La domanda di Yali: superiorità o fortuna

A volte mi capita di pensare di essere nata nella parte fortunata del mondo e in un momento storico che tutto sommato può dirsi buono. Certo, la situazione politica sembra non promettere molto bene, laddove dal punto di vista civile e sociale ci sarebbe invece bisogno di interventi notevoli e tempestivi. L’accesso al mondo del lavoro, la tutela e il sostegno della maternità, il miglioramento del sistema scolastico: questi sono solo alcuni esempi di quanta strada ci sia ancora da fare prima di poterci adagiare sugli allori, ammesso che questo sia davvero possibile un giorno.
D’altro canto, però, non possiamo mica dire che ci va così male! Il diritto all’istruzione ci è garantito, abbiamo la facoltà di decidere autonomamente riguardo le cose importanti della nostra vita, godiamo di un’ampia libertà di movimento, abbiamo a nostra disposizione un tempo libero non solo per il nostro benessere ma anche per il nostro divertimento. Tuttavia sappiamo bene che tutto questo in altre parti del mondo è ancora un miraggio. Ci sono zone devastate dalla guerra, ci sono fiumi umani in attesa alle frontiere, ci sono intere popolazioni sfruttate, c’è chi muore ancora di fame, c’è chi è costretto a sposare e condividere la propria vita con persone che non ama, c’è chi vive allo stato “selvaggio” ignorando ogni forma di civilizzazione e di modernità.
Ciò sembrerebbe rafforzare il mio iniziale punto di vista: viviamo davvero nella “buona” porzione di questo variegato e complicato mondo. Nelle pagine iniziali del testo “Armi, acciaio e malattie” Jared Diamond, biologo americano e professore di fisiologia, descrive l’incontro che ebbe nel 1972 con Yali, un politico della Nuova Guinea. Yali indirizzerà allo studioso una domanda che indubbiamente sembra mossa dalle mie stesse constatazioni: “Come mai voi bianchi avete tutto questo cargo e lo portate qui, mentre noi neri ne abbiamo così poco?”. Perché le redini del mondo furono a lungo nelle mani prima degli europei e poi degli americani? Come si è arrivati a parlare di eurocentrismo? Da cosa dipende il divario che in termini contemporanei caratterizza il Nord e il Sud del mondo?
Avete già iniziato ad elaborare qualche risposta “da filosofo”? Avete forse riversato un’eventuale risposta nella filosofia stessa? Fermi tutti! Confesso che anch’io sono caduta in tentazione: anch’io ho pensato che il fattore decisivo fosse stato l’invenzione della filosofia, l’esercizio del pensiero, lo sviluppo di una riflessione in materia politica, e via dicendo. Ma niente di tutto questo: bisogna invece andare molto più indietro nel tempo. Il professor Diamond in quanto a lettura del passato è più abile e più convincente addirittura di un filosofo!
Egli mostra che nel corso della storia l’umanità ha conosciuto tassi di sviluppo diversi nei vari continenti; potere e ricchezza sono stati a lungo prerogativa di una porzione ristretta di mondo. La spiegazione ottocentesca di sfondo etnico e/o razzista, come già è stato dimostrato, non è affatto in grado di delineare le motivazioni alla base della supremazia esercitata principalmente dagli europei in questi 2000 anni. Nessuna superiorità biologica, nessuna miracolosa caratteristica genetica. I fattori determinanti per Diamond sarebbero stati geografici in primis, e in secondo luogo ecologici e territoriali. L’elemento iniziale di vantaggio delle prime civiltà mediorientali fu infatti il poter sviluppare una forma progredita di agricoltura. Questa possibilità dipese infatti da un privilegio geografico, ovvero dall’orientamento del continente euroasiatico secondo un asse est-ovest, il quale fu in grado di garantire una maggiore estensione di territori con le stesse caratteristiche climatiche, con lo stesso numero di ore di luce e con il medesimo ecosistema. Fu dunque la risorsa ambientale ciò che permise lo sviluppo di pratiche di vita sedentarie, la specializzazione dei compiti e dunque le prime forme di suddivisione sociale e le prime organizzazioni protostatali.
La storia successiva la conosciamo bene e in parte coincide con la stessa storia della filosofia e della tecnica: con l’avvento della civiltà classica il fulcro dello sviluppo si spostò verso ovest, tant’è vero che quando si venne a creare quella particolare situazione nella quale gli europei disponevano delle risorse necessarie alla scoperta e alla conquista di territori a loro geograficamente lontani, essi, di fronte a tale possibilità, non si tirarono affatto indietro. In effetti, perché tirarsi indietro? Perché sottrarsi alla volontà di potenza? C’erano in ballo il merito e la gloria della realizzazione di imprese prima impensabili, siano queste la scoperta dell’America, l’avvento dell’imperialismo o lo sfruttamento economico dei territori sottomessi. Saremmo pronti oggi a smentire senza dubbi altre forme moderne di sottomissione? La nostra “superiorità civile” è davvero frutto di avanzate politiche sociali o deriva piuttosto dagli strascichi della storia passata?

Federica Bonisiol

Può esistere un buon governo? Sviluppi dall’assolutismo Hobbesiano

Sarebbe bello se questo sovrano conoscesse veramente ciò che è giusto per la sua comunità, sarebbe bello se egli operasse esclusivamente per il bene di quest’ultima. Sarebbe bello se non ci fosse bisogno di porre nessun tipo di rimedio alle sue decisioni. Sarebbe bello se tutto funzionasse a regola d’arte, in politica, in società, nei rapporti umani. Sarebbe bello se non vi fossero conflitti, contrasti, logiche di interesse!

