. Egli, infatti, proprio come tutti gli dèi celesti minori – che gli gnostici definiscono “Arconti”, cioè “Signori” (dal greco archontes, “governatori” o “comandanti supremi”) – è profondamente malvagio, e non ha alcuna intenzione di tendere la propria mano all’uomo per trarlo fuori dall’incubo in cui è rinchiuso. I versi dell’inno Ad Arimane di Leopardi, pur essendo stati composti per altri scopi e peraltro lasciati incompiuti, possono offrire un perfetto ritratto del giudizio negativo e senza possibilità di appello che è formulato da questa corrente spirituale nei confronti del sommo Autore del­l’uni­ver­so. Qualunque sapiente gnostico avrebbe infatti potuto pronunciare, nel rivolgersi a tale entità minacciosa e malevola, le seguenti parole redatte dal poeta recanatese: «Re delle cose, / autor del mondo, arcana / malvagità, sommo potere e somma / intelligenza, eterno / dator de’ mali e reggitor del moto/ […] Tua lode sarà il pianto, testimonio del nostro patire. [Ma] pianto da me per certo Tu non avrai: ben mille volte dal mio labbro il tuo nome maledetto sarà […]. / Non ti chiedo nessuno di quelli che il mondo chiama beni: ti chiedo quello che è creduto il massimo de’ mali, la morte […]. Non posso, non posso più della vita».

Non è quindi a tale dio che si levano le strazianti preghiere di salvezza formulate dagli gnostici. Esse si rivolgono piuttosto al Dio nascosto e non-creatore che risiede beato “oltre i mondi e oltre i cieli”. Possiamo allora immaginare così il mondo come è visto dagli gnostici: una serie di sfere concentriche, ognuna delle quali (pianeta, stella o cielo che sia) è una sorta di perverso labirinto esistenziale governato da dèi oscuri e colmo di trabocchetti, trappole e vicoli ciechi, nonché infestato da pericoli, nemici e bestie feroci che non vedono l’ora di “fare la pelle” al malcapitato che abbia la sfortuna di imbattersi in essi.

«L’universo materiale» – scrive Hans Jonas nel suo studio intitolato Il principio gnostico – «ossia il dominio degli Arconti, assume [generalmente] la forma di una vasta prigione la cui cella più interna e sotterranea è la terra […]. Intorno ad essa e al di sopra, le sfere cosmiche sono disposte come gusci concentrici». I sistemi gnostici più elaborati arrivano a contare fino a 365 di questi “cieli-guscio”, in ognuno dei quali regna «un’attiva forza demoniaca» che non intende solo opprimere, tiranneggiare e ostacolare le anime dei vivi, ma anche quelle dei morti: «come guardiano della sua sfera, ogni arconte sbarra il passaggio alle anime che tentano la risalita dopo la morte, per evitare la loro fuga dal mondo e il loro ritorno a Dio», puntualizza infatti Jonas.

Al di là di tutti questi orrori, abbiamo detto, sta però la salvezza: oltre i numerosi cerchi cosmici esiste infatti il “Regno della Luce”, abitato da un Dio eterno che è tutto bontà, amore e luminosità. È il “Padre Celeste” annunciato da Gesù. Gli gnostici, quindi, si schierano con il Dio protettivo e misericordioso descritto nel Nuovo Testamento, che ha in Cristo il suo araldo, ma contro quello che essi considerano il Dio collerico e vendicativo del Vecchio Testamento, che avrebbe invece in Mosè il suo testimone (almeno se si segue l’antica tradizione interpretativa – ormai eclissata, ma ovviamente ancora viva al tempo degli gnostici – per cui sarebbe proprio quest’ultimo personaggio l’estensore del “Pentateuco”, l’insieme dei primi cinque libri dell’An­ti­co Testamento).

Pur essendo inconoscibile e misterioso, il buon Dio talvolta si fa sentire: la sua voce conturbante, che riesce a sovrastare per imponenza e autorità quella del folle e malvagio demiurgo di questo mondo, in certe particolari occasioni si rende infatti udibile ad alcuni eletti. Essa parla direttamente ai loro cuori (che in tal modo – dice Clemente Alessandrino negli Stromata – vengono trasformati da «dimora di demoni» a luoghi «beatificati», «santificati» e «risplendenti di luce») per “risvegliarli” e concedere loro particolari rivelazioni, indicazioni e suggerimenti che saranno utili agli iniziati per raggiungere la salvezza tanto agognata.

Si tratta allora, per gli gnostici, di trovare il modo, mediante l’elaborazione del loro sapere esoterico, di oltrepassare tutte le sfere celesti e di uscire così definitivamente dai bui e infernali corridoi del labirinto del­l’esi­sten­za terrena, per andare finalmente incontro a quel perfetto Dio Padre che ha il suo principale messaggero in Gesù, o di sperare che Egli per primo, commosso dai nostri patimenti e dalle nostre invocazioni, e a sua volta desideroso di ripristinare l’Unità perduta, decida di farsi avanti verso di noi, abbattendo le barriere che ci separano da Lui e quindi dalla somma beatitudine.

Gianluca Venturini

BIBLIOGRAFIA:
Hans Jonas, Il principio gnostico, a cura di C. Bonaldi, Morcelliana, Brescia 2011
Henri-Charles Puech, Sulle tracce della Gnosi, a cura di F. Zambon, Adelphi, Milano 2006

[Immagine tratta da Google Immagini]

Sulla fiamma di una candela

Ha comprensibilmente destato preoccupazione, qualche tempo fa, l’affermazione dell’arci­ve­sco­vo Georg Gänswein per la quale Benedetto XVI si starebbe «spegnendo serenamente, come una candela». L’apprensione era tuttavia almeno in parte ingiustificata, perché Gänswein, pronunciando tali parole, non aveva tanto l’intenzione di alludere a una qualche repentina e preoccupante forma di decadimento fisico del pontefice emerito, quanto piuttosto quella di sottolineare che, nonostante gli acciacchi dell’età, Benedetto XVI è comunque ancora in grado di essere una preziosa “fonte di luce” per i cristiani. Se si legge con attenzione il contesto in cui l’affer­ma­zio­ne è stata pronunciata, e non solo i titoli dei giornali, appare chiaro, infatti, che ciò che l’arci­ve­sco­vo intendeva sostenere era che la grande luce di Benedetto XVI, per quanto vada per ovvi motivi progressivamente indebolendosi, brilla ancora intensamente e rimane un punto di riferimento per tutti i fedeli. Resta il fatto che l’espressione utilizzata, soprattutto se letta alla svelta, dava la possibilità di equivocare sul reale stato di salute del pontefice emerito, dato che essa, in italiano, viene per lo più usata per indicare la debolezza, la consumazione, la fragilità, l’estrema prossimità alla morte di chi si trova in tale condizione di “affievolimento”.

In questa più comune accezione, tale espressione non è peraltro qualcosa di sensazionale o di assolutamente inaudito. Si può anzi dire che la nostra cultura abbia da sempre fatto più o meno esplicitamente riferimento a essa quando si è trovata a dover descrivere la natura di ciò che appartiene alla dimensione della temporalità. L’Occidente non afferma infatti forse da secoli e millenni che tutti noi “abitatori del tempo”, in fondo, non siamo altro che “esili fiamme di una candela”? Ciò che accade ogni giorno nel mondo non ci ricorda inoltre costantemente che ogni essere umano, anche se è nel fiore degli anni e nel pieno possesso delle sue facoltà fisiche e mentali, rimane comunque una luce fragile e indifesa, che anche un semplice “soffio di vento” può spegnere all’improvviso e per sempre? E da un paio di secoli a questa parte la nostra cultura non aggiunge forse, e con sempre maggior forza, che a trovarsi in tale precaria situazione non sono solo gli esseri umani, ma sostanzialmente tutte le cose di questo mondo, persino gli “dèi” e i valori supremi che finora erano stati ritenuti stabili, granitici e assolutamente inscalfibili?

Può essere allora interessante tornare a leggere il libro di Gaston Bachelard intitolato La fiamma di una candela, che è tutto dedicato all’esplorazione del significato che ha avuto per letterati e poeti quella straordinaria lingua di fuoco che splende tremante e solitaria sulla sommità dei ceri, che, come già diceva l’antico filosofo greco Eraclito, i mortali accendono per avere «un lume nella notte, quando la vista dei [loro] occhi si è spenta» (fr. 26 B DK). Il proposito del filosofo francese è infatti quello di «meditare sul destino della fiamma» e, così facendo, su quello dell’uomo, della cui vita terrena la vibrante ma vulnerabile fiamma è un grande e potente simbolo. Bachelard riporta a questo proposito una bella poesia di Martin Kaubish, che suona: «Fiamma, alato tumulto, / oh soffio, rosso riflesso del cielo / – chi svelerà il tuo mistero / saprà che cosa è la vita / e la morte».

Certo, ricorda Bachelard, ormai «il mondo va in fretta, il secolo […] accelera. Non è più tempo di lucignoli e candelabri», che erano invece una «coppia indispensabile in una dimora degli antichi tempi». Eppure, ancora oggi, il loro surrogato moderno, la lampada, è «il centro di ogni dimora» e «lo spirito che veglia su ogni stanza». Perché allora voltare impunemente le spalle alla candela, che della lampada è il passato non poi così tanto remoto? Tanto più che – sostiene Bachelard – al cospetto della sua luce tremolante le cose ci appaiono diversamente: la luce della candela, che per poeti e scrittori è l’«astro della pagina bianca», «ci chiama a vedere le cose come se fosse la prima volta». Il potere di attrazione che tale donatrice di luce ha sulla fantasia dell’uomo è tale da poter perfino rapire la mente di chi perde il proprio sguardo in essa e proiettarla nel passato, verso gli antichi bagliori dei primi fuochi che furono accesi nel mondo.

Bachelard sa benissimo che oggi «siamo entrati nell’era della luce amministrata» e che attualmente il «nostro unico ruolo [nei suoi confronti] è girare un interruttore»; ma egli ci vuole trasportare in un tempo lontano, «un tempo dimenticato dagli stessi sogni», in cui «la vecchie domestiche [di casa] custodivano le lampade degli antenati» e «sapevano trovare per ogni grande evento della vita domestica la giusta lampada». In quel tempo, «la fiamma di una candela faceva meditare i sapienti: donava sogni infiniti al filosofo solitario». «Sul suo tavolo», – continua Bachelard – «accanto agli oggetti prigionieri della loro forma, accanto ai libri che istruiscono lentamente, la fiamma della candela richiamava pensieri senza misura, evocava immagini senza limite».

Posare lo sguardo sulla fiamma, oltre che sui libri, consente di comprendere meglio il mondo, perché che cos’è l’universo per la cultura occidentale se non una fiamma che continuamente consuma e rigenera se stessa, e che sprigiona luce finché riesce ad alimentarsi con lo “stoppino” fornitole dai dinamismi della materia? «Dentro una fiamma» – si chiede Bachelard – «non vive forse il mondo? […] Non contiene forse, questa fiamma, tutte le contraddizioni interne che conferiscono a una metafisica elementare il suo dinamismo? Perché cercare dialettiche di idee quando si hanno, nel cuore di un semplice fenomeno, dialettiche di fatti, dialettiche di esseri?».

A Bachelard non sfugge che nella fiamma brillano in piena luce i più antichi problemi ontologici evocati dalla filosofia. Già Roger Asselineau aveva scritto in una poesia che la fiamma è un «ponte di fuoco gettato tra reale e irreale / dell’essere col non essere ogni momento coesistenza», e Bachelard è perfettamente d’ac­cor­do: «i giochi di pensiero dei filosofi che conducono le loro dialettiche dell’essere e del nulla su un tono di pura logica diventano davanti alla luce che nasce e che muore drammaticamente concreti».

Metafora degli sforzi che la luce dell’essere fa per vincere il buio del proprio non essere, la fiamma della candela è anche immagine della lotta che la coscienza umana mette costantemente in atto per fuoriuscire (ed evitare di riprecipitare) nelle tenebre dell’ignoranza. Scrive Bachelard: «il mondo è per me […] il libro difficile rischiarato dalla fiamma di una candela. Perché la candela, compagna della solitudine, è soprattutto la compagna del lavoro solitario. La candela non rischiara una cella vuota, rischiara un libro. Solo, di notte, con un libro rischiarato dalla candela – libro e candela, doppia isola di luce, contro le tenebre doppie dello spirito e della notte».

Sennonché, per il filosofo francese, sembra che da ultimo siano proprio il buio e le tenebre a dover prevalere. Al termine del passo egli scrive infatti: «ma la candela [della coscienza] si spegnerà prima che il difficile libro [del mondo] venga capito». Con questa frase, Bachelard sembra allinearsi alle più pessimistiche correnti di pensiero che trovano posto all’interno della sapienza occidentale. Si pensi ad esempio a Leopardi, che nel maestoso Cantico del gallo silvestre afferma che l’universo farà in tempo a venir distrutto dalle forze che si agitano in esso prima che l’enigma «mirabile e spaventoso dell’esistenza universale» possa venir pienamente compreso dall’uomo.

Eppure queste tonalità cupe sembrano smorzarsi e quasi venir meno quando Bachelard offre al lettore questo tenero ricordo della sua infanzia: «a volte la mia cara nonna riaccendeva, con un fusto di canapa, al di sopra della fiamma, il fumo lento che risaliva il focolare nero. […] E quando la sovrafiamma riprendeva esistenza: “Vedi, piccolo mio”, mi diceva la nonna, “sono gli uccelli del fuoco”. E allora io, che sognavo sempre al di là delle parole della nonna, credevo che quegli uccelli del fuoco avessero il nido nel cuore del ceppo, ben nascosti sotto la scorza e il legno tenero. L’albero, questo custode di nidi, aveva preparato, nell’intero corso della propria crescita, l’intimo nido in cui gli splendidi uccelli del fuoco si sarebbero nascosti. Nel calore di un grande focolare, viene il tempo di schiudersi e di volare via».

Proponendo questo aneddoto, Bachelard sembra infatti quasi voler suggerire la possibilità che anche la fiamma dell’anima umana, dopo la morte, possa rinascere dalle proprie ceneri e librarsi sopra le braci annerite del proprio cadavere, rifulgendo di uno splendore forse anche maggiore di quello che aveva perduto. E, certo, sarebbe davvero magnifico se il fuoco che splende nel profondo di ognuno di noi non fosse spento del tutto dal gelido soffio della morte, ma covasse ancora, nascosto sotto le nostre ceneri, in attesa di esser riacceso e di poter spiccare verso l’alto, in un tripudio di scintille, quello stesso volo liberatorio e vittorioso che Bachelard aveva visto eseguire alle “Fenici domestiche” che da piccolo egli credeva che facessero il loro nido nel caldo cuore della casa di sua nonna, tra i ceppi fiammeggianti del focolare.

Gianluca Venturini

BIBLIOGRAFIA:
G. Bachelard, La fiamma di una candela, trad. di G. Alberti, SE, Milano 2005 (1a ed. it. 1996; 1a ed. franc. 1961)

[Immagine tratta da Google Immagini]

«Essere o non essere?» Teatro, filosofia e nichilismo in Shakespeare

«Shakespeare, incontro di una rosa e di una scure…»: così il filosofo rumeno Emil Cioran descrive l’eccelso poeta inglese in uno dei suoi Sillogismi del­l’ama­rez­za. Poco più avanti, Cioran annota anche: «la Verità? è in Shakespeare; un filosofo non potrebbe appropriarsene senza esplodere insieme col suo sistema». Per un “nichilista” come Cioran, la “Verità” non può che essere il disperato e insensato transitare, da parte delle cose di questo mondo, da quel “nulla assoluto” che precede la loro nascita fino a quel “nulla assoluto” che le attende alla loro morte.

Nel suo affascinante studio Shakespeare filosofo dell’essere (Mimesis, 2011), Franco Ricordi intende mostrare, in qualche modo contraddicendo quanto dice Cioran, che Shakespeare, nelle sue rappresentazioni teatrali, ha sì raggiunto e potentemente espresso quella che per il “nichilismo” del­l’Oc­cidente è la suprema Verità delle cose (ne La tempesta Shakespeare ad esempio scrive: «Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, e la nostra breve vita è circondata dal sonno», cioè dal buio assoluto del nulla), ma proprio perché è stato profondamente filosofo, e non perché ha voltato le spalle alla filosofia, pretendendo illusoriamente di rinchiudersi in una dimensione incontaminata in cui essa non esiste e non fa sentire la propria influenza.

Certo, a volte nelle opere di Shakespeare vengono senza dubbio rivolte delle critiche pungenti alla speculazione filosofica, sicché si può avere l’impressione che il grande drammaturgo abbia “in gran dispitto” tale tipo di sapienza. La celebre battuta di Amleto: «Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia», contribuisce a generare questo equivoco, dando l’impressione che Shakespeare, in fondo, sia persuaso che, nel mondo seducente ma pericoloso in cui tutti noi viviamo, nel quale è necessario tenere sempre gli occhi bene aperti, la filosofia rischi di velare e appannare la vista degli uomini più che aumentare nettamente la loro capacità di visione.

Un altro episodio che sembra confermare l’atteggiamento critico di Shakespeare nei confronti di tale forma di sapere si trova in Romeo e Giulietta: a un Frate Lorenzo che cerca di offrire a Romeo il «dolce latte» della filosofia, che, secondo il religioso, avrebbe la straordinaria virtù di consolare e mitigare ogni sventura, quest’ul­ti­mo risponde di voler addirittura impiccare la filosofia, di cui non sa assolutamente che farsene: «Alla forca la filosofia! Se non può darmi Giulietta, […] la filosofia non giova a nulla, non può nulla; non me ne parlare».

Ma, osserva giustamente Ricordi, in queste come in altre occasioni a essere sotto attacco non è la filosofia in quanto tale, ma un certo tipo di filosofia. Ad essere oggetto di critica da parte di Shakespeare non è cioè la filosofia in generale, ma è quella “cattiva” filosofia che, invece di aiutarci a comprendere la vita, si separa da essa, astraendo «dal corpo e dalla contingenza dell’uomo» e diventando un’«astratta costruzione che non ha nulla a che fare con la realtà e con le possibilità concrete – e anche artistiche – dell’espressione umana». E di questo tipo di filosofia non solo Shakespeare, ma chiunque – anche la stessa comunità dei filosofi – ha buone ragioni per disinteressarsi (si può ricordare che anche Gustavo Bontadini, che è stato un pensatore italiano di primo piano nel Novecento, ebbe occasione di dire che «la vita potrà sempre, con fondamento di diritto, ignorare la filosofia, se questa per prima si sarà disinteressata della vita»).

Shakespeare, allora, nonostante le apparenze in senso contrario, dà voce eccome alla filosofia; anzi, la mette in scena, la drammatizza. La filosofia è anche questo per Shakespeare: «“amore per il sapere”, inteso quest’ultimo semplicemente come “mondo”, l’amore per tutte le situazioni che si presentano al mondo, e la possibilità di renderle tutte materia per la scena». La caratteristica principale della “filosofia del dramma” di Shakespeare, per Ricordi, è proprio quella di far «vivere la filosofia come concreta situazione umana, in carne e ossa, pur rappresentando il problema fondamentale del pensiero, la domanda sul senso dell’essere che pervade la storia del­l’Oc­ci­den­te». Una domanda che risuona senz’altro in tutta la sua grandezza nella battuta «Essere o non essere, questo è il dilemma», che apre il famoso monologo di Amleto.

In modo forse inaspettato, Shakespeare, nella lettura che Ricordi ne dà, appare filosoficamente molto vicino alle posizioni di Leopardi. Come il poeta recanatese, anche il sommo drammaturgo inglese, infatti, sarebbe giunto a comprendere che non il Dio trascendente delle religioni, ma il Tempo è il Re del mondo e del­l’uo­mo (Leopardi, è vero, non parla di “Tempo”, ma di “Natura”, ma il concetto è il medesimo: l’As­soluto, il Supremo, non è un Dio nascosto chissà dove al di là del mondo, ma è proprio quel divenire dell’essere che sta sotto gli occhi di tutti). «Il Tempo è il re degli umani, loro creatore e, insieme, loro sepolcro, […] ad essi assegna ciò che vuole lui, e non quello che essi domandano», si legge infatti in Pericle, principe di Tiro.

E se Leopardi, nello Zibaldone, non ha timore di trarre da ciò l’amara verità, e cioè che, poiché tutto ciò che esiste è destinato a consumarsi e a spegnersi, allora «tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione», «tutto è nulla, solido nulla», nemmeno Shakespeare è da meno, e infatti nel­l’at­to IV di Antonio e Cleopatra fa declamare alla regina d’Egit­to, ormai disillusa e pronta al suicidio, esattamente le stesse parole: «ora tutto è nulla». In un altro notissimo dramma, Romeo e Giulietta, lo stesso concetto viene espresso da Romeo: «Oh amore odioso! Oh odio amoroso! Oh tutto fatto di nulla! […] Informe caos di cose leggiadre!». Sempre la stessa idea di base, ma espressa in modo ancora più poderoso, la ritroviamo nel dramma intitolato Il racconto d’inverno, in cui Leonte, re di Sicilia, reso folle dalla gelosia, esclama: «Il mondo e tutto ciò che esso contiene è niente. Niente è il cielo che lo sovrasta; un niente la Boemia, un niente mia moglie. E niente nasce da tutti questi niente, se tutto ciò è niente».

Un altro punto di convergenza tra Shakespeare e Leopardi è l’idea della morte come unico vero rimedio al dolore; uno struggente desiderio di porre fine ai propri giorni fiorisce infatti in quei personaggi che più vengono toccati dalle terribili sofferenze dell’esistenza. Oltre al suicidio delle due celebri coppie di amanti (Antonio e Cleopatra, Romeo e Giulietta), si possono ricordare le parole pronunciate da Riccardo II, che, nel dramma a lui dedicato, si rende “leopardianamente” conto che la sofferenza permea l’esistenza in quanto tale, non solo quella di coloro che hanno il sangue nobile: «Con la mia sola persona recito le parti di molti personaggi», afferma il sovrano, «ma nessuno contento della sua sorte. Talvolta sono re, ma poi i tradimenti mi fanno desiderare di essere un mendicante, e lo divento; poi la miseria opprimente mi convince che stavo meglio quando ero sovrano, e torno ad essere re; […] ma chiunque io sia, né io né alcun altro che sia uomo saremo mai contenti di nulla, finché [con la morte] non troveremo il nostro sollievo nell’essere nulla».

La decisione di Ricordi di rivolgersi proprio a Shakespeare come interlocutore privilegiato non è casuale, né esclusivamente dettata dalla fama planetaria goduta in ogni tempo dal Bardo di Stratford. Secondo Ricordi, gli eventi che hanno avuto origine a partire da quanto accaduto ­l’11 settembre 2001 hanno pienamente confermato che viviamo in un’epoca di “nichilismo spettacolare”, o, in altri termini, in una “guerra d’immagine” che non sembra voler accennare a finire. Risulta allora di estremo interesse tornare a guardare con occhi nuovi l’opera del poeta inglese, che di tale forma “teatrale” ed “esibizionista” di nichilismo avrebbe avuto più di un presagio, in modo da attingere gli elementi necessari per poter decifrare e comprendere appieno la nostra epoca, che Ricordi non esita a definire “shakespeariana”.

