Humilité et succès peuvent-ils s’accorder? Interview à Marc Levy

Parmi les nombreux invités du festival Pordenonelegge 2016, qui se tient chaque année dans le Nord Est de l’Italie, cette année il y avait Marc Levy, l’auteur français le plus vendu au monde. La rencontre avec les lecteurs a eu une réaction très positive: le public, comme on peut l’imaginer, était composé surtout par des dames et des jeunes filles; mais il y avait également – malgré leur rareté – des maris ou des copains.

Ce qui m’a fasciné le plus a été l’accord entre la location du Convent de San Francesco et l’imagine que Marc Levy avait donné de soi-même, aussi bien pendant la rencontre que pour ce qui concerne la disponibilité à nous répondre à nos questions. Marc Levy est un vrai auteur de best-seller: tous ses romans ont un tel succès que le médiateur de la rencontre, Filippo La Porta, l’ “accuse” de connaitre la recette du succès éditorial! Les romans de Levy sont des comédies sentimentales; dans leurs pages on peut retrouver les thèmes de l’amour, de l’amitié, de la vie, de l’optimisme. Grâce à ce que Monsieur La Porta a nommé “Levy’s touch”, un style d’écriture léger et passionné, Levy rejoint le lecteur commun, le lecteur qui cherche un moment de relax.

Marc Levy est l’auteur des grandes ventes, bien sûr, mais il nous rappelle aussi quel travail personnel se cache derrière un livre. Dédicace, recherche, observation, capacité de libérer sa propre créativité, et surtout humilité. A son avis, il est nécessaire de garder les pieds sur terre, de regarder à ce qu’on fait et de ne pas regarder à soi-même, de se donner au travail avec spontanéité et pas dans l’intention de planifier le succès; «c’est seulement gardant cette aptitude que l’écriture pourra rester un terroir de liberté».

Voilà notre petite interview pour vous.

Tout à l’heure, vous avez beaucoup parlé d’humilité.  Pour commencer, donc, est-ce que le fait d’avoir mené d’autres professions dans votre passé vous a aidé à garder cette importante qualité?

Le fait d’avoir eu la chance d’avoir rencontré beaucoup de gens d’horizons différents ça vous apporte énormément de plus, ça relativise. Le plus grand auteur du monde est tout petit quand il se trouve face à une infermière qui le soigne quand il tombe malade. Quand vous avez la chance de vivre et d’être en contact avec des gens qui font des métiers admirables, ça vous permet d’être plus humble dans votre propre vie.

Est-ce que l’écriture a toujours été un rêve pour vous?

Bien sur que si. C’était un rêve quand j’étais enfant mais je ne le croyais pas réalisable. J’avais écrit mon premier manuscrit quand j’avais 17 ans. Il était très mauvais et je l’ai jeté à la poubelle heureusement. Mais bien sur c’était un rêve puisque la lecture c’était déjà un rêve.

Vous trouvez comment les idées pour vos romans?

Je n’ai jamais su répondre à cette question. Les idées viennent des choses de la vie, elles viennent en observant les situations. C’est le miracle de ce métier! Comment vient une idée? C’est parfois dans la lecture d’un article, parfois dans le fait d’avoir été témoin d’une situation, parfois en observant quelqu’un; très souvent en regardant quelque chose. Je pense que le métier d’écrivain est un métier qui demande d’aimer beaucoup observer et beaucoup écouter.

Notre association et aussi notre revue concernent la philosophie. Ce que vous venez de dire m’a fait penser aux liens qu’on peut retrouver entre littérature et philosophie, par exemple l’esprit d’observation. Est-ce qu’il y a de la philo dans votre travail?

Je trouve ça très prétentieux de se dire ça soi-même. Je crois que la philosophie dans sa splendeur est source de questions plus que de réponses. Donc ça serait terriblement prétentieux et contradictoire de me dire «ce que j’écris est philosophique». C’est le lecteur qui peut trouver dans une phrase un élément philosophique.

La lecture peut-elle nous aider à réfléchir sur la quotidienneté?

Oui, mais pas seulement dans la lecture. Le cinéma aussi, avec ses personnages de fiction auxquels vous allez vous identifier. Parmi les fonctions de la littérature ou du cinéma il y en a une qui est celle de donner envie d’être. Moi quand j’étais adolescent et que je me posais des questions identitaires, certains personnages de fiction m’ont donné envie d’être, envie d’adopter leur valeurs, de suivre leur chemin.

Federica Bonisiol

Pour lire la version en italien: cliquez ici!

[Source de l’image: Google Images]

Umiltà e successo vanno d’accordo? Marc Levy ve lo dimostrerà!

Tra i moltissimi ospiti dell’edizione 2016 del festival Pordenonelegge, c’era Marc Levy, l’autore francese più venduto al mondo. L’incontro con i lettori, in occasione della presentazione dell’ultimo romanzo tradotto in italiano, Lei & Lui, ha avuto un’ottima partecipazione; il pubblico, come si potrebbe immaginare, comprendeva per la sua quasi totalità donne e ragazze, soltanto qua e là si intravedeva il volto di qualche uomo, probabilmente nel ruolo di accompagnatore di moglie o compagna.

Ciò che mi ha colpito maggiormente è il fatto che la sobria e composta location del Convento di San Francesco ha rispecchiato in maniera esemplare l’immagine che Marc Levy ha saputo dare di sé, tanto durante l’incontro, quanto dimostrandoci la sua disponibilità a rispondere ad alcune nostre domande. Marc Levy è un autentico autore di best seller: tutti i suoi romanzi riscuotono un così grande successo che il mediatore dell’incontro, Filippo La Porta, lo “accusa” di conoscere la ricetta del successo editoriale! I romanzi di Levy sono etichettabili come delle commedie sentimentali, tra le pagine delle quali spiccano i temi dell’amore, dell’amicizia, della vita, dell’ottimismo. Con quello che La Porta ha definito “Levy’s touch”, uno stile leggero e appassionato, Levy è in grado di raggiungere per lo più il lettore comune, il lettore che cerca un attimo di diletto, il lettore spensierato, ma non per questo meno serio.

Marc Levy è l’autore dei grandi numeri, certo, ma non manca di ricordare quanto lavoro ci sia dietro ad un libro. Impegno, ricerca, osservazione, capacità di dare spazio alla propria creatività, e soprattutto, umiltà. A sua detta è necessario rimanere con i piedi per terra, guardare a ciò che si fa, e non a se stessi, dedicarsi al proprio lavoro con spontaneità ed autenticità, e non con la volontà di pianificare il successo; è soltanto in questo modo, infatti, che la scrittura si manterrà terreno di libertà”.

Ma ora facciamo spazio alla nostra piccola intervista per voi lettori.

Durante l’incontro ha sottolineato più volte l’importanza dell’umiltà. Per cominciare vorrei chiederle: il fatto di avere svolto altre professioni in passato l’ha aiutata a conservare quest’importante qualità?

Indubbiamente il fatto di poter incontrare persone di orizzonti diversi permette di arricchirsi e di sviluppare la capacità di relativizzare. D’altronde anche il più grande attore del mondo risulta impotente di fronte all’infermiera che lo cura quando è ammalato. Quando si ha la fortuna di entrare a contatto con persone che svolgono mestieri ammirabili, si è a nostra volta più umili.

Scrivere è mai stato un sogno per lei?

Certo. È sempre stato un sogno, fin da quando ero bambino, ma non pensavo fosse realizzabile. Ho scritto il mio primo manoscritto all’età di 17 anni; non era affatto ben riuscito così lo gettai. Ma anche a quell’età continuavo ad avere il sogno di diventare scrittore, perché già la lettura per me era un sogno.

Come trova le idee per i suoi romanzi?

Non ho mai saputo rispondere a questa domanda. Le idee vengono dalle cose della vita, osservando le varie situazioni che abbiamo di fronte. È il miracolo di questo mestiere! Come viene un’idea? A volte dalla lettura di un articolo, a volte dal fatto che si è stati testimoni di una situazione, a volte semplicemente osservando qualcuno. Credo che il mestiere di scrittore richieda di sapere osservare ed ascoltare attentamente.

La nostra associazione e la nostra rivista trattano di filosofia. Quello che ha appena detto mi ha fatto pensare agli elementi che letteratura e filosofia possono avere in comune, per esempio lo spirito d’osservazione. C’è qualche traccia di filosofia nel suo lavoro?

Credo che dirselo da soli sia abbastanza pretenzioso. Credo che la filosofia, nel suo splendore, sia fonte di domande più che di risposte. Quindi sarebbe terribilmente pretenzioso affermare «ciò che scrivo è filosofia». Piuttosto, potrei dire che è il lettore colui che può trovare nelle mie frasi un elemento filosofico.

La lettura può aiutarci a riflettere sulla quotidianità?

Sì, ma non solo la lettura. Anche il cinema, per esempio, grazie ai suoi personaggi, con quali ci si può identificare. Un’importante funzione della letteratura o del cinema è quella di donare voglia d’essere. Quando ero adolescente e mi ponevo delle domande riguardo la mia identità, traevo voglia di vivere, voglia di adottare alcuni loro valori, di seguire la loro strada, da alcuni personaggi cinematografici.

Federica Bonisiol

Qui per l’intervista in lingua originale.

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Tatuaggi e bisogno di unicità

<p>Legendary Bowery tattooist Charlie Wagner tattooing an unknown woman. Don and Newly Preziosi<br />
Collection.</p>
<p>Bodies of Subversion was the first history of women's tattoo art when it was released in 1997, providing a fascinating excursion to a subculture that dates back to the nineteenth-century and including many never-before-seen photos of tattooed women from the last century. Newly revised and expanded, it remains the only book to chronicle the history of both tattooed women and women tattooists. As the primary reference source on the subject, it contains information from the original edition, including documentation of:</p>
<p>•Nineteenth-century sideshow attractions who created fantastic abduction tales in which they claimed to have been forcibly tattooed.<br />
•Victorian society women who wore tattoos as custom couture, including Winston Churchill's mother, who wore a serpent on her wrist.<br />
•Maud Wagner, the first known woman tattooist, who in 1904 traded a date with her tattooist husband-to-be for an apprenticeship.<br />
•The parallel rise of tattooing and cosmetic surgery during the 80s when women tattooists became soul doctors to a nation afflicted with body anxieties.<br />
•Breast cancer survivors of the 90s who tattoo their mastectomy scars as an alternative to reconstructive surgery or prosthetics.</p>
<p>Must link to: http://www.powerhousebooks.com</p>

Di tatuaggi, soprattutto in estate, se ne vedono a palate. Maori, disegni astratti, iniziali, frasi, veri capolavori dalle piccole definizioni, ce n’è per tutti i gusti. Avendone io stessa, mi capita spesso e volentieri di provare una sensazione alquanto fastidiosa quando scopro lo sguardo di uno sconosciuto mentre cerca probabilmente di indovinarne i significati. Per non parlare di quanti, con i quali non hai nemmeno un po’ di confidenza, il significato te lo chiedono prontamente con nonchalance. Per quanto mi riguarda, i tatuaggi li ho fatti per me e sebbene in certi periodi dell’anno diventino afferrabili dallo sguardo di chiunque, vorrei che restassero tali. Se me ne capita uno sott’occhio dunque, di solito lo guardo velocemente, e il più delle volte lo apprezzo tra me e me cercando di non farmi notare dal proprietario per non dover rischiare di apparire indiscreta.

Qualche giorno fa, però, il tatuaggio di una ragazza seduta in treno di fronte a me, mi ha dato da pensare: era una parola in greco, bibliophile, ben tatuata sul suo avambraccio. Bibliofilo, amante dei libri. Quella ragazza prova probabilmente un interesse così forte verso libri, lettura e scrittura, da arrivare a scrivere questo suo interesse, con inchiostro indelebile, sulla propria pelle. Quella ragazza ha voluto scritto su di sé non un disegno che le piace, ma una sua passione. Ha saputo andare oltre il piacere visivo ed estetico, ha voluto scrivere su di sé una parola che la descrive. Ha reso il suo corpo un veicolo per comunicare un messaggio.

