Il peso del vuoto: vivere il lutto

Quelle che sono comunemente note come le “fasi di elaborazione del lutto” sono state in realtà teorizzate dalla psichiatra svizzera Elizabeth Kübler Ross come momenti della reazione di un paziente terminale alla notizia della propria morte. Sintetizzate nel suo La morte e il morire (1969), queste fasi sono state poi rielaborate da diversi autori successivi come percorso quasi obbligato nell’affrontare anche la scomparsa di una persona cara (un lutto appunto), a volte perfino la fine di una relazione.

Di numero variabile nelle versioni successive, le fasi dell’elaborazione del lutto sono originariamente cinque, presentate in un ordine che non è necessariamente quello in cui si manifestano, anzi: il più delle volte chi sta vivendo una perdita ne attraversa diverse allo stesso tempo, alcune più e più volte, in modalità che variano da individuo a individuo.

Il primo passo è la Negazione, nata dallo spaesamento della mancanza, dall’impossibilità di immaginare uno spazio vuoto così grande apertosi all’improvviso in una quotidianità fatta di parole, di gesti, di presenze. La negazione è subdola, colpisce a tradimento, interviene quando ci si appunta qualcosa da far vedere o leggere all’amato scomparso, quando non si vede l’ora di raccontar loro un fatto particolarmente interessante o divertente, per realizzare solo in un secondo momento che, ormai, le uniche conversazioni possibili sono quelle custodite nella memoria.

Spesso tra le fasi più travolgenti e intense emerge la Rabbia, una passione furiosa e il più delle volte senza un vero obiettivo: l’ingiustizia della perdita cerca un responsabile, qualcuno o qualcosa contro cui scagliarsi, e nasce allora un odio feroce verso i medici, verso Dio o chi per lui, verso chi non ha avvertito o non ha agito in tempo, a volte proprio verso chi se ne va, altre semplicemente contro chiunque continui a respirare quando invece chi vorremmo lo facesse è perduto sotto tre metri di terra.

Il Patteggiamento è una fase malinconica ma più lieve, la consapevolezza che non tutto è finito, che è possibile immaginare un futuro per sé anche con un vuoto che non si riempirà mai. Ogni progetto, però, deve essere rivisto e riadattato alla luce di quello spazio tragicamente libero, e ogni immagine di sé nel tempo diventa una trattativa, una revisione di quello che ci si immaginava sarebbe stato, che deve scendere a patti con ciò che invece dovrà essere.

Altra compagna che rischia di diventare più stabile del dovuto è la Depressione, compagna dai mille volti. Può essere un dolore lancinante o una struggente malinconia, una ostinata nostalgia o una tristezza invincibile che diventa musica d’accompagnamento di ogni altra emozione. La depressione è figlia e madre di tutte le altre fasi: si nutre di ricordi, di progetti infranti, di rabbia frustrata e senza possibilità di sfogo, viene ravvivata da una distrazione o da un sogno, si ripresenta sempre nuova e muta con sé anche l’aspetto delle fasi che l’hanno preceduta e che la seguiranno.

Arriva come un balsamo e poi si allontana, si spera per restare un giorno per sempre, l’Accettazione, più o meno consapevole, più o meno serena, plasmata dal tempo tanto quanto dalla volontà. Il dolore si fa presenza, i ricordi strappano soprattutto sorrisi, fino al momento in cui, forse, anche le conversazioni e gli sguardi riprenderanno, seppure in forma nuova e diversa.

Più che “fasi”, quelle di Kübler Ross sono veri e propri “passi”, orme lasciate su un percorso che comincia, torna su se stesso, si perde, ritrova la via, punta con speranza e ostinazione a una meta a tratti lontanissima, a volte a portata di sguardo. L’importante è non smettere mai di camminare: la destinazione è quel momento in cui il bene che si è voluto e si vuole a chi se ne è andato tornerà ad essere più grande e più forte del dolore del distacco e della perdita. Una meta che vale la pena raggiungere.

 

Giacomo Mininni

 

[Photo credit Giacomo Mininni. Immagine proveniente dall’archivio personale dell’autore]

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Fiat mundus, pereat iustitia: sulla NATO e sull’Ucraina

Davanti agli occhi sconcertati e scandalizzati dell’opinione pubblica, una grande nazione ne assale improvvisamente una più debole, piegandola con la pura potenza militare in una serie di scontri brutali e chirurgici. Le altre potenze, infiammate da giusto sdegno… restano a guardare, minacciando ritorsioni, ammonendo, colpendo a suon di sanzioni rese inefficaci in partenza da dissidi e disaccordi e dalla accorta preparazione dell’invasore.

L’invasione in questione era quella della Polonia da parte della Germania nazista, nel 1939, ma potrebbe benissimo essere una cronaca degli ultimi giorni. Senza voler equiparare Vladimir Putin a Adolf Hitler, o la Russia contemporanea al Terzo Reich, i paralleli emergono evidenti.
Al netto dei retroscena e delle dietrologie, senza voler indagare, in una fase evidentemente precoce, le responsabilità della NATO o della Federazione Russa, senza rivangare la lunga storia di conflitto etnico e culturale nelle regioni di Crimea e Dombass (Ucraina), merita forse, in questo momento, focalizzarsi sulla (non) reazione della comunità internazionale e dell’opinione pubblica, dei non direttamente coinvolti. Sulla nostra reazione.

Come nel ’39, le avvisaglie del conflitto ci sono state, confermate da più fonti, ignorate da più parti. Come nel ’39, nessuno ha creduto fino in fondo che il leader autoritario di turno muovesse effettivamente guerra: ieri perché un sanguinoso e devastante conflitto si era appena concluso, oggi perché uno scontro militare su territorio europeo è considerato praticamente impensabile da oltre settant’anni (con buona pace dei Balcani). Come nel ’39, infine, le reazioni tardano ad arrivare e sono quasi simboliche, più emblematiche prese di posizione che non effettive scelte di campo, una voce grossa a volte sincera, mai incisiva.
Su una cosa tutti gli intervenuti sono d’accordo: non ci sarà un singolo soldato inviato al fronte, l’opzione bellica è civilmente esclusa. Ma neppure ci saranno sanzioni realmente efficaci, e neppure ci sarà un massiccio intervento diplomatico. I tentativi erano validi “prima”: una volta cominciato, tanto vale che finisca al più presto, possibilmente motu proprio.

Immanuel Kant, in Per la pace perpetua, aveva fatto proprio il motto asburgico Fiat iustitia et pereat mundus, ovvero “Sia fatta giustizia, perisca pure il mondo”. Nel rigido sistema razionale kantiano, la frase latina era un invito ai governanti a seguire una inflessibile morale deontologica, per la quale i principi morali erano superiori a ogni cosa, perfino alla vita umana. Per quanto un simile adagio massimalista sia evidentemente estremista, sembra quasi che la (non) azione di questi giorni risponda a un principio opposto e ancora più esecrabile: Fiat mundus et pereat iustitia: “Sia (ri)fatto il mondo, muoia pure la giustizia”.
Si sbrighi Putin a deporre Zelens’kyj e a sistemare in Ucraina un governo fantoccio filorusso che blocchi l’avanzata della NATO; si sbrighi ad annettere quante più parti dell’Ucraina gli aggradano; si sbrighi a bombardare, schiacciare, demolire, distruggere, purché si possa tornare al più presto alla vita di prima, alla solita tranquillità, a preoccupazioni degne del terzo millennio invece che a quelle legate all’antiquata e anacronistica guerra. Poco importa che a questa fretta di concludere, a questo desiderio di farla finita il prima possibile, siano sacrificati migliaia di ucraini, privati della loro terra, della loro serenità, dei loro averi, della loro vita.

Nel ribaltamento crudele e beffardo del motto asburgico, purtroppo, pare ci si scordi sempre di una sua revisione più propriamente etica, che un altro grande della filosofia, Hegel, ne fece appositamente come risposta al sistema kantiano: Fiat iustitia ne pereat mundus, “Sia fatta giustizia affinché non perisca il mondo”. Ora come ora, sarebbe l’unica versione realmente necessaria, l’unica rispondente alle preghiere del cuore degli uomini piuttosto che agli interessi di piccole e grandi nazioni. L’unica ancora inesplorata in questa guerra in Ucraina.

 

Giacomo Mininni

 

[Immagine di copertina proveniente da Pixabay]

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V per vampiro o V per virtuale?

Nella figura “classica” del vampiro, come è stata adattata da Bram Stoker per il suo Dracula dal folklore est-europeo, uno degli elementi che risulta più curioso è indubbiamente la “regola” secondo cui il non-morto può entrare in una casa solo dopo esservi stato invitato.
La metafora morale sul male, che mette radici solo quando gli si è volontariamente aperto le porte di mente e anima, è chiara, ma a un lettore smaliziato del ventunesimo secolo la cosa potrebbe comunque fare sorridere: perché dovremmo consapevolmente invitare in casa qualcuno col cipiglio diabolico di un Bela Lugosi o l’aria minacciosa di un Christopher Lee, o tantopiù un bambino cadaverico e svolazzante come quelli de Le notti di Salem di Stephen King, che pure recuperava gli elementi più classici del mito del vampiro?

Che si possa ritenere poco credibile una clausola di questo tipo, però, è quantomeno ironico, specie nell’era digitale e del virtuale. Un vampiro di oggi, con ogni probabilità, non busserebbe più a porte o finestre nel cuore della notte, ma si limiterebbe a lasciare sul monitor lunghissimi messaggi di informativa sulla privacy, che l’ignara (?) vittima farebbe scorrere fino all’ultima riga senza leggere una singola parola, solo per cliccare su “Accetta tutto” e proseguire in santa pace con la propria navigazione virtuale.

A ben pensarci, questo è esattamente quello che succede, quotidianamente, a ogni accesso su un sito internet, a ogni ricerca su Google, a ogni registrazione su un social network. Il vampiro, oggi, non si è estinto, ma darwinianamente si è adattato ai tempi, e invece di sangue umano ha cominciato a nutrirsi di qualcosa di apparentemente più astratto ma altrettanto vitale: di informazioni, i famosi “dati” che tutti vogliono proteggere ma nessuno sa bene cosa siano. Come ai vecchi tempi, però, il vampiro chiede il consenso della propria vittima, non “morde” nessuno senza che gli sia stato dato volontariamente – per quanto superficialmente – accesso a tutte le informazioni di cui ha bisogno per prosperare: chi siamo, quanti anni abbiamo, dove viviamo, cosa mangiamo, di che medicine facciamo uso, in quale palestra andiamo, se frequentiamo cinema, teatri, musei o stadi, chi frequentiamo, cosa leggiamo, quali film o serie guardiamo, come passiamo il nostro tempo libero.

Solo apparentemente queste informazioni sono senza valore: si tratta in realtà di vera e propria moneta di scambio, dati ottenuti gratuitamente e rivenduti a peso d’oro a chi ha modo di monetizzarli; quante volte parliamo con amici o parenti di quanto vorremmo cambiare il vecchio divano in salotto, solo per essere sommersi di pubblicità di mobilifici a ogni nuovo banner che si apre? Di postare sui social una foto del nostro gatto e scoprire infinite nuove marche di croccantini? O di ricevere email da agenzie di viaggi o siti di prenotazione alberghi proprio mentre si stava pensando di organizzare un’uscita di un fine settimana per festeggiare un anniversario o semplicemente per staccare un po’ dal lavoro?

Pezzo dopo pezzo, informazione dopo informazione, la nostra vita viene assorbita da un sistema capillare di osservazione virtuale, raccolta dati e rivendita degli stessi, trasformandoci non in famelici mostri succhiasangue, ma in curiosi ibridi che sono produttori di contenuti e prodotti essi stessi, ingranaggi nella macchina del capitalismo digitale, ormai indissolubilmente legato al capitalismo della sorveglianza, a malapena consapevoli dell’enorme potere che abbiamo dato ad aziende invisibili (e non solo) nel determinare le nostre abitudini e il nostro stile di vita.

Possiamo deridere quanto vogliamo i vari Renfield, Lucy, Mina, ma in fondo non siamo troppo diversi, anzi: loro almeno, al contrario di noi, sapevano chi avevano davanti e chi stavano invitando a entrare. Come se non bastasse, poi, il vampiro stavolta non se ne andrà spontaneamente alle prime luci dell’alba, e non ci sono agli o crocifissi che tengano per tenerlo lontano.

 

Giacomo Mininni

 

[Immagine di copertina proveniente dall’archivio dell’autore]

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Farmaci, veleni e incantesimi: ritorno all’origine

Anemia da sanguinamento gastrointestinale, trombocitopenia (riduzione delle piastrine nel sangue), cefalea, sindrome di Reye (una patologia potenzialmente letale che colpisce il cervello), emorragia cerebrale, sindrome asmatica, stress cardiorespiratorio, erosione gastrointestinale, ulcerazione gastrointestinale, ematemesi (vomito di sangue), ulcere emorragiche con perforazione gastrointestinale, epatossicità (lesione del fegato), sanguinamenti urogenitali, shock anafilattico: basta leggere il bugiardino di una banalissima aspirina alla voce “Effetti indesiderati” per gettare l’intero flacone il più lontano possibile.

L’elenco (del tutto incompleto) degli effetti collaterali di uno dei farmaci più usati al mondo è sufficiente per capire bene come mai in greco phàrmakon volesse dire sia “medicina” che “veleno”: le stesse sostanze, a seconda del dosaggio, dell’organismo del paziente, della conservazione, della preparazione, possono guarire o uccidere, salvare o menomare. Oltre al notissimo doppio significato del termine, però, ne esiste un terzo, raramente preso in considerazione ma altrettanto rivelatore: phàrmakon, infatti, è anche “sortilegio”, “incantesimo”.

Era pharmakèia quella della maga Circe, che le permetteva di tramutare gli uomini in animali e restituire loro la forma originale; era pharmakèia anche quella della vendicativa Medea, che con essa trasformò una veste di nozze in una trappola fiammeggiante per la rivale Glauce; era pharmakèia quella del di lei padre, il dio stregone Eete, che la usava per far crescere draghi dal terreno e per infondere vita ai suoi tori bronzei che vomitavano fiamme.

Per la mentalità greca, era facile capire come ogni medicinale fosse in sé un prodigio, una vera e propria magia, la sola disponibile ai mortali per sfidare il volere del Fato e delle Moire. Attraverso la medicina e i suoi farmaci, l’essere umano è capace di strappare i propri cari alla morte, di sanare ferite e di cacciare malanni, ottenendo un potere in grado di sfidare quello degli stessi dèi. La pericolosità di tale conoscenza era ben nota anche all’Olimpo: quando il dio della medicina Asclepio scoprì il phàrmakon definitivo, che addirittura restituiva la vita ai morti, il nonno Zeus pensò bene di folgolarlo, condannandolo a passare la propria immortale eternità come inerte mucchio di cenere, pur di non permettergli di diffondere il proprio sapere tra gli uomini.

Anche in un’epoca in cui i rimedi erano, per forza di cose, “naturali”, e in cui l’industria chimica e le manipolazioni genetiche erano ancora ben lontane a venire, la sapienza greca insiste sul fatto che qualunque medicina in quanto tale di “naturale” non ha in realtà proprio niente. Naturale sarebbe, infatti, arrendersi all’Anànke, la necessità dettata dal Fato: naturale è, da malati, morire se si è deboli o sopravvivere solo se si è forti, naturale è soccombere alle proprie ferite, arrendersi alla vecchiaia, assistere inermi all’indebolimento del fisico e dei sensi. La medicina, invece, con i suoi farmaci, sfida il tempo, il dolore, la malattia, la morte, e incide pertanto sulla realtà stessa, manipolandola come era in origine prerogativa solo degli dèi.

Ogni nuovo phàrmakon, dai tempi antichi ad oggi, aggiunge un tassello a questa riconquista del reale da parte della tèchne umana: ogni malattia sconfitta è come un nuovo territorio conquistato e strappato alla necessità, ogni virus reso innocuo un nemico vinto, ogni tecnica, macchinario, medicinale, vaccino sviluppato va ad arricchire l’arsenale collettivo dell’intera umanità, un arsenale accresciuto dallo sforzo collettivo di milioni di intelletti in migliaia di anni. Proprio perché “incantesimo”, però, la novità costituita dai nuovi farmaci è spesso avversata, temuta, rifiutata, in una sovrapposizione unica dei tre significati del termine originale che vede la medicina diventare veleno agli occhi di chi vi riconosce il prodigio magico degli inizi, di quando gli dèi erano invidiosi del potere dato agli uomini. Come si cacciano le streghe e i loro sortilegi, si cacciano allora anche i medici e i loro rimedi, con la stessa cieca ferocia di chi impugnava torce e forconi per giustiziare, non a caso, quelle che molte volte erano “semplici” guaritrici.

Al netto di numerosi fallimenti, però, non c’è e non può esserci paura che tenga di fronte al prodigio del phàrmakon, di quella conoscenza divina che sola sfida e vince la natura, mutando il contingente per ribellarsi a un destino ineluttabile, certo, ma non più onnipotente.

 

Giacomo Mininni

 

[Immagine tratta da Unsplash.com]

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Fenomenologia dell’idiota tra comunità e individuo

Non fa mai piacere sentirsi definire un “idiota”; tra le varie offese a disposizione del vocabolario italiano, però, questa è una delle più “nobili”, che affonda le proprie radici nella Grecia classica e che, etimologicamente indica qualcosa di ben diverso da un soggetto irrimediabilmente stupido.

Nella polis greca, ἰδιώτης (idiòtes) deteneva una doppia valenza: letteralmente “individuo privato”, indicava da un lato coloro privi di cariche pubbliche, che non partecipavano perciò alle assemblee, esclusione normalmente dovuta alla mancanza di istruzione, e base linguistica per il latino idiota, “ignorante”, da cui poi l’offesa italiana. Il secondo significato, invece, è molto più pregnante e interessante: l’idiota era colui che, all’interno della polis, guardava al proprio interesse privato disinteressandosi del bene comune, sacrificando la cosa pubblica al benessere particolare.

Con tutte le limitazioni classiste, etniche e sessiste del caso, la Grecia classica aveva ben chiaro un concetto fondamentale a qualsiasi democrazia, riassumibile in una visione organicistica della polis: la città era manifestazione fisica della koinè, della comunità, e come tale era vista come un unico organismo, in cui ognuno ricopriva un ruolo fondamentale al benessere, alla prosperità e perfino alla vita di tutti. Lo scopo di ogni componente sociale doveva essere il bene comune, da questo sarebbe derivato anche quello individuale: chi ignorava il primo per dedicarsi al secondo, o invertiva la sequenza dei due, era un corrotto, un tiranno, o più semplicemente un idiota.

Dalla polis greca ad oggi i tempi sono chiaramente cambiati, la società si è fatta più stratificata e complessa, i numeri da soli impediscono lo svolgimento di una vita pubblica anche solo lontanamente simile a quella della Grecia classica, costringendo la democrazia a mutare da diretta a rappresentativa. Il nodo centrale dell’ideale greco, però, rimane, almeno teoricamente, inalterato: la società democratica esiste per amministrare le risorse pubbliche in modo da garantire il benessere di tutti, con ogni componente impegnata, ognuno nel suo specifico, al conseguimento di questo obiettivo.

Tra i tanti danni che il consumismo nella sua forma più becera e decadente ha portato alla società occidentale, però, c’è anche una frammentazione sistemica di questo originale patto sociale. Quella che Carlo Menghi (1990) ha definito la «società dei desideri» si è andata pian piano unendosi e confondendosi alla originale «società dei diritti», accuratamente tralasciando la parte “… e dei doveri” teorizzata nel modello francese di riferimento. Ogni individuo, ogni gruppo più o meno grande e rappresentato, rivendica diritti per sé, spesso e volentieri non per migliorare il tessuto sociale, ma per cambiare esclusivamente la propria condizione, reale o percepita. Nessun problema, ovviamente, quando questo deriva da un’effettiva situazione di discriminazione o di violenza sistemica: la lotta per i diritti dei neri che va avanti in America da due secoli almeno, migliorando la condizione di un gruppo minoritario oppresso, di fatto rafforza il tessuto sociale in quanto tale, aumentando la ricchezza sociale e culturale dell’intero gruppo. Ben diversa è la situazione quando l’autoreferenzialità dei richiedenti è tale che si ritiene soggetti terzi oggetto del proprio diritto: emblematico è il caso dei cosiddetti incel, i “celibi involontari”, che denunciando una sorta di complotto relazionale ai propri danni da parte del genere di interesse, rivendicano un nebuloso “diritto al sesso”, in cui un altro individuo pensante è reificato per il soddisfacimento di un proprio desiderio, tentativamente istituzionalizzato in diritto.

Saper distinguere i due tipi di rivendicazioni è di per sé complesso, e lo diviene ancora di più quando la scena pubblica si affolla di sempre nuove istanze, di sempre nuovi desideri scambiati per diritti, mentre molti diritti non riconosciuti rimangono a languire lontani dal palcoscenico di un dibattito che non li ritiene sufficientemente interessanti o trendy.

Un corpo in cui una gamba rivendica diritti propri a scapito di altri arti o organi è un corpo votato alla morte. Allo stesso modo, una società i cui membri sono concentrati esclusivamente sulle proprie rivendicazioni, disinteressandosi totalmente delle altre componenti della comunità, è destinata a una frammentazione tale che demolisce il tessuto sociale in quanto tale, una società in cui ognuno pensa per sé e pretende che lo Stato garantisca per legge ogni desiderio ottusamente considerato un diritto. Una società di idioti.

 

Giacomo Mininni

 

[Photo credit flickr.com]

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Grillo, Draghi e la democrazia di Giano

Nella Roma pre-imperiale, il dio Giano era considerato l’unico dio ingenerato, eterno, preposto ad ogni inizio ed ogni fine. Testimone di una natura ciclica che da sé viene e a sé ritorna, Giano era sovrano degli opposti: di vita e morte, di acqua e terra, di mito e storia. In particolare, il suo principale tempio ai piedi del Viminale lo vedeva come Bifronte (in alcune raffigurazioni le teste del dio arrivano a quattro), un volto per i tempi di guerra, durante i quali il tempio veniva aperto, e uno per i tempi di pace, che vedevano invece il santuario chiuso. Spada o vomere, battaglia o commercio, conquista o alleanza, ogni coppia di opposti veniva unificata nella figura dello stesso nume tutelare, il Padre di tutti gli dei secondo il Carmen Saliare, molteplici aspetti di una sola, dinamica e a volte contraddittoria realtà romana.

A millenni di distanza, la situazione a Roma non è cambiata poi granché, e tra contraddizioni, stravolgimenti e piccole o grandi rivoluzioni, i giorni scorsi hanno visto conciliarsi anche l’ultimo di una lunga serie di irriducibili opposti. L’incontro tra il fiero e belligerante anti-casta Beppe Grillo e l’ex Governatore della Banca di Italia e Managing Director della Goldman Sachs Mario Draghi si è risolto con una curiosa, forse inaspettata coincidenza di vedute, una alleanza tra estremi che ha inaugurato una nuova stagione della sempre movimentata politica italiana.

Al di là di ogni considerazione di merito, non è difficile vedere come e perché una alleanza tra i due, seppure di scopo, apparisse quantomeno improbabile, considerati i rispettivi curricula. Beppe Grillo, ex comico fondatore del Movimento 5 Stelle, ha fatto il proprio ingresso in politica con il Vaffa Day, una manifestazione itinerante che non risparmiava certo strali alla “casta dominante”, passando poi la stessa impronta al Movimento, la cui vocazione iniziale era proprio quella di scardinare i sistemi di potere, abbattere i partiti, cambiare il paese. Mario Draghi, tra i più esperti e capaci economisti di Europa, è proprio l’incarnazione di quei “poteri forti” avversati dal primo M5S: banchiere, ministro del tesoro, Presidente della Banca Centrale Europea diventato famoso per un salvataggio dell’Euro scandito dall’iconico “Whatever it takes“, e per una famigerata politica di “correzione” nei confronti dell’insolvente Grecia. Difficile immaginare due figure più agli antipodi.

Eppure, i due leader del momento potrebbero essere nient’altro che i nuovi, moderni volti di quel Giano che non ha mai abbandonato la città capitolina, apparentemente distanti, ma facenti capo a un solo corpo, una sola realtà, una sola natura. A voler trovare qualcosa in comune tra due approcci così palesemente opposti, è facile rilevare come entrambi siano una critica, gridata in un caso e sottesa nell’altro, alla politica tradizionale, a un sistema azzoppato da lotte intestine, incatenato da un clima di campagna elettorale permanente concimato da televisioni e social media, accecato da una spiazzante mancanza di visione, incapace di rispondere alle sfide del tempo e alle legittime istanze della popolazione.

Negli ultimi anni, movimenti popolari “dal basso” e proteste anti-casta si sono alternati con geometrica regolarità a interventi emergenziali di professionisti e tecnocrati, il tutto rigorosamente esterno ai sistemi partitici. L’immagine della politica che ne emerge è sconfortante: da un lato, i movimenti popolari e/o populisti si fanno avanti per supplire alla carenza di contatto con la popolazione, portando violentemente alla ribalta richieste, problematiche, lamentele, stanchezze e insoddisfazioni altrimenti inascoltate; dall’altra, i tecnici intervengono quando il problema contingente è “troppo serio” per essere lasciato in mano ai politici, sottolineando la mancanza di preparazione e professionalità di questi ultimi, e riducendo la politica stessa a una macchina che chiunque è capace di guidare, ma che richiede l’intervento di un meccanico al momento del guasto, una questione meccanica piuttosto che una vocazione o tantomeno un servizio.

Dalle rovine del tempio al Viminale, Giano continua a vigilare su Roma e sulla sua doppiezza, aprendo una porta o l’altra, unendo l’uno vale uno al governo tecnico, ancora una volta riunificando gli opposti nel loro essere, entrambi a loro modo, sintomi e testimoni del fallimento della democrazia rappresentativa.

 

Giacomo Mininni

 

NOTE:
Immagine di copertina appartenente all’archivio personale dell’autore

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Democrazia e la grande bugia: da Arendt ad oggi

Curioso come i maggiori pensatori di quella che è considerata, non esattamente a proposito, la prima democrazia del mondo occidentale fossero essenzialmente anti-democratici. Per quanto il modello dell’Atene del V e IV secolo a.C. abbia ispirato tanti politologi dei secoli successivi, infatti, ben pochi filosofi vedevano in una sua versione “estesa”, quindi in una effettiva democrazia, una forma ideale di governo. Senza scomodare l’aristocratico Platone, anche Aristotele diffidava della democrazia, che a suo avviso aveva nel proprio punto di forza, la partecipazione del popolo intero, la sua più grande debolezza: troppo facile, pensava, ingannare le masse e manipolarle con parole suadenti e menzogne, spianando così la strada a qualsiasi dittatore dalla parlantina sufficientemente sciolta e con un minimo di carisma.

Facendo un salto in avanti di più di due millenni, il monito aristotelico risuona nell’analisi di Hannah Arendt sull’origine dei totalitarismi del Novecento: alla base di ogni assolutismo, contemporaneo e non, c’è per la filosofa tedesca una «grande bugia», una menzogna ripetuta all’infinito che diventa mito fondante per il gruppo dapprima esiguo, poi sempre più ampio di seguaci del leader di turno. Per Hitler fu l’esistenza di una lobby ebraica che controllava l’economia mondiale, e che aveva decretato la sconfitta della Germania nella Prima Guerra Mondiale e la sua successiva crisi economica; per Stalin fu invece la presenza endemica di agenti capitalisti che arrivavano a lasciarsi morire di fame per fingere l’esistenza di una carestia e minare così la prosperità del comunismo sovietico.

Il punto di forza della grande bugia, per Arendt, è la sua pervasività: eliminando la libera stampa e monopolizzando i restanti strumenti di informazione, specialmente la radio per il regime nazista e la televisione per quello sovietico, il mito prende il posto dei fatti, la realtà viene riscritta secondo l’ideologia dominante, e al popolo non resta altra lente che non sia quella deformata dall’alto. La mancanza di confronto con qualcuno esposto a diversa narrazione e l’isolamento dal resto del mondo sono terreno fertile per la grande bugia, che diventa realtà ufficiale, e quello che prima era un capopopolo seguito da una sparuta minoranza diventa l’atteso condottiero capace di liberare le masse da una minaccia da lui stesso inventata e paventata.

Si potrebbe essere indotti a pensare che, in una società pluralista come la nostra, in cui molte e diverse voci si accavallano e si inseguono offrendo fin troppe versioni degli stessi avvenimenti, un rischio del genere sia quantomai lontano, eppure gli ultimi avvenimenti di Washington smentiscono una versione così ottimistica. Vedere migliaia di persone prendere d’assalto il Campidoglio, riunirsi in tutta la città invocando un golpe nel cuore di quella che è ancora la più grande democrazia occidentale, e in seguito organizzarsi online per un successivo raid in concomitanza con l’insediamento del nuovo Presidente eletto, sarebbe già di per sé sconcertante, ma lo diviene ancora di più studiando le motivazioni dei manifestanti. I complottisti di QAnon che vedono in Trump un eroe che combatte in segreto contro gruppi di satanisti pedofili e comunisti sono uniti dalla loro “grande bugia”, cui si è unito adesso l’imperituro mito della “vittoria mutilata”, altra contro-narrazione smentita dai fatti che diventa tradizionalmente humus per personaggi autoritari.

La grande bugia sarebbe dovuto essere sconfitta dalla comunicazione, dal confronto, dalla interconnessione, e la virtuale assenza di isolamento avrebbe potuto essere un ottimo vaccino, ma è accaduto invece l’opposto. Gli algoritmi dei social network che determinano i nostri interessi e le nostre opinioni, chiudendoci in tante echo chamber (= camere dell’eco) in cui il nostro pensiero risuona all’infinito rafforzato da quello di altri che portano avanti le nostre stesse idee, finiscono col privarci di uno scambio, di un confronto, di una comunicazione reale. Un gruppo su Facebook o un trend su Twitter non risultano troppo diversi dagli sparuti gruppetti astiosi e violenti che si trovavano nelle birrerie di Monaco negli anni Venti, intenti a discutere di cose che solo loro sapevano, lontani dal “popolo bue” che non vedeva oltre la versione ufficiale dei giornali.

Per quanto possiamo considerarci connessi, ci ritroviamo ancora una volta soli, in esclusiva compagnia dei nostri miti e di sodali che sono in realtà un nostro specchio, alla mercé di chiunque sia in grado di mentire abbastanza bene da convincerci che la sua grande bugia sia in realtà la “grande verità” che i “poteri segreti” ci nascondono.

 

Giacomo Mininni

 

[Photo credit pixabay]

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A lezione di globalizzazione da un presepista napoletano

Le strade del centro di Napoli riservano sempre un tesoro tutto da scoprire di voci, odori, sapori, ma soprattutto di incontri, un ambiente unico in cui il caos apparentemente anarchico che si osserva guardando la città dall’alto svela il suo ordine intrinseco, il suo flow, e lo apre a chi si avventura tra i suoi dedali e le sue piazze ritagliate tra i palazzi proiettati vertiginosamente in verticale.

È stato proprio muovendomi tra queste strade che mi è capitato di avviare uno dei dialoghi più gustosi e memorabili delle mie vacanze, affacciandomi alla finestra di una cantina che dava sulla strada per ammirare il lavoro di un artigiano, intento a lavorare su un presepe che avrebbe finito con ogni probabilità giusto in tempo per il prossimo Natale. Affatto disturbato dall’improvviso pubblico, il presepista (“per hobby”, ci ha tenuto a sottolineare, “non lo faccio per mestiere”) ha esposto volentieri il proprio lavoro, mostrandomi giganteschi presepi montati su cardini che ruotano a 360 gradi, personaggi finemente intagliati, e soprattutto la sua ultima opera, del quale era pronto solo lo scheletro della struttura portante, modellato sulla Tour Eiffel, e la “capannuccia”, una barchetta rovesciata su un fianco, simile a quelle che affollano da anni il Mediterraneo colme fino allo stremo di disperati in cerca di un nuovo inizio, con scritto sulla fiancata “Io sono la Speranza”.

“Questa è un’opera contro la globalizzazione”, mi dice, e nella descrizione che segue appare chiaro come si tratti in realtà di un’opera contro l’attuale modello di globalizzazione, più che contro il principio in sé. Indicando la base della Tour Eiffel, vi posiziona la barchetta, che andrà a fare da riparo alla Sacra Famiglia, nella sua versione non solo esule ma anche naufraga; attorno, dice, metterà “figure di politici da tutta Europa”, ognuno riconoscibile come solo le figure del presepe napoletano sanno essere. Al piano superiore, bandiere da ogni parte del mondo, mentre sulla cima della torre, il globo terrestre, “probabilmente in mano a Nostro Signore, che se non rimescola Lui gli animi, non ci si capisce proprio…”

Con tutta la semplicità del mondo, con immediatezza e chiarezza, il falegname indica le storture di un sistema di globalizzazione guasto, probabilmente in partenza, focalizzando l’attenzione sulle sue conseguenze più tragiche, riassunte in una barchetta rovesciata di fronte ai potenti del mondo; in quel “rimescolare gli animi”, poi, sta tutta la saggezza di chi sa che sentirsi parte di un tutto deve venire prima dei trattati commerciali, degli accordi doganieri, delle revisioni dei confini, accordi sacrosanti ma distanti da una sensibilità comune lasciata sola davanti a un cambiamento epocale, senza gli strumenti per coglierlo né i necessari elementi di contatto umano che avrebbero davvero potuto rendere il mondo “uno”.

In quel presepe in fieri, c’è tutto quel che è sbagliato nella globalizzazione, e tutto quel che c’è di giusto nel mondialismo: a una Theresa May che dichiarava che «se credi di essere un cittadino del mondo, sei un cittadino del nulla»1, l’artigiano risponde con un mondo piccolo, in bilico su una torre, riunito attorno alla stessa scena, come tante volte durante quest’anno ci è capitato di vedere, con eventi che riguardano sempre di più il pianeta in quanto tale; dall’altro lato, a chi rimarca ottimisticamente che “siamo tutti sulla stessa barca”, la nuova capannuccia ricorda che siamo tutti sullo stesso mare, ma non necessariamente sulla stessa barca, e che si può navigare su uno yacht sicuro e lussuoso o su una barchetta sgangherata e destinata spesso e volentieri al naufragio.

Si è fatto tanto parlare, scrivere e dibattere sulla più o meno teorica “identità globalizzata”, quella della “generazione Erasmus”, quella dei social network, delle chat e dei forum intercontinentali, dei soft power e delle contaminazioni culturali, ma nel concreto si stenta a sentirsi parte di un unico mondo, ancora tutti immersi nel “piccolo” del nostro paese e degli immediati dintorni. L’entusiasmo e l’ospitalità dell’artigiano, però, erano tali che, se il nostro dialogo fosse andato avanti anche solo qualche altro minuto, mi avrebbe probabilmente invitato a cena per continuare lo scambio. Chissà, forse bastano questi piccoli momenti di amicizia spontanea e di smisurata accoglienza per “rimescolare un po’ gli animi” in modo che, persino nel naufragio, le nostre barche possano comunque chiamarsi Speranza.

 

Giacomo Mininni

 

NOTE:
1.Se ne parla in questo articolo.

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Che piaga questo 2020!

“Aronne alzò il bastone e percosse le acque che erano nel Nilo sotto gli occhi del faraone e dei suoi servi. Tutte le acque che erano nel Nilo si mutarono in sangue. I pesci che erano nel Nilo morirono e il Nilo ne divenne fetido, così che gli Egiziani non poterono più berne le acque.”

Questo brano del libro dell’Esodo, il secondo della Bibbia ebraica, poteva richiamare alla memoria qualche film horror, o al massimo un solenne Charlton Heston con barba posticcia e tunica rossa, ma negli ultimi giorni il pensiero va inevitabilmente a quelle 20.000 e passa tonnellate di gasolio che, fuoriuscite da una centrale termoelettrica in Siberia, hanno inondato i fiumi dell’Artico, tingendoli di rosso e uccidendo migliaia di pesci.

Non che questo 2020 ci abbia fatto mancare eventi sconvolgenti, riconducibili alle piaghe d’Egitto di cui parla la tradizione ebraica. Invasione di locuste? Ecco che nell’Africa Sub-Sahariana si forma uno sciame esteso quanto l’intera area metropolitana di Milano, ingigantito dalle inusuali perturbazioni provocate dai cambiamenti climatici. Invasione di zanzare e tafani? Non proprio, ma in Europa arrivano le altrettanto piacevoli “vespe killer”. Pioggia di ghiaccio e fuoco? Per la prima, nel momento in cui sto scrivendo quest’articolo, a inizio giugno nella calda Firenze, sta grandinando furiosamente; per la seconda, non resta che l’imbarazzo della scelta tra i tragici incendi in Australia e il risveglio del vulcano Krakatoa. Pestilenza? Di Covid-19 ne abbiamo parlato fin troppo, e intanto in Africa spuntano nuovi focolai di Ebola. Morte del bestiame? Oltre alla strage di animali selvatici causata dai summenzionati disastri naturali, è bene ricordare i milioni di capi di bestiame abbattuti negli Stati Uniti a fronte di una produzione alimentare interrotta dalle norme anti-epidemiche. Tenebre? Non c’è molto da aspettare, con l’eclissi solare dello scorso 21 giugno. A conti fatti, mancano solo le ranocchie e la morte dei primogeniti per completare l’elenco.

La tradizione biblica legge nelle piaghe un profondo significato teologico, l’affermarsi del Dio unico sulle molte divinità (declassate a “idoli”) dell’Egitto e delle popolazioni vicine a Israele in genere, un ristabilirsi delle forze del Vero su quelle del Falso. In questo senso, una sorta di “esegesi del reale” potrebbe portare a una lettura in positivo anche di queste nuove piaghe d’Egitto formato globale. La contemporaneità postmoderna, d’altronde, ha diversi idoli di cui liberarsi, uno più dannoso dell’altro: l’idolo dello sviluppo illimitato, che distrugge l’ambiente e deruba le generazioni future di risorse che vengono esaurite nel presente; l’idolo di un mercato finanziario ormai slegato dalla ricchezza reale, che macina miliardi inesistenti e porta al fallimento interi paesi semplicemente spostando una virgola su una quotazione; l’idolo dello Stato-Nazione, un’entità che non ha più motivo di sopravvivere alla propria morte storica, e che pure continua a resistere, incancrenendo divisioni, creando conflitto, suscitando sentimenti revanscisti e xenofobi in un mondo sempre più piccolo e interconnesso.

Nel 2020 ne abbiamo ancora fin troppi, di idoli, sugli altari di tecnologie male utilizzate, annunciati dai sacerdoti della meritocrazia che ignorano il crescente gap sociale, difesi da profeti che si ostinano a negare l’evidenza di un danno portato al pianeta e all’umanità stessa da un modello di sviluppo insostenibile, protetti nei templi dei palazzi del potere economico, politico, culturale che rifiuta modelli alternativi di governance sulla base di un profitto immediato che va inevitabilmente a scapito di un maggiore e più generalizzato benessere sul lungo termine.

Se ai tempi di Mosè era sufficiente fuggire dall’Egitto per lasciarsi alle spalle i suoi idoli, queste “piaghe globali” del 2020 sembrano invece sottolineare come non ci siano più confini da superare, un Mar Rosso da attraversare o una Terra Promessa da raggiungere: l’unica Terra che abbiamo a disposizione è questa, e va sanata, curata e protetta perché sia finalmente quella “Promessa”.

Nel racconto dell’Esodo, il cuore indurito del Faraone si rifiuta di cogliere i segni, e l’Egitto soffre sotto i prodigiosi eventi che si abbattono sulla sua popolazione. Per quanto mi riguarda, da bravo primogenito, visti questi primi sei mesi del 2020 corro a procurarmi del sangue d’agnello con cui segnare l’architrave e gli stipiti della porta. Così, per ogni evenienza.

 

Giacomo Mininni

 

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Dottore, mi fa male il mondo

Ci sono molte lezioni che potremmo trarre dalla attuale pandemia di Covid-19, un nuovo tipo di Coronavirus che è diventato in breve tempo il microrganismo più famoso del pianeta. Si potrebbe riflettere sul reale annullamento delle distanze, in un mondo in cui la Cina è effettivamente dietro l’angolo e in cui le frontiere tra Stato e Stato tornano ad essere finalmente quel che sono realmente, linee immaginarie che con dogane e posti di blocco non fermano certo la natura. Potremmo riscoprire una comune umanità nella paura della morte che ci rende tutti simili, che si sia impegnati a razziare un supermercato in cerca dell’ultima bottiglia di disinfettante per mani o su un gommone in procinto di attraversare il Mediterraneo. C’è un altro aspetto, però, più sottile ma più intrigante, da poter considerare.

In uno dei suoi aforismi contenuti nella raccolta Scorciatoie e raccontini, Umberto Saba interpreta genialmente i vari mal du siecle come strettamente dipendenti dalle patologie sociali con cui convivono, a tal punto che un male diventa il riflesso dell’altro, la malattia medico-biologica dipende da quella socio-politica e viceversa.

Nell’Ottocento, ad esempio, in epoca di trionfo del Romanticismo, immersa in quelli che Saba chiama «sdilinquimenti sentimentali», non poteva che palesarsi una malattia che letteralmente toglie il fiato, come un sospiro d’amore folle, e che con una vittimologia precisa quanto crudele avrebbe dato vita a immortali storie di amore tragico: la tubercolosi. Il Novecento, viceversa, è stato il teatro dei grandi totalitarismi, di ideologie che, nate come folli dottrine seguite da sparute e spesso ridicole minoranze di facinorosi e spiantati, si sono pian piano insinuate nel tessuto sociale fino a uniformarlo totalmente a sé, dando vita a mostruosità inedite nella storia umana; il perfetto controcanto è rappresentato, ovviamente, dal cancro, una piccola cellula impazzita che passa del tutto inosservata fino a che non è cresciuta, si è metastatizzata, e ha invaso l’intero organismo fino a portarlo alla consunzione.

Cosa possiamo dedurre del nuovo secolo appena avviato, da una patologia come il Covid-19? Da un’epidemia cui viene sistematicamente negata la definizione di pandemia nonostante la diffusione intercontinentale, da un’infezione polmonare che, per quanto contagiosa e virulenta, non causa più vittime di una regolare influenza stagionale, ma che ha generato un panico generalizzato in (al momento) quattro continenti?

Il nostro è un secolo che da subito si è imposto come “post”: governato da una politica post-ideologica e da un’economia post-capitalistica, un mondo post-industriale informato dalla post-verità, con sessualità post-binaria e religioni post-dogmatiche, un’epoca che si definisce solo da ciò che non è. Ciò che questo comporta è evidente anche nella gestione (o mancanza di gestione) dell’epidemia in corso: totale mancanza di fiducia nelle fonti istituzionali e professionali, che porta a allarmismi, complottismi, benaltrismi, panico incontrollato e pericolose sottovalutazioni in egual misura; localismi autoreferenziali in cui non si riesce a trovare neanche quel tanto di coordinamento che basterebbe ad affrontare una situazione emergenziale in modo efficace; autorità centrali impreparate e preda del sentimento popolare che si lanciano in procedure prima carenti poi esagerate, sempre parziali e sempre contraddittorie, alimentando la confusione e la sfiducia di cui sopra; media con deontologie professionali quantomeno elastiche che, alla disperata ricerca di quel tanto di fruitori che servono alla loro sopravvivenza, gonfiano notizie, tacciono informazioni, presentano titoli fuorvianti a una popolazione che raramente si disturba a leggere l’intero articolo.

Seguendo le analogie impostate da Saba, potremmo concludere che il male sociale più diffuso è oggi proprio il vuoto, un nulla gonfiato, nutrito, ingigantito e reso minaccioso da discorsi senza contenuto, da promesse elettorali lanciate al vento, dalla progressiva e inesorabile morte delle idee, della conoscenza, dell’arte, della cultura. Lo stesso vuoto che nelle ultime settimane ha svuotato le nostre strade, i nostri teatri, le nostre scuole e università, i nostri negozi, i nostri cinema, i nostri stadi, e che ha riempito le nostre televisioni, i nostri discorsi, i nostri social network, e un poco anche i nostri ospedali. Di nulla, forse, non si muore, ma questo non vuol dire che esista una cura.

 

Giacomo Mininni

 

[Photo credits NASA su unsplash.com]

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