 

Gianluca Venturini

 

nuova-copertina-abbonamento-2020

La saga di Harry Potter come “meditatio mortis”

L’uscita quasi contemporanea del libro Harry Potter e la maledizione dell’erede e del film Animali fantastici e dove trovarli può costituire un’occasione per andare a recuperare i sette volumi che compongono la saga di Harry Potter e reimmergersi nella loro lettura. Molti dettagli che magari quando eravamo più giovani avevamo tralasciato o ci erano semplicemente sfuggiti potrebbero, ora che siamo più grandi, saltare subito all’occhio e gettare nuova luce sulla vicenda che ha accompagnato e reso ‘magica’ l’infanzia e l’adolescenza di tutti noi.

Può essere d’aiuto, in questa impresa di riscoperta, la lettura di qualche bel libro di appro­fon­di­men­to, come ad esempio Filosofando con Harry Potter, di Laura Anna Macor. Il volume è di grande interesse perché capovolge con decisione il ‘pregiudizio’ per cui J.K. Rowling non avrebbe fatto altro, nella sua storia fantasy, che riproporre per l’ennesima volta una variazione sul classico tema dell’eterna lotta tra il bene e il male. Macor riesce infatti a dimostrare che, sebbene tale conflitto giochi senza dubbio un ruolo importante nella saga, il vero nucleo narrativo di quest’ul­tima non consiste tanto nella ‘scontata’ contrapposizione tra i ‘buoni’ e i ‘cattivi’, ma in una battaglia ben più decisiva, che impegna l’uomo fin dalla notte dei tempi: quella con la morte.

In altre parole, secondo la studiosa, se si leggono i libri della Rowling con occhio attento, appare che il centro del discorso da essi condotto è costituito innanzitutto dal fatto che tutti i personaggi, ‘puri di cuore’ o i ‘malvagi’ che siano, sono chiamati a prendere posizione nei confronti della morte. Non bisogna dunque farsi ingannare dal fatto che il contrasto tra personaggi positivi e negativi sia posto in primissimo piano: esso, per quanto decisivo, è in qualche modo un fenomeno ‘di superficie’ che richiede, per essere adeguatamente compreso, di essere letto alla luce di un significato più profondo, che costituisce il ‘sottosuolo’ della saga.

Certo, ricorda la studiosa, per quanto nella storia di Harry Potter ci siano «molti temi secondari, peraltro fortemente attuali, come la discriminazione su base etnico-razziale, l’emancipazione di categorie socialmente sfruttate, la lotta al pregiudizio, […] questo però non toglie che il perno su cui ruota tutta la storia sia, con le parole della stessa Rowling, il ‘tentativo di trovare un senso alla morte’». A ben vedere, quindi, i sette libri di Harry Potter conterrebbero «una gigantesca, avvincente e riuscitissima meditazione sulla morte», che non avrebbe «niente da invidiare al Fedone platonico o ai virtuosismi teoretici di Essere e tempo». Nella storia del mago più famoso di sempre ci sarebbe dunque ben di più di quanto appare a un primo sguardo.

Che la morte sia «il vero interlocutore dei personaggi principali della storia» e il meccanismo che «determina in misura decisiva l’evol­ver­si della vicenda» appare chiaro se si pensa ai due personaggi chiave della saga: Harry Potter e Voldemort. Come tutti sanno, la storia comincia proprio perché Harry si salva ‘miracolosamente’ da un incantesimo mortale scagliato contro di lui da Voldemort, e prosegue descrivendo il modo in cui il giovane mago riesce sempre, durante ogni anno trascorso a Hogwarts e in generale all’interno della comunità magica, a ostacolare i piani del Signore Oscuro, evitando nel contempo di essere ucciso da lui.

Per quanto riguarda poi Voldemort, è indicativo il fatto che il suo vero nemico, in effetti, non sia né Harry Potter, né Silente, né gli Auror, ma proprio la Morte, che costituisce una vera e propria «ossessione» per Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato. È infatti proprio il terrore per il proprio decesso (oltre che il desiderio di ottenere una fama imperitura e un posto di rilievo nella storia della magia) a indurre Voldemort, sin da quando è un giovane studente, a informarsi sulle modalità di creazione e di funzionamento degli ‘Horcrux’, dei particolari manufatti magici, creabili solo mediante omicidio, che consentono a frammenti della propria anima di sopravvivere anche se il proprio corpo viene distrutto.

Secondo Laura Anna Macor, ciò che i ‘cattivi’ del mondo di Harry Potter e in particolare Voldemort non sembrano capire è che esiste qualcosa di peggiore della morte: la perdita della propria umanità o della propria ‘anima’. Peggio della morte, per i ‘buoni’, è ad esempio tradire i propri amici o essere responsabili della loro morte (come Peter Minus), o commettere turpi azioni per restare in vita a ogni costo (come fa Voldemort); ma peggio della morte è anche «la condizione di chi sia stato spogliato dalla sua anima dal Bacio dei Dissennatori» (come accade a Barty Crouch Junior), o «la sorte di Frank e Alice Paciock», i genitori di Neville, «torturati fino alla pazzia da un gruppo di Mangiamorte».

Se dunque i membri dell’Ordine della Fenice sono convinti che vi sia «un ordine di ragioni superiore al mero impulso alla sopravvivenza, alla richiesta biologica di salvaguardia personale», e che pertanto non sia negabile «la priorità di dignità e giustizia rispetto al mantenimento dell’esi­sten­za a tutti i costi», i Maghi Oscuri sono invece persuasi che «la morte [sia] il peggiore dei mali, di fronte al quale qualsiasi alternativa diventa legittima». Lo scontro tra queste due visioni del mondo è riassunta nello scontro tra Voldemort e Silente che ha luogo nel Ministero della Magia:

“Niente è peggio della morte, Silente!”, ringhiò Voldemort.
“Ti sbagli”, replicò Silente. […] “In verità, l’incapacità di capire che esistono cose assai peggiori della morte è sempre stata la tua più grande debolezza”.