Certo, ciò può avvenire ogni giorno in maniera del tutto naturale, in base a come ci pettiniamo, a come ci trucchiamo, a come ci vestiamo. Spesso questi elementi manifestano i nostri pensieri o i nostri stati d’animo, la nostra idea di noi stessi. Il tatuaggio dunque non fa altro che accentuare questa nostra naturale e legittima volontà. Come se vestiti, trucco e parrucco, ad oggi, non bastassero più. Vogliamo esporci agli altri e farci conoscere. E il tatuaggio è diventato un mezzo per rispondere a questa nostra esigenza senza farci fare troppa fatica. Il tatuaggio permette di attirare l’attenzione e la curiosità. Il tatuaggio ci descrive; in maniera più o meno diretta parla di noi; spiattella davanti agli occhi degli altri ciò che siamo, ciò che pensiamo di essere, o addirittura ciò che vorremmo essere. Il tatuaggio risponde al nostro bisogno di unicità. Perché quello di sentirci unici non è soltanto un desiderio, ma è un vero e proprio bisogno. Non ci basta sentirci unici, ma vogliamo anche essere riconosciuti come tali. Non ci basta sentirci unici per i nostri cari, ma vogliamo essere unici agli occhi di tutti.

Rispondendo al nostro bisogno di unicità, il tatuaggio riesce a rimediare ad una problematica ed esso intrinseca: se riesce a parlare direttamente del suo portatore, infatti, il tatuaggio si mantiene segno distintivo senza rischiare di essere marchio di conformismo. Il che vuol dire: unici e non omologati! Cosa c’è di meglio?

In conclusione sarebbe da chiedersi non le motivazioni alla base del nostro bisogno di unicità; questo è pienamente legittimo, e a dirla tutta ci consente di relazionarci in maniera positiva con la vita e le varie difficoltà che questa si porta appresso. Per provocazione, sarebbe invece da chiedersi: perché ci affanniamo tanto alla ricerca di espedienti vari per manifestare quell’unicità della quale siamo già portatori?

«L’uomo è a se stesso il più prodigioso oggetto della natura; perché non può comprendere che cosa sia il corpo, e ancor meno che cosa sia lo spirito, e meno di qualunque altra cosa come un corpo può essere unito con uno spirito.»
Blaise Pascal, Pensieri

Federica Bonisiol

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Sulla tv aveva ragione Popper?

Tra le opere più studiate di Karl Popper spicca il testo “Una patente per fare tv” meglio conosciuto come “Cattiva maestra televisione”, un saggio che mira alla messa al bando della neonata televisione, considerata nociva addirittura ai fini della realizzazione della democrazia. La tesi portante dello scritto identifica la televisione come un mezzo di comunicazione che educa alla violenza. Questa considerazione non deve apparire esagerata: Popper si avvale della testimonianza di alcuni responsabili di atti criminali, i quali hanno ammesso di aver agito ispirati da scene e situazioni viste in tv.

Al di là di questa considerazione, centrale nell’opera ma allo stesso tempo molto specifica, le osservazioni del filosofo si fanno più ampie, e giungono a riflettere sulla qualità della programmazione televisiva, che come può essere intuito, a sua detta è scadente. La causa da lui individuata è molto vicina a quello che è anche il mio pensiero: il sensazionalismo. Ovvero, per mantenere l’audience, le reti televisive cercano di catturare la nostra attenzione facendo leva sul nostro coinvolgimento emotivo. E in effetti, sempre più di frequente, si può assistere a scene di commozione collettiva che coinvolgono anche i conduttori stessi dei programmi, i quali non troppi anni fa si mantenevano invece composti e distaccati. Probabilmente in pochi anni, a causa anche dell’avvento delle pay-tv, sono cambiate le dinamiche dell’intrattenimento e attraverso questi piccoli accorgimenti ai limiti del patetico forse si ottengono migliori risultati nelle analisi auditel.

Una questione importante su cui vorrei soffermarmi è la famosa fascia protetta. Mi sembra infatti che non venga sempre rispettata. Certi programmi, che talvolta ammetto di guardare per curiosità e per “interesse antropologico”, possono essere ben più fastidiosi (oltre che mal fatti) di qualche scena di intimità fisica e risultare dunque poco appropriati agli occhi di un pubblico di telespettatori inesperti lasciati da soli con il telecomando in mano. Ma in fin dei conti, siamo nel terzo millennio, il millennio che ha elevato a moda l’eliminazione di ogni tipo di tabù, sulla scia della libertà di espressione e della libertà di parola, che erano però state concepite e sbandierate in maniera decisamente diversa. Oggi si può e si deve parlare di tutto, corpo, affetti, religione. Non importa in quale sede. Chi si scandalizza più? Che poi… Possiamo ancora considerarci in grado di scandalizzarci o l’indifferenza e il pensare per sé la fanno da padrone? Riservatezza, pudore e timidezza sono caratteristiche da outsiders?

Ma il mezzo televisivo non è sempre da spegnere! Un esempio tra tutti risale agli anni ’60, quando in Italia la tv stava svolgendo un’importantissima opera di vera educazione di massa. Grazie alle lezioni di italiano della trasmissione “Non è mai troppo tardi”, il maestro Manzi, con l’appoggio del Governo, istruiva nel vero senso della parola decine di migliaia di telespettatori analfabeti e contribuiva in maniera esemplare all’unificazione linguistica della realtà italiana, di fatto esistente ancora soltanto da punto di vista geopolitico.

Tornando al testo di Popper bisogna dire che, letto al giorno d’oggi, chiaramente non riesce ad essere efficace nel suggerire il rifiuto o l’inutilizzo della televisione o degli altri mezzi di comunicazione di massa. Primo perché la loro comodità ed accessibilità sono indiscusse; secondo perché altrimenti potremmo apparire di fatto mal inseriti in questo gigantesco-piccolo mondo dove le informazioni viaggiano alla velocità della luce.

La sua attualità consiste dunque nell’essere un promemoria per l’uomo: ci ricorda di utilizzare la tv e gli altri mezzi in modo consapevole. Ho in mente un utilizzo che sia prolungamento e arricchimento della vita, che non la sostituisca. Penso ad un utilizzo che non degeneri ad essere inteso, come a volte accade, come dimensione unica della vita. Penso ad un utilizzo della tv che non ci abbruttisca, che non ci rinchiuda in noi stessi, nelle nostre case, con i nostri display di fronte a mo’ di Fahrenheit 451, magari a commentare instancabilmente i nostri programmi preferiti a suon di app ufficiali o hashtag preconfezionati. Penso ad un utilizzo che non sia inteso come passatempo a cui scaricare i più piccoli, per sollevare i genitori o gli educatori dai propri compiti e doveri. Penso ad un utilizzo dello smartphone che non ci faccia incorrere in multe o semplici distrazioni perché troppo occupati dalla ricerca di un Pokemon.

Mi pare anche superfluo e banale il ricordarlo, ma l’autenticità del vivere viaggia su ben altro livello!

Federica Bonisiol

Qui un breve documentario sul Maestro Manzi.

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Changeling: un film per riflettere sulle manipolazioni della verità

Qualche sera fa decido di guardare un film, interpretato da Angelina Jolie e girato da Clint Eastwood. Due ore di pura angoscia, scandite dalle sconcertanti vicende vissute dalla giovane donna protagonista e dagli altri personaggi della pellicola. La dose del mio malessere è rincarata dal fatto che la trama si ispira a degli avvenimenti realmente accaduti: Changeling è un film che ci permette di indagare non uno ma più passati.

Il primo è quello che riguarda la particolare vicenda vissuta da Christine Collins nel 1928 a Los Angeles; alla donna viene infatti rapito il figlio Walter. Dopo mesi di indagini, la polizia dice di aver ritrovato il ragazzo, e decisa a mettere a tacere tutta la questione in favore dell’abbellimento della propria condotta, sminuisce e ridicolizza le attese e le speranze della povera madre, alla quale in realtà viene appioppato un altro ragazzo, non il suo Walter! Con l’aiuto di medici e specialisti altrettanto corrotti, il capitano di polizia, abile oratore, vuole convincere la donna riguardo l’identità del ragazzo capitato alla sua porta. Se non è stata in grado di riconoscerlo subito, la colpa è del semplice shock emozionale che ha preso il sopravvento in lei a causa della gioia della notizia, ma con il tempo e la pazienza, lei stessa potrà confermare che il ragazzo è suo figlio, non contano le differenze d’aspetto, non conta la statura, non conta il suo parere di madre.

La donna non si perde d’animo e confidando ciecamente nel sistema, continua a dirsi vittima di un grosso errore, rivolgendosi anche alla stampa. La polizia non manca al contrattacco e, accusandola di pazzia, la fa rinchiudere con disinvoltura nell’ospedale psichiatrico della città: ammettere lo “sbaglio” delle autorità ne macchierebbe e comprometterebbe forse irrimediabilmente l’immagine.

È questo il secondo passato che il film ci fa ricordare: il passato dei manicomi. Un termine che la dice lunga non solo sulla funzione di questo istituto, ma anche sulla considerazione della persona che esso proponeva. Le scene delle violenze subite dalle donne rinchiuse al Los Angeles County Hospital, per quanto limitate che siano, non mancano di suscitare fastidio ed indignazione.

Eppure avvenimenti come questo sono successi per davvero, e ciò che ci dovrebbe far riflettere è che, sebbene con dinamiche e modalità diverse, succedono tutt’ora. Lì, per garantire l’immagine e l’operato delle autorità si rinchiudevano le personalità scomode, oggi si compra il silenzio e si oscura la verità a suon di favoritismi e mazzette, oppure basti pensare alle notizie che arrivano proprio in questi giorni dalla Turchia: migliaia di persone sono vittime di una politica di epurazione che, al di là dello schieramento politico, tutti fatichiamo a definire come portatrice di bontà.

Non svelo il seguito del film, perché non necessario ai fini di questo scritto (sebbene anche riguardo a quello ci sarebbe molto da scrivere) e perché voglio invitarvi alla sua visione, per quanto tormentata essa possa essere, in particolare per gli animi più sensibili.

Per me il film è stato un’occasione (come troppe altre di questi tempi) per riflettere su come gli uomini sono arrivati e arrivano ancora oggi a trattarsi l’un l’altro. Che sia per raggiungere un certo livello di potere, un certo benessere economico, una certa fama… Cosa siamo disposti a fare? A quanta verità siamo disposti a rinunciare? Quanta violenza, verbale, mentale, fisica, ci sentiamo legittimati ad usare? Quanta giustizia viene messa a tacere ogni giorno? Quanto veniamo presi in giro e quanto oscuriamo a nostra volta noi stessi?

Federica Bonisiol

[Immagine da Google Immagini, tratta dal film Changeling]

Consigli amorosi da 2000 anni fa

Siamo agli albori della storia del mitico Impero Romano quando sotto il potere di Ottaviano Augusto il clima a Roma si fa più pacifico e disteso. I contrasti e le tensioni degli anni precedenti vengono abilmente indirizzati alle frontiere del territorio imperiale, in favore di un maggiore equilibrio interno. Lo scopo di Augusto è quello di controllare e disciplinare ogni piccolo aspetto della vita: per farlo, egli intraprende la strada del rinvigorimento delle tradizionali virtù romane, il cosiddetto mos maiurum. Filosoficamente parlando un potere politico forte deve sempre potersi avvalere, e allo stesso tempo deve potersi fondare su una solida base morale. E infatti Augusto si adoperò principalmente a conferire un solido fondamento etico a tutte le strutture sociali e politiche attraverso una serie di scelte concrete quali la costruzione di nuovi luoghi di culto, il supporto allo sviluppo artistico della città, ma anche attraverso leggi volte a favorire lo sviluppo delle nascite o condannando l’adulterio.

Di fronte a questo panorama, un’opera come l’Ars Amandi di Ovidio non poteva che essere additata! La dicitura “Arte di amare” non ha nulla a che vedere, almeno di primo impatto, con romanticismo, sentimentalismo o poesia. La parola “arte” è da ricondurre al suo significato originario che la accomuna con la parola “téchne”. Il testo di Ovidio, infatti, non è altro che un manuale grazie al quale l’individuo maschile poteva apprendere delle vere e proprie tecniche per conquistare il gentil sesso femminile. Il fine dell’atto d’amore è da Ovidio identificato con il solo piacere fisico: a causa della portata scandalosa delle sue affermazioni (ma anche per altri motivi più profondi, non ben chiari) Ovidio venne allontanato da Roma senza potervi fare ritorno.

Se l’atmosfera del libro potrebbe sembrare distante dall’idea di Amore con l’iniziale maiuscola, procedendo con la lettura, ci si può ricredere. Le sue scottanti tecniche di rimorchio, infatti, ad oggi non fanno che farci sorridere, vuoi perché l’argomento sentimentale/sessuale attualmente è trattato in pubblico e addirittura sbandierato con sempre meno pudore, vuoi perché in fondo tutti possiamo riconoscerci con un certo imbarazzo nella situazione del corteggiamento e nel brivido incerto che questa comporta. Un esempio: Ovidio consiglia di approfittare dell’affollamento delle tribune del circo per sedersi stretti accanto alla propria donna dei desideri. La sua massima «si è più sedotti da ciò che non si ha», lascia intuire come egli non preveda affatto la possibilità di andare incontro a rifiuti o fallimenti.

Spero di essere perdonata se azzardo che l’ego maschile non ha confini, nemmeno temporali! E per rifarmi da questa affermazione, consiglio a tutti i lettori uomini che volessero far ricredere le rappresentanti del genere femminile, la lettura della seconda gamma di consigli proposti dall’abile poeta: «Come far durare il proprio amore». Per levarvi subito la curiosità (o forse per venire in vostro soccorso) ve ne elenco qualcuno: essere amabili, avere un carattere piacevole, evitare la rudezza, evitare regali costosi in favore di gesti e attenzioni modeste. Non gettare la spugna se la vostra compagna ha un periodo di distrazione, ma essere pazienti e perseveranti. Addirittura Ovidio vi mette in guardia dal curarvi troppo del corpo, e vi propone di formarvi nello spirito!

Ebbene si, 2000 anni, ma le dinamiche amorose non mutano mai!

Federica Bonisiol

[Immagine tratta da Google Immagini]

Selezionati per voi JUNIOR: Estate 2016!

Giugno, la fine della scuola, le vacanze… finalmente!

Tra una corsa e l’altra, un tuffo in piscina, un bagno in mare e una passeggiata in montagna, non è mai troppo presto per imparare che anche un buon libro può essere un’ottima compagnia. Ecco i nostri consigli di lettura in tema vacanze, per tutti i bambini!

il leone buono - La chiave di SophiaErnest Hemingway, Il leone buono, Mondadori 2013, età di lettura dai 6 anni, 9€

Un racconto per ragazzi scritto nientemeno che da Hemingway in persona. Protagonista è un leone alato dai modi gentili, diverso da quei leoni feroci che vivono nella savana. I piccoli lettori scopriranno solo alla fine il motivo della sua diversità: questo leone non è per nulla africano, ma proviene dalla città di Venezia! Qui farà ritorno, contento di rivedere i suoi cari ma anche dimostrando, con una semplice ordinazione al bar, quanto ogni viaggio, piccolo o grande che sia, ci possa cambiare nel profondo.

un serpente per ospite - La chiave di SophiaJulia Donaldson, Un serpente per ospite, Sinnos 2014, dai 6 anni, 8.50€

Dovete partire per le vacanze e non sapete a chi affidare i vostri animaletti domestici? Nessun problema! Polly ha deciso di trasformare la sua casa in un albergo per animali. La sua mamma, a dire il vero, non era molto d’accordo, ma per fortuna finisce sempre per accontentarla. Il loro bel gesto porterà con sé imprevisti e sorprese: non vi resta che leggere questa storia per scoprire di che cosa si tratta!

NB: questo libro è un testo ad alta leggibilità. Il tratto dei caratteri, la spaziatura, il colore della carta sono tutte caratteristiche che rendono più facile ed accessibile la lettura. Questo libro è dunque particolarmente indicato per chi non ama molto leggere, per chi ha difficoltà di lettura e per chi ha problemi di dislessia.

Sorelle - La chiave di SophiaRaina Telgemeier, Sorelle, Il Castoro 2015, dai 9 anni, 15.50€

Un lungo viaggio in macchina attraverso gli Stati Uniti per fare visita ai parenti lontani. Spazi stretti, sedili scomodi, tante ore da condividere. Protagoniste di questo divertentissimo fumetto sono due sorelle, che passano il tempo a bisticciare a causa della loro diversità di interessi e di modi di fare. Grazie e questa vacanza in famiglia le due riusciranno finalmente a mettere da parte i loro antipatici litigi, in favore di una maggiore vicinanza ed unione, come due vere sorelle!

imageBernard Friot, Il libro delle mie vacanze disastrose e degli scarabocchi, Lapis 2015, dai 10 anni, 10€

Un libro adatto anche a quei ragazzi che non hanno mai voglia di leggere: impossibile resistere al racconto di Ben! 11 anni, un metro e 67 cm, peso variabile in base ai dolci mangiati di nascosto, Ben Cardin trascinerà con simpatia tutti i lettori fino all’ultima pagina. Le sue vacanze estive non sono il massimo: è bloccato in casa perché i genitori hanno distrattamente preso le ferie in due periodi diversi. Cosa farà per passare il tempo? Tra un lavoretto in casa, una visita agli amici ed agli anziani della casa di riposo, Ben riporta in questo diario super segreto tutto quello che gli succede: leggere per scoprire! (Senza che Ben se ne accorga però..).

99e6361f56559e9fafe59eb9b0f0fb72David Wiesner, Flotsam, Clarion Books 2006, 17€

Provate ad immaginarvi a giocare sulla spiaggia quando ad un tratto il mare vi consegna un oggetto misterioso: una vecchia macchinetta fotografica. Voi cosa fareste? Andreste a sviluppare il rullino come fa il ragazzo protagonista di quest’albo illustrato? Un’avvertenza: questo libro non si legge, ma si osserva! Nessuna parola, nessun inserto testuale; bisogna aprire bene gli occhi, capire cosa succede, e trovare da sé le parole per dare vita alla narrazione che le illustrazioni fanno già scoprire con magia e stupore.

sottacquaAleksandra Mizielińska e Daniel Mizieliński, Sottacqua Sottoterra, Electra 2015, dagli 8 anni, 22€

Un libro formato 2 in 1, un libro per conoscere ed imparare. Le illustrazioni a grande formato faranno esplorare le profondità del mare e le viscere della terra destando la curiosità di grandi e piccoli. Un libro da leggere e rileggere per apprendere ogni volta qualcosa di nuovo: e voi siete pronti per questo fantastico viaggio verso il centro della terra?

Federica Bonisiol

[Illustrazione di Mafalda Laezza in copertina]

Ascoltare il passato

Il passato non lo si deve per forza leggere. Il passato lo si può anche ascoltare.

Questa mattina ho incontrato una coppia di francesi sulla settantina. Lui, discendente di una famiglia di contadini trevigiani emigrati in Francia nel primo Novecento. Lo vedevo per la prima volta, ci avevo scambiato soltanto qualche parola al telefono un paio di giorni prima. Eppure mi ha raccontato, con tanto di albero genealogico alla mano, un pezzo di storia, decisamente dettagliata, della propria famiglia.

Quanti di noi conoscono le proprie origini familiari? Quanti possono dire di essersi interfacciati con la storia dei propri predecessori? Quanti si sono relazionati con il proprio passato, quello vivo, quello carnale, non quello alto della storia istituzionale?

Oggi questa rubrica non apre nessun libro, ma umilmente vuole consigliare, augurare, forse anche raccomandare, di tendere un orecchio verso il proprio passato familiare, paesano, locale. Un passato di piccole dimensioni, ma che inevitabilmente, anche se può non sembrare, anche se lo vogliamo occultare, finisce per condizionarci tutti nel nostro intimo.

Una ragazza, sempre questa mattina, mi ha detto che l’identità è una porta aperta: alcune caratteristiche o particolarità del nostro essere vengono, altre se ne vanno. Le nostre origini, il nostro ieri, stanno sulla soglia di quella porta aperta. Aspettano solo che qualcuno le inviti ad entrare.

Federica Bonisiol

[Immagine tratta da Google Immagini]

Quale filosofia dietro al nuovo fenomeno web Nicola Canal?

Il nuovo fenomeno social si chiama Nicola Canal meglio conosciuto come Il Canal. Originario del Trevigiano, Nicola frequenta l’Accademia di Arte Drammatica a Udine lanciandosi poi nel mondo dello spettacolo. Attualmente quasi trentenne lavora per tutt’altro settore, ma porta avanti la sua passione grazie a simpatici video che egli pubblica puntualmente sui suoi canali web. La sua produzione video? Nicola si è fatto conoscere grazie a delle esilaranti telefonate ad alcuni dei più famosi centralini italiani (dall’Expo a Cepu, da Miss Italia alla Volkswagen), ma ha saputo andare anche ben oltre, coinvolgendo direttamente tutti i suoi fan, e creando per loro un vero spazio di svago (per esempio il concorso Selfie Caigo). I suoi video, montati con abile maestra, mettono in evidenza la sua creatività e le sue indiscusse capacità di recitazione.

Abbiamo deciso di rivolgergli qualche domanda, convinti che dietro al suo lato comico si nascondesse una personalità molto più profonda di quanto non volesse dare a vedere. Se all’apparenza i suoi video possono sembrare superficiali e volti al solo divertimento, in realtà in essi si cela un’analisi accurata e critica della realtà nella quale viviamo.
Nelle sue parole abbiamo percepito allo stesso tempo sicurezza di sé ed umiltà, qualità che non fanno altro che accrescere l’apprezzamento che già nutrivamo verso di lui e verso l’immagine che si è costruito attraverso i social.
Nicola può essere un vero esempio sociologico, non c’è che dire, ma alla base di tutta la sua persona vi sono una buona dose di riflessività e consapevolezza.

Ma ora, spazio alle chiacchiere: a voi la lettura di questo botta-risposta!

 

La maggior parte dei tuoi fan attuali ti ha conosciuto grazie ai tuoi primi video. Al giorno d’oggi caricare un video su YouTube è alla portata di tutti. A te come è nata l’idea di provarci?

Guarda. È’ nato tutto quando non ho più voluto provarci. Ho studiato recitazione, ma quando ho firmato un buon contratto di lavoro ho anche “abbandonato i miei sogni”. Ho cominciato allora a giocare con video in dialetto veneto per gli amici di Facebook. Un giorno ho visto 2500 richieste di amicizia: qualcuno aveva scaricato il mio video e lo aveva fatto girare su WhatsApp. Così è nato tutto!

 

Senza volerlo, quindi! Beh, da allora hai ottenuto un seguito piuttosto notevole! Perché hai intrapreso gli studi di recitazione? C’era qualcosa in particolare che ti affascinava di questa disciplina?

Mi piaceva l’idea di dare un po’ di tecnica a questa voglia di fare il “mona”!

 

Mi pare di avere capito che malgrado i tuoi studi, questa non sia poi diventata la tua professione. Capita con sempre più frequenza. L’impegno e la passione che stai riversando nella tua pagina Facebook Canal-Il Canal (e non solo) sono una sorta di rivincita?

No, non la sento come una rivincita. Non devo rifarmi di nulla. Non ho perso tempo. Non avanzo nulla di che. Mi piace questa cosa per quello che è.

 

Quindi ciò che conta per te è il far sorridere e divertire le persone? Non è un compito facile: la comicità non è di tutti! Contano di più l’impegno e la ricerca, o la pura spontaneità?

Diciamo che conta fare una cosa che piaccia. E che abbia un senso per poi continuare a farla. Contano tutte le cose, quelle che hai elencato e molte altre: passione, entusiasmo ed ironia ad esempio.

 

Cosa pensi riguardo ai programmi televisivi basati sulla comicità (penso a Zelig, Colorado, ecc.)? Ti sembra che la loro forma di comicità sia efficace?

A me non fanno ridere anzi mi imbarazzano molto. Ma anch’io potrei non piacere a loro.

 

Te l’ho chiesto perché personalmente trovo che il divertimento che propongono sia sempre più scadente. Mi piace invece il tuo modo di fare, forse perché lo sento più vicino alla mia quotidianità. Riesci a divertire con assoluta semplicità e senza volgarità. Inoltre ti esprimi spesso in dialetto: credo che questa sia stata una caratteristica che ti ha portato fortuna. Noi veneti siamo particolarmente affezionati al nostro modo di parlare, così come alle nostre espressioni e ai nostri modi di dire.

Io ritengo ovviamente la lingua italiana importantissima ma non posso prescindere dal fatto che il mio corpo è più in sintonia col dialetto veneto. Io sono più sincero se parlo Veneto.

 

A questo proposito mi fa piacere ricordare l’iniziativa da te promossa in sostegno alla riviera del Brenta. [Nicola, grazie ad una vendita online di oggetti e gadget con su scritte alcune massime della parlata veneta, ha contribuito ad una raccolta fondi in favore della Riviera del Brenta, che nell’estate 2015 è stata colpita da un tornado]. Ti sei davvero impegnato di persona per la nostra zona! In qualche modo ti si potrebbe definire come un “filosofo de noialtri”. Sei infatti un attento osservatore della realtà! Riesci a proporre in tono ironico i vari scandali della realtà (si veda il video in cui telefoni al servizio clienti della Volkswagen), smascheri con simpatia le nostre abitudini (si vedano i motti “Pi sorz, manco stroz” e “Manco IPhone, pi subiot”), infondi un alone di dubbio sui nostri pregiudizi.. Ma ti incarichi anche di contribuire di persona a progetti ed iniziative per migliorare nel concreto il nostro presente. Come ti sta addosso questa mia “definizione”? Cosa pensi della filosofia? L’hai mai studiata?

Ho fatto il liceo quindi l’ho studiata, ma al tempo non ne capivo l’utilità. Diciamo che ho fatto filosofia col teatro! O meglio, facendo teatro ho scoperto quanto era importante filosofia. Per esempio ogni volta che interpretavo un personaggio le domande che mi ponevo erano semplici ma complesse allo stesso tempo, legate sì al personaggio, ma questo a volte si confondeva con Nicola stesso. Mi chiedevo “Chi sono, cosa faccio, da dove arrivo?”. Ho capito che interrogarsi è indispensabile!

 

Credo che buona parte del tuo seguito sia costituito da giovani e ragazzi. Avresti qualcosa di particolare da dire loro?

Sai che non credo? Credo mi seguano soprattutto i più grandi e la cosa mi fa molto piacere! Ai giovani che dire? Dicessero qualcosa loro a me! Io non voglio spiegare niente a nessuno. Ma se qualcuno trova messaggi carini nei miei video ben venga! Forse l’unica cosa che mi sento di dire è quella di uccidere la vergogna, che per me è la cosa più brutta che ci sia. La rabbia può trasformarsi, ma la vergogna è solo un limite enorme.

 

Ti riferisci a qualcosa in particolare?

No, a tutto! Partendo dall’accento. Io in realtà non mi sono mai vergognato, ma sento molta gente che dice “Si sente molto?”, come se fosse una cosa di cui vergognarsi! Pensa te!! Oppure la gente si vergogna di dire “Non ho soldi!”. Perché? Non capisco! Nei miei video cerco questo credo. Queste cose ci rendono deboli. Se ho cinque euro in tasca ma non lo devo nascondere a nessuno sono un po’ più ricco. Vedi come alcuni hanno vissuto il fallimento e la crisi. Il vero fattore di turbamento non era la tragedia economica a cui si andava incontro, ma il sentimento di vergogna che si provava a causa del fallimento.

 

Inizialmente avevo capito il contrario, cioè che tu dicessi in qualche modo “Vergogniamoci di più”. Che diciamocelo, in certi casi, non sarebbe neanche sbagliato. Forse se provassimo più vergogna e fossimo meno sicuri della nostra invincibilità, certe cose potrebbero non accadere.

Questo anche è vero. Hai assolutamente ragione. Ma hai capito come intendevo io? Paradossalmente i miei insegnanti e ai casting mi chiedevano di nascondere la cosa che mi ha portato fortuna: il Veneto.

 

Quindi ti consigliavano di mascherare la cadenza e di parlare in italiano?

Non palesemente. Però l’accento veneto rispetto ad altri, per esempio romano, siciliano, pugliese, è visto meno vincente. Il personaggio veneto nei film è sempre quello meno intelligente.

 

Certo, è piuttosto evidente questa cosa, ma non ne ho mai capito il motivo. È a questo che mi riferivo quando ti dicevo che mi piace il modo in cui proponi la tua comicità: perché la sento più vicina rispetto ad altre! Infine vorrei chiederti: come reagisci di fronte a chi ti attacca con pesantezza? Ho visto che tendi sempre a rispondere in modo ironico e che nelle tue risposte non c’è mai stata ombra di cattiveria.

Che piacere che tu lo abbia notato! Beh sono forte dei commenti positivi! Se ne ho cinque buoni, quello cattivo diventa insignificante. Ovviamente ma… in linea di massima ho sempre riso alle cattiverie. Non so perché giuro! Mi viene spontaneo davvero, non faccio il superiore, non tratto con sufficienza. La cattiveria mi fa ridere perché immagino lo sforzo, la fatica e l’impegno che ci stanno dietro, e questa cosa mi fa ridere. Vedere la faccia di uno che si carica per dire una cattiveria: quel consumo di energia è ridicolo.

 

Sai cosa mi fai pensare? Che è possibile divertire gli altri soltanto se si ha una personalità sorridente e positiva. Credo la tua sia proprio così!

 

Federica Bonisiol

 

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AC/DC on the highway to hell?

La riflessione appartiene ad ogni ambito della vita umana. La dimensione temporale è la caratteristica che meglio definisce l’uomo nel suo rapporto con il mondo: la storia può essere guardata da infinite prospettive. È sulla scia di questo ragionamento che abbiamo scelto di affrontare un passato particolare, forse poco accademico, ma non per questo meno degno di essere preso in considerazione, anzi. Il passato che abbiamo scelto di leggere è quello di un gruppo musicale; è quello di una band che con la sua produzione, di pagine di storia della musica ne ha scritte indubbiamente più di una. Abbiamo scelto di leggere gli AC/DC!

Iniziamo con il proporre, come consuetudine della rubrica, un testo che possa avvicinare appassionati e curiosi a questa leggenda della musica. AC/DC, scritto da Murray Engleheart e Arnaud Durieux (Arcana Edizioni, 2009) non è una semplice biografia, ma è un vero e proprio manuale sulla storia della band, ricco di curiosità, aneddoti e foto. Lo stile rockeggiante dei due autori farà assaporare tutta d’un fiato la vicenda del gruppo australiano, dagli albori a Sydney nel lontano 1973 fino al penultimo disco del 2008.

Per molti potrebbero essere un gruppo qualunque, una band come tante altre, ma i maggiori critici musicali li hanno collocati nell’Olimpo dei mostri sacri del rock’n’roll. Cos’hanno di tanto speciale? Innanzitutto, quasi mezzo secolo fa, o come dice il libro «150 milioni di dischi fa» sono stati tra i primi a sfidare le convenzioni musicali dell’epoca, proponendo uno stile e uno spettacolo fuori dagli schemi. Tra petti nudi, tatuaggi in vista, apparizioni in tv al limite del buon costume, sono stati in grado di costruirsi un’immagine inconfondibile, sempre accompagnata da melodie di qualità.

Recentemente il gruppo ha annunciato la fuoriuscita, per motivi di salute, dello storico cantante Brian Johnson. Le sue capacità uditive, infatti, dopo anni di tour in tutto il mondo e dopo miglia spese in corse automobilistiche, risultano alquanto compromesse: palco e pista avranno per lui d’ora in poi l’amaro sapore di un desiderio purtroppo proibito.

Risale a questi ultimi giorni la conferma ufficiale della voce che girava da tempo attorno alla sostituzione del cantante. Ebbene sì, le rimanenti date del tour dell’ultimo disco vedranno al microfono nientemeno che Axl Rose, frontman dei Guns N’ Roses.

Da qui ha inizio l’aspra polemica nei social. L’opinione comune di tutti i fan, da qualsiasi parte del mondo? Anziché continuare l’avventura con Axl, il gruppo avrebbe dovuto chiudere baracca; avrebbe dovuto alzare le mani in segno di resa ed annunciare consapevolmente la propria fine; avrebbe dovuto dichiarare la propria appartenenza al passato.

Ma com’è possibile accettare una tale sconfitta? Com’è possibile rinunciare all’ebbrezza del palco? Com’è possibile arrendersi all’età che avanza? Com’è possibile dirsi sorpassati se si è una delle migliori rock band di tutti i tempi?

Con più di 40 anni di carriera e 18 album, gli AC/DC hanno piazzato il loro Back in Black del 1980 al secondo posto della classifica dei dischi più venduti di sempre (dopo Thriller di Michael Jackson). No, decisamente non potevano chiuderla qui! E dunque porteranno avanti il loro tour con questa nuova formazione, sfidando le critiche dei fan che non riconoscendo più il loro stile vecchia scuola avrebbero preferito un addio al palcoscenico. Alcuni il loro tramonto l’hanno proprio dichiarato, chiudendo siti web a loro dedicati (vedi acdc-italia.com) o mettendo in vendita sui social i biglietti del tour già acquistati. Ma com’è possibile, da veri fan, voler relegare al passato i propri idoli musicali? Perché non accettare la sostituzione per amore delle canzoni con cui si è cresciuti o invecchiati? Il cambio d’immagine ha generato prese di posizione piuttosto decise: in effetti nel corso degli anni gli AC/DC non hanno mai cambiato i loro caratteri distintivi, così come hanno sempre mantenuto elevati livello ed originalità dei loro brani.

Forse è proprio per questo motivo che per i fan sarebbe più facile sopportare un loro addio. Un gruppo che ha sempre conservato invariati il proprio stile e la propria immagine, mal si presta a presentarsi in scena con un cantante che per modi di fare e carattere non risulta in linea con i canoni della band e con le aspettative dei fedelissimi. Ciò è significativo di quanto la musica non sia un semplice sottofondo delle nostre giornate, ma sia un elemento determinante del nostro stesso vivere. A questo proposito si può leggere nel libro, e con questo chiudiamo:

«La band ha segnato le avventure sessuali, le peripezie alcoliche, le battaglie, i matrimoni, le nascite, i funerali, le macchine e i tatuaggi di milioni di vite da Bruxelles a Brisbane, da Montreal a Manchester, da Tokyo a Milano, diventando molto più di un semplice gruppo rock… diventando un’istituzione».

For those about to rock we salute you!

Federica Bonisiol & Dario Zanetti