Sei cappelli per pensare: la proposta di Edward de Bono

Nel suo libro Sei cappelli per pensare lo scrittore Edward De Bono non denigra, ma mette in crisi l’indagine dialettica, uno dei principali metodi di cui il pensiero occidentale si avvale per affrontare una questione. «Con la discussione», afferma l’autore, «si perde molto tempo e l’argomento non viene analizzato esaurientemente perché ognuna delle parti è interessata solo alla difesa della propria posizione. Il metodo dialettico produce una riflessione sterile che non lascia spazio alla creatività e alle nuove idee» (E. de Bono, Sei cappelli per pensare, 2013).
Non a caso la proposta di De Bono viene anche definita “pensiero laterale”, uno sguardo prospettico che lascia la strada principale per osservare il corteo da una via secondaria.
L’immagine del cappello rimanda poi al gioco. L’Io deve divertirsi a indossare abiti nuovi, a guardare le cose dall’alto come fanno i funamboli, camminando su fili sottili e mai sicuri.

Ma in cosa consiste questo metodo? Come si indossano i sei cappelli?
Quando si affronta una questione o si vuole trovare una soluzione a un problema, è inevitabile che ognuno abbia il suo modo di pensare. In genere c’è chi è ottimista e vede soluzioni ovunque, chi preferisce non rischiare e chi, magari, aspetta sempre di sentire il parere altrui.
Ebbene, con il metodo dei sei cappelli, ognuno deve rinunciare al proprio Iomandarlo in vacanza», afferma  l’autore), alle solite modalità di approccio e sperimentarne di nuove.
Il cappello bianco rappresenta l’obiettività, ti fa vedere i fatti così come stanno, senza giudizi né riflessioni. È l’analisi dei dati, di ciò che è sotto gli occhi di tutti. Indossare questo cappello significa sforzarsi di vedere la realtà come si presenta, senza particolari interpretazioni.
Se si indossa il cappello rosso, invece, si vuole dare voce a emozioni e sentimenti. Frasi come: «Non chiedermi perché. Questa faