Potrei ma non voglio. A colloquio con il nostro demone socratico

Eravamo quelli della meritocrazia, quelli che volevano che le cose fossero giuste e uguali, uguali per tutti; che tutti avessero gli stessi diritti degli altri, le stesse opportunità. Le abbiamo ottenute. L’istruzione è diventata accessibile a (quasi) tutti; con internet possiamo scoprire tutto quello che ci incuriosisce e le possibilità che sentiamo di maneggiare iniziano a diventare infinite. Infinite, questa non è detto sia una buona cosa, non è un aggettivo che si addice sempre all’essere umano. Sono caratteristiche di Dio, o dell’universo, o dell’immaginazione. Ma mai di qualcosa che si sia concretizzato tra le nostre mani. Nei meccanismi di uno smartphone, nelle effettive possibilità che abbiamo a portata di mano.

Uno dei drammi che l’umanità era abituata a vivere era quello della mancanza delle possibilità, che era certamente legata alla mancanza di soldi, o quantomeno al fatto di avere opportunità direttamente proporzionali al proprio reddito. Oggi la situazione è cambiata: non dico che ogni tipo di possibilità sia nelle mani di tutti, ma poco ci manca. Se desideriamo intraprendere una strada, il modo di realizzarla è accessibile alla maggior parte delle persone. E le strade sono tante, le possibilità pressoché infinite.

Non ci si chiede più quindi quale scuola ci potrà maggiormente garantire un lavoro, ora possiamo permetterci di scegliere, di far venire a galla il nostro gusto, il nostro talento e i desideri più reconditi di realizzazione personale.
Si pone però il problema centrale della confusione dei nostri giorni: sappiamo riconoscere queste tre cose? I nostri gusti, i talenti che abbiamo e i nostri desideri? Dagli incontri che svolgo nelle scuole, con genitori, con ragazzi iscritti da anni o che stanno per iscriversi all’università, mi viene da dire di no. No, dopo le medie è spesso troppo presto. Dopo le superiori anche. Dopo l’università non ne parliamo: con la testa sulle nuvole della teoria senza saper come declinare le nostre conoscenze. Ma anche dopo anni e anni di lavoro quando vogliamo reinventare la nostra carriera non sappiamo dove andare. Eppure è tutto a nostra disposizione, abbiamo possibili orizzonti infiniti davanti a noi, davanti allo schermo di un computer o del telefono.

Internet ci costringe a fare i conti con tutto quello che non stiamo facendo e che vediamo in real time che gli altri stanno realizzando. Studio, serate con gli amici, corsi di aggiornamento, risultati e celebrazioni. Tutti gli aspetti positivi che vengono pompati sui social e che ci fanno rendere conto che noi siamo dall’altra parte dello schermo a guardare, senza poter buttare in risposta qualcosa di simile.

E vorremmo essere al posto di ognuno di questi, fare le loro cose, le loro carriere, le loro esperienze e ci chiediamo da dove cominciare. Tutto questo perché non ci conosciamo abbastanza. Perché non siamo partiti dal “conosci te stesso” del tempio di Apollo a Delfi.

Non ci resta che metterci offline e dedicarci all’interiorità, agli input interni, alla nostra voce interiore che ci può indicare una strada senza vederla già segnata. Possiamo fare appello al daimon (demone) di cui parlava Socrate: una sorta di divinità privata e interiore. L’angioletto sulla spalla che si contrappone alle scelte sbagliate di una persona. Non indicava infatti la strada da seguire, ma dissuadeva dal compiere certe scelte.

Guido Calogero lo descrive così: «Si tratta di una voce della coscienza alquanto strana, poiché il demone distoglie ma non invita, si limita cioè a proibire di fare qualcosa, ma non stimola a determinate azioni»1.

Oggi il daimon – o qualsiasi altra voce interiore – l’abbiamo sostituita perlopiù con la voce di nostra madre che ci dice cosa è giusto per noi, senza neanche dissuaderci dalle scelte sbagliate, perché le sue sono sempre giuste. Non siamo più abituati ad ascoltarci, ma a cedere alle pressioni esterne e alle aspettative degli altri. Il daimon socratico invece ci spinge a discutere con noi stessi. Ad argomentare quando sentiamo venire a galla un desiderio, a domandarci perché e in che modo possiamo realizzare qualcosa.

Il demone ci spinge a scegliere senza essere trainati dalle possibilità (infinite) che abbiamo davanti, ma facendo i conti con il nostro passato e le nostre abilità, ci costringe a scegliere dopo averci dissuaso da decisioni sbagliate. Scegliere, nella prospettiva platonica, significa infatti prendere possesso criticamente del proprio passato per migliorare il presente.

Il demone ci spinge a realizzare la nostra eudaimonìa, ovvero il nostro “spirito buono” (letteralmente), cioè posseduto da buon demone, da quel demone che ci permette di realizzare la felicità che sgomita per farci creare un percorso su misura. Sulla misura di chi siamo e non delle opportunità che altrimenti passeremmo la vita a osservare e invidiare da dietro uno schermo.

 

Giacomo Dall’Ava

 

NOTE
1. G. Calogero, Erasmo, Socrate e il Nuovo Testamento, Accademia Naz. dei Lincei, 1972

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“Finché c’è prosecco c’è speranza”: intervista alle due menti creatrici

Nelle maestose e incantevoli colline dove anche La Chiave di Sophia è nata, nel circondario della provincia di Treviso, si stanno sviluppando efferati crimini contro uomini e umanità. Misteriosi omicidi e terreni che si contaminano, si ammalano e fanno ammalare chi ci vive e ci sopravvive.
Questo il panorama in cui veniamo balzati nell’opera Finché c’è prosecco c’è speranza, in duplice versione di romanzo (dell’autore Fulvio Ervas) e film (del regista Antonio Padovan). E noi, incollati al grande schermo, affascinati dai colori e dai luoghi che l’attento sguardo del regista è riuscito a rendere arte, abbiamo iniziato a riavvolgere la trama cercando di capire chi fosse il colpevole di questo giallo. Un colpevole c’è sempre. E non rimane mai relegato a chi ha effettivamente commesso un reato, ma si profila nell’ombra qualcosa di più vasto. Le responsabilità sono condivise e la trama si infittisce, per questo abbiamo avuto bisogno dell’ironia che costantemente smorzava tematiche comunque profonde, delicate, fondamentali.

Ne usciremo vincitori? Solo per aver trovato il colpevole dei delitti? O dietro a quest’opera si nasconde un messaggio che il nostro territorio grida e ci sussurra, attraverso un libro ed un film che parlano tanto di Treviso, quanto di ogni zona sfruttata e abusata?

La risposta la dovremo cercare tra le righe, facendo venire a galla quell’ispirazione da detective che è in ognuno di noi mentre leggiamo o guardiamo un giallo avvincente.

Siamo quindi andati a intervistare l’autore e il regista per raccogliere altri indizi.

Buona lettura!

 

Reshoring: un concetto nuovo che si sta sviluppando nel panorama lavorativo e che prevede il ritorno in patria dei processi produttivi delle aziende che invece avevano cercato la loro fortuna all’estero. Finché c’è prosecco c’è speranza sembra che abbia introdotto questo concetto anche nel mondo dell’arte letteraria e cinematografica. Tornare nel proprio territorio e farne terreno di attività lavorativa. Sfruttare le nostre risorse locali per fare la differenza rispetto al resto.
Questa può essere una chiave di lettura della scelta di aver ambientato la trama del romanzo e quindi del film su questo territorio?

AP – In realtà il romanzo è del 2010 ed era già ambientato nelle colline trevigiane, da cui provengo, e dove abbiamo girato il film. Però sicuramente c’è stata una forte e intima mia energia alla base del desiderio che mi ha spinto a cercare un romanzo che parlasse “di casa mia”, arrivando al libro di Fulvio Ervas.
In Hollywood Ending, Woody Allen interpreta un regista che perde la vista a causa di una crisi nervosa. Quando poi la riacquista e rivede sua moglie dopo mesi, ne resta innamorato, le dice “ogni marito dovrebbe diventare cieco per un periodo”. Penso che la stessa cosa sia successa a me, ma con il territorio da dove provengo. Dopo dieci anni a New York sono tornato con l’occhio innamorato del turista, di chi non ci vive tutti i giorni, e quindi si è ancora assopito alla bellezza. Allo stesso tempo però era casa mia, quindi sapevo di cosa andavo a parlare. Spero che tal senso penso che il mio “partire e poi ritornare” sia stato utile a questo film.

Finché c’è Prosecco c’è speranza è un’opera molto radicata nei luoghi e nel territorio che mette in scena. In vista di un’eventuale e futura distribuzione internazionale quali sono, secondo lei, gli elementi che potrebbero far più presa su un pubblico straniero?

AP – Penso che proprio nella sua “piccola” specificità, sia geografica che sociale, la storia raccontata possa diventare universale, e anche interessante. Le problematiche di cui parla il film sono internazionali, e allo stesso tempo abbiamo appoggiato lo sguardo in un angolino di Italia affascinante e ancora relativamente vergine dal punto di vista cinematografico.

FE – Dobbiamo produrre l’idea che anche un paese come l’Italia, fragile sul piano morfologico, e bellissimo, cresce una sensibilità di tutela del territorio, un’attenzione verso il suo uso che consideri la conservazione come un bene fondamentale e, allo stesso tempo, un bene comune sia alle generazioni presenti che a quelle future. Preservare la bellezza e favorire la compenetrazione delle attività umane  con la forma, e i limiti, del territorio è un valore universale.

La tematica ambientale è molto forte nel film e nel libro, essendo il nodo cruciale attorno cui si sviluppa la serie di omicidi. C’è un interesse particolare che la ha spinta ad affrontare questo tema? A cosa si è ispirato? A quali eventi/notizie?

FE – Personalmente considero la difesa del territorio, sopra il quale posiamo i piedi e dal quale ricaviamo l’energia e la materia di cui ci nutriamo, l’unica, sensata, possibilità di avere rispetto di sé e degli altri.  Ogni attività umana dovrebbe misurarsi con questo principio. Il resto sono follie, i cui effetti esplodono a tempo.

AP – La cosa che più mi ha colpito nelle storie di Fulvio Ervas è la sua lungimiranza nella gestione della nostra storia, che passa inevitabilmente anche attraverso il modo in cui gestiamo l’ambiente. Fulvio vede già quello che vedrebbe un alieno che arriva sulla terra tra 1000 anni, e ci dice dove e cosa stiamo sbagliando. Questo modo di vedere la vita “secolo dopo secolo” invece che “giorno dopo giorno” lo porta ad avere una voce saggia ma leggera. E’ chiaro che nella gestione delle colline del Prosecco, ad oggi, qualche passo falso è stato fatto, e penso che il peccato originale sia proprio la poca lungimiranza.

Il rispetto per il territorio è qualcosa che non si può solo insegnare a parole, ma va trasmesso con emozioni, racconti, storie, vita vissuta e sensibilizzazione. Un libro e un film possono partecipare a quest’opera di cambiamento di mentalità a cui siamo chiamati dalla natura stessa? In che modo?

FE – Completamente d’accordo: c’è bisogno di una narrazione che faccia dell’ambiente un protagonista fondamentale. La nostra isola del tesoro. Naturalmente per avere questo tipo di sensibilità bisogna praticare il rispetto dell’ambiente, altrimenti si perde in profondità e in prospettiva. Credo che costruire, narrativamente, empatia verso chi ha a cuore questo nostro, splendido, pianeta crei un campo di forze, una sorta di “legione” di persone civili, innamorate della vita e del futuro.

AP – L’uomo racconta storie fin da quando è apparso su questo pianeta, e penso che lo facciamo perché sono lo strumento più potente che abbiamo per tramandarci qualcosa, trasmettendo quello in cui crediamo, legando a doppio filo valori e emozioni, perché arrivino in profondità. Il film non ha la presunzione di insegnare, ma penso sia impregnato di quello in cui noi crediamo.

L’idea di girare il film è nata in un club del libro per sole donne e nel film sono molti i personaggi femminili che si ritagliano un ruolo di prim’ordine nella storia. A quale di queste figure è rimasto più legato, una volta terminate le riprese?

FE – Personalmente il personaggio femminile, nel romanzo, a cui ho dedicato più immaginazione e energia narrativa è Celinda Salvatierra, una passionaria combattente per conservare il territorio.

AP – Sono molto legato alle donne del film, in particolare provo molto affetto verso la malinconia che Silvia d’Amico è riuscita a conferire a Francesca, un tratto per nulla scontato dalla sceneggiatura, ma che lei ha saputo catturare con intuito e talento, dando vita a un personaggio forte ma ferito, vero.

In un’epoca monopolizzata da sequel e serie tv, prevede che ci sarà una serializzazione cinematografica anche per l’ispettore Stucky?

AP – C’è qualche discorso in corso… la cosa mi fa piacere perché vuol dire che c’è voglia di conoscere di più i personaggi cui abbiamo dato vita. Non è semplice ma personalmente mi piacerebbe vedere di nuovo Stucky, e se ci dovessero essere le condizioni di fare un bel lavoro non direi di no.

Una delle cose che colpisce maggiormente nel film sono i colori. Colori di una potenza espressiva che esce dallo schermo e investe lo spettatore che si sente attratto e trascinato dentro i panorami della trama. In che modo il libro ha ispirato e aiutato la creazione di questo effetto? Pensi che l’aspetto visivo ed estetico sia molto impattante per colpire una persona?

AP – Grazie. Penso che i colori (sia delle luci della fotografia, che delle sceneggiature) siano uno degli strumenti più importanti del cinema. E’ uno degli aspetti a cui mi piace dedicare maggior attenzione. Rispetto al romanzo, ambientato d’estate, ho voluto azzardare le riprese in autunno, nonostante i rischi metereologici, perché ero convinto che i colori sarebbero stati più adatti alla storia che raccontavamo.

Per trovare una chiave di lettura che vada oltre alla trama del libro e del film, quale potrebbe essere un messaggio che questa storia vuole lasciare ai lettori e agli spettatori?

AP – Al di la della presa di posizione “ambientalista” spero abbastanza chiara, penso che il film (doverosamente, essendo un giallo) parli di giustizia. Giustizia intesa come tema assoluto, “di stato”, verso chi commette crimini, ma anche e soprattutto verso se stessi.
Ho voluto caricare Stucky di un dilemma che nel romanzo non c’era, legato alla storia di suo padre, e che questa particolare inchiesta, dove i cattivi sono i buoni, riporta a galla. Nel monologo finale di Stucky, Beppe è stato bravissimo a comunicare il dolore di una persona che ha ricevuto un torto doloroso ma che al tempo stesso ricorda a se stesso ogni girono che la vendetta non è giustizia.

La speranza a cui si appella il titolo, a cosa si riferisce? Che speranza possiamo continuare a coltivare? Di un cambiamento del rapporto tra l’uomo e il territorio in cui vive?

FE – Inizialmente era ironico: se facessimo tutti delle cose con le bollicine, cioè creative e lungimiranti, si batte la crisi. Ma un altro significato che c’è nel film è: se fai vino buono nel rispetto del territorio il territorio sopravviverà e c’è  speranza per le generazioni future.

 

Giacomo Dall’Ava

 

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Lettera ad una persona in crisi con se stessa (e 5 consigli per affrontarla)

Ti scrivo per condividere qualcosa che non trovi negli articoletti o nei meme online, né in un video su Facebook o YouTube. Perché solitamente le cose dette online sono “solo” il risultato del successo di chi le dice. Sono la parte bella, motivante, quella che ti carica e ti fa sembrare tutto facile. Le parole di chi è già arrivato in cima, e dall’alto della scalata si mette a pontificare su cosa fare quando si è a terra o a metà percorso.
Io ti scrivo perché sono ancora in cammino. Sono praticamente al tuo fianco. Rispetto a qualcuno sarò più avanti, rispetto ad altri sono più indietro.

Ti scrivo perché a un certo punto ci si sente catapultati nel mondo, quello “vero”. Non quello in cui avevamo le spalle coperte dalla famiglia, dagli amici, dalle proprie certezze intramontabili. A un certo punto invece si sente di essere soli e di doversela cavare in qualche modo. Ci si sente in ansia perché si vuol fare la scelta giusta, ma in fondo sappiamo che la scelta giusta non esiste. Quello che si viveva prima era un po’ come la caverna di Platone: guardavamo il mondo esterno soltanto dalle ombre della vita proiettate all’interno.

Ma adesso sei uscito e di certo ti sentirai accecato, spossato, insicuro. Lo sono anch’io, non sei solo. Ti tremeranno la voce e le gambe di fronte ai datori di lavoro, ai professori universitari, alle nuove persone che conoscerai. Ti sentirai impreparato su tutto e ti chiederai perché nessuno ti ha mai detto che fuori era così.

Ma rimani affamato, è la fame a farti fare la differenza, a farti fare un passo oltre questo imbarazzo. Non le storie che racconti in un curriculum, non i titoli di studio che puoi accumulare a suon di bei voti o di risultati risicati. E questo era il primo consiglio.
Se mi chiedi perché ti do dei consigli, ti rispondo che lo faccio per darli anche a me stesso. Perché sto vedendo in questi anni cosa funziona, cosa mi fa andare avanti e cosa fa ottenere risultati a quelli che sono in viaggio come noi.
E ora sotto con il secondo: raccogli tutte le esperienze della tua vita, le tue passioni, il tempo che hai passato a giocare e scherzare, a scarabocchiare sui quaderni mentre un professore spiegava o quello che hai fatto passare in un luogo di lavoro che non faceva per te. Raccogli tutti i pensieri che hai fatto, le tappe per cui sei passato, anche quelle forzate, quelle inutili, quelle fatte per cause di forza maggiore. Lì troverai la diversità rispetto agli altri. La tua storia rimane unica. Punta sulla creazione di una personalità complessa, sfaccettata, multiforme.

E quindi per farlo (terzo punto) hai bisogno di rimanere attivo su più fronti. Fa’ più cose possibili, finché ne hai il tempo, la forza. Così avrai più frecce al tuo arco tra qualche tempo, avrai più idee e contaminazioni da ambiti diversi. Se invece attingi da un solo pozzo, l’acqua si sporca, con tutti quelli che si vogliono dissetare assieme a te. Varia, continua a variare i tuoi input.

E quando dovrai raccogliere i frutti del tuo percorso, impara a raccontarlo. Quarto punto. Non basta averlo fatto, non è sufficiente averlo dentro di sé e sentirsi pienamente consapevoli. Occorre saperlo trasmettere agli altri, destare curiosità e interesse nell’interlocutore. Bisogna saper far vedere all’altro quello che abbiamo imparato e fargli capire perché siamo gli unici ad averlo fatto, ad essere diventati così.

Non sarà tutto fluido, non basterà arrivare a questi risultati per ottenere qualcosa di soddisfacente e piacevole. Nel frattempo dovrai imparare a ingoiare rospi, a subire ingiustizie, a non mostrarti mai stanco o deluso. Sfogati solo in intimità, quando l’occhio del grande fratello e di chi ti giudica non ti sta fissando. Ricarica le tue energie con gli amici e le persone di valore che non ti valutano solo per quello che mostri, ma che ti accolgono anche per la fatica e gli sbagli che stai facendo e che continuerai a fare. Circondati di un piccolo esercito di sostenitori. Era il quinto e ultimo punto.

Adesso alzati, lo so che ti sei accasciato fuori dalla caverna e ci vorresti rientrare. Invece puoi soltanto andare avanti, uscire a procacciarti il cibo che preferisci e a realizzare il tuo Valore Umano.

Alziamoci assieme, sono qui a fianco a te, d’altronde siamo entrambi in cammino.

 

Giacomo Dall’Ava

 

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Licei, filosofia e serie tv: intervista a Tommaso Ariemma

L’istruzione scolastica alimenta l’ampia e delicata sfera dell’educazione dei ragazzi e rappresenta un pilastro per la crescita di una persona. Forse il pilastro più importante, assieme alla famiglia d’origine.

Eppure la scuola è bistrattata, sottovalutata, screditata. Siamo tutti reduci di brutte esperienze? Difficile fare i giudici a posteriori, lamentandoci di quello che non funziona senza mai guardare agli aspetti positivi che infuocano la passione degli studenti, la loro motivazione, le loro conoscenze.

Ce lo ricordiamo tutti in fondo il professore diverso, quello che ti rimane nel cuore per tutta la vita e che ti ha cambiato il modo di vedere la scuola e lo studio. Quel professore particolare, unico, trascinante e coinvolgente. Ecco, ne abbiamo trovato uno ancor più amato e stimato per il modo di trasmettere informazioni, cultura, riflessione e consapevolezza.

Tommaso Ariemma insegna filosofia in un liceo a Ischia, ma la sua risonanza ha ormai conquistato e appassionato tutta l’Italia. Ora è tempo che lo conosciate da vicino anche voi!

 

Insegnare filosofia sui banchi di scuola è troppo spesso diventato un modo per obbligare gli studenti a sapere a memoria una marea di nozioni. Per loro spesso il contenuto non ha importanza, basta saperle ripetere e il gioco è fatto. Ma la filosofia è questa? Qual è la situazione in Italia di come si insegna filosofia sui banchi di scuola?

La filosofia non è certo imparare a memoria delle nozioni, ma saper comprendere il proprio tempo in dialogo con i grandi pensatori, non solo del passato. I testi dei filosofi e le loro riflessioni devono essere usati come una “cassetta degli attrezzi” altrimenti è tutto inutile. Comprendere il proprio tempo significa a questo punto attraversare, con la filosofia, la cultura di massa contemporanea fatta di serie tv, abitudini sui social, svolte tecnologiche e politiche. Ai miei studenti chiedo pertanto esercizi di comprensione, meditazioni filosofiche sul presente. Dovrebbero farlo anche i miei colleghi, ma non accade spesso. Per molti ragazzi la filosofia resta una disciplina astrusa, fino a quando non capiscono come usarla: solo allora essi colgono lo straordinario aumento di percezione della realtà che dona lo studio di questa disciplina.

La filosofia nelle scuole viene troppo spesso presa per un calderone di concetti difficili da capire e da ripetere, eppure nasconde in sé una base per la crescita personale e intellettuale dei ragazzi. Ritieni che sia utile insegnare filosofia alle scuole superiori? Estenderesti l’insegnamento anche ad altre classi e scuole, per non lasciare ragazzi privi di questo privilegio?

La filosofia andrebbe estesa a ogni ordine e grado di istruzione. Lo si fa già, in via sperimentale, con i bambini, con un certo successo. È la disciplina che ti permette di orientarti nel mondo in modo critico e attivo. Certo, per me, l’adolescenza resta il periodo della vita migliore per apprenderla: un periodo delicato, ricco di sfide e la filosofia può diventare, se insegnata bene, una valida compagna di strada.

Per l’opinione pubblica, la scuola non gode purtroppo di una grande fama: si critica spesso quello che viene insegnato e il modo con cui si fa ancora didattica. Sappiamo invece che tu rappresenti una piacevole eccezione, in che modo invece ti differenzi dai consueti metodi di insegnamento?

Quando entro in classe non penso mai di “spiegare” qualcosa a qualcuno, ma di costruire un ambiente di trasformazione e di incubazione di nuove soluzioni insieme ai miei ragazzi. Lo scorso anno, per esempio, abbiamo cercato di formulare in classe una legge antiterrorismo, utilizzando il Sofista di Platone e alcune nozioni di diritto. Definire con una legge il terrorista si è rivelato alla fine molto difficile, tanto quanto per Platone lo era individuare il “sofista”, il cattivo filosofo. I ragazzi si sono misurati davvero con una difficoltà del nostro tempo. Ecco: la scuola funziona se i ragazzi vengono stimolati, sfidati, sollecitati a usare la loro intelligenza per guardare in faccia il mondo. Anche un po’ per scherzare, dico spesso che la filosofia la conosco e mi annoio a sentirmela ripetere. Mi incuriosisce di più vedere cosa sono capaci di fare in ragazzi con del materiale filosofico.

Dai social network vediamo che i ragazzi ti seguono appassionati e coinvolti. Da vicino, potresti raccontarci qual è la risposta sul coinvolgimento dei tuoi studenti? Ci sono influenze positive anche sull’apprendimento delle parti più nozionistiche?

Spesso circola l’idea che il docente sia una sorta di “facilitatore”, uno che semplifica le cose. È una visione per me sbagliata, perché io cerco di essere piuttosto un “attivatore” culturale. Mi piace pensare al docente, e in particolare al docente di filosofia, come a colui che “innesca” apprendimenti, che cambia il modo di vedere le cose. I miei ragazzi riescono ad avere lo stesso entusiasmo che hanno nel seguire o nel fare le loro attività preferite. E a quel punto la complessità della filosofia non li spaventa. Anche gli aspetti più nozionistici vengono visti come un mezzo per un divertimento e una soddisfazione più grande e pertanto non vengono affatto trascurati.

Uno dei tuoi meriti è quello di essere arrivato al cuore dei ragazzi attraverso l’utilizzo delle serie tv per spiegare la filosofia. Le serie tv e i film non sono quindi una perdita di tempo, ma sono impregnati di filosofia: ci puoi fare qualche esempio?

Va detto che sono arrivato al loro cuore, perché sono, come studioso e filosofo, un esperto del funzionamento delle nuove serie tv. Prima di insegnare a scuola ho fatto corsi universitari e  pubblicato diversi volumi accademici sul fenomeno. Questo per dire che il “metodo pop” non si improvvisa. Implica un ripensamento della didattica alla luce di nuove competenze. Non vedo una serie che mi piace e ne parlo semplicemente ai miei ragazzi: seguo da studioso il fenomeno delle nuove serie tv, che ha come caratteristica distintiva una forte componente filosofica. Per questo motivo le serie vengono impiegate nelle mie lezioni. Nella serie tv True Detective, per esempio, vengono citati Parmenide (implicitamente) e Nietzsche (esplicitamente). In Lost addirittura si esagera: alcuni protagonisti hanno il nome di celebri filosofi! Insomma, da più di un decennio la filosofia può trovare un valido alleato nella nuova serialità televisiva.

Senza poi dimenticarsi dei social network, vediamo che avete creato una pagina molto seguita, in cui i ragazzi possono veicolare le loro conoscenze e diffonderle in maniera virale. I social network possono aiutare la filosofia a diffondersi? In che modo?

Lo scorso anno abbiamo creato un blog, ancora attivo e ricco, che contiene gran parte dei nostri esperimenti didattici: tuttofastoria.wordpress.com. È il nostro modo di documentare e condividere in rete quanto si produce in classe. Lo ritengo fondamentale: in rete qualche collega un po’ chiacchierone critica il mio metodo senza alcuna cognizione del lavoro che faccio e allora io posso esibire con orgoglio (a differenza del collega) la mia sperimentazione.

Quest’anno al blog si è aggiunta la pagina Facebook Scuola Pop.Filosofia e cultura di massa, che in pochi mesi ha superato i 6000 followers. I miei ragazzi si sono cimentati con video performance filosofiche, la creazione di un video-dizionario filosofico e altri esperimenti che hanno raggiunto migliaia di visualizzazioni in poco tempo. La filosofia può essere al passo con i social proprio grazie all’entusiasmo dei ragazzi e alla loro energia. La pagina promuove il mio metodo secondo il principio della diffusione del sapere e delle buone pratiche. Non sopporto l’idea del professore che si chiude in classe e poi cala il buio. Tutti, invece, possono vedere (e criticare) quanto facciamo.

In alcuni tuoi libri analizzi il contatto tra l’arte e la filosofia: come si esprime secondo te il legame tra queste due discipline?

Entrambe si occupano di “singolarità”, ma in modo diverso: l’arte lo fa attraverso una pratica che coinvolge i media più differenti (letteratura, pittura, scultura, architettura, cinema, serie tv etc) riducendo al minimo, quasi si trattasse di una fuga, l’aspetto concettuale. La filosofia fa quasi l’opposto. Inutile dire che questa doppia fuga, dalla materia in un caso, dal concetto nell’altro, genera una grande attrazione tra le due discipline, per cui il filosofo è sedotto spesso dall’arte e viceversa. Nella mia carriera di filosofo non ho fatto altro che occuparmi di artisti e pratiche artistiche. Anche l’interesse per le serie tv viene da questa seduzione che l’arte esercita sulla filosofia.

In un tuo scritto, hai definito i selfie “una pratica di cura del sé”: perché credi sia scoppiata questa mania dell’esposizione di sé? Ha a che fare con la ricerca costante dell’essere umano di una forma di bellezza?

Il discorso in questo caso non è facilmente riassumibile in due righe. Certo, la pratica del selfie ha a che fare con la bellezza, e in particolare con una forma di bellezza che ha origine nel Rinascimento, ovvero con l’esaltazione dell’immagine del corpo perfezionabile. Ma haanche a che fare con una pratica di cura, di costante preoccupazione per la nostra immagine condivisa sui social che può portare all’esaurimento. Da filosofo ragiono però anche come una sorta di “farmacologo”, nel senso che, entro certi limiti, la pratica del selfie può rivelarsi importante per sviluppare un amore di sé, un narcisismo non patologico capace di contrastare il prodotto più importante dell’attuale industria della bellezza: la vergogna di sé stessi.

Un consiglio per i nostri lettori. Tra le tue pubblicazioni, quali ritieni che stiano aiutando maggiormente la filosofia ad essere divulgata per il grande pubblico, condividendola anche al di fuori delle scuole e delle università?

Certamente il volume La filosofia spiegata con le serie tv edito da Mondadori da qualche mese. È il risultato proprio della mia sperimentazione in classe. Anche se molto recente, sta registrando un successo inaspettato sia nei giovanissimi che negli adulti che da tempo avevano abbandonato lo studio filosofia.

È obiettivo de La Chiave Di Sophia mostrare come la Filosofia possa entrare in dialogo con tutto ciò che ci riguarda nella quotidianità. Per te che cosa significa Filosofia?

Lo dico in due parole, altrimenti il discorso sarebbe troppo lungo: l’esposizione del pensiero. Per me filosofia significa non aver paura di pensare.

 

Giacomo Dall’Ava

 

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Non dovremmo essere fedeli come i cani

Dovremmo imparare a essere fedeli come le arvicole della prateria, non come i cani. I cani amano un padrone per abitudine: se lo ritrovano in custodia e guarda caso questo padrone è anche un distributore automatico e gratuito di cibo. E così diventano fedeli. Stanno al suo capezzale se sta male, lo riconoscono e lo cercano con devozione, certo, ma sotto sotto c’è un po’ di opportunismo evoluzionista.

Ma cosa sono invece queste arvicole della prateria? Dei roditori, dei piccoli criceti che si amano alla follia e praticano la monogamia più dei cristiani.

Secondo uno studio pubblicato su Nature, condotto presso la Emory University ad Atlanta, in Georgia, il desiderio di fedeltà e della classica “relazione stabile” deriva da un collegamento nervoso, che rafforza gli scambi tra l’area decisionale e quelle della gratificazione e del piacere. Ho scritto “desiderio di”! Non “obbligo di una relazione stabile”. Perché ormai la stabilità è vista come una gabbia, un matrimonio che ci costringe alla fedeltà (almeno a quella manifesta e dichiarata).

Invece questi piccoli roditori − e anche qualche sporadico caso nel mondo − sentono proprio il desiderio di stare con un loro simile, e uno soltanto. Di amare quello e basta.

In questo caso il cuore non c’entra niente: l’amore non sta lì dove passa il sangue che viene pompato nel resto del corpo. Quello batte, continua a battere e al massimo cambia ritmo. Ma è un ritmo dettato dal cervello, dai nostri condizionamenti e da quel flusso più o meno inconscio di pensieri che ci accompagnano in ogni istante della giornata.

Quando un pensiero è piacevole, l’area del cervello della gratificazione si accende, lavora, intensifica le trasmissioni tra neuroni. Cresce.

I ricercatori statunitensi hanno analizzato le connessioni nervose degli esemplari femmina di quei criceti, in particolare tra la corteccia prefrontale (che riguarda la sfera decisionale) e il “nucleo accumbens” (ovvero il centro della gratificazione e del piacere). Dai risultati di questo studio è emerso che più le due aree comunicavano tra loro, più la femmina desiderava una relazione duratura con il maschio.
E quindi? Quindi più le scelte che si prendono portano anche piacere e gratificazione, più la relazione sarà duratura. Non è scontato. C’è di mezzo una stretta connessione tra le scelte che si fanno per se stessi e il relativo benessere che ci portano. Se scegliamo per noi e questo ci porta un grande piacere, di conseguenza aumentano le probabilità di una relazione monogama, e per di più felice.

Poi bisogna vedere se il cervello delle arvicole della prateria funziona come quello degli esseri umani.

Dai test su questi roditori è comunque emerso che la base fisiologica dell’amore e della fedeltà si trovano nel cervello. Quindi è un amore che passa per la decisione, per la scelta. Non una fedeltà da cani, legata all’abitudine e alla ricerca di un padrone. No, niente di tutto ciò, nessun padrone in amore, ma solo decisioni rafforzate dal piacere.

Questa potrebbe essere insomma una delle chiavi per risolvere i problemi di coppia. Smetterla con ‘sta cosa della monogamia per forza, per promessa o per morale. Quella non porta alcun legame con la gratificazione. Buttiamoci invece nelle scelte personali, consapevoli, libere e assaporiamo il piacere che ne deriva.

Perché non è detto che funzioni come sosteneva Goethe: «La fedeltà è lo sforzo di un’anima nobile per uguagliare un’altra più grande di lei.» La scienza alcune volte spazza via anche le frasi più romantiche, i racconti a cui era bello credere. Non ci sono anime di serie A e di serie B. Ci sono decisioni e responsabilità da cui derivano emozioni e sentimenti. E pure il battito del cuore a cui siamo tanto legati in amore.

Giacomo Dall’Ava

[Immagine tratta da Google immagini]

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Sindrome di Homer Simpson: cambiare fa schifo

Diciamoci la verità, cambiare fa schifo e non ce ne importa nulla dell’evoluzione umana né, tantomeno, di quella personale. Ci interessa soltanto “stare bene”, ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Badate bene, non il “massimo risultato” e basta, né mettere in atto uno sforzo sufficiente per il massimo risultato. Vogliamo ottenere quel che si può con questi minimi sforzi.

Lo chiamano anche principio dell’omeostasi: tendiamo a conservare le nostre caratteristiche al variare delle condizioni esterne. Una persona in equilibrio cercherà di mantenere quel prezioso equilibrio, non cercherà in alcun modo di migliorarlo. Sia mai, quanta fatica per niente.

E se stiamo leggendo un articolo di una rivista filosofica, tramite un dispositivo tecnologico e grazie a una rete internet, probabilmente non ci sta andando proprio malaccio. Possiamo anche continuare su questo binario. Certo ognuno con le proprie nevrosi e i propri grattacapi quotidiani, ma ce la stiamo cavando. Pacca sulla spalla e ci riassettiamo sulla poltrona che ci ospita, comodamente.

Chi ce lo fa fare  questo ulteriore sforzo per cambiare?

Nelle sessioni di coaching che mi capita di fare – in ambiti che spaziano dal mondo del lavoro all’intimità della famiglia – mi sono reso conto che le principali situazioni che ci fanno muovere il culo dalla condizione in cui ci troviamo sono tre:

  • Lo schiaffone in faccia
  • Il colpo di culo
  • La lenta e graduale ricerca del miglioramento

Il primo è il classico esempio di cambio del proprio stile di vita dopo un infarto. La morte viene a bussarti alla porta, con tanto di falce alla mano. Poi l’angelo della vita ti prende per i capelli e ti riporta sulla terra. Personalmente, spero non mi capiti mai, altrimenti la calvizie potrebbe rappresentare un problema non più estetico.

In queste circostanze si cambia per forza di cose, lo scossone ricevuto crea un “trauma” (parola che in origine aveva anche il significato di “muovere”, “passare al di là”). Ormai sei passato al di là di una soglia, il dado è tratto.

 

Nel secondo caso si cambia a caso, non sai bene cosa ti abbia fatto cambiare, né perché la situazione ad un certo punto sia mutata. Ti sei trovato al momento giusto nel posto giusto. Eppure non accade quasi mai a te, ma agli altri. E in molti casi la persona in questione non si è nemmeno sforzata troppo per far accadere questa circostanza. Non ce ne vogliano gli amanti della legge dell’attrazione: si tratta di culo (fortuna, in gergo). Non serve alcuna aneddotica, abbiamo tutti assistito a colpi di fortuna (sempre altrui) che ci pare di meritarci ma che a noi non arrivano mai.

 

Il terzo caso è l’unico su cui possiamo esercitare un minimo di progettualità e di forza di volontà. L’unico meccanismo con cui possiamo contrastare una cattiva abitudine, quel sassolino nella scarpa che non è che ci impedisca proprio di camminare, ma ci impedisce di farlo serenamente e a pieno regime.

 

Si tratta di abitudini. Le abitudini rappresentano il 45% di tutte le azioni che svolgiamo ogni giorno. E l’unico modo per contrastare un’abitudine è costruirci sopra un’altra abitudine. Ovviamente, per farlo, occorre un lavoro di lenta e graduale ricerca del miglioramento. In soldoni? Fatica e impegno.

Ma l’economia cognitiva del nostro pensiero ci trattiene dal farlo. Il cervello cerca di confrontare ogni novità con qualcosa di già conosciuto, prova prima di tutto a incastrarla in qualche categoria già creata. Il nuovo gli dà fastidio, e cerca in tutti i modi di ricondurlo a qualcosa di già noto per fare meno sforzi e non dover cambiare idea sul mondo.

Per questo in pochi, pochissimi, scelgono questa terza via. Gli altri aspettano speranzosi il bacio della dea bendata, o attendono a dita incrociate uno schiaffo da cui rialzarsi.

Ma d’altronde nessuno è da biasimare. Cambiare fa schifo. Quando scopriamo che con il minimo sforzo possiamo ottenere un minimo risultato soddisfacente, ci fermiamo lì. Zoppichiamo con il sassolino piuttosto. Piuttosto che levarlo e iniziare a camminare, a sudare, a marciare con la piena responsabilità della nostra andatura.

Insomma l’homo sapiens sapiens, che tanto si vanta della supremazia della sua specie, procede per un banale meccanismo di scelta: l’euristica del soddisfacimento. Si tratta di considerare un’opzione per volta e se ne esaminano le caratteristiche importanti. La prima opzione accettabile sarà la nostra.
Alla faccia del progresso della specie e del miglioramento personale.

 

Giacomo Dall’Ava

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Non illudiamoci di essere indispensabili

Ma cerchiamo almeno di risolvere problemi

Qualche settimana fa stavo parlando con due clienti, marito e moglie. «Di professione faccio il filosofo», spiego a loro. Ma vedo che i loro quarant’anni di matrimonio li riportano a un’epoca in cui la filosofia ancora non esisteva. Eppure avevo letto che si era diffusa già più di 2500 anni fa.

Allora continuo con una spiegazione più dettagliata su quello che faccio, e i due coniugi (proprietari di un’azienda veneta) iniziano a rasserenarsi perché inizio a parlare di efficienza, marginalità, fatturato. Dovevamo solo trovare una lingua comune.

«Quindi tu sei una sorta di lubrificante» se ne esce il marito, destando scompiglio e imbarazzo tra i presenti. E fortunatamente la moglie cerca di chiarire all’istante: «Aiuti le persone a relazionarsi tra di loro per produrre di più e lavorare meglio». Sì, indicativamente.
«Beh», continua la moglie, sperando che il marito non faccia altri riferimenti a lei poco graditi, «Qui da noi nessuno è indispensabile. Se qualcuno non lavora bene cerchiamo di rimpiazzarlo e di ripartire con qualcun altro. Abbiamo bisogno di persone che ci risolvano problemi, che li anticipino.»

Fortunatamente è nata una sincera amicizia lavorativa tra di noi, che mi ha portato a riflettere con loro su questo principio. Un modus operandi condiviso anche da altre realtà, da altre aziende. Forse è un po’ frutto dell’attuale cultura lavorativa: molto più mobile e flessibile, in cui nessuno (si dice) è indispensabile. L’azienda prima di tutto. Poi le persone. L’azienda c’era ancor prima che arrivassero la maggior parte di queste persone, e continuerà anche dopo. In un modo o nell’altro.

Il nostro ruolo sulla terra è insomma contingente, nulla di essenziale, di determinato, di indispensabile agli altri. Ma senza spingerci all’interno dell’esistenzialismo, rimaniamo in azienda. Il ruolo dei dipendenti, ma anche dei manager, sembra costantemente appeso a un filo (un fil di ferro forse, ma pur sempre un filo). In bilico tra l’incremento del fatturato e la sostanziale capacità di non creare problemi, ma risolverli.

A questo siamo chiamati. A risolvere problemi. A rimanere in costante stato d’allerta, con una spada di Damocle posizionata sulla testa, pronti a non dare fastidio e a ridurre il fastidio.

Non basta “essere” in azienda. Non basta essere presenti. L’Esserci di Heidegger non trova spazio. Non siamo su questa terra (ma abbiamo detto di star lontani dall’esistenzialismo, limitiamoci a parlare di azienda!), non siamo in quest’azienda soltanto per confermare la nostra presenza, per affermarci, per far emergere la nostra umanità. Né siamo qui soltanto per obbedire agli ordini. Ormai è troppo poco. Siamo chiamati a risolvere problemi. Altrimenti, avanti un altro.

Sembra una guerra, una lotta perpetua in cui non si può stare un attimo con le mani in mano in stato di quiete.

E Herbert Spencer (filosofo inglese, esponente del darwinismo sociale) ci direbbe questo:

«Pur concedendo che senza queste lotte perpetue le società civili non sarebbero sorte, ed era necessario vi concorresse una forma idonea di carattere umano, feroce e intelligente, possiamo nel tempo stesso ritenere che, formatesi tali società, sparisce la brutalità del carattere degli individui, resa necessaria dal processo produttivo, ma non più necessaria dopo che il processo è compiuto».

(Herbert Spencer, Principi di Sociologia, 1967, II, pp. 22-23)

Spencer pensa quindi che questa brutalità non sia più necessaria ora che le società sono formate, e che quindi possiamo tranquillizzarci e vivere senza il pensiero che il nostro vicino di casa ci potrebbe invadere da un momento all’altro.

Vero. Ma l’azienda è come se fosse una società non ancora formata. Perché non si forma mai, non arriva mai ad uno stato di “arrivo”, di compiutezza. È un’entità in continuo divenire, per cui c’è bisogno di persone che continuamente risolvano i problemi. E, se non ottengono il risultato, la brutalità è lì pronta ad uscire dal covo. Pronta a soppiantarci per qualcuno di più flessibile, o per una macchina robotizzata che non si rivolge nemmeno ai sindacati.

Non che quello dell’avanzamento della tecnologia sia un problema. Non rientra nemmeno in un dilemma morale. Le macchine si occupano, per ora, problemi semplici, meccanici, per l’appunto. Quelli per cui non si è indispensabili in nessun caso.

Per far contenti i due coniugi veneti dovremmo riuscire a risolvere problemi ben più complessi. Come ad esempio la relazione tra le persone, i flussi di scambio di idee, comunicazioni, conflitti. Qualcosa di impalpabile, di utile e complesso. Con la genialità e con quel valore umano che − ancora − le macchine non riescono a riprodurre.

Giacomo Dall’Ava

 

[Immagine tratta da Google Immagini]

 

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Giacomo Rizzolatti: intervista alla mente dei Neuroni Specchio

Quello che distingueva l’essere umano da tutte le altre specie viventi (e soprattutto da quelle animali), era la grande abilità cognitiva. Un cervello più grande degli altri, più sviluppato. Ma non siamo stati neurologi per secoli interi, comunque abbiamo potuto vedere la nostra superiorità da semplici dati di fatto: contare, ragionare, progettare, realizzare, inventare. Tutte azioni precluse al resto dei viventi.

Oggi tutto questo idillio di razza superiore è finito.

Non siamo più primi, forse nemmeno secondi. Siamo guardati dall’alto al basso dalle macchine, dagli algoritmi, dalla tecnologia. Contare, ragionare, progettare, realizzare, inventare. Tutte azioni che una macchina sa fare meglio di noi, molto meglio. E più velocemente.

Eppure siamo ancora aggrappati a un filo, a una caratteristica che ci posiziona (per ora) ancora al di sopra delle macchine e dei robot. I sentimenti. L’empatia. Le emozioni.

Dobbiamo smetterla con questa corsa alla bravura: ci sarà comunque una macchina più brava e veloce di noi. Possiamo però fare la differenza con una relazione nuova, di valore, profonda sentimentalmente.

Allora chiediamolo alla neurologia, alle neuroscienze, cosa dobbiamo fare. Su cosa possiamo fare la differenza.

I neuroni specchio sono una risposta. A tratti sono “La Risposta”. E sono stati scoperti in casa nostra, grazie all’eccellenza italiana, dal professor Giacomo Rizzolatti a cui abbiamo fatto questa intervista.

 

Se dovesse spiegare a un ragazzino cosa siano i neuroni specchio, senza banalizzare questa straordinaria scoperta, ma facendola comprendere ai non addetti ai lavori, come li descriverebbe?

Ci sono dei neuroni, sia nella scimmia che nell’uomo, posti nella corteccia motoria, che rispondono sorprendentemente non solo al movimento, infatti la corteccia motoria è connessa al movimento, ma anche alla visione di azioni fatte da un’altra persona. Una nota importante è che la stessa azione che quel neurone fa fare alla scimmia ad esempio, è quello che eccita il neurone quando la scimmia vede farlo da una persona.

Dato che ha collaborato e discusso anche con filosofi sulle tematiche dei neuroni specchio, in che modo pensa che la filosofia possa aiutare la ricerca e le riflessioni nelle neuroscienze e negli ambiti scientifici?

Il mio team era fatto tutto da medici e un biologo (quello che ha scoperto i neuroni specchio), successivamente i neuroni specchio hanno suscitato molto interesse nell’ambito della filosofia, in particolare di quella fenomenologica. Giordano Giorello un giorno mi ha invitato a tenere un seminario a Milano e lì ho conosciuto Corrado Sinigaglia, il quale ha avuto un training specifico proprio in fenomenologia, in quanto ha fatto un lungo periodo a Lovanio a studiare gli archivi Husserl.
A questo punto abbiamo deciso di scrivere questo libro che ha avuto molto successo. Prima di questo contatto milanese sono stato invitato alla Sorbona per discutere ancora con filosofi fenomenologi, riguardo la nostra scoperta.

La capacità del filosofo è quella di andare a fondo delle definizioni, di trovare delle definizioni anche quelle degli scienziati, che pure sono attenti, per vedere se ci sono degli errori logici, delle contraddizioni con altre cose. Poi, nel caso di Sinigaglia, con cui collaboro già da diversi anni, lui ha imparato molto in neuroscienze, quindi è in grado di discutere con competenza e questo è molto importante perché i filosofi spesso – i grandi filosofi – hanno anche conoscenze in qualcos’altro come fisica, matematica, biologia, per cui quando fanno filosofia hanno anche una parte scientifica.

Con tutto questo interesse per il cervello, è esplosa una “neuromania” che ha coinvolto anche chi – a differenza sua – non dovrebbe essere stato interessato così tanto alla scienza e alle dinamiche del cervello. In che modo le neuroscienze possono dare un valore aggiunto anche alle altre discipline, come ad esempio alla psicologia?

La psicologia in generale descrive i fenomeni, se questi fenomeni poi possono essere descritti in modo più approfondito immettendoci i meccanismi, non toglie niente alla descrizione psicologica. Per esempio sull’attenzione ci sono dei lavori di Michael Posner, che ha inventato un paradigma che dimostra che l’attenzione c’è, è un fatto vero e non è solo una speculazione. Bene, molte cose che abbiamo fatto noi ed altri, mostrano quali sono i meccanismi alla base dell’attenzione. Quindi dirigiamo lo sguardo su cose interessanti o meno. Io direi dunque che c’è un arricchimento. Certo, poi ci sono delle esagerazioni, se uno pensa che può spiegare le religioni guardando il cervello, allora è semplicemente uno stupido.

Se i neuroni specchio sono neuroni sensorimotori che si attivano osservando un’azione senza compierla e senza aver avuto intenzione di farlo, quando vediamo un’azione che rientra nel nostro bagaglio di potenzialità attuabili, significa dunque che il nostro cervello ne sta facendo esperienza? Se vedo un padre che dà uno schiaffo ad un figlio, è come se il mio cervello abbia fatto esperienza dell’azione violenta? O forse del gesto subìto?

Qui è vera l’interpretazione. Nel caso specifico che ha citato c’è anche una componente emozionale, comunque quando io vedo un atto come quello che dice lei, capisco l’azione mediante un certo circuito dei neuroni specchio e capisco anche l’aspetto emozionale che ci sta dietro, cioè la violenza fatta sul bambino e li comprendo entrambi automaticamente. Poi quello che faccio dipende dalla mia cultura, la mia volontà, i miei rapporti con questa coppia, ci sono molti fattori. Se vedo che è un papà buono, che semplicemente dà uno schiaffetto al bambino, non agisco; ma se vedo che è un criminale che dà un schiaffo ad una signora, allora se sono una persona per bene intervengo.

Si sente spesso collegare il concetto di empatia con quello di neuroni specchio: è possibile che la ricerca futura possa direzionarsi verso scoperte utili all’essere all’uomo nel mondo delle relazioni con il prossimo? Si può intervenire o educare il cervello abituandolo con la sola vista e contaminandolo quindi con caratteristiche e situazioni vitali e positive?

Innanzitutto l’empatia, come la usiamo noi scienziati o perlomeno nel mio gruppo, è semplicemente la capacità di capire mediante un meccanismo fenomenologico, quindi automaticamente, senza ragionamenti, l’azione ed emozione altrui. Quindi l’empatia è un meccanismo di comprensione. Poi come si possa gestire, io non l’ho studiato, ma penso che sicuramente ci siano dei meccanismi di controllo. Ad esempio un chirurgo quando opera vede sangue, ma non gli suscita l’emozione che porterebbe ad una persona non abituata. Di conseguenza ci sono certamente dei meccanismi di controllo, ma ancora non è conosciuto come questi meccanismi si possono sviluppare: sentire di meno le emozioni oppure per potenziare la capacità empatica. Alcuni hanno provato dei farmaci come l’ossitocina, che sugli animali effettivamente migliora il rapporto tra esseri. Nonostante ciò, siamo ancora lontani da una soluzione e l’utilizzo di farmaci rimane pericoloso.

In che modo il mondo virtuale può sfruttare il meccanismo dei neuroni specchio e aumentare le potenzialità di un essere umano?

Se per realtà aumentata intende internet, è molto preoccupante. Internet è splendido come fonte di conoscenza: se non ricordo quando è nato il ministro Richelieu in pochi istanti posso sapere tutto su di lui; ma per quanto riguarda i rapporti interpersonali, è un grosso problema. Non c’è più quel rapporto corporeo e immediato che ci dicono le neuroscienze essere fondamentale. Una volta, 30 anni fa, quando si pensava che fossimo semplicemente elaboratori e computer, non c’era un’attenzione a questi dettagli. Invece oggi sappiamo che il rapporto corporeo, umano, tra persone è fondamentale per lo sviluppo della personalità.

Ad esempio, una persona, un genitore, che invece di parlare col bambino parla al telefono, trascura il bambino e anche lei si inaridisce. Quindi c’è un notevole rischio che questa realtà estesa diventi un pericolo per i rapporti sociali, per creare rapporti sani, tra individui o tra genitori e figli.

Giacomo Dall’Ava

[Immagine tratta da Google Immagini]

La vita fa schifo? Prendila con filosofia!

Qualche mattina, non dico tutte, ma qualche mattina capita di sentirsi già stanchi. Come se avessimo corso tutta la notte nella ruota di un criceto. Macché tutta la notte! Forse questa sensazione è proprio legata alla vita di tutti i giorni. Ci sentiamo dei piccoli criceti chiusi in gabbia: a disposizione abbiamo soltanto la ciotola dell’acqua, quella del cibo e una ruota su cui salire. E poi si tratta di correre, correre per meritarci altra acqua, altro cibo, sotto gli occhi compiaciuti di un nostro padrone, di un genitore o di un superiore, di una moglie o di un figlio.

Alla fine sentiamo che tutto quello che facciamo è per gli altri.

Per un briciolo di approvazione, per aspettative o per obbligo. E senso del dovere, questa malattia dell’anima che si attacca come un parassita e ti corrode, lentamente, senza farsi mai sentire di troppo.

Basta.

Basta davvero.

Guardo qualche gabbia a fianco alla mia e vedo che qualche filosofo si è fermato. Qualcuno si è fermato a pensare, altri continuano a correre pensando, altri si sono fermati e basta. Qualcuno ha addirittura aperto la gabbia ed è andato fuori. Altri sono finiti su un tapis roulant che non fa affatto rimpiangere la ruota del criceto: almeno quella non doveva essere pagata mensilmente.

Allora chiedo aiuto a loro, ai filosofi.

Epicuro non se ne preoccupa neanche di queste paranoie, in fondo «quando noi siamo [vivi], la morte non c’è; e quando la morte c’è, allora noi non siamo più». Non dobbiamo nemmeno temere la morte, insomma, il più grande dei mali, perché tutto scompare quando arriverà. Non ci sarà casa che tenga, risparmi accumulati in banca, niente. E di questo se n’è reso conto anche Verga, quando fece barcollare Mazzarò che cercava di portarsi tutti i suoi averi nell’aldilà urlando: «Roba mia, vientene con me!».

Insomma Epicuro è uno di quelli da “bicchiere mezzo pieno”.  Perché per lui quando la felicità è presente abbiamo tutto, quando invece è assente facciamo tutto allo scopo di averla. È benessere del corpo e serenità dell’animo, in pratica tutto ciò che ci allontana dalla sofferenza e dall’ansia.

Non è d’accordo invece la scrittrice giapponese Fumiko Hayashi, che in due versi rovescia il bicchiere: «La vita di un fiore è breve/ solo le sofferenze sono infinite». Insomma siamo ingabbiati senza possibilità di scampo. Condannati a correre senza fermarci.

Eppure Seneca avrebbe qualcosa da ridire: «È dunque felice una vita che segue la propria natura». Al di là della filologia su questa affermazione, assumiamo Seneca come nostro life coach e ci chiederebbe: qual è la tua natura?

Lì si annidano le possibilità della tua felicità, della realizzazione. Mandare tutti a fare… le loro nature, a perseguire le loro passioni. E noi le nostre. Con i nostri modi e le nostre diversità.

Certo ci scontriamo con la struttura sociale. Non possiamo fare tutto come se gli altri non esistessero, non possiamo preoccuparci soltanto del nostro benessere.

Ci pensa Popper a far chiarezza su questo punto: «L’attingimento della felicità dovrebbe essere lasciato agli sforzi dei singoli». La ricerca della felicità è cosa privata, un affar nostro. Spetta invece alla politica occuparsi di ridurre le nostre sofferenze più ampie, dato che la felicità è in ogni caso meno urgente degli sforzi volti a prevenire il dolore.

Al diavolo l’imperativo categorico kantiano allora, secondo cui dovremmo costantemente seguire la legge morale costruita dalla ragione. Per Kant infatti la felicità è un qualcosa d’indefinito, perché un essere umano non potrà mai conoscere a fondo i suoi desideri, cosa lo rende felice.

La filosofia ci insegna anche a dire di no. A rifiutare i pilastri come Kant. In fondo noi viviamo nel qui e ora, l’hic et nunc di cui parlavano i latini. Soffermiamoci su quello che ci sta accadendo attorno, in questo istante. E procediamo per gradi, per piccoli passi. I grandi cambiamenti non sono mai frutto di reazioni immediate. Quello è solo lo scossone iniziale, la suggestione che ci fa scappare, che desta attenzione. Poi è questione di fatica personale, di ricerca incessante e pialla. Pialliamo ciò che non ci piace, lo modelliamo a nostro piacimento.

E allora torna utile la toccante riflessione di Josè Ortega y Gasset «Quando in una strada solitaria l’auto si arresta spontaneamente il conducente, che non è un buon meccanico, si sente perduto e darebbe qualsiasi cosa per sapere cos’è l’automobile dal punto di vista meccanico. In questo caso la perdizione è minima (…) Ma, a volte, resta in panne la nostra vita intera, perché tutte le convinzioni fondamentali sono diventate problematiche (…) L’uomo, allora, riscopre, sotto quel sistema di opinioni, il caos primigenio con cui è stata fatta la sostanza più autentica della nostra vita. Incomincia a sentirsi assolutamente naufrago; di qui l’assoluta necessità di salvarsi, di costruire un essere più sicuro. Allora si ritorna alla filosofia».

E ricordiamoci che, usciti dalla gabbia, potrebbe andare peggio: potrebbe piovere.

 

Giacomo Dall’Ava

 

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La forza dell’abitudine. Ovvero come smettere di mettersi le dita nel naso o di guardare il telefono quando non squilla

Cammini, fai altro, sei impegnato, ma senti vibrare il telefono.
Ti infili una mano in tasca e controlli la notifica.
E così tutte le volte che ti capita di averlo in tasca o a portata di mano. Sempre, quindi.
E poi c’è la curiosità di vedere se qualcuno ti ha scritto, ti ha taggato o ha apprezzato qualche tua azione sui social. Anche quando non vibra.
A un certo punto la mano scivola al telefono in automatico.
Si è creata un abitudine. Ma non solo, si è creato qualcosa di ancor più forte: un rito.
Il rito dell’abitudine. E così per la maggior parte delle azioni che ci partono in automatico: segnale, routine, gratificazione. Segnale, routine, gratificazione. Questo è il circolo vizioso che si mette in atto. E poi a ripetizione ogni giorno, ogni ora, ogni minuto.

Dopo un po’ il segnale non serve nemmeno più, tant’è che possiamo mettere silenzioso e fregarcene dell’input. Controlleremo comunque in maniera spasmodica il telefono come se fosse in perenne stato vibrazione, e per qualcuno non serve nemmeno il “come se”.
Alla base ci sta la gratificazione di un bisogno, qualcosa che ardentemente vuoi soddisfare e che ti richiederebbe troppe energie se ogni volta dovessi riprogrammare l’azione per farlo.
E allora trovi un modo semplice, veloce, immediato. Lo metti in atto un po’ di volte e ti prendi tutta la goduria del risultato.

Se vuoi stroncare un’abitudine devi quindi provare a farlo all’inizio, quando ancora c’è il segnale che ti chiede di trovare una soluzione al bisogno.
Se arrivi troppo tardi, cioè se la tua gratificazione parte anche quando non c’è più il segnale, è – appunto – troppo tardi.
Non abbiamo più margine di manovra per estirpare quella dannata abitudine.
Prendi un bambino (per carità non prendere te come esempio: eri l’unico a non farlo). Prendi un bambino e insegnagli a non mettersi le mani nel naso. Puoi farlo, ma prima che quella sia diventata un’abitudine radicata. Se arrivi un attimo dopo, il gesto gli parte in automatico e non c’è più un controllo consapevole sul movimento.

Come fare? In questo caso intervengono forze maggiori. I poteri forti che riescono a influenzarci anche contro la nostra volontà o contro la nostra consapevolezza: la pressione sociale.
Ma per lo smartphone non c’è nessuna pubblica gogna se lo controlliamo in maniera forsennata e incontrollabile.

Allora dobbiamo ricorrere a qualcos’altro. Anche perché personalmente molti non la ritengono nemmeno un’azione automatica di cui liberarsi. Fa parte di quel meccanismo spontaneo, come quando si apre il frigorifero anche se non stiamo cercando del cibo. Facciamo solo un rapido check-up, e se qualcosa ci cattura, la cattureremo a nostra volta.

Abbiamo bisogno di qualcosa che vada oltre la chimica sinaptica.
Il cervello risente della crisi da millenni, e cerca di mettere in atto un’economia cognitiva che punta al risparmio. Risparmio di tempo, di energie, di ragionamenti.
Se qualcosa è superflua, non la fa.
Se capisce che il telefono lo guardi anche quando non suona, smette di aspettare che suoni per darti l’idea di guardare se è suonato. (Che poi non si è nemmeno sicuri che sia colpa del cervello, che sia lui a lanciare alla persona l’idea di fare qualcosa di spontaneo e inconscio.)

Non c’è scampo insomma, se arriviamo dopo il superamento di questa soglia. L’abitudine ha già preso casa e cambiato gli infissi. Non si sfratta.
Quando insomma non abbiamo alcun motivo intrinseco o estrinseco a cambiare abitudine, o non ci rendiamo nemmeno conto di averne una, come fare?
C’è solo un modo per farla andar via, per farla annichilire sotto gli sferzanti colpi della nostra motivazione e della nostra sete di miglioramento.

Per togliere un’abitudine possiamo solo costruirci sopra un’altra abitudine.

Dobbiamo quindi impegnarci nel costruire un ciclo dell’abitudine forzato sopra all’altra abitudine. E quindi: segnale, routine, gratificazione. Ma questa volta controllati. Fino a che non serviranno più né il segnale né il nostro controllo. E dobbiamo essere intransigenti, dannatamente intransigenti.
Chiodo schiaccia chiodo, insomma. Eppure ci avevano detto che quando si viene lasciati da una ragazza non funziona.
Con il cervello invece sì.
E non sto dicendo che “ragazza” e “cervello” siano due cose opposte, sia chiaro.
Ma chiodo schiaccia chiodo funziona. O al limite lo facciamo funzionare, schiacciandone uno sullo schermo del telefono per fissarlo al tavolo.

Giacomo Dall’Ava

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