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Giornata della Memoria: per una memoria non fine a se stessa

Se una volta il calendario cartaceo era solito riportare con massima attenzione i nomi dei Santi religiosi e le ricorrenze della cultura popolare, ad oggi il nostro calendario social-mediatico ci informa quotidianamente su tutt’altro genere di notizie. Alcune ricorrenze attirano con forza la nostra attenzione e la nostra sensibilità, altre sembrano invece essere decise a tavolino per fini strettamente pubblicitari e/o commerciali finendo per apparirci come totalmente irrilevanti.

Una delle ricorrenze più importanti, non soltanto dal punto di vista storico, ma anche e soprattutto dal punto di vista civico è la Giornata della Memoria. Ogni anno possiamo assistere a numerose e svariate iniziative ad essa dedicate, in tutti gli ambiti culturali. Essa è stata stabilita al 27 Gennaio, data che nel 1945 ha visto l’apertura dei cancelli di Auschwitz; la sua portata commemorativa però va e deve poter andare ben oltre questa semplice data.

Ciò che deve stimolare in noi la curiosità e la riflessione è l’intitolazione ufficiale della ricorrenza: “Giornata della Memoria“. Qualsiasi tipo di anniversario, per definizione, si propone di ricordarci un particolare avvenimento. La Giornata della Memoria, invece, in quanto tale, sembra volerci ricordare di ricordare. Sembra che essa non voglia semplicemente ricordarci quanto è stato, ma che voglia imporci il ricordo stesso! Da questo punto di vista il 27 Gennaio sarebbe allora la giornata della memoria per antonomasia, la quale da sola si fa carico, e quale altra ricorrenza potrebbe riuscirci meglio, di farci volgere per un attimo lo sguardo verso tutte quelle pagine che la storia vorrebbe strappare dal suo libro infinito.

Da un punto di vista più filosofico, però, l’imposizione del ricordo fa si che l’esercizio della memoria e l’appello ad essa siano un dovere! Si può davvero imporre la memoria? E’ auspicabile che il ricordo assuma la forma di un imperativo?

Per rispondere a queste domande ci viene in aiuto il testo “Se Auschwitz è nulla – Contro il negazionismo”, scritto da Donatella Di Cesare. In queste pagine è affrontata la delicata questione del negazionismo, quel filone di pensiero storicamente revisionista che mira a negare dei particolari avvenimenti storici. Nel caso della Shoah l’atteggiamento negazionista si fa impressionantemente radicale in quanto la negazione di ciò che è stato è funzionale al proseguimento dello sterminio. Per dirla con parole forti, che la stessa autrice non manca di sferrare: gli Ebrei saranno sconfitti definitivamente soltanto se si riuscirà a cancellare dai resoconti storici la stessa attestazione del loro annientamento. Il negare, dunque, per queste organizzazioni, è un atteggiamento intenzionale, volto all’annientamento complessivo dell’intera vicenda che ha coinvolto il popolo ebraico.

Date queste premesse, l’esercizio della memoria e del ricordo dovrebbe allora essere considerato come una sfaccettatura della formazione da incoraggiare e una consuetudine civica da promuovere. Con ciò però si intende un sano dovere della memoria: “sano” poiché è necessario badare bene a non storpiarlo o snaturarlo. In molti, infatti, hanno posto l’attenzione su questo aspetto: il rischio a cui storici e intellettuali si riferiscono si identifica con la conversione della memoria in culto, della commemorazione in celebrazione.

L’esercizio della memoria non può essere fine a se stesso, non deve semplicemente fare luce sul passato per ricordarci di non ripetere gli sbagli di quanti sono vissuti prima di noi. L’eterno ritorno alla Nietzsche è soltanto un’affascinante fantasia, perché il passato, lo sappiamo tutti, non ritorna tale e quale! L’esercizio della memoria, a mio parere, deve essere un terreno fertile sul quale seminare e coltivare sguardi onesti ed accorti, che possano essere in grado di scovare, nelle vicende attuali, non le somiglianze fattuali con quelle del passato, ma piuttosto le loro somiglianze motivazionali, al fine di smascherarne le tendenze corrotte e distorte.

Federica Bonisiol

Selezionati per voi Junior – Natale 2015

Inizio Dicembre..un pomeriggio in casa al calduccio..una matita in mano e un foglio bianco steso di fronte. Per molti bambini, questo, è un momento davvero magico! Finalmente possono esprimere il loro desiderio per il Natale che ormai pian piano si avvicina! Chi non ha ancora l’età per scrivere si fa aiutare da mamma e papà. Chi a scrivere ha appena imparato si fa correggere gli errori da qualche fratello o sorella più grande. Chi invece a Babbo Natale non ci crede più, la letterina probabilmente non la scrive, ma spera comunque di poter scoprire qualcosa per lui sotto l’albero!

Cari genitori, amici, parenti, ecco qualche proposta per voi: impacchettate un libricino insieme ai tanti regali che comprerete! Leggere è viaggiare con la fantasia, è scoprire nuovi mondi con il pensiero! Inoltre, per noi della Chiave di Sophia, leggere è soprattutto riflettere! Per cominciare a farlo non c’è un’età minima, anzi! I bambini sanno dimostrare spontaneamente ogni giorno la loro curiosità verso il mondo che li circonda. Leggere assieme a loro un album illustrato durante le vacanze natalizie sarà un’occasione in più non soltanto per trascorrere un momento piacevole in famiglia, ma anche per alimentare le loro domande e riflessioni riguardo a..

La grande domanda

VITA: Wolf Erlbruch, La grande domanda, Edizioni e/o 2004, 13€, a partire dai 3 anni

Un testo che, facendo esplorare differenti punti di vista, permette di apprezzare la particolarità e la singolarità di ciascuno di essi. Le risposte dei vari personaggi alla cosiddetta “grande domanda” non si propongono come alternative escludentesi l’un l’altra, ma offrono spunti per iniziare a definire la propria posizione, la quale può addirittura essere annotata alla fine del libro! Contribuire con i propri disegni alle illustrazioni già presenti nel testo? Niente di più soddisfacente per un bambino!

 

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AMICIZIA: Linda Sarah e Benji Davies, Sulla collina, Giralangolo 2014, 13.50€, dai 4 anni

Una breve storia d’amicizia che inizia a due, con Uto e Leo, sembra incrinarsi con l’arrivo di Samu, ma che poi termina felicemente con l’immagine dei tre bambini che giocano tutti assieme. L’amicizia per i bambini è un’esperienza tanto speciale quanto delicata! Capita spesso che si verifichino delusioni per piccolezze: quest’album può insegnare ad affrontare le paure e le preoccupazioni al fine di vivere con spensieratezza i momenti in compagnia!

LEZ PESCA

AMBIENTE e non solo: Heinrich Böll e Emile Bravo, Lezione di pesca, Bao Publishing 2013, 11€, dai 5 anni

Un racconto che vede come protagonisti un turista esageratamente propositivo e un tranquillo pescatore della costa occidentale. Il primo rispecchia la tendenza attuale alla produzione a all’accumulo di beni e capitali; il secondo invece dimostra di essere ancora capace di godere dei piaceri semplici della vita. Riusciranno a mettersi d’accordo? Scopritelo assaporando le simpatiche e colorate immagini che fanno da sfondo!

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STORIA: Sebastiano Ruiz Mignone e David Pintor, La piccola grande guerra, Lapis 2015, 14.50€, dai 6 anni

Un grande album illustrato che con immagini sapientemente realizzate e ricche di particolari, si propone come mezzo ideale per affrontare l’argomento non solo della Grande Guerra, ma anche di tutti i conflitti bellici in generale. La guerra non deve essere un tabù, i bambini sanno che è esistita e che in alcune parti del mondo esiste ancora. È importante soffermarsi a parlarne con loro se lo richiedono, senza affogare dubbi e domande, al fine di poter fornire loro fin da piccoli gli strumenti per imparare a capire questo strano, condannabile, ma pur sempre naturale, fenomeno.

 

Federica Bonisiol

[immagini di proprietà de La Chiave di Sophia ]

Vogliamo parlare di guerra? Eliminiamo ogni forma di finalismo: il punto di vista di Bobbio

È l’ormai lontano 1979 quando Norberto Bobbio, con lo scritto Il problema della guerra e le vie della pace, cerca di dimostrare con decisione l’insostenibilità di qualsiasi tipo di giustificazione della guerra. Con le sue pagine egli vuole affermare la necessità di un totale abbandono non solo di questa pratica, ma anche, in senso più generale, della violenza e di ogni suo tipo di manifestazione. Al centro della sua analisi vi è il fatto che gli armamenti delle varie potenze mondiali si sono sviluppati, durante il secolo scorso, fino a raggiungere un livello tale per cui, se si dovesse ricorrere al loro utilizzo, si potrebbe compromettere la stessa esistenza dell’uomo sulla terra. Un’affermazione di questo genere a molti potrebbe sembrare esagerata o addirittura infondata: è proprio questa la preoccupazione che tanto assilla Bobbio, ovvero la mancanza di una “coscienza atomica”. Il livello di sviluppo tecnico e militare a cui siamo giunti è in grado di esporci, infatti, alla possibilità di una guerra termonucleare, la quale, non potendo assolutamente essere paragonata alle guerre che finora si sono verificate, ci pone di fronte ad una vera “svolta storica”.

Perché una guerra di tal tipo è da considerare come una guerra nuova e dunque da rifiutare con assolutezza? A detta di Bobbio, non è affatto a causa dell’orrore: per lui, infatti, ogni guerra è orrenda; ogni guerra avrebbe dovuto, in passato, e dovrebbe, in futuro, essere condannata.

Le ragioni su cui si concentra il suo ragionamento ci conducono ad una riflessione molto più profonda. La guerra termonucleare, infatti, potrebbe mettere a repentaglio la vita e la storia intera dell’umanità, potrebbe distruggere tutto ciò che è esistente. Inoltre, la guerra termonucleare potrebbe non condurre a nessun tipo di risultato. Se lo scopo di ogni conflitto bellico è la vittoria (e il raggiungimento di tutti i vantaggi politici, economici e sociali che essa consente di ottenere), la guerra termonucleare, a differenza delle guerre passate, potrebbe invece non permettere una distinzione tra vincitori e vinti1.

Alla luce di queste considerazioni, mi chiedo e vi chiedo: possiamo rimanere indifferenti di fronte ad una tale eventualità? Possiamo pensarla con distacco o indifferenza? Io credo di no! Credo che ciò non sia possibile nemmeno per l’animo più bellicoso. Il motivo è semplice, ed è Bobbio stesso a suggerircelo: la possibilità di una guerra atomica ci costringe ad elaborare prima, e ad assumere poi, un nuovo e decisivo punto di vista storico: dovremmo eliminare dal nostro orizzonte di pensiero qualsiasi forma di finalismo. Ebbene sì, dovremmo spogliarci proprio di quel tipo di ragionamento che tanto caratterizza la nostra mentalità occidentale! Dovremmo imparare a vedere la storia dell’uomo non più come un processo inevitabile, connotato da un tendenziale miglioramento, ma come un susseguirsi di fatti sì inevitabile, ma sprovvisto di qualsiasi tipo di senso.

Di fronte a questo panorama, Bobbio propone un irrinunciabile atteggiamento di pacifismo attivo, il quale consisterebbe nel negare in modo totale ogni ricorso a conflitti armati, affermando così una profonda fiducia negli effetti pratici che possono discendere dall’utilizzo delle tecniche nonviolente. Questa soluzione vi lascia perplessi? Ebbene, la sensibilità disillusa di Bobbio è perfettamente cosciente della difficoltà di questo tipo di alternativa: egli infatti ritiene che essa si presenti ancora come (inaccettabilmente) distante dalla nostra realtà attuale, nella quale «l’etica dei politici è l’etica della potenza».

Ciò che gli preme di più, dunque, sembra essere l’indirizzarci ad una revisione del nostro modo di stare al mondo e del nostro modo di percepire e valutare ciò che quotidianamente ci potrebbe apparire come invece inafferrabile, come troppo grande rispetto alla nostra finitudine di singoli individui, e come troppo lontano dalla portata delle nostre decisioni ed azioni. Ciò che più conta sembra essere il gettare il seme, il delineare delle piste di lavoro, lo smuovere la sensibilità pubblica, nell’attesa, speranzosa e calma (ma non inerte) che le cose comincino a mutare dal loro profondo.

Ma le cose potranno cambiare davvero? Di fronte a ciò che quotidianamente accade nel mondo, possiamo dirci fiduciosi? Certamente ed innegabilmente, ritengo si imponga sempre più come necessaria, e con una certa fretta, una più profonda riflessione da parte di ciascuno di noi rispetto a queste tematiche; non soltanto per riscattarci dal punto di vista bobbiano secondo il quale «l’arma totale è arrivata troppo presto per la rozzezza dei nostri costumi, per la superficialità dei nostri giudizi morali, per la smoderatezza delle nostre ambizioni, per l’enormità delle ingiustizie di cui la maggior parte dell’umanità soffre non avendo altra scelta che la violenza e l’oppressione»; ma anche per prendere posizione di fronte al fatto che sebbene la guerra atomica sembri essere solo una mera possibilità “futuristica”, in realtà siamo tutti potenzialmente coinvolti e dunque tutti potenziali vittime, e questo, la Storia, non solo passata, ma anche presente, la quotidianità, ce lo hanno già dimostrato.

 Federica Bonisiol

NOTE:
1. Per non limitarsi al puro piano teorico, è Bobbio stesso che cita un esempio riguardante gli U.S.A.: «gli Stati Uniti potrebbero riprendersi in 5 anni se subissero un attacco con soli 10 milioni di vittime, mentre con un attacco massiccio che uccidesse 80 milioni di americani, la ripresa richiederebbe mezzo secolo». Queste stime sono risultate da studi antecedenti di vent’anni rispetto al saggio del 1979, e sebbene debbano essere prese in considerazione e ridimensionate alla luce del progresso tecnologico che sempre più ci impone i suoi tempestivi risultati, sono comunque utili per farci valutare il fenomeno della guerra atomica in modo più concreto.

BIBLIOGRAFIA:
Norberto Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, 2009

Habermas e la politica deliberativa: un’utopia?

Ma perché tutto questo ottimismo?

Se c’è una cosa che non manca mai di stupirmi è la fiducia che alcuni pensatori attribuiscono ancora oggi alle capacità proprie della sfera politica. Io la guardo con un atteggiamento di pura rassegnazione: per me politica è soltanto sinonimo di slealtà e manipolazione. Di fronte al panorama odierno non riesco ad avere occhi ottimisti, e forse proprio per questo motivo fuggo a cercare consolazione in qualche pagina di sana filosofia politica, perché quella si che riesce a far vedere la realtà con un po’ di speranza in più. A volte però, di fronte ad alcune pagine, qualcosa non mi torna. Mi sembra, infatti, che alcune problematiche vengano liquidate con troppa rapidità.

Fatti e norme è un testo scritto da Jürgen Habermas nel 1992, e da allora è uno dei punti di riferimento del dibattito politico contemporaneo. Qui Habermas permea le sue teorie di un ottimismo che a tratti potrebbe apparire addirittura fuori misura. Bisogna dire fin da subito, però, che il 1992, per quanto cronologicamente possa sembrare un passato recente, in realtà per tutta una serie di fattori socio-culturali, si distanzia dal nostro presente in maniera piuttosto decisa.

Habermas apre la sua riflessione con una distinzione tra due attitudini comportamentali tipiche dell’essere umano: orientamento al successo e orientamento all’intesa. L’orientamento al successo, di matrice evidentemente hobbesiana, è da lui avversato, in quanto intrinsecamente impossibilitato a realizzare una democrazia che possa dirsi solida e stabile: se ciascuno pensasse soltanto al proprio interesse, infatti, non tarderebbe ad utilizzare qualsiasi mezzo al fine di proteggere la sua sfera d’azione, arrivando con ciò anche ad ostacolare libertà ed integrità altrui. L’orientamento all’intesa invece, è l’attitudine da Habermas considerata non soltanto corretta, ma anche da promuovere all’interno della società. Essa infatti, fonda l’idea centrale del testo e dell’intera proposta politica habermasiana: l’interazione discorsiva come presupposto di ogni processo decisionale in campo politico.

L’obiettivo della partecipazione politica per Habermas deve essere il raggiungimento del bene comune. Questo deve essere individuato non più attraverso il riferimento alla sfera morale, bensì attraverso l’attuazione di discussioni pubbliche tra individui che si riconoscono l’un l’altro come liberi ed eguali. In ciò consiste la politica deliberativa proposta da Habermas, e in ciò si fonda anche tutta la mia perplessità.

Mi pare infatti che il ricorso alla strutturazione di spazi pubblici di dialogo politico, sia non soltanto un tentativo già proposto da altri in passato, ma sia anche una strada difficilmente percorribile. Come possiamo, attraverso il dialogo, accordarci? Come possiamo, al giorno d’oggi, accantonare l’orientamento al “successo” in favore di un’intesa profonda con gli altri individui? In taluni casi non è il mero successo ciò a cui pensa la gente, ma è il poter vivere serenamente e con dignità. Inoltre, quanto può incidere la parola di noi cittadini sulle direttive politiche? A me pare che la risposta sia piuttosto evidente. E per questo motivo la mia lettura di filosofia politica questa volta sembrerebbe deludermi: troppo ottimismo, troppa sbrigatività. La realtà mi sembra talmente complicata!

Poi però mi ricordano: ciò che attribuisce ad una norma un potere regolatore è il suo discostarsi dalla realtà. Se non vi fosse questa distanza, allora non vi potrebbe essere nemmeno margine di miglioramento. A questo punto mi sembra di poter tornare a dormire sogni tranquilli. Ma un’ulteriore domanda mi blocca: qual è la distanza massima per non dover rischiare di sprofondare nell’utopia?

 

Federica Bonisiol

Testo: J. Habermas, Fatti e norme. Contributi a una teoria discorsiva del diritto e della democrazia, Laterza, Roma-Bari 2013

[immagine tratta da Google Immagini]

Chi siamo per parlare di giustizia morale? L’immigrazione ci svela i nostri limiti

Tutti parlano di migranti. Tutti vogliono esprimere il loro giudizio a riguardo. Oggi provo anch’io a dire la mia, e ad organizzare in qualche riga i miei ingarbugliati pensieri.

Come prima cosa vorrei mettere al bando ogni tipo di giudizio di valore che è stato formulato in merito a questa vasta e complicata questione. Io credo che affrontare il dibattito a suon di “è giusto accogliere”, “è giusto rimandare a casa” non sia affatto efficace. In particolare, ciò che mi sembra fallace è lo stesso coinvolgimento della sfera della Giustizia. Perché non limitarci ai soli dati di fatto? Perché deve esserci per forza una Verità a riguardo?

L’intero processo storico è stato marcato da fenomeni di emblematica rilevanza; credo che possa essere elevata a tale anche l’ondata immigratoria che negli ultimi tempi si è posta con così tanta determinazione al cospetto della nostra attenzione e delle nostre sensibilità. È banale affermare che una migrazione di una così vasta portata (che coinvolge persone provenienti da svariati paesi, e spinte a partire da svariate motivazioni) sia una delle sfide più imponenti che finora si siano mai presentate nella lista delle cose da fare dei cosiddetti paesi “avanzati”. Una sfida che però li coglie (e forse, ci coglie) impreparati. Ma d’altronde, come si può essere pronti a gestire una tale emergenza? Forse arrabbiarsi con i vari organismi statali e con l’Europa tutta è superfluo: chi ha mai immaginato una situazione come questa?

La Storia, inoltre, non insegna! La Storia offre chiavi di lettura, parametri di confronto, strumenti; ma non fornisce alcuna soluzione. Ecco perché non mi piace, in quanto anacronistico e dunque totalmente inutile, associare il fenomeno immigratorio attuale con altri avvenuti in passato. L’unico punto in comune tre i migranti di oggi e quelli di ieri è il ritrovarsi costretti a partire, a lasciare il proprio luogo di origine. Indipendentemente dagli ideali politici, questo fattore dovrebbe toccarci tutti, in quanto cittadini e in quanto uomini. Mi auguro (e voglio sperare) che nessuno sia capace di rimanere indifferente di fronte alle notizie e alle immagini che quotidianamente fuoriescono dalle pagine dei giornali, dagli schermi televisivi, o addirittura dagli stessi telefoni che con costanza ed ossessione stringiamo in mano. Ma ciò che veramente fa la differenza, tra ieri ed oggi, sono le congiunture sociali, politiche e soprattutto economiche. Ed è questo il vero punto decisivo, in quanto influisce non solo sull’elaborazione delle strategie politiche volte a regolare il grande flusso umano, ma anche sulla nostra percezione di quanto sta accadendo. Questo punto, a mio parere, è tanto decisivo quanto spaventoso: il migrante, letto alla luce delle sovrastrutture che inevitabilmente condizionano il nostro pensare, viene scorporato della sua dignità e viene percepito come minaccia. Minaccia alla nostra “perfetta” e “pacifica” società; minaccia alla nostra economia; minaccia al nostro già travagliato mondo del lavoro. L’empatia, l’elogio dell’interculturalità, lo spirito di fratellanza, l’altruismo, talvolta vengono messi in ombra e soffocati. Ma infondo, è davvero legittimo condannare del tutto un tale atteggiamento, seppur di chiusura si tratta?

Io non ho risposte, e con queste righe non ho voluto esprimere alcun giudizio di parte. Ho cercato di descrivere la situazione così come appare ai miei occhi forse inesperti; ma soprattutto ho cercato di evidenziare la problematicità intrinseca ad ogni ragionamento in materia di immigrazione. Mi premeva il desiderio di stimolare la riflessione al dubbio e all’ignoto, perché troppo spesso riscontro un abuso delle etichette “moralmente giusto e quindi buono”, “moralmente sbagliato e quindi da denigrare”. Chi siamo noi per parlare autenticamente di giustizia morale?

Federica Bonisiol

[immagine di proprietà de La Chiave di Sophia]

Sette fratelli e il coraggio di un padre: lo straordinario esempio di Alcide Cervi

Prima di leggere il libro I miei sette figli, di Alcide Cervi e Renato Nicolai, la mia conoscenza riguardo la storia della famiglia Cervi si limitava a una sola canzone. Le parole del testo mi avevano fatto percepire in modo abbastanza chiaro sia la trama della vicenda, sia il tragico epilogo di quest’ultima. Ignoravo però quanta rilevanza questa storia avesse avuto nell’immaginario collettivo del dopoguerra italiano, non avevo idea dell’esistenza di un libro e non immaginavo affatto che le varie edizioni di quest’ultimo fossero state più o meno manipolate o revisionate dal Partito Comunista a seconda degli obiettivi politici che nei vari anni si era proposto.

Ad essere sincera, limitandomi alle sole parole della canzone, quella dei Cervi mi era parsa una storia come tante altre di quell’epoca, e in questo probabilmente non mi allontanavo molto dal pensiero del capofamiglia Alcide. Certo, però, che vi è un’indubbia differenza tra l’avere ingenuamente un tale pensiero, e il constatare una sua certa conferma nelle parole stesse del protagonista. Effettivamente, tra le pagine iniziali del libro, Alcide Cervi afferma che la storia della sua famiglia «non è straordinaria, è la storia del popolo italiano combattente e forte». Non ho potuto non soffermare la mia attenzione sulle possibili motivazioni che avevano generato questo genere di affermazione; il fatto che una frase così forte fosse stata pronunciata da quello stesso padre che aveva perso tutti e sette i suoi figli maschi a causa di una rappresaglia fascista, aveva decisamente scombussolato le mie aspettative. La consapevolezza e la fermezza di pensiero che trasparivano dal racconto, e che dimostravano il grado della sua rielaborazione rispetto a quanto era accaduto, personalmente, almeno in prima battuta, mi hanno un po’ turbata. Proseguendo la lettura, però, ho avuto modo di percepire quello che poteva essere stato l’intento che Alcide si era potuto proporre pronunciando quelle parole: probabilmente, egli voleva avvicinarci all’idea secondo la quale nessuna storia analoga a quella vissuta dalla sua famiglia, nessuna storia di vita, di guerra, di morte, legata al particolare periodo storico che si viveva all’epoca, avrebbe potuto meritare l’aggettivo di “straordinaria” a discapito di altre storie dello stesso tipo. Alla luce di questa considerazione, sono riuscita così a capire anche per quale motivo egli non ponesse alcuna differenza tra la morte di tutti e sette i suoi figli e la morte di un solo figlio, se questo è l’unico che si ha. Inizialmente, però, per quanto la storia dei Cervi poteva essermi sembrata una storia come tante altre, non riuscivo ad accettare che la narrazione dello stesso Alcide paresse andare nella medesima direzione dei miei iniziali ed ingenui pensieri, che peraltro avevo accantonato con facilità e prontezza.

Quella dei Cervi, a mano a mano che continuavo la lettura, mi sembrava sempre più una storia pesante, rilevante, emblematica, pur nella sua indubbia semplicità. Dal capofamiglia Alcide, quindi, io mi aspettavo di più; era come se volessi scovare in qualche modo una crepa, un cedimento, una debolezza, all’interno della sua struttura di uomo tutto d’un pezzo. Avrei infatti voluto chiedergli: “come può la morte non essere valutata anche in termini quantitativi?”. La mia, poteva essere una presa di posizione piuttosto comune: siamo infatti abituati a valutare come più o meno grave un certo avvenimento a seconda delle vite che questo ha interrotto. Ma l’immutabilità del testo scritto, attraverso la sua statica autorevolezza, sembrava suggerirmi che il vecchio Alcide, il suo pensiero, non l’avrebbe proprio rivisto. Mi sono chiesta, allora, se il ragionamento sulla morte in termini quantitativi sia da considerare come dovuto al naturale orientamento della nostra sensibilità o se piuttosto siamo indotti a ragionare in questo modo facendo memoria delle pagine negative della storia del secolo scorso, o percependo l’eco delle grandi catastrofi naturali che costantemente e inevitabilmente sfidano il nostro controllo sul mondo che ci circonda. Mi pareva che Alcide Cervi (e a tal proposito mi permetto di far notare una differenza profonda rispetto alla tendenza dei meccanismi e delle logiche dell’informazione attuale, la quale guarda per esempio a fatti di cronaca e ad attentati terroristici con un’attenzione e una curiosità talvolta morbose) non avesse invece alcun dubbio nel riflettere sulla morte in termini soprattutto qualitativi: egli sembra insegnarci che morte è sinonimo di perdita, e in quanto tale deve sempre essere presa in considerazione con assoluto rispetto e con dolore autentico, qualsiasi portata essa abbia.

