Come pecore in mezzo ai lupi: rischi e speranze della Chiesa in Cina

Nei paesi occidentali, cristianizzati da secoli e abituati a vedere il ruolo come primariamente amministrativo, tendiamo a scordarcelo, ma la parola vescovo deriva dal greco επίσκοπος (epìskopos), ovvero “guardiano, sorvegliante”. Uno dei segni distintivi del vescovo, ancora oggi, è il bastone detto “pastorale”, modellato appunto su quello usato dai pastori sugli alpeggi. Ciò che il vescovo sorveglia, quindi, non è tanto l’integrità della dottrina, sebbene abbia anche funzioni da scolarca, né la funzionalità della diocesi, sebbene sia anche amministratore e tecnarca, quanto piuttosto il gregge stesso, quelle “pecorelle” affidate da Cristo in persona a Pietro dopo la Resurrezione (Gv. 15-17).

L’immagine non è solo un espediente poetico del linguaggio figurativo: nelle prime comunità cristiane che vivevano sotto la minaccia dell’Impero Romano, così come ancora oggi in paesi in cui il cristianesimo e il cattolicesimo in particolare subiscono persecuzioni di qualsiasi forma, il vescovo è il primo difensore del gregge, colui che, su modello di Cristo, «cammina davanti» al popolo per guidarlo, che è ascoltato «perché le pecore conoscono la sua voce», e che non fugge davanti al pericolo come fanno «i mercenari», «dà la vita» per loro, spesso letteralmente (Gv. 10,1-18).
L’episcopato, quindi, non è un elemento marginale all’interno della Chiesa cattolica, né di puro prestigio personale o di potere. I “principi della Chiesa”, salvo tristemente note e giustamente scandalose eccezioni e corruzioni, sono chiamati ad essere i primi servi, i “successori degli Apostoli” prima di tutto nel senso dell’immolazione di sé per il popolo dei credenti.

Considerate le premesse, non sorprende lo sconcerto e l’indignazione accompagnati alla nomina dei vescovi in Cina. Se in ogni parte del mondo i vescovi cattolici sono selezionati e ordinati all’interno della Chiesa, nella sempre diffidente e accentratrice Cina le modalità sono diverse dal 1957, da quando cioè la Repubblica Popolare Cinese ha riconosciuto la presenza di cattolici sul proprio territorio e ha fondato l’Associazione Patriottica Cattolica Cinese, una parodia nazionalista e politicamente schierata della Chiesa cattolica, che non ha alcun vincolo di fedeltà al Papa o alla Chiesa di Roma ma riconosce come autorità suprema, anche religiosa, lo stato. Nonostante il governo cinese si sia ostinato a riconoscere l’esistenza solo di questo “cattolicesimo di partito”, nel corso degli anni si è andata imponendo all’attenzione mondiale la lotta per la sopravvivenza di una chiesa “sotterranea”, “da catacombe” come le prime comunità a Roma, che professa un’aderenza al cattolicesimo reale in opposizione a quello statalizzato. Il cattolicesimo, in Cina, è perciò diviso in due: da un lato uno ufficiale, i cui vescovi sono nominati dal partito e insegnano un’assoluta deferenza alla suprema autorità morale (e sacrale) che è lo Stato, e una clandestina, i cui vescovi e i cui membri, se scoperti dalle autorità, vengono arrestati e detenuti nei centri di rieducazione.

Nonostante, o forse a causa di, repressioni e condanne, la chiesa clandestina continua a crescere in numero di fedeli, mentre la religio instrumentum regni di Pechino rimane statica e sterile, una scuola di partito mascherata da istituzione religiosa. Ha stupito e, al solito, indignato molti il fatto che Papa Francesco sia “sceso a patti” con la chiesa di Pechino, lo scorso 22 settembre, firmando accordi storici in base ai quali il Papa ha riconosciuto l’ufficialità di sette vescovi nominati dal governo, ottenendo in cambio la possibilità di esprimersi sulle future nomine. Il rischio appare grande, e pur non trattandosi queste di trattative diplomatiche tra Cina e Vaticano ma di intese «con finalità spirituali e pastorali»1, sono comprensibili i timori di chi vede un pericoloso precedente che legittimi la presenza di pastori poco interessati alla cura del gregge e più al suo asservimento, di “mercenari” che non solo, evangelicamente, potrebbero fuggire di fronte ai lupi, ma potrebbero rivelarsi perfino essi stessi lupi in veste di pastori.

I primi frutti positivi dell’accordo, però, si sono visti già il 3 ottobre, con l’arrivo a Roma, per la prima volta nella storia, di due vescovi cinesi autorizzati dal governo a presenziare alle attività del Sinodo dei vescovi sui giovani, segnale di apertura senza precedenti nelle difficili relazioni tra le due “chiese cattoliche rivali” che ha visibilmente commosso Francesco durante la cerimonia di apertura.
Fu Pio XI, giustificando i Patti Lateranensi con Benito Mussolini, a dichiarare: «Se si trattasse di salvare un’anima, di evitare un male più grande per la salvezza delle anime, avremmo il coraggio di scendere a patti anche col diavolo in persona», e in questo Francesco parrebbe essere decisamente d’accordo. Resta da vedere, però, se le pecore affidate in ugual misura a pastori e mercenari resisteranno alla prova del lupo.

 

Giacomo Mininni

 

NOTE
1. Messaggio del Santo Padre ai cattolici cinesi e alla Chiesa universale

[Immagine: chiesa Santa Trinità a Taiwan, archivio personale]

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La virtù dimenticata: elogio della vergogna

La vergogna non gode buona fama nella cultura occidentale, specie dopo che l’illuminismo francese la relegò ad essere un triste strascico della tradizione oscurantista cristiana, strettamente legata al senso di colpa e al monopolio etico della Chiesa, e fortunatamente in estinzione. Nonostante le previsioni di Voltaire e compagni, però, la vergogna è rimasta una scomoda compagna anche dell’uomo laicizzato e illuminato, tanto che la filosofa ungherese Ágnes Heller, nel suo Il potere della vergogna del 1983, ne fa vero e proprio mal du siècle, una sorta di patologia morale amplificata dalla società di massa. Costantemente controllato dall’occhio vigile dell’opinione pubblica, l’individuo, specie se donna, si troverebbe in uno stato di vergogna costante, sempre mettendo in questione ogni scelta personale, dal capo d’abbigliamento indossato alle scelte di vita relazionale.

Seguendo il ragionamento di Heller, si potrebbe dedurre che trent’anni dopo, nell’epoca dei social network in cui tutti sono (più o meno volontariamente) sotto gli occhi di tutti, la vergogna sia diventata una vera e propria epidemia. L’uomo contemporaneo, però, non ha apparentemente perso il proprio istinto di sopravvivenza né la propria capacità di adattarsi, e ha trovato la soluzione perfetta all’insorgere di un mondo in cui la privacy non è che una nota a margine nei contratti di telefonia: ha realizzato il sogno illuminista eliminando del tutto la vergogna.

Se da un lato la generazione social si è effettivamente tradotta in persone insicure, che tendono a confrontare se stesse e la propria vita con quella apparentemente perfetta dei profili degli amici ed a trovare per comparazione in sé migliaia di difetti, dall’altro un numero sempre crescente di utenti ha semplicemente scelto di bypassare qualsiasi possibile imbarazzo, rivendicando il curioso diritto di poter dire e scrivere qualsiasi cosa, rivendicando il tutto come inviolabile diritto di espressione. Questo, purtroppo, più che a un’epoca illuminata e libera, ha dato la luce ad un ambiente tossico in cui chiunque non ha remore a condividere col mondo volgarità e atrocità prima relegate alle confidenze di pochi intimi o perfino a personalissime imprecazioni. Se prima era il gruppetto di amici al bar a fare cassa di risonanza a discorsi razzisti, misogini e caratterizzati da una discreta violenza, adesso è tutto il mondo (quello virtuale, almeno) a diventare spettatore di maledizioni, rivendicazioni e deliri.

Quello che potrebbe essere solo un bizzarro fenomeno di costume cela in sé un notevole rischio, che va ben oltre la mostra di nefandezze cui ci stiamo via via abituando, e risiede proprio in questa abitudine. L’essere continuamente esposti a messaggi violenti e aggressivi, ed ancor più il condividerli e idearli senza subire per questo alcun tipo di reprimenda, de-sensibilizza, crea una normalizzazione artificiale dei toni che investe presto anche i contenuti di tali messaggi. Invocare a gran voce la gambizzazione o la morte di determinati individui o gruppi di persone scandalizza la prima volta, irrita la seconda, suscita a malapena uno sguardo torvo la terza, e così via fino alla totale accettazione di un nuovo modo di parlare ed esprimersi, così come dei messaggi veicolati. La mancanza di vergogna nell’esprimere un determinato pensiero, anche aberrante e atroce, sottende una riscrizione del paradigma etico che depenalizza più o meno consciamente determinate posizioni, fantasie e perfino volontà di azione, ripetendo un abominio morale fino a farlo diventare la nuova normalità.

Nel suo Il vangelo secondo Gesù Cristo, il portoghese Josè Saramago riflette, parlando di uno dei personaggi principali del libro: «Giuseppe non provò neppure un po’ di vergogna, quel sentimento che tante volte, ma mai abbastanza, è il nostro più efficace angelo custode». Per scomoda che sia, per quanto possa essere illegittimamente usata come arma, la vergogna è e rimane un ottimo indicatore etico di una società, un segnale da non sottovalutare quando collettivamente si passa una certa soglia. Chi non prova la minima vergogna a dire o scrivere il male, non ha il minimo motivo per vergognarsi a farlo.

 

Giacomo Mininni

 

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Ad personam

L’omicidio è, con ogni probabilità, il primo atto mai considerato criminoso e il primo a essere condannato dai codici legislativi. Curiosamente, questo non si è mai riflesso in maniera coerente nella storia delle singole popolazioni, tantomeno dell’umanità in genere. Il codice di Hammurabi – redatto tra il 1800 a. C. e il 1750 a. C. – è uno dei codici legislativi più antichi mai rinvenuti e penalizza l’omicidio in maniera anche piuttosto brutale, con una legge del taglione diventata proverbiale. Nonostante questo, la mesopotamica Babilonia è passata alla storia per essere una città-stato ampiamente progredita, ma altrettanto sanguinaria. Anche il biblico Decalogo, riportato per scritto tra il VI e il V secolo a. C. ma redatto molto prima, pone un lapidario «Non ucciderai» tra i comandamenti; di nuovo, il popolo di Israele si è affermato nella propria regione storica attraverso una serie di genocidi ai danni delle popolazioni ivi insediatesi precedentemente.

Si tratta di una costante storica quasi inevitabile ma corrisponde a un principio semplicissimo: le peggiori atrocità della storia, dalle guerre d’invasione alla tratta degli schiavi fino ai campi di sterminio, sono state commesse da individui dalla coscienza perfettamente pulita. Il principio che vieta l’omicidio “limita” la proibizione alle persone, concetto questo il più delle volte giuridico prima che morale e passibile di revisioni radicali. Uno schiavista del XVII secolo non scarica in mare donne e uomini morti di stenti durante la traversata oceanica, ma “si libera di merce avariata”; un Lagerkommandant non ordina ogni giorno la tortura e il massacro di centinaia di esseri umani, ma “purga la società dai suoi elementi dannosi”. Se le forme estreme del ragionamento sono tragicamente autoevidenti, il meccanismo del limitare in maniera più o meno palese l’accesso alla categoria “persona” è sempre in corso all’interno di un gruppo chiuso, anche e soprattutto quello statale, e una divisione tra un “noi” – individui parte della comunità per cui valgono una serie di norme (ivi incluso il «Non uccidere») – e un “loro” – esseri umani privati di qualsiasi qualifica personale in ragione di massificazione culturale, etnica, religiosa o di altro tipo – è un rischio onnipresente e dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche.

