“Nato il quattro luglio”: a cosa può portare lo spirito nazionalistico?

Gli anni ’60 hanno sempre suscitato in me un grande interesse per le tendenze musicali, per le lotte ai diritti umani, per i cortei, per l’aria di libertà che sembrava respirarsi. Ho sempre visto quel periodo come un momento in cui le coscienze dei giovani si sono risvegliate all’unisono e hanno cercato di farsi spazio in una società che per lungo tempo non li aveva ascoltati. Furono anni controversi le cui vestigia sono ancora presenti, ma vorrei porre l’attenzione su un evento che senz’altro ha segnato un punto cruciale della storia contemporanea: la guerra in Vietnam (1955-1975). Per farlo vorrei partire dall’analisi di un film di Oliver Stone che credo racchiuda appieno quello che fu lo spirito di quegli anni.

Nato il quattro luglio, film del 1989, fa parte di una serie di tre pellicole che Stone diresse cercando di focalizzarsi ogni volta su un punto di vista diverso: prima quello degli americani e poi dei vietnamiti. Nella pellicola sopracitata è evidente sin dalle prime scene come lo sguardo sia posto sugli americani, sul loro forte spirito nazionalistico e su come la guerra sia presentata ai giovani. Il piccolo protagonista assiste nella prima inquadratura alla parata del 4 luglio con una bandierina e un elmetto, lo si vede giocare con dei piccoli fucili quasi ad essere un segno premonitore di quello che sarà il suo futuro. Successivamente lo si vede diventare un giovane forte e atletico che dopo aver ascoltato una conferenza di un Marines decide di arruolarsi per la guerra in Vietnam “per difendere e preservare il grande spirito americano”. 

Ma la guerra è sempre dissolutrice, distrugge i sogni giovanili di gloria e di riscatto e ben presto ci si ritrova a chiedersi se quello in cui si è creduto abbia senso dinanzi alla rovina e alla distruzione che essa ha portato. Non è più una guerra per lo Stato ma diventa una lotta per la sopravvivenza e ci si rende conto che il popolo “maligno” che si era andato a combattere è semplicemente un popolo come un altro, dilaniato e spaventato dalla guerra. Tornato in patria il protagonista è cambiato nel corpo e nell’animo, così come tutti coloro che vi parteciparono: spesso si legge che chi andò in Vietnam tornò cambiato nel corpo e nella mente, e così fu.

La guerra in Vietnam per i giovani americani era un’occasione di servire il paese come avevano fatto i padri, i nonni, solo pochi decenni prima. Eppure l’esperienza avrebbe dovuto insegnare quanto la guerra fosse deleteria, si sarebbe dovuto ricordare il numero di vittime, le famiglie distrutte, la fame, ma negli anni ’60 vinse su tutto nuovamente lo spirito nazionalista e il forte motivo economico. Si manifestò contro questo nuovo flagello e vi furono molti cortei pacifisti, ma solo quando tutto finì ci si rese conto che una nuova generazione di americani era andata distrutta.

La guerra in Vietnam ha dato conferma di come la storia non abbia ancora un’accezione critica, sembra non insegnare e soprattutto sembra che gli ideali nazionalisti abbiano ancora la meglio sui cittadini. L’idea di forza, potere e sopraffazione acceca l’uomo a tal punto da non fargli più avere una visione volta al futuro e alle conseguenze delle proprie azioni, ma riduce il suo sguardo al mero presente. Combattere quella guerra – come tutte le guerre del resto – volle dire abbandonare la propria giovinezza e innocenza e diventare improvvisamente adulti con consapevolezze nuove che avrebbero per sempre cambiato le loro vite. Uccidere, distruggere e annullare ogni tipo di morale vuol dire far morire parte di sé stessi.

Canzoni, film, cortei, documentari animarono il mondo degli anni ’60 e le strade dell’America, se è vero che la storia non aveva sortito alcun effetto sino a quel momento sembra che la guerra in Vietnam abbia suscitato il più grande movimento di giovani mai visto, i quali avevano preso consapevolezza di ciò che volevano essere e del mondo che volevano vivere. Fu un movimento planetario, una presa di coscienza collettiva. Le immagini di quegli anni ancora oggi destano meraviglia ed emanano voglia di pace e libertà. Questo spirito è rimasto in parte nella nostra cultura e ancora oggi per noi deve essere un monito, un esempio.