Credo che l’importanza di un ragionamento di questo tipo sia assolutamente da rivalutare: quando si parla di morte, infatti, forse si dovrebbero accantonare i freddi e spogli dati numerici, in vantaggio di un approccio meno scientifico e più umano. Se inizialmente avevo dunque quasi additato il pensiero di Alcide Cervi, poiché mi pareva povero di quegli elementi emozionali che io invece ritenevo lui dovesse avere, dopo questa serie di impegnative riflessioni riuscivo invece ad apprezzarne la sua attenta e meditata profondità.
Ed è probabilmente grazie a queste sue profonde convinzioni che dopo la fucilazione dei suoi sette figli è riuscito subito a guardare avanti, ai bisogni della famiglia, in particolare degli undici nipoti, e ai bisogni del podere. La sua è una vera opera di ricostruzione, emblematicamente rappresentata dalla frase «dopo un raccolto ne viene un altro»; un’altra frase forte che però fa porre l’attenzione di noi lettori sulla sua volontà di essere riferimento, sicuro e tenace, per coloro che erano rimasti. Da questo punto di vista, mi sembra che Alcide sia proprio quel nonno che in molti avremmo voluto avere.

 

Federica Bonisiol

 
Il testo I miei sette figli, pubblicato nel 1955, ebbe origine da un lavoro di inchiesta che portò l’autore Renato Nicolai ad intrattenere una serie di conversazioni con Alcide Cervi. Essendo Nicolai un giornalista inviato del Partito Comunista, si ritenne probabile il fatto che le memorie di Alcide potessero essere state plasmate per fungere da sostegno ai vari obiettivi politici che il Partito si propose nel corso degli anni; ciò risulta particolarmente evidente dal confronto tra la prima edizione e quella del 1971, nella quale alcune frasi hanno subito modifiche radicali. Malgrado questo, grazie alla vasta diffusione del testo (venne tradotto in 14 lingue) e grazie a una serie di cerimonie pubbliche, quella della famiglia Cervi divenne ed è tutt’ora una delle storie più esemplari e più commoventi per potersi avvicinare – in punta di piedi – allo studio della Resistenza.

COLLEGAMENTI:
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Aldo Capitini la migliore delle democrazie: l’Omnicrazia

Fin da una prima lettura risulta difficile non riconoscere il pensiero di Aldo Capitini come prossimo alle nostre sensibilità personali, se non addirittura familiare. La profondità morale delle sue riflessioni, la tenacia con cui cercò di stimolare le coscienze degli italiani, l’impegno concreto con cui si oppose ad ogni forma di autoritarismo sia politico sia religioso, sono tutti elementi che caratterizzarono la sua figura e che meriterebbero di essere messi in luce per mostrare la necessità della riscoperta di un sano confronto democratico, riguardo le più imponenti tematiche socio-politiche che caratterizzano i tempi attuali.

Attraverso la lettura del testo “Il Potere di tutti”, sono riuscita a percepire quanto Capitini desiderasse per l’Italia una forma di governo autenticamente democratica. Dico “autenticamente” in quanto l’idea di democrazia che egli aveva definito era così pura da portarlo a criticare la forma di governo “democratica” che a quel tempo si era instaurata, e che continua tutt’oggi. Quest’ultima, infatti, a suo parere non era in grado di favorire una vera interdipendenza positiva tra gli individui, né tantomeno di realizzare un legame solido e proficuo tra essi e i detentori del potere politico. Capitini dimostrò di nutrire nei confronti dell’ideale democratico il massimo delle aspirazioni, tant’è vero che per sottolineare la fiducia che egli riponeva in esso e soprattutto nel suo miglioramento, egli parlò principalmente di omnicrazia.

Omnicrazia, o potere di tutti, deve essere intesa come una più avanzata e più aperta democrazia; in essa tutti devono poter partecipare alla discussione pubblica, senza distinzioni (di sesso, età, razza, nazionalità, istruzione, censo, partito politico) né limitazioni.

Ciò che più importava a Capitini era il dimostrare la reale necessità di procedere oltre il sistema della delega del potere; questa, infatti, marcando una netta distanza tra coloro che detengono direttamente il potere e coloro che invece lo detengono soltanto in maniera indiretta, a lungo andare potrebbe sfavorire l’effettiva partecipazione del popolo alla vita pubblica e politica del paese. Tale processo, a distanza di cinquant’anni rispetto alle elaborazioni teoriche di Capitini, risulta abbastanza evidente: la politica è considerata sempre più come una sfera lontana dalle finite possibilità degli individui e talvolta come impermeabile rispetto alle proposte o alle iniziative provenienti da quei cittadini che vorrebbero apportare al suo interno i cambiamenti indispensabili ad un suo migliore funzionamento. Questo sentimento comune, a mio parere, è palese nella sfiducia di quanti guardano impotenti agli alti piani della politica, nell’alto tasso di assenteismo che si registra al momento delle elezioni, nella mancanza di iniziativa privata (in quanto, inutile dirlo, a causa delle problematiche economiche che caratterizzano l’andamento degli ultimi tempi, gli individui sono talvolta occupati a fare i conti con ben altre preoccupazioni).

Al fine di poter godere di un migliore sistema rappresentativo, Capitini riteneva che il Parlamento dovesse essere integrato da centri sociali e da assemblee pubbliche non per forza deliberanti, ma comunque consultive. Questa integrazione era da lui ritenuta necessaria in quanto «le istituzioni possono inorgoglirsi della loro chiusura e divenire prepotenti». Egli fondò così i cosiddetti Centri di Orientamento Sociale, i quali, garantendo un più profondo coinvolgimento della popolazione rispetto a quanto non avveniva all’interno di un normale contesto democratico, si proponevano come il mezzo migliore per poter attuare una forma di governo omnicratica.