Ne Il formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori, pubblicato nel 1913, all’alba della Prima Guerra Mondiale, Max Scheler si sofferma lungamente sul problema, peraltro con una carrellata storica di individui cui, in una cultura o in un’altra, è stato giuridicamente negato il titolo di “persona”: donne, bambini, stranieri, schiavi, malati (lebbrosi, malati mentali ecc). La conclusione, nel testo, non può essere che una: l’essere persona è una (la) caratteristica metafisica e inoggettivabile dell’essere umano, non dipende dal suo status sociale, dalle sue convinzioni politiche o religiose, non dipende neanche dalla sua condizione di imputabilità giuridica né dalla sua appartenenza o meno a un popolo, una razza, un genere specifici, dal suo stato di salute o dal suo stadio di sviluppo, dalla sua condizione morale o dalla sua fedina penale.

L’essere persona è connaturato all’essere umano, a tutti gli esseri umani in quanto tali, sempre e per sempre, indipendentemente dalla presenza di una legge che li definisca tali. Di più, la persona in quanto tale non può esistere se non in dimensione comunitario-relazionale, in un rapporto di empatia profonda che la porta ad aprirsi all’altro. Se etimologicamente il termine “persona” rimanda alla maschera teatrale, quindi apparentemente a una finzione nel presentarsi all’altro, racchiude però in sé la funzione specifica della maschera classica: l’amplificare la voce dell’attore, che riecheggia e raggiunge il pubblico. La persona si realizza nella misura in cui ha un altro che le si relazioni, in quel rapporto chiamato da Martin Buber Io-Tu (contrapposto alla relazione strumentale Io-Esso), che vede le due voci davvero per-sonar, risuonarsi attraverso. In caso contrario, si hanno solo in-dividuus, esseri atomistici che si muovono in un mondo nel quale sono identificati solo attraverso la distinzione, l’isolamento, da chiunque altro.

In tempi di incertezza e divisione crescenti, si fa sempre più forte il rischio di perdere la capacità, e prima ancora la volontà, di riconoscere il sacrale diritto di ciascuno ad essere definito persona, nascondendolo dietro migliaia di altre classificazioni tutte artificiali, tutte accidentali. Si ricordi però che perdendo il Tu, la “cassa di risonanza” del nostro sonus, inevitabilmente si perderà anche l’Io, in un trionfo di individualismo in cui, di persone, non resterà neanche l’ombra.

 

Giacomo Mininni

 

[Credit Unsplash.com]

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La lepre e la tartaruga: correre per rallentare

Nel mondo anglosassone esiste una storia raccontata con minime variazioni da almeno un secolo, più recentemente dallo scrittore americano Terry Hershey nel suo Sacred Necessities (2005). La vicenda vede un esploratore, a volte inglese, altre volte americano, recarsi in un non meglio specificato paese africano ed assumere delle guide locali per accompagnarlo nella natura selvaggia. Le guide, durante i giorni di lavoro, vengono spronate a un passo sempre più veloce, fino a che, senza apparente motivo, si fermano all’ombra di un albero, rifiutandosi di proseguire. Alle esasperate lamentele dell’esploratore, le guide replicano tranquillamente: “Ieri abbiamo camminato troppo veloce. Oggi aspettiamo che la nostra anima raggiunga il nostro corpo”.

In altre versioni della storia quella riportata è la reazione dei locali all’introduzione degli autobus nelle città, in altre ancora si tratta di un passeggero che, dopo il primo volo della sua vita, sta fermo per qualche minuto al gate di sbarco. In una narrazione o nell’altra, la morale della storia non cambia, e ci interroga direttamente su un crescente bisogno di lentezza che si è manifestato con sempre più forza negli ultimi anni.

Nel suo Nel momento (1999), Andrea De Carlo suggerisce che la lentezza sia una sorta di “tiro mancino” da parte della Natura, un’assicurazione per arginare l’ambizione già smisurata dell’uomo limitando la distanza che gli è concesso di percorrere con le sue proprie forze. In maniera del tutto speculare, il filosofo statunitense Henry David Thoreau, in Camminare (Walking, or the Wild, 1863) celebrava il recupero di un passo lento, contrapposto alle nuove, impensabili velocità aperte dalle coeve conquiste tecniche. Nei suoi testi, il camminare diventa una via quasi mistica per vivere davvero il movimento, prestando al contempo attenzione al paesaggio attraversato ed alla propria relazione con esso, in un viaggio “doppio” che conduce più lontano di qualunque treno o diligenza: “Il viaggiatore più veloce è colui che va a piedi”.

Il problema della velocità oggi non si pone quasi più, certo non nei termini espressi da Thoreau, tanto meno in quelli dei fantomatici africani in attesa. È un fatto, però, che all’incremento dei voli low cost è aumentato anche il numero dei turisti-pellegrini con zaino in spalla e scarponi ai piedi, che il boom dei fast food ha portato all’evoluzione dello speculare slow food, che l’auto privata (al netto dei costi di mantenimento) viene giorno dopo giorno soppiantata dai servizi di noleggio di biciclette come mezzo di spostamento privilegiato nelle grandi città. Paradossalmente, più crescono le occasioni di muoversi sempre più velocemente, di raggiungere quindi in un minor tempo possibile la distanza maggiore, più si cerca di rallentare, di riportare i ritmi della vita e del movimento ad un passo più calmo, più, forse, a misura d’uomo, in quella dimensione della “breve distanza” (temporale o spaziale che sia) che De Carlo vedeva come una trappola.