Ciò che Voldemort non vede è che la morte, propria o altrui, per quanto sia innegabilmente un fatto drammatico e tragico, può essere ‘accettata’, e persino essere foriera di eventi ‘positivi’ di maturazione e cambiamento. Il trauma derivante dalla visione della morte altrui può ad esempio essere un viatico per una «conversione integrale» della persona e per un «riassestamento dei suoi punti cardinali»; si pensi ad esempio a Piton, che, dopo la morte dell’amata Lily, deciderà di tradire Voldemort e passare dalla parte dell’Ordine della Fenice. Ma si pensi anche al fatto che morire può essere anche un modo per proteggere chi amiamo: sarà proprio il sacrificio di Lily Evans, la madre di Harry, a formare uno scudo magico intorno al figlio neonato e a permettergli di sopravvivere alla più potente delle Maledizioni senza perdono e quindi, a lungo termine, a consentirgli di sconfiggere Voldemort. Lily accetta la morte per permettere al proprio figlio di vivere e quindi per far sì che il Male abbia termine.

Se si vedono le cose da questo punto di vista, si può capire che «il vero padrone della Morte […] non cerca di sfuggirle. Accetta di dover morire e comprende che vi sono cose assai peggiori nel mondo dei vivi che morire». Ciò che la saga ci insegna è che solo mediante la «coraggiosa accettazione e [il] riconoscimento del limite dell’umano, la cui mortalità non necessariamente implica un difetto», potremo congedarci da questa vita andando incontro alla morte a testa alta, «da pari a pari», salutandola al suo arrivo «come [se fosse] una vecchia amica». «In fin dei conti», dice Silente, «per una mente ben organizzata, la morte non è che una nuova, grande avventura».

 

Gianluca Venturini

 

BIBLIOGRAFIA
L.A. Macor, Filosofando con Harry Potter. Corpo a corpo con la morte, Mimesis, Milano-Udine 2011.

[Immagine tratta dal film Harry Potter e i doni della morte – pt. II]

banner-pubblicitario7

È meglio viaggiare tra le stelle o nel profondo dell’anima? Jung risponde

Per quanto la missione europea ExoMars non sia perfettamente riuscita, rimane comunque vero che imprese come questa confermano ogni giorno di più l’impressione che la rotta sia ormai tracciata: il pianeta Terra al­l’uo­mo non basta più, ed è quindi arrivata l’ora di incominciare a pensare a una nuova dimora per l’umanità. Le prospettive e gli scenari che si stanno aprendo sono senz’altro emozionanti, ma non tutti guardano con entusiasmo all’avventura che la specie umana si accinge a compiere nello spazio profondo. Pochi mesi prima di morire, Carl Gustav Jung, fondatore della psicologia analitica, dichiarò ad esempio in un’intervista: «i voli spaziali sono solo un’eva­sio­ne, una fuga da noi stessi, perché è più facile andare su Marte o sulla Luna che non penetrare il proprio essere». Era il gennaio del 1961; appena otto anni dopo l’uomo avrebbe mosso i primi passi sulla superficie lunare con la missione Apollo 11.

La frase di Jung può, oggi come allora, destare qualche perplessità, ma non bisogna pensare che il famoso psicologo svizzero fosse un uomo incapace di guardare al futuro. Il percorso che Jung intende proporre all’Occidente non è infatti alternativo rispetto a quello già imboccato dal progresso tecnico e scientifico, ma è piuttosto un sentiero complementare a esso: egli sta suggerendo al­l’uo­mo moderno di ricordarsi di viaggiare nel profondo della propria anima, oltre che tra le stelle del cielo. Ciò che Jung cerca di dire a tutti noi è che c’è un mondo – anzi, un vastissimo universo – da esplorare non solo al di sopra delle nostre teste, ma anche all’interno della nostra stessa mente. Secondo Jung, infatti, «l’anima contiene non meno enigmi di quanti ne abbia l’universo con [tutte] le sue galassie», e solo scoprendo che cosa alberga all’interno di sé, l’uomo potrà veramente esprimere tutte le proprie potenzialità.

Jung, nel corso della sua lunga e fortunata carriera, ha scritto letteralmente fiumi di parole per cercare di descrivere le infinite costellazioni che ognuno di noi (e l’umanità nel suo complesso) porta nel proprio intimo. «È [proprio] questo» – egli afferma – «che intendo per psicoanalisi: scandagliare l’anima alla ricerca dei fattori psicologici nascosti». Si può senz’altro dire che egli sia stato l’autore di una delle teorie sulla psiche più profonde e ardite che siano mai state concepite. A differenza di Freud, che riteneva che l’inconscio fosse «soprattutto materiale rimosso, una sorta di discarica per le esperienze spiacevoli», Jung credeva che esso fosse «un fattore reale, autonomo, capace di agire in modo indipendente [dalla coscienza]». Per Jung, infatti, oltre all’in­con­scio personale individuato da Freud, che è diverso per ognuno di noi perché consta delle esperienze negative e traumatizzanti che abbiamo cercato di rimuovere e censurare, esiste anche un inconscio collettivo, che è identico per tutti gli esseri umani.

Tale tipo di inconscio è popolato dagli archetipi, che sono a tutti gli effetti dei ‘fossili psichici’, ovvero esperienze umane universali che, con il passare di innumerevoli generazioni, si sono cristallizzate e sedimentate nella struttura mentale della nostra specie. Scrive Jung: «così come l’essere umano ha un corpo, che in linea di principio non si differenzia da quello degli animali, anche la sua psicologia possiede per così dire dei piani inferiori, nei quali dimorano ancora gli spettri di epoche passate dell’umanità, come le anime animali del periodo del­l’an­tro­popi­teco, poi più in basso la ‘psiche’ dei sauri a sangue freddo e, infine, al livello più profondo, il mistero trascendente e il paradosso dei processi psicoidi del [sistema nervoso] simpatico e […] parasimpatico».