I COS permettevano lo sviluppo di una particolare forma di decentramento politico e di “controllo dal basso” (contro l’influenzabilità politica che può derivare da interessi privati e settoriali, la quale sempre più oggi fa sentire il suo peso) dai benefici facilmente intuibili: non soltanto consentivano agli individui di sentirsi responsabili in prima persona, ma garantivano anche un’attenuazione del tanto temuto divario tra coloro che detenevano il potere e coloro che invece non lo esercitavano direttamente.

A mio parere, la riflessione politica di Capitini, assieme al suo complesso sistema di pensiero etico, filosofico e religioso, può essere un utile spunto per chiederci, non con l’amarezza e la rassegnazione che sempre più caratterizzano il nostro presente, ma piuttosto con una sana progettualità: a che punto ci troviamo oggi? Sentiamo di vivere all’interno di un contesto democratico adatto a realizzare la nostra natura, in grado di tutelare le nostre attività, capace di provvedere al domani del nostro Paese? Ma soprattutto, quanto peso e quanta influenza riteniamo di possedere rispetto alle decisioni politiche che inevitabilmente giungono a condizionare anche la nostra vita privata?

 

Durante il secolo scorso Aldo Capitini si propose e venne identificato come personaggio decisamente controcorrente a causa delle critiche che egli non mancò di indirizzare nei confronti del conservatorismo ecclesiastico e a causa della sua palese opposizione alle direttive del Partito Fascista, del quale, a differenza di molti altri intellettuali dell’epoca, rifiutò coraggiosamente la tessera d’iscrizione. In seguito alla pubblicazione dei suoi primi scritti egli divenne uno dei riferimenti letterari della gioventù antifascista. Capitini si fece inoltre portavoce del pensiero nonviolento di Gandhiana memoria promuovendolo attraverso una serie di iniziative concrete, tra le quali la prima Marcia per la Pace che si svolse nel contesto italiano, dispiegatasi nel 1961 da Perugia ad Assisi.

 Federica Bonisiol

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BIBLIOGRAFIA:

Aldo Capitini, Il potere di tutti, Guerra Edizioni, Perugia 1999

(Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni Cultura della Pace, Firenze 1989)

Leggere il passato altro non è che il saper legger l’oggi

Il nostro stare-nel-mondo oggi è determinato dall’ansia dell’essere adeguati di fronte alle persone o di essere sempre all’altezza in specifiche situazioni. Le nostre energie sono rivolte al soddisfacimento di desideri che quotidianamente si delineano nuovi nei nostri orizzonti. Il nostro essere è totalmente pervaso da un’attenzione che potremo definire “presentistica”: ciò che conta è il fare esperienza, il vivere appieno il qui ed ora.

Da questo punto di vista, una rubrica dal titolo “Leggendo il passato”, inutile dirlo, potrebbe apparire decisamente fuori moda! Che cosa vuol dire, allora, leggere il passato? Perché farlo? Perché ci dovrebbe interessare? Il passato è passato! Ebbene, attraverso i vari articoli che mensilmente ci impegneremo a proporre alla vostra lettura, vorremo dimostrare il contrario. Vorremo dimostrare che il passato non è morto, che esso non è un semplice presupposto sterile del vivere presente e quotidiano. Il passato è vivo, e costantemente ci parla più di quanto ci possa sembrare.

La nostra convinzione è che il passato, in qualsiasi declinazione esso si presenti (passato personale, della propria famiglia, del contesto locale di appartenenza, della propria Nazione, o addirittura inteso in maniera generale come storia del mondo intero), giunge inevitabilmente a influenzare il nostro presente, il nostro modo di disporci nella storia, e il nostro modo di guardare al futuro. Questo nostro pensiero non nasce dalla presa d’atto di un rapporto causa-effetto per il quale l’oggi è frutto inevitabile di ciò che è stato ieri. La storia, infatti, se considerata come mero procedimento produttivo attraverso il quale con determinati materiali si ottiene il dovuto risultato, vedrebbe attenuate le sue effettive potenzialità. La storia per noi è piuttosto un processo creativo, in quanto i suoi autori sono gli individui, che si mettono in gioco apportando al suo interno cesure, cambiamenti e innovazioni.

Il titolo “Leggendo il passato” vuole dunque mettere in luce le riflessioni e gli stati d’animo che sono sorti in noi in noi durante lo studio di personaggi, eventi e tematiche appartenenti alla “storia passata”. Il nostro obiettivo è quello di rivelarne l’attualità, di condividere spunti e piste di lavoro che questi ci hanno suscitato. Il passato che vorremo prendere in considerazione vuole essere il più ampio e variegato possibile: non vogliamo dedicarci alla storia tout court, ma desideriamo allargare la nostra riflessione anche alla filosofia, alla sociologia, alla pedagogia, all’antropologia, alla politica, ecc. Inoltre, la rubrica “Leggendo il passato”, come suggerisce il suo stesso nome, vuole rimandare di volta in volta ad un testo preciso, al fine di stimolare la curiosità nei confronti di un eventuale approfondimento dei temi trattati.

Da una molteplicità di date cui solitamente riduciamo lo studio della Storia, intendiamo dunque ridar vita ad una Storia dell’esperienza umana, fatta di veri racconti degli uomini, dei loro modi di affrontare la vita, dei loro errori ma anche delle loro grandi conquiste. La storia può anche oggi rispondere alle nostre necessità e alle nostre domande: leggere il passato altro non è che il saper legger l’oggi, il nostro presente.

Federica Bonisiol

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