Credo che ciò che gli anni ’60 ci hanno insegnato sia che non bisogna mai assopirci e lasciarci guidare ciecamente da alcuna idea o ideale che ci viene impartito in nome di uno Stato, bisogna essere vigili per cambiare il nostro mondo o anche la nostra piccola realtà. Essere coraggiosi e consapevoli vuol dire prendere atto di ciò che è stato e avere uno sguardo lungo su ciò che vogliamo sarà. Non permettiamo più che il sonno della ragione generi mostri, ma siamo attenti a renderla sempre vigile e critica.

 

Francesca Peluso

 

[Immagine tratta dal film]

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Una citazione per voi: Kant e la legge morale

DUE COSE RIEMPIONO IL MIO ANIMO DI AMMIRAZIONE SEMPRE NUOVA E CRESCENTE: IL CIELO STELLATO SOPRA DI ME, E LA LEGGE MORALE IN ME

(I.Kant, Critica della ragion pratica, Laterza, Bari, 1976, pg. 197)

 

Kant pone questa citazione alla fine della Critica della Ragion Pratica nel 1788.

Si richiama fortemente alla rivoluzione scientifica ed uno dei punti di riferimento è Bacone; ci porta, infatti, a soffermarci su una facoltà imprescindibile di cui è dotato l’uomo: la Ragione. Rivolgere lo sguardo al cielo stellato vuol dire ricordare all’uomo di cosa è capace, cioè il poter governare e studiare la natura attraverso la sensibilità, l’intelletto e le sue categorie. L’uomo governa la natura, questa si confà alla ragione e non viceversa, l’uomo si riscopre soggetto in un mondo in cui fino a quel momento era stato oggetto. L’uomo si astrae dal suo stato di minorità e si riscopre soggetto in un mondo di fenomeni, l’uomo valica le famose colonne d’Ercole del sapere grazie alla Ragione.

Ponendo lo sguardo alla legge morale il richiamo è forte a Rousseau, ma per il filosofo la legge morale porta l’uomo a determinarsi come persona all’interno della società: nessuno ci obbliga ad aderire alla legge morale, ma chi sceglie di farlo lo fa in relazione alla società in cui vive ed è colui che è dotato di autocoscienza. Le legge morale fa parte di tutti noi e ci guida nell’azione, la domanda di Kant sorge nel momento in cui si chiede perchè decidiamo di aderire ad una morale comune nonostante nessuno ci obblighi?

La grandezza del filosofo sta nel riconoscere l’uomo come soggetto che riesce ad unire ambito morale, pratico, e teoretico. Un soggetto che è in grado di riconoscere dentro di sé un io interiore che sa domandarsi come agire secondo imperativi che ha dentro di sé. Questa citazione aprirà ad importanti dibattiti in filosofia che rimangono tuttora aperti sulla natura della morale; sarà anche ripresa da J.S. Mill che parlerà del rapporto dell’individuo con la libertà e sarà d’ispirazione per tutti gli autori successivi come Fichte o Hegel e si rivelerà fondamentale per il futuro esistenzialismo.

 

Francesca Peluso

 

 

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“Il nichilismo europeo”, il frammento di Lenzerheide di Nietzsche

Per questa rubrica sulla riscoperta di un classico della filosofia ho pensato di analizzare il celebre frammento di Lenzerheide in cui Nietzsche racchiude il fulcro della sua riflessione sul Nichilismo occidentale, ma anche il suo pensiero sull’eterno ritorno, la trasvalutazione dei valori e sull’Oltreuomo che inesorabilmente si collega ad una presa di coscienza della condizione nichilistica dell’uomo. Lenzerheide è una località in cui il filosofo si recava spesso per riflettere e fare lunghe passeggiate; lo scritto che prenderò in analisi è una raccolta di brevi frammenti editi negli anni ’60 da Einaudi grazie all’attenta analisi filologica di Colli e Montinari.

Il filosofo si confronta con vari tipi di nichilismo e prende spunto per la sua riflessione dal nichilismo dei valori russo, dal nichilismo religioso e dal nichilismo del senso. Nietzsche si rende conto che oramai cercare una soluzione al nichilismo sembra essere anacronistico, perché la scienza e la presa di posizione dell’uomo nei confronti della natura e del sapere stesso lo ha messo di fronte il nichilismo stesso. Noi viviamo il nichilismo e l’uomo può solo accettare questa condizione e provare a farci conti e a tracciarne una genealogia.

Ma la domanda che il filosofo si pone è: l’uomo può riuscire ad accettare di essere frutto di una casualità, che la sua vita non abbia senso e può accettare di non avere un valore in quanto uomo?

L’indagine del frammento di Lenzerheide si apre con una analisi della morale cristiana occidentale, ragionando per idealtipi si potrebbe dire che l’uomo grazie alla morale cristiana e nella speranza di una vita futura ha dato valore alla sua stessa vita e ha accettato di credere in valori morali divini che segnavano un religamen con Dio.
Il gesto eroico di Nietzsche è nel far rendere consapevole l’uomo che quei valori che aveva creduto divini in realtà sono valori umani troppo umani che l’uomo ha creato per dare un senso, un orientamento alla sua vita rendendosi conto della sua condizione. La trasvalutazione dei valori è ammettere una nuova tavola di valori che si sanno essere umani, valori che si sanno soggettivi perché frutto di impulsi, passioni, desideri e ambizioni.

La morale non ha nulla in sé di oggettivo, ma solo di soggettivo e l’atto eroico dell’uomo sta nell’ammettere questo suo carattere e smascherarla dal suo carattere di veridicità che si è portato dietro per anni, e chi porrà valori nuovi sarà l’Oltreuomo. L’interpretazione dell’Oltreuomo per anni è stata oggetto di fraintendimenti dovuti ad interpretazioni filologiche non corrette e perché troppo spesso associata a teorie politiche successive. In realtà l’Oltreuomo è colui che accetta la condizione umana troppo umana dell’uomo priva di orientamento, è colui che porrà i valori nuovi sopracitati ed è colui che saprà affrontare l’Eterno Ritorno dell’uguale.

La concezione di tempo nietzschiana è sostanzialmente diversa da quella cristiana che prevede una progressione, si potrebbe assimilare ad una retta in cui individueremmo un prima, un ora, un sarà. Quello che invece il nostro filosofo ci prospetta è una visione circolare del tempo, un tempo che non ha fine, non è direzionato e si rinchiude in sé stesso facendo coincidere ogni inizio con la medesima fine.

Come penserebbe il Superuomo l’Eterno Ritorno?

Questa è la domanda con cui si conclude la dissertazione del frammento in analisi; è difficile pensare che esista un uomo che si prenda la responsabilità di sperimentare, vivere ed accettare l’insensatezza della vita giorno dopo giorno. Eppure questo uomo deve volere l’insensatezza della vita, deve volere una nuova tavola di valori. Qui entra in gioco il concetto di Volontà di Potenza che sembra per certi versi essere un fine o l’unico valore incontrovertibile a cui si possa fare affidamento. Ma dichiarare un fine non sembra essere in contrasto con il pensiero di Nietzsche?

È una domanda a cui spesso si è cercato risposta, ma risulta difficile darne una certa.
Ciò che resta è l’eroica riflessione di un filosofo che rompe gli schemi con la metafisica precedente ed è capostipite della Storia della filosofia contemporanea come dirà Heidegger nelle sue celebri lezioni degli anni ’40; Nietzsche ci prospetta un nuovo scenario d’azione dell’uomo e mette l’uomo al centro del suo universo. L’uomo vuole il volere, l’uomo è artefice di sé stesso, l’uomo è libero e consapevole della sua condizione. L’uomo trova la sua forza nell’accettare la sua indeterminatezza: è questo il messaggio che spaventa, ma che fornisce un nuovo motivo di speranza all’uomo nelle sue capacità.

 

Francesca Peluso

 

[Photo credit Breno Machado via Unsplash]

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The new pope: la rappresentazione di un’utopia o di una chiesa possibile?

Che si voglia o meno la chiesa, come istituzione, fa parte della nostra storia e ha influenzato il nostro modo di vivere, i nostri valori. La storia della chiesa è fatta di ascesa, conquiste, potere, scandali, ma si deve ricordare il suo ruolo di mecenate in arte e cultura e di madre per gli ultimi della società. La chiesa trova le sue radici nella Bibbia ed ha quindi delle leggi immutabili, ma questa immutabilità viene a scontrarsi con la società moderna che si potrebbe definire fluida. La domanda è: la chiesa potrà mai mettersi al passo con i tempi, mostrarsi aperta nei confronti di questioni discusse come il matrimonio tra i prelati o il riconoscere l’unione religiosa delle coppie omosessuali?

È una domanda che mi sono sempre posta e guardare The New Pope di Sorrentino mi ha spinto a tornare sulla questione. Ciò che questa serie mette in scena è un Vaticano lontano dalla realtà eppure paradossalmente così vicino. Il papa che Sorrentino ci presenta è un papa che vuole mettersi al passo con i tempi, un papa che parla liberamente di amore, arte e unioni civili. Un papa che vuole «legittimare l’amore per evitare un amore aberrante»: questa citazione è rivoluzionaria perché ci fa capire che siamo tutti esseri umani, tutti abbiamo bisogno di amore carnale, di vicinanza, di affetto e quanto sia innaturale chiedere a qualcuno di privarsene; probabilmente Dio non lo vorrebbe. Tutti siamo uguali, tutti possiamo amare e tutti possiamo far parte della vita della chiesa come laici o religiosi. Il papa si domanda se la legge della Bibbia può essere revisionata, ma se lo fosse non sarebbe più eterna, non sarebbe più arte, quindi diverrebbe parte della vita e prima o poi come ogni cosa soggetta di mutamento si degraderebbe.

Il punto focale è che la legge non può essere arte, la Bibbia ha una sua storia che rimarrà sempre viva, ma che dovrà sapersi in parte adattare alle nuove contingenze; il messaggio non può cambiare, ma può cambiare la lettura che ne ricaveranno gli uomini. La legge è rischio, è cambiamento perché del tutto umana. Tutto ciò che è umano e ha a che fare con la vita dell’uomo deve poter essere soggetto al mutamento altrimenti perirà. Quindi quale dei valori della Bibbia deve essere riletto? La chiesa può davvero compiere passi così rivoluzionari? La risposta è sì ed è nel proseguimento di una via media a metà strada tra la tradizione e la nuova società.

The New Pope ci insegna che le restrizioni che la chiesa impone in campo sessuale, sul celibato ed anche sui (così pochi) ruoli riservati alle suore (le grandi estromesse dalla storia della chiesa) non portano altro che a un progressivo allontanarsi delle nuove generazioni dalla chiesa, ma anche un allontanamento da parte dei religiosi stessi che scegliendo di essere parte attiva dell’Istituzione hanno l’onere di rispettare importanti vincoli e voti che costano impegno, dedizione e sacrificio. Ciò porta i religiosi talvolta ad allontanarsi dai valori così detti sani, ciò non è affatto una giustificazione per gli scandali di natura sessuale all’interno della chiesa, ma spiega il clima entro cui si celano.

La grandezza di questa brillante serie è mostrare il lato umano di persone che vediamo come eteree, la bellezza è riscoprirsi tutti parte di un unico universo governato da impulsi, passioni, voglia di emanciparsi e di sentirsi liberi. Un universo che non potrebbe altro che essere definito umano. L’umana chiesa deve rendersi tale per far sì che continui il suo operato, il vedere il lato umano dell’Istituzione più longeva al mondo aiuterebbe ogni uomo ad avvicinarsi e magari, come afferma il papa di Sorrentino, farebbe ricredere anche Nietzsche. Perché questa serie è più nicciana che mai, il riconoscere l’umanità delle istituzioni, la variabilità delle leggi umane troppo umane, porterebbe l’uomo alla consapevolezza del suo proprio essere e gli darebbe una nuova prospettiva sulla sua vita, sul suo operato. Il riconoscersi parte di una società liquida vuol dire riconoscersi parte di un continuo mutamento, accettare l’eterno divenire delle cose vuol dire mettersi in gioco ed accettare la propria fallibilità, vuol dire tentare di adattarsi per poter sopravvivere.

 

Francesca Peluso

 

[In copertina fermo immagine della serie televisiva The new pope]

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Evoluzione del rapporto tra uomo e progresso scientifico

Il progresso scientifico è stato osteggiato, osannato, incoraggiato. Il tema dello sviluppo della scienza è sempre stato parte attiva della vita dell’uomo, si potrebbe partire dalle prime speculazioni scientifiche dei presocratici sino ad arrivare alla rivoluzione scientifica e industriale. La scienza è un’ancella fedele della vita dell’uomo, ma c’è un confine molto labile che non deve essere valicato pena la distruzione stessa della vita umana. Qual è il confine che rende immorale e pericoloso il progresso della scienza nella vita dell’uomo? È una domanda complessa a cui sarebbe difficile rispondere. Si potrebbe dire che bisogna porre dei limiti, analizzarli. Non si può osteggiare il progredire delle ricerche scientifiche e viviamo in una società in cui risulta essere necessario.

Sono celeberrimi gli esperimenti sulla genetica condotti durante la seconda guerra mondiale, proprio dalle conseguenze di queste sperimentazioni nel dibattuto filosofico a metà Novecento inizia a fare capolino la parola bioetica. L’uomo sente il bisogno di tracciare i confini dell’etica moderna, di capire gli effetti sulla sua stessa vita di queste sperimentazioni. Etica, medicina, scienza e filosofia si incontrano per la prima volta in un dibattuto tuttora acceso e che non riesce a vedere fine. Ci si chiede che valore ha la persona all’interno di questo panorama e ci si interroga sui suoi diritti, su come essa debba essere rispettata. Quanto vale la vita del singolo in vista di una scoperta più grande? Hugo Tristram Engelhardt Jr, filosofo e medico, uno dei padri della Bioetica moderna – nei suoi testi più noti si è occupato del concetto di persona, etica e morale in campo medico e filosofico – lucidamente, analizza il profilo dell’uomo moderno e si pone una domanda: l’uomo può passare da una fase in cui è considerato tale ad una fase in cui non lo è più? Che ruolo deve avere l’uomo nello sviluppo delle scienze e nella sperimentazione?1 Rispondere a questa domanda è una dirompente presa di posizione.

Ci troviamo dinanzi alla figura di un uomo che governa il destino dell’uomo stesso, è carnefice e artefice. L’uomo moderno è stato assimilato a Prometeo, essendosi emancipato dai dogmi e fattosi simbolo del progresso nell’epoca moderna sembra aver perso la sua direzione. Il Prometeo moderno è colui che crede di potersi elevare al di sopra dei suoi limiti non capendo che privandosi di ogni limite ricade in un vortice che lo distrugge. Nel 1800 John Stuart Mill, padre della filosofia della scienza moderna ed economo di inizio Ottocento, ha affermato che «l’uomo è sovrano sulla sua persona, sul proprio corpo e sulla propria mente»2, ma l’assoluta libertà della persona deve avere un vincolo: la salvaguardia della libertà e del benessere altrui. L’uomo ha responsabilità dirette su sé stesso e sugli altri.

Il compito dell’etica sta nel valutare i mezzi e i fini con cui tali scoperte vengono adoperate e si sente sempre più il bisogno che tale compito sia adempiuto.
La scienza deve essere un progredire dell’uomo sempre e solo a beneficio della comunità umana, come sosteneva Francis Bacon, filosofo e scienziato simbolo della rivoluzione scientifica con Cartesio e Galileo, già agli inizi del Seicento nel Novum Organum. L’uomo deve farsi portavoce e profeta di un’idea di scienza nuova che ha riconsegnato all’uomo una posizione centrale nella storia della sua evoluzione.
Come non cadere vittime di questo libero arbitrio di cui siamo dotati all’interno dell’incessante progredire delle scienze? È interessante osservare che non vi è una definizione univoca di progresso della scienza: il progresso della scienza ha così tante sfaccettature che non si riesce a raccoglierle in una unica definizione.

Il progresso della scienza appare come un diamante dai mille riflessi al cui centro, però, deve soggiacere un principio di responsabilità per la società di cui si fa parte.
Il principio di responsabilità sembra essere l’unica possibilità, per Jonas, a cui rivolgersi: questo deve essere un punto di riferimento nell’uomo che, previdentemente, con attenta analisi dei costi e benefici riesce a valutare lucidamente cosa è capace di arricchire la società. L’uomo dovrà rivolgere uno sguardo al passato e uno al futuro, farsi detentore delle esperienze passate e, mettendo in atto il concetto di storia critica, analizzare la direzione della società di cui fa parte.

 

Francesca Peluso

 

NOTE:
1. Cfr. D. Engelhardt, Etica e Medicina
2. C. Pievatolo, H. Jonas un’etica per la civiltà tecnologica, da “Il Politico”, Università degli studi di Pavia, 1990, pp. 337-349.

[Photo credits by pixabay]

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Socrate in Hannah Arendt: perché la politica si è allontanata dalla riflessione filosofica?

Sembra essere quanto mai un problema attuale il progressivo allontanarsi della filosofia dalla politica e dalla vita pratica, assistiamo alla messa in disparte di una riflessione che nasce dal singolo uomo e che mira alla sua emancipazione.
La filosofia occidentale sembra sia pensata come mera speculazione lungi dal poter essere presa in considerazione per un’analisi politica, poiché sembra non possa offrire alla vita pratica soluzioni contingenti.

Nel 1956 ci troviamo solo a pochi anni dalla caduta di un regime che aveva negato ogni tipo di riflessione intellettuale al singolo, se non quella imposta dal regime. È proprio in questo anno che la filosofa Hannah Arendt si immette in un complesso dibattito sul ruolo della filosofia nella pratica della politica e tiene un ciclo di lezioni dedicate alla figura di Socrate. Socrate sosteneva che ogni cittadino ha una sua opinione che è germinale e trova il suo fiorire grazie al confronto con la società che lo circonda. Questa opinione non deve essere oscurata, anzi deve essere guardata da più punti di vista grazie al dialogo con gli altri portando ad avere uno sguardo d’insieme sulle opinioni altrui. Il compito della politica per Socrate è contribuire allo sviluppo dell’opinione del singolo in vista della crescita della società, la politica deve favorire il confronto di idee. L’opinione vera non è unica, normativa e riposta in un singolo individuo, ma ogni opinione è preziosa per la costruzione di una verità collettiva. La condanna di Socrate per la Arendt segna il definitivo distacco dell’ambito politico dalla riflessione filosofica mettendo in luce una falla nel sistema giudiziario che è costituito da opinioni di singoli.

Platone ne L’apologia di Socrate, secondo la Arendt, si ripropone di cambiare rotta rispetto al maestro. Il filosofo non si fida più delle leggi dello Stato, delle opinioni dei singoli che avevano causato l’ingiusta condanna. Dal momento che le opinioni portano ad errori, a queste viene sostituita l’idea che è normativa, unica.
Si assiste così all’omicidio del dialogo.

Una riflessione del genere porta la Arendt a vedere lo stretto collegamento con l’epoca in cui ha vissuto.Il pensiero socratico per un regime totalitario è pericoloso, deve essere osteggiato, perché in tal modo ogni cittadino è consapevole, ha peso all’interno dello Stato. Ogni cittadino è parte della coscienza comune dello Stato per Socrate. Tutto questo non poteva essere funzionale ad un regime che mira alla censura, alla cancellazione di ogni tipo di diversità. La politica del regime totalitario non è più al servizio del singolo, ma è una politica che paralizza, stereotipa il singolo. Il singolo non ha la possibilità di sopraelevarsi attraverso il dialogo, gli viene negata la formazione della sua stessa coscienza. Dal processo ad Eichmann la Arendt aveva potuto appurare che i singoli che facevano parte del regime lavoravano costantemente eseguendo degli ordini, non veniva lasciato loro il tempo di chiedersi cosa effettivamente stessero facendo e soprattutto perché. Ciò è dimostrato emblematicamente dalla risposta di Eichmann alla domanda sul perché si fosse reso parte di un genocidio, la sua risposta fu: “ho eseguito gli ordini”. Il male sembra derivare da una mancata riflessione sul proprio agire e da una mancata formazione di una coscienza personale.

Ancora oggi dinanzi a genocidi recenti come quello dei Curdi si parla di una mancata formazione di coscienza comune. Perché il quadro storico sociale descritto dalla Arendt continua a perpetrarsi nella storia come una sorta di eterno ritorno di eventi? La risposta può essere trovata nel pensiero di Bauman che afferma di trovarsi in un momento in cui «il vecchio muore e il nuovo non può nascere»: cioè un momento storico in cui è impossibile il miglioramento perché sono le istituzioni stesse a negarlo. Ancora una volta i cittadini non riescono a trovare spazio e voce e se la trovano vengono osteggiati. Non ci resta che trovare una soluzione nell’educare i futuri membri della società alla riflessione e alla politica intesa come riflessione stessa sulla vita dell’individuo, educarli al confronto ed al dialogo. La speranza è che i futuri influenzino le istituzioni e le sensibilizzino ad un futuro diverso e ad una creazione di una società più umana.

 

Francesca Peluso

 

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Alex De Large ossia l’uomo roussoniano prima dei vincoli imposti dalla società

Spesso ci si interroga sull’origine delle leggi, se esse siano effettivamente efficaci e sul perché bisogni sottoporvisi. Ne discusse Platone sino ad arrivare a Rousseau e tuttora il dibattito è aperto. Oggi di fronte alla attuale situazione sociale ci si chiede come uno Stato dovrebbe comportarsi o perché un cittadino debba sottopormi a leggi anche quando sembrano minare la mia libertà e la mia possibilità di scelta. Difficile poter dare una risposta date le variabili infinite che si possono considerare.

Le leggi per Platone ne La Repubblica sembrano essere necessarie per il benessere dello Stato e per evitare che esso collassi sotto rivolte e repressioni. L’accento non è ancora posto sul singolo cittadino, ma il singolo è preso in analisi all’interno della società di cui fa parte. Con Rousseau chi viene messo al centro della discussione è l’uomo, il singolo cittadino. Nel Discorso sull’Ineguaglianza Rousseau descrive il momento storico in cui il singolo viene strappato dal suo Stato di natura e gli vengono imposti dei vincoli. La domanda sorge spontanea: l’uomo ha una natura buona se riesce a vivere nello Stato di natura senza autodistruggersi e distruggere gli altri?

Il romanzo di Anthony Burgess, Arancia Meccanica, e il successivo adattamento cinematografico diretto da Stanley Kubrick ci mostrano che l’uomo non è per natura buono, ma che, al contrario, ha bisogno di leggi che lo limitino. Allo stesso tempo è efficacemente dimostrato dalla sorte del protagonista quanto sia fondamentale per ogni uomo continuare ad avere la possibilità di scegliere. La scelta implica un’azione e l’agire dell’uomo deve essere guidato da leggi di riferimento dal momento che l’uomo ha degli istinti naturali di sopraffazione. L’uomo, quindi, può essere libero di agire solo all’interno del sistema di leggi a cui sceglie di sottoporsi.

Alex De Large vive in una Londra distopica dove si è affermato un governo violento e si è declinata conseguenzialmente una società che lo rispecchia. Regna il caos sin dalla prima inquadratura. Alex rappresenta l’uomo nel suo stato naturale, lo stato in cui verserebbe se la società non gli avesse imposto dei processi civilizzanti; compie atti violenti e non sa porre freno ai suoi impulsi. Venendo imprigionato per uno dei suoi crimini si assiste, attraverso un primo piano spiazzante, ad un Alex costretto alla conversione: viene, infatti, costretto a leggere i Testi Sacri. Emblematicamente Alex viene fatto venire a contatto con la religione la quale, simbolicamente, dovrebbe rendere sudditi di una legge eterna gli uomini. Il nodo cruciale è che il protagonista, solo attraverso torture immani sia psicologiche che fisiche, viene addomesticato ad odiare la violenza: non cambia la sua natura, semplicemente attraverso il terrore del dolore che potrebbe provocargli il commettere atti violenti preferisce non agire. Alex non ha possibilità di scelta. Il suo è uno sguardo vuoto e davanti ad esso dovremmo rabbrividire, ma siamo portati a simpatizzare nei suoi confronti. Alex è un monito: è l’immagine di ogni uomo.

Kubrick nella scena finale ci pone dinanzi un dilemma: l’omologazione e la privazione della scelta attraverso atti violenti da parte dello Stato possono essere una via d’uscita per abolire la disubbidienza civile? La risposta la si ha nell’ultima scena: Alex riprende lo sguardo dell’inquadratura iniziale del film: neanche la tortura è riuscita a cambiare l’indole umana. L’indole umana solo attraverso leggi può essere civilizzata e la civilizzazione non deve creare una società di arance meccaniche, ma dei cittadini consapevoli; terrore e sopraffazione creano automi, uomini privi di umanità.

Il capolavoro di Kubrick trova il suo punto di forza nella geniale sceneggiatura, scritta dall’autore dell’omonimo romanzo, e nella scelta delle inquadrature: la gran parte sono puntate sugli occhi dei protagonisti specchio della loro impersonalità che è il prodotto di una società che li ha creati non educati.Questo pezzo di storia del cinema è il nostro specchio, posti dinanzi al nostro riflesso dobbiamo chiederci: è questo ciò che potremmo diventare? Le risposte sono molteplici e si devono cercare senz’altro alternative che ci portino a rivalutare e soprattutto a riflettere su ciò che vogliamo essere.

 

Francesca Peluso

 

[In copertina un fotogramma del film Arancia meccanica]

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