Jung sottolinea spesso che gli archetipi sono entità cariche di energia psichica, che, se viene sfruttata nel modo corretto, può portare gli uomini a conseguire grandi risultati, ma, se non viene adeguatamente espressa e incanalata, può portare la psiche umana a ‘ristagnare’ e a marcire, o anche ad andare in ‘corto­cir­cui­to’ e a incendiarsi, ossia a cadere preda della follia. Si può in questo senso paragonare l’inconscio a una pentola a pressione, che, se usata con saggezza, può cuocere a dovere quanto viene messo al suo interno e produrre così del buon cibo, ma, se viene ‘scoperchiata’ al momento o nel modo sbagliato, può esplodere e distruggere in un istante non solo la mente dei singoli, ma anche quella di interi popoli, se a ‘saltare in aria’ è non l’inconscio personale ma l’in­conscio collettivo.

«L’inconscio collettivo», sostiene Jung, «è più pericoloso della dinamite, tuttavia c’è il modo di maneggiarlo senza correre troppi rischi». Le attività artistiche, religiose e culturali permettono infatti al­l’e­­ner­gia contenuta negli archetipi di defluire verso la coscienza nel modo corretto, evitando che essa si accumuli in quantità eccessive per poi deflagrare all’improvviso in forma vulcanica e violenta. Proprio per questo, secondo Jung, dovremmo coltivare di più le doti creative che usualmente reprimiamo e teniamo nascoste: ciò, infatti, permette al nostro organismo di ripulirsi dalla «spazzatura psichica» che conserva al suo interno e di «fare spazio al libero gioco della fantasia».

Lo scopo non è necessariamente quello di esibirsi in chissà quali grandi opere o azioni, ma di trovare una nuova consapevolezza di sé, che si può rivelare anche nell’impegno che mettiamo nelle cose semplici e nei piccoli gesti quotidiani che rendono bella la vita, come preparare il caffè la mattina o piantare un cavolo nell’orto: «volgiamo lo sguardo della coscienza dentro la psiche per scoprire che cosa vi si cela. Cerchiamo di capire che cosa possiamo fare, ciascuno nel suo piccolo. Se pianto un cavolo nel modo giusto, ecco che nel mio pezzettino di orto ho reso un servizio al mondo. Che cosa potrei fare di meglio?».

«L’uomo in pace con se stesso», conclude Jung, «dà il suo infinitesimale contributo al bene del­l’uni­ver­so. Ognuno presti […] attenzione ai suoi conflitti interiori e personali e avrà ridotto, [anche se solo] di un milionesimo di milione, la conflittualità del mondo». Come a dire che se vogliamo veramente avere cura dell’universo e del pianeta che abitiamo, dobbiamo innanzitutto partire da noi stessi. In fin dei conti, anche sbrigare qualche faccenda nel nostro giardino o fare una carezza a chi ci vuol bene è un modo per esplorare e conoscere un po’ meglio il firmamento infinito che ci avvolge e ci ospita.

Gianluca Venturini

Sono nato a Treviso nel “lontano” 1989. Al Liceo Berto di Mogliano Veneto ho scoperto la filosofia. Fu in qualche modo amore a prima vista, ma non potevo immaginare che da lì a qualche anno sarebbe diventata una delle grandi “luci” della mia vita. Stregato dalla profondità inaudita dei pensieri che scaturivano da tale disciplina e conquistato dalla grande libertà intellettuale che essa rendeva possibile, decisi di seguirne le tracce iscrivendomi all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove mi sono laureato prima in Filosofia nel 2011 e poi in Storia nel 2013. Attualmente sto completando gli studi che mi porteranno a conseguire la laurea magistrale in “Filosofia della società, dell’arte e della comunicazione”.

BIBLIOGRAFIA:
C.G. Jung, Opere, vol. 8: La dinamica dell’inconscio, a cura di L. Aurigemma, Bollati Boringhieri, Torino 2008.
C.G. Jung, Opere, vol. 14: Mysterium coniunctionis, a cura di L. Aurigemma, Bollati Boringhieri, Torino 2008.
C.G. Jung, Jung parla. Interviste e incontri, a cura  di W. McGuire e R.F.C. Hull, trad. di A. Bottini, Adelphi, Milano 2009.

Il cosmo e Leopardi

Al giorno d’oggi, sono soprattutto i fisici a interessarsi del destino dell’universo. Diversi sono gli scenari possibili: forse nei prossimi miliardi di anni l’infinita distesa delle stelle e dei pianeti rimarrà più o meno così come la vediamo oggi, o forse una continua e inarrestabile espansione porterà l’intero cosmo al congelamento e alla “morte termica”. Un’altra ipotesi non ancora del tutto smentita è la possibilità del cosiddetto “Big Crunch” (l’esatto opposto del “Big Bang”): l’universo che, invece di espandersi, si contrae e ripiega su di sé, annientando e riducendo a un punto inesteso se stesso e quanto era al suo interno.

Ma, un tempo, la domanda su quale sia il futuro che attende quanto è in Natura era innanzitutto un interrogativo da filosofi, da teologi, da letterati. Giacomo Leopardi, ad esempio, si è posto esattamente questo problema in due magnifici componimenti racchiusi in quella affascinante raccolta di scritti che porta il titolo di Operette morali, e ha tentato di risolverlo non mediante l’uso di qualche complicato e costoso apparecchio scientifico, ma soltanto facendo uso del proprio intelletto.

Nel primo dei due testi, il Cantico del gallo silvestre, Leopardi riporta un discorso tenuto proprio su questo tema – il futuro del mondo – da un certo leggendario gallo selvatico che, secondo alcuni maestri e scrittori ebrei, non solo sarebbe immensamente saggio (e dunque dotato, proprio come l’uomo, della ragione e dell’uso della parola), ma avrebbe anche dimensioni colossali (esso infatti, affermano i resoconti, «sta in sulla terra coi piedi, e tocca colla cresta e col becco il cielo»).

L’orazione pronunciata dal gallo silvestre intende indagare innanzitutto la natura umana, sviluppando poi considerazioni cosmologiche di più vasta portata. In particolare, il gallo rileva un’ana­logia tra quella che è la tendenza della coscienza in stato di veglia (spegnersi nel sonno) e quella che è la tendenza insita in ogni essere (il dirigersi inesorabilmente verso l’istante della propria distruzione). Questa simmetria non è casuale: a chi abbia occhi per vedere, infatti, appare chiaramente che «l’essere delle cose abbia per proprio ed unico obbietto il morire», ossia abbia come “obbiettivo”, scopo e destino finale il proprio annientamento. Basta guardarsi attorno per verificare di persona come «in ogni opera sua la natura è intenta e indirizzata alla morte. […] Ogni parte dell’uni­verso si affretta [infatti] instancabilmente alla morte, con sollecitudine e celerità mirabile». La vita e la coscienza – entrambe configurazioni dell’essere – sono delle parabole che tendono irrimediabilmente verso il luogo del loro stesso tramonto e spegnimento.

Sulla base di queste considerazioni, lo sguardo del gallo si fa poi di gran lunga più ampio, arrivando ad abbracciare e a descrivere non solo le sorti della razza umana, ma perfino quelle dell’inte­ro universo. An­ch’es­so infatti, come tutte le cose, «continuamente invecchia»; anch’esso condivide il destino comune a «qua­lunque [altro] genere di creature mortali, la massima parte del [cui] vivere è un appassire». Tenuto conto di ciò, il gallo può formulare la grande profezia con cui si chiude il terribile e maestoso Cantico: «tempo verrà» – dice il sapiente animale – «che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta». È la fine di tutte le cose: dei «grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età», non rimarrà infatti né «segno né fama alcuna: parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà neppure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso [ovvero: “il meraviglioso e terribile enigma dell’esistenza, prima di essere adeguatamente compreso e risolto dal­l’uma­nità”], si dileguerà e perderassi».

All’interno di questo scenario apocalittico, che assegna al cosmo nel suo complesso il destino di precipitare nel buio di un nulla senza fine, sembra però ancora essere possibile un ultimo barlume di speranza. Esso ci è offerto da Leopardi nell’altro testo delle Operette di cui intendiamo parlare: il Fram­mento apocrifo di Stratone di Lampsaco. In esso, l’antico filosofo Stratone (cioè Leopardi stesso) osserva che «i diversi modi di essere della materia, i quali si veggono in quelle che noi chiamiamo creature materiali, sono caduchi e passeggeri; ma niun segno di caducità né di mortalità si scuopre nella materia universalmente»; infatti, afferma Stratone, mentre «le cose materiali […] periscono tutte» e hanno tutte «fine» e «incominciamento», «noi veggiamo [al contrario] che la materia [in generale] non si accresce mai di una eziandio menoma quantità, [e che] niuna anco menoma parte della materia si perde, in guisa che [= “di modo che”] essa materia non è sottoposta a perire». Ne risulta che «la materia stessa niuno incominciamento ebbe, cioè a dire che ella è per sua propria forza ab aeterno», sicché «si dovrà giudicare che […] non provenga da causa alcuna» e che, nonostante il «continuo trasformarsi delle cose da una in altra», la materia in se stessa non sia per questo «venuta meno in qual si sia particella».

Dopo aver richiamato, con tali parole, il principio di conservazione della quantità di materia (e quindi dell’energia), Stratone ne deduce che, qualora le forze che agitano la materia dovessero distruggere l’universo attuale, allora, «venuti meno i pianeti, la terra, il sole e le stelle, ma non la materia loro, si formeranno [necessariamente] di questa [= “a partire da questa”] nuove creature, distinte in nuovi generi e in nuove specie, e nasceranno per le forze eterne della materia nuovi ordini delle cose ed un nuovo mondo». Stante l’eternità delle singole particelle di materia, infatti, la distruzione di un universo (il quale altro non è se non l’insieme delle relazioni temporaneamente intrattenute da tali particelle) non può che essere seguita dalla creazione di un altro universo ancora, non certo dal nulla assoluto.

Questo nuovo scenario cosmologico è di gran lunga più rassicurante del precedente, in quanto non conduce più gli esseri umani di fronte a quel cupo e atroce scenario in cui consiste l’ince­ne­ri­men­to totale, definitivo e senza possibilità di ritorno dell’intero universo. Certo, alcune righe di Leopardi lasciano intuire che egli ritenga che l’oscura profezia enunciata dal “gallo silvestre”, nonostante tutta la sua carica negativa, possa apparire per certi versi esteticamente più appagante della pur affascinante conclusione raggiunta da “Stratone” nel suo ragionamento perfettamente consequenziale. Nel § 261 dello Zibaldone, egli scrive infatti: «il sentimento del nulla […] è il sentimento di una cosa morta e mortifera. Ma se questo sentimento è [reso] vivo [ed è stimolato e innalzato dal canto poetico], […] la sua vivacità prevale nell’animo del lettore alla nullità della cosa che fa sentire, e l’anima riceve vita (se non altro passeggiera) dalla stessa forza con cui sente la morte perpetua delle cose, e sua propria». Ma che Leopardi, da ultimo, propenda proprio per l’ipotesi di un’e­ter­­na rinascita dell’universo dalle sue ceneri è certo, perché egli stesso, in una nota autografa inclusa nella seconda edizione delle Operette morali e posta in calce al Cantico del gallo silvestre, dichiara che la teoria lì presentata ha una «conclusione poetica, non filosofica. Parlando filosoficamente, [infatti,] l’esi­stenza, che mai non è cominciata, non avrà mai fine».

 

Gianluca Venturini

 

BIBLIOGRAFIA:
1. Leopardi, Operette morali, a cura di P. Ruffilli, Garzanti, Milano 2011 (1a ed. orig. 1827);
2. Leopardi, Zibaldone di Pensieri, a cura di A.M. Moroni, Mondadori, Milano 2008, 2 voll.

copabb2019_ott