Fermo restando che le due opposte tendenze, anche solo per necessità, non possono che coesistere, vale la pena notare che mai come oggi, con treni a levitazione magnetica che toccano i 600 km/h o più semplicemente connessioni internet a banda larga che aumentano esponenzialmente l’ampiezza di banda dei mezzi trasmissivi, il culto della velocità celebrato dai vari Marinetti e Boccioni ha raggiunto una così completa realizzazione; mai come oggi, al contempo, si fa sentire la nostalgia per tutto ciò che è vicino, semplice, naturale, lento e meditativo.

Si tratta di una pura e semplice paura della novità, che spinge a rallentare per timore di un mondo che non riusciamo più a comprendere nella sua totalità, o ci stiamo finalmente fermando, anche solo per un poco, per permettere alle nostre anime di raggiungere i nostri corpi?

 

Giacomo Mininni

 

[Photo Credit: Tatiana Diakova via Unsplash.com]

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Un’Europa senza europei. Imparare da Fichte

Era il 1807 quando Johann Gottlieb Fichte, di fronte all’occupazione da parte delle forze napoleoniche della città di Berlino, scrisse i suoi celebri Discorsi alla nazione tedesca, passati alla storia per aver ribadito la superiorità culturale della Germania e aver spronato il paese alla rivalsa contro i francesi. Sebbene individuati e circoscritti in un momento storico preciso e particolarissimo, però, i Discorsi conservano ancora un messaggio attualissimo e universale, applicabile senza troppe variazioni anche alla situazione sociopolitica contemporanea: per costruire una Nazione, prima di costruire una Nazione, è necessario “costruire” moralmente un popolo. Un gruppo inizialmente eterogeneo di persone portato a riconoscere basi culturali, valoriali, storiche, religiose o linguistiche comuni, che trova un’identità di popolo condivisa, darà spontaneamente alla luce una Nazione che lo rappresenti.

Il concetto, da italiani abituati all’iconico “Abbiamo fatto l’Italia, ora si tratta di fare gli italiani” di Massimo d’Azeglio, non è così autoevidente, specie adesso che si prospetta una svolta storica per un’altra grande macro-nazione vicina al collasso per le spinte localiste e indipendentiste nate proprio dal suo aver trascurato la formazione di un’identità di popolo. Regno Unito, Ungheria, Polonia, Austria, Spagna, Grecia, Italia, Francia, e ora perfino Germania e Belgio, stanno facendo esperienza di movimenti nazionalisti spiccatamente anti-europeisti, realtà che si fanno portavoce di scontenti e sofferenze tragicamente reali, e capaci di indirizzare questi contro un unico bersaglio: un’Europa dipinta come l’origine di ogni male, come una forza esterna e tirannica che impone regole senza tener conto dell’autonomia e della sovranità dei singoli stati.

Al netto di menzogne più o meno spudorate vendute da questo o quel movimento populista, bisognerebbe essere degli ingenui per negare all’Unione Europea qualsiasi responsabilità di un collasso culturale che rischia sempre di più di farsi politico. Il processo di costruzione europeo è andato in direzione diametralmente opposta di quello auspicato da Fichte: si è cioè creata un’unione finanziario-monetaria senza alcun vincolo politico, stilando poi un’agenda comune senza riguardo per la condizione specifica dei singoli paesi membri, nella speranza di arrivare ad un “effetto cascata” in merito al quale ogni cittadino avrebbe prima o poi sentito propria un’identità europea se non sovrapposta perlomeno accompagnata a quella nazionale.

La mossa è stata del tutto controproducente. Quello che era il più grande e bel progetto politico del Secondo Dopoguerra, che ha garantito degli inediti settant’anni di pace nel continente e ha permesso una libertà di movimento, di studio e di commercio senza precedenti si è trasformato nello spauracchio dello spread e dei diktat del mercato; il più efficiente e promettente esperimento per superare la decadente e antiquata realtà dello Stato-Nazione secentesco sta ripiegandosi su se stesso schiacciato da recrudescenze nazionaliste che, pur essendo il colpo di coda di un sistema morente, hanno ancora in sé un potenziale distruttivo e divisorio capace di vanificare più di mezzo secolo di diplomazia e progresso.

Fichte si raccomandava di agire sulla cultura per influenzare la politica, noi abbiamo puntato sulla finanza per arrivare forse un giorno alla politica e poi miracolosamente raggiungere la cultura e il sentire comune.

Non possiamo considerare fallito l’esperimento europeo: l’alternativa sarebbe un enorme passo indietro storico, una pericolosa apertura a venti di guerra e di divisione che si sperava dimenticati, e una vittoria di forze anti-politiche autoritariste e repressive. Neanche possiamo, però, avallare un sistema vigente fallato e di fatto esclusivo, un dominio plutocratico che altro non è che un’estensione pseudo-politica del (fallito) sogno capitalista e liberista. Non possiamo smantellare l’Europa, ma dobbiamo rifondarla e ricostruirla, salvare ciò che di buono ha saputo dare e correggere la rotta sugli elementi che hanno chiaramente deviato dal progetto originale.

L’anno prossimo si terranno le elezioni europee, e sarà l’occasione perfetta per modificare i programmi e presentare un’idea di Europa capace di affrontare le sfide presenti e porre le basi per un futuro più equo e condiviso. L’occasione, insomma, di cominciare davvero a investire sulla formazione culturale di un popolo che si senta europeo, che viva l’Europa come una casa comune e non come una prigione, che non percepisca lontananza ma comunità, che si senta parte di un progetto politico prima che finanziario. Non è questione di realizzabilità, ma di volontà, questa sì, politica. Un continente che ha conosciuto millenni di guerre fratricide e intestine non può permettersi l’alternativa.

 

Giacomo Mininni

 

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Nietzsche, gli Avengers e il nuovo titanismo

Ogni cattivo è l’eroe della propria storia“, hanno pensato i fratelli Anthony e Joe Russo nello scrivere quello che con ogni probabilità passerà alla storia come il blockbuster più redditizio di sempre, Avengers: Infinity War, e infatti, ribaltando ogni topos narrativo del genere supereroico, la vera star del nuovo film Marvel è Thanos, il Folle Titano interpretato da Josh Brolin.

Contrariamente a tanti altri “cattivi” che si sono succeduti nei diciotto film (più serie televisive) legati a un universo narrativo che spegne quest’anno dieci candeline, Thanos non è spinto da ambizione personale, dal proprio ego (nonostante tradisca un’innegabile megalomania), da sete di conquista o di dominio. Il Titano presenta una ambigua e complessa posizione etica che lo vede “sacrificare tutto”, se stesso, i propri affetti, la propria umanità, per salvare l’universo. Il nemico da affrontare, oltre agli eroi che si mettono sul suo cammino, è l’entropia cosmica: l’universo non è infinito, le risorse sono limitate, mentre la vita è una variabile incontrollabile che ha bisogno di correttivi per poter continuare a prosperare. Per questo motivo, Thanos vuole eliminare metà degli esseri viventi dell’intero cosmo, così che i sopravvissuti possano condurre una vita serena e prospera, lontani dallo spettro della sovrappopolazione, della fame, dei disastri ambientali.

Il genocidio messo in atto, insomma, sarebbe un “piccolo prezzo da pagare” per salvare un universo altrimenti destinato ad un lento e agonizzante auto-annientamento. In questo senso, Thanos stesso non può essere considerato un analogo di migliaia di altri villain da blockbuster hollywoodiano: nella sua imponenza nietzschana che supera (ignora) ogni morale per raggiungere un fine etico più alto, al cospetto del quale ogni individuo non può che essere considerato alla stregua di un numero su una tabella, il Titano incarna alcune delle paure più radicate e giustificate del nuovo millennio, e propone una soluzione mostruosa, terrificante, disumana… ma indubbiamente efficace.

La cosa che più colpisce è che, oltre ai fan del fumetto che avevano imparato ad apprezzarlo nel superbo lavoro di Jim Starling, il personaggio si è ritagliato una solida fanbase anche nella sua versione filmica. Pur presentato come un omicida e un torturatore, pur uccidendo nell’arco di un solo film una quindicina dei personaggi principali dell’universo Marvel, Thanos riesce nella titanica impresa di porsi come un martire della necessità, una vittima dell’inevitabile, non tanto un cattivo in senso stretto quanto un anti-eroe che, grazie a una volontà granitica e a una morale non rigida quanto quella dei “buoni”, ha il coraggio di fare ciò che deve essere fatto.

Al livello di sensibilità contemporanea la lettura non è affatto confortante. L’incombere inevitabile di un collasso ambientale sempre più prossimo, una sovrappopolazione fuori controllo, risorse energetiche, alimentari e idriche in esaurimento, venti di guerra alimentati da nazionalismi che nascondono una incertezza e una paura endemiche, hanno plasmato una generazione senza speranza, senza futuro, senza prospettiva. Gli stessi spettatori che hanno decretato il successo della rinascita dei supereroi al cinema ora non credono più che il mondo possa essere salvato: si può eliminare una minaccia dietro l’altra, ma sempre nell’orizzonte di una fine neanche più rimandabile. Se rimane qualche speranza è riposta ora nel cattivo, in chi può fare ciò che il buono per definizione non può fare senza perdere se stesso e senza corrompere il proprio sistema valoriale. Il kakòs sotèr (salvatore malvagio) incarnato da Thanos è l’ultima incarnazione dello übermensch di Nietzsche, un oltre-uomo che non si limita a infrangere la legge morale, ma la riscrive, la riadatta a se stesso, e ha tutto il potere di un dio per dare valore e solidità al sistema da lui stesso incarnato.

La sfida più grande per gli Avengers sopravvissuti, e soprattutto per gli sceneggiatori, nel prossimo capitolo, non sarà quella di sconfiggere fisicamente Thanos, magari resuscitando i miliardi e miliardi di vittime del suo intervento “salvifico”: questa conclusione sarebbe un mero palliativo, un ristabilire la condizione iniziale comunque votata alla fame, alla guerra, alla morte. La sfida più grande è invece dimostrare che Thanos ha torto, che la sua disperata soluzione finale non è l’unica praticabile, che esiste un’altra via pur di fronte all’oggettività di una fine magari lenta ma inarrestabile. Buona parte del pubblico ha finito col simpatizzare col Titano: sarà molto più difficile rendere loro una speranza sparita ben prima che qualcuno schioccasse le dita.

 

Giacomo Mininni

 

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Preoccupati? #MeToo

Il principio della caccia alle streghe è estremamente semplice e diretto: si crea una categorizzazione di gruppo, si individua al suo interno una sotto-categoria di nemici, si prosegue con la caccia, con la pubblica gogna e, in determinati casi, con l’esecuzione non solo degli appartenenti a detta sotto-categoria, ma anche a chiunque condivida con questi anche un minimo elemento di similitudine.

Il processo nasce chiaramente in ambito religioso, e l’ovvio riferimento è ai processi agli eretici (quasi interamente in ambito cattolico) e, appunto, alle streghe (più che altro in ambito luterano e puritano) che, a partire dall’Europa dell’Alto Medioevo, hanno accompagnato il cristianesimo fino all’America del XVII secolo. Anche qui, da un obiettivo ben mirato e determinato, la “caccia” è degenerata ad una psicosi collettiva. Il dato artista ha raffigurato nel suo affresco un elemento classico, e quindi di origine pagana? È eretico. La tale donna è stata vista dare da mangiare a un gatto del villaggio? È una strega. Come tutti gli estremismi, però, anche quello della caccia alle streghe non è un elemento innato, e perciò limitato, alla religione: il celebre aforisma attribuito a G. K. Chesterton, “Chi non crede in Dio finisce per credere a tutto” vale anche per il fervore religioso e, ovunque una dimensione spirituale propriamente detta viene meno, sono le ideologie, sociali o politiche, ad ammantarsi di un assoluto che diventa però fanatismo.

È questo il caso, storicamente, della campagna anti-comunista lanciata dal senatore Joseph McCarthy negli Stati Uniti del Secondo Dopoguerra, con centinaia di scrittori, sceneggiatori, attori e registi messi all’indice per una serie di comportamenti “filobolscevichi”, laddove bastava un cappello inclinato a sinistra piuttosto che a destra per attirare sospetti di simpatie socialiste. È anche il caso, purtroppo, del movimento #MeToo, cominciato negli Stati Uniti come mobilitazione di denuncia di molestie sessuali, a volte perfino stupri, colpevolmente taciuti da una società nemmeno troppo nascostamente misogina e patriarcale.

Tramite internet il movimento si è diffuso a macchia d’olio, già modificandosi una volta arrivato in Europa: in Italia è diventato #quellavoltache, invitando le donne a denunce molto più personali che non la semplice alzata di mano di #MeToo, mentre in Francia si è trasformato nel ben più aggressivo e mirato #BalanceTon-Porc (“denuncia il tuo porco”). Dopo le prime storiche vittorie del movimento, che comprendono le dimissioni di un molestatore seriale del calibro del produttore Harvey Weinstein, questo si è ulteriormente diffuso, trasformato e purtroppo involuto in una ennesima autolesionista caccia alle streghe.

Ha fatto scalpore il sito Babe.net, che ha pubblicato una lettera in cui una donna ha accusato di molestie l’attore Aziz Ansari, descrivendo nel dettaglio una serata in cui, però, di molestie non c’è neanche l’ombra. La celebre femminista canadese Margaret Atwood è stata pesantemente attaccata perché ha “osato” invocare un giusto processo per Steven Galloway, professore della British Columbia University licenziato in tronco dopo un’accusa, non provata, di molestie. Anche il giornalista Andrew Sullivan e il filosofo Slavoj Žižek sono messi alla pubblica gogna dopo aver invitato a non confondere con molestie vere e proprie tutta una serie di esperienze magari spiacevoli ma del tutto innocue, comuni, e certamente non ascrivibili a reato.

Come la lotta agli eretici prima, e quella al comunismo dopo, anche quella contro molestatori o presunti tali ha investito l’ambito culturale. Recentemente, il regista Leo Muscato ha cambiato il finale della Carmen di Bizet, con la protagonista che si fa assassina di Don José “per lanciare un messaggio contro la violenza sulle donne”, mentre oltreoceano è partita una petizione per cambiare nei testi per l’infanzia il finale de La bella addormentata nel bosco, in modo da eliminare quel bacio non richiesto che sa tanto di molestia. Migliaia di persone hanno firmato anche la petizione di Mia Merrill per rimuovere dal Metropolitan Museum of Art di New York il quadro di Balthus Thérèse che sogna, considerato un invito alle molestie su minore.

La degenerazione di una battaglia sociale sacrosanta e troppo a lungo attesa, però, non si ferma qui, e pone già le basi per una psicosi di massa che è già cominciata, al momento in ambiti socioculturali fortunatamente circoscritti. In alcune frange più estreme di gruppi che si richiamano al movimento, è ormai sufficiente essere nati maschi per essere identificati come nemici del popolo di #MeToo, in una sorta di inquietante eco del femminismo militante rivoluzionario di Valerie Solanas e della sua invocata “rivoluzione di genere”. Rispetto alle precedenti, questa specifica caccia alle streghe avrebbe almeno il pregio di essere molto più facile ed autoevidente: difficile sbagliare (o difendersi), quando la colpa è essere un rappresentante di metà del genere umano.

 

Giacomo Mininni

 

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“Bianco” Natal? Qualche dubbio sul presepe “tradizionale”

La Basilica dell’Annunciazione, a Nazareth, offre uno spettacolo insolito, almeno ad un visitatore italiano: la piccola cinta muraria attorno alla chiesa, infatti, è decorata con mosaici, affreschi, murales e bassorilievi provenienti da ogni parte del mondo, ognuno raffigurante una Madonna con Bambino “assimilata” alla cultura di provenienza. C’è la Madonna coreana, con un coloratissimo hanbok; c’è quella tailandese, coronata dal tipico copricapo a forma di stupa; ce n’è una etiope, nera, ed una cinese, asiatica, e così via, in una galleria ricchissima di costumi, razze e colori che circonda come un abbraccio l’intera basilica.

Il pensiero corre facilmente al Natale appena passato e alle usuali polemiche sollevate dai soliti noti in merito ad alcune scelte di rappresentazione del presepio. In particolare, sono state lanciate accuse di blasfemia verso alcune installazioni, come quella di Viareggio, che ha posto quest’anno un bambinello nero nella mangiatoia, quella di San Miniato Basso, in cui nel presepe vivente la Sacra Famiglia era interpretata da una famiglia senegalese, o quella di Rieti, in cui la Comunità Giovanni XXIII di don Oreste Bensi ha affidato a una coppia di immigrati ed alla loro bambina risiedenti nella comunità i ruoli principali. Lega e Forza Nuova, tra gli altri, si sono scagliati contro quella che ritengono essere una mancanza di rispetto verso la “religiosità italiana”.

Niente di nuovo né nelle polemiche né nella provenienza delle stesse, ma oggi come ieri non cessa di stupire l’insensatezza di certe posizioni. Vale la pena notare come, all’interno dei Vangeli, non si trovi una singola descrizione fisica dell’aspetto di Gesù, neanche un benché minimo dettaglio, non un cenno all’altezza, al colore di occhi o capelli, alla forma del viso. Agostino da Ippona, che da vescovo considerava le scritture come divinamente ispirate, interpreta questa mancanza affermando che Dio ha voluto che in Cristo si riconoscessero tutte le genti, e pur avendo quindi Gesù avuto un determinato aspetto in vita, di quale esso fosse si è persa ogni traccia per permettere a ciascuno di sentirsi parte della storia della salvezza.

Espressioni artistiche come quelle ammirabili a Nazareth riflettono precisamente questo principio: non avendo una iconografia “canonica” del Cristo, almeno in senso stretto, questi cambia volto, etnia, costumi e perfino postura a seconda della sensibilità dell’artista, e diventa caucasico, semita, nero, asiatico, alto, basso, grasso, magro, rispondendo non solo all’origine geografica e culturale, ma anche alla contingenza storica dell’opera in questione. Non è certo un caso, ad esempio, che la maggior parte dei “nostri” Gesù siano raffigurati in abiti rinascimentali o in tuniche romane, piuttosto che con un ben più probabile tallit.

Fin dalla sua istituzione ad opera di Francesco d’Assisi a Greccio, il presepe ha funzione principalmente simbolica, intende ricalare la nascita di Cristo nella storia presente, esattamente l’opposto quindi di congelare un momento nel tempo e lasciarlo ad una contemplazione distaccata e distante. Includere i migranti all’interno del presepe non è una mancanza di rispetto, ma al contrario un atto di riflessione storica profondamente calato nel presente, consapevole di un processo che non si fermerà per le paure o le nostalgie di gruppi più o meno ampi di persone, e che riconosce da ultimo una presenza culturalmente ed etnicamente variegata nei nostri territori che non andrà certo a diminuire.

Aggrapparsi a tradizioni religiose spacciandole per nazionali è un’operazione che snatura il senso più vero e profondo di dette tradizioni, costringendo in una veste locale un messaggio nato per essere invece universale. Senza contare il fatto, ovviamente, che se si volesse davvero essere storicamente accurati, ci sono ben poche possibilità che una famiglia ebrea del I secolo a.C. somigliasse a quella, rigorosamente europea e caucasica, rappresentata nel presepe “tradizionale”.

Giacomo Mininni

 

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Comunque andare, anche se è possibile inciampare

A chi scrive è capitato di partecipare a una conferenza, mesi fa, pensata per fare il punto dell’attuale situazione del pianeta, con riferimento alle problematiche specifiche dell’Antropocene. Uno degli astanti, con massimo sconcerto, contestò una delle affermazioni del relatore, in particolare quella sulla “presunta” sovrappopolazione: non è possibile che ci siano troppe persone sul pianeta, diceva, è sufficiente notare quanto sia diminuito il numero di bambini alla sagra di paese per capire che il problema è esattamente l’opposto.

L’intervento, per quanto ingenuo, tradiva evidentemente una squisita provincialità nel pensiero: dato che nel paesino X di seicento anime nascono pochi bambini, è evidente come la sovrappopolazione mondiale sia un falso problema. La percezione locale diventa regola dell’universale.

Il meccanismo che portava il signore di cui sopra a ignorare un problema come una popolazione globale di sette miliardi di individui umani (in crescita), però, è lo stesso che ultimamente genera allarmismi e catastrofismi in classi sociali e culturali tra le più disparate. Sono anni, ormai, che in Occidente si paventa un “ritorno alla barbarie”, che sia per i flussi migratori incontrollati per alcuni o per il riaffacciarsi dei fascismi per altri, per la progressiva islamizzazione d’Europa per i primi o per le preoccupanti vittorie dei populismi per i secondi. Indipendentemente da quali siano le minacce percepite, il risultato pare sempre lo stesso: la distruzione della civiltà (occidentale o totale, spesso considerate sinonimi) ed una imponente retromarcia storica.

Anche qui, però, la prospettiva da cui ci si affaccia per formulare simili profezie è a dir poco limitata e circostanziata: se i fatti percepiti come emergenze sono innegabili in sé, l’interpretazione catastrofista non tiene conto di una visione d’insieme decisamente più ottimistica. Mai come in questo secolo si sono diffusi il diritto alla salute e all’istruzione, si sono fatti enormi passi avanti nella lotta per l’equità di genere in paesi che tradizionalmente non avevano mai esteso alle donne neanche lo status di esseri umani, si stanno raggiungendo insperati livelli di benessere nonostante la permanente povertà di certe aree geografiche, la diffusa alfabetizzazione e partecipazione politica hanno aperto nuove frontiere alle democrazie e la ricerca medica e scientifica ci ha dato una comprensione inedita del corpo e della mente umani, del mondo e del cosmo.

Queste sono conquiste che l’umanità non può “disimparare” e che non possono essere cancellate da qualche colpo di coda di ideologie passate che, per quanto recrudescenti, non hanno certo il potere di portare indietro le lancette dell’orologio. Aveva certamente ragione Giambattista Vico, che coi suoi “corsi e ricorsi” riconosceva alcuni pattern che tendono a ripresentarsi a distanza di secoli nella storia umana, ma anche questi erano comunque inseriti all’interno di un percorso unidirezionale, che non è in alcun modo passibile di inversioni o arresti (per quanto, dal 1945 in poi, lo sviluppo dell’industria bellica presenti per la prima volta la possibilità più che concreta di un arresto totale della storia umana).

La storia può dunque ripetersi in alcune strutture di base, ripresentare vecchie problematiche su nuova scala, ma mai ripercorrere i propri passi. Il cammino storico dell’umanità prosegue in una sola direzione, e le conquiste che appartengono all’intera specie non possono essere cancellate dal declino politico o morale di una sua minima parte. Non si intenda questo, però, come un principio deresponsabilizzante per la collettività e per i singoli: appurato che la direzione del progresso è e rimane una sola, dovremmo seriamente preoccuparci di dove indirizzare i nostri prossimi passi. In fondo, camminare in una direzione sola non significa certo che sia impossibile inciampare o sbagliare strada.

 

Giacomo Mininni

[Immagine tratta da Google Immagini]

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Città santa, città martire

Tra gli stretti vicoli di Gerusalemme, seminascosta dai palazzi fatti costruire da Ṣalāḥ ad-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb (l’italiano Saladino), sorge la Basilica del Santo Sepolcro, la chiesa costruita sul luogo dove tradizione vuole che morì, fu sepolto e risorse Gesù Cristo. Sulla facciata, elemento curioso, si nota una scala di legno: di anno in anno la scala rimane, per quanto abbia evidentemente cessato la propria utilità. La ragione è il cosiddetto Status Quo: la Basilica è amministrata da diverse confessioni cristiane, con compiti e aree severamente divisi per ognuna. Nessuno sa, però, chi abbia messo la scala sulla facciata e nessuno sa quindi a chi spetti toglierla; col rischio di sconfinare nel terreno di competenza altrui, tutti hanno preferito lasciare la scala dov’era, e dov’è tutt’ora. Una simile dinamica può apparire assurda in qualunque altro contesto, ma non certo al Santo Sepolcro: solo pochi anni fa, un frate francescano e un monaco ortodosso hanno iniziato una rissa perché uno dei due, spazzando, è finito a pulire il territorio dell’altro.

Questa è Gerusalemme: la Città Santa, perla del Medio Oriente, terra sacra per le tre maggiori religioni monoteiste del pianeta, crocevia di culture, lingue, popoli e nazioni, eppure spazio diviso e settorializzato come nessun altro al mondo. Ogni etnia, ogni religione e perfino ogni confessione di queste ha un suo quartiere, immediatamente identificabile dalle bandiere fieramente appese a case e luoghi di culto, territori marcati e difesi che testimoniano nella pietra il fragile ma secolarmente stabile equilibrio creatosi tra le molte anime della città. Gerusalemme è costantemente sul piatto di una bilancia, e ogni minimo cambiamento può causare ripercussioni e stravolgimenti, spesso e volentieri violenti, prima di un nuovo, sofferto assestamento.

Con tutta la grazia, l’attenzione e la delicatezza di cui ha dato ampia dimostrazione nel suo primo anno di presidenza, Donald Trump ha deciso di spostare l’ambasciata statunitense da Tel Aviv, capitale riconosciuta dello Stato di Israele, a Gerusalemme, la capitale storica del Regno di Israele, rivendicata da sempre da movimenti sionisti e neo-sionisti sempre più presenti (e violenti) sul territorio. Il trasferimento, chiaramente, non è una mera questione di indirizzo civico: con questa mossa, di fatto, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti riconoscono in Gerusalemme la capitale dello Stato di Israele, sfidando ogni sanzione internazionale sull’occupazione militare ancora in corso, sugli insediamenti abusivi, sulla politica di apartheid promossa da Israele, e destabilizzando ulteriormente un Mondo Arabo mai così vicino al punto di deflagrazione.

Gerusalemme è sì la città del Gran Re, sede del Tempio di Salomone (o di ciò che ne resta: il Muro Occidentale), ma è anche il luogo della manifestazione della salvezza per i cristiani, e quello da cui il profeta Muhammad ascese fisicamente al cielo per i musulmani. Unica al mondo, è città santa per tutti e conseguentemente città contesa, come testimoniano secoli di Crociate e guerre. Toccare Gerusalemme è toccare il mondo intero, e una simile decisione da parte di Trump, che appoggia così esplicitamente i movimenti sionisti, non rischia solo di alienargli le simpatie degli storici alleati turchi e sauditi, ma anche e soprattutto di dare fuoco a quella grande polveriera che è ormai tutta l’area mediorientale, scatenando nuovi conflitti internazionali e intestini. Il lampedusiano «Tutto deve cambiare perché tutto rimanga com’è»1 non trova posto in una realtà, in una città, che si fonda su delicatissimi equilibri tessuti in secoli di conflitto e in fiumi di sangue versato, in conquiste e in trattati. Anche quel surrogato di pace così faticosamente conquistato a Gerusalemme può andare in pezzi come cristallo a causa di una singola decisione mossa parimenti da ignoranza e arroganza.

Per il sindaco di Firenze Giorgio La Pira, e per molti altri, la pace nel mondo dipendeva, in modo quasi mistico, dalla pace in Terra Santa, una pace oggi un po’ più lontana di quanto non lo fosse ieri. Non resta che associarsi alla supplica di uno dei salmi più belli consegnatici dalla tradizione ebraica, il 121/122: «Chiedete pace per Gerusalemme: sia pace a chi ti ama, pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi. Per i miei fratelli e i miei amici».

 

Giacomo Mininni

 

NOTE:
1 cfr. Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, 1958. 

[Immagine tratta dall’archivio personale dell’autore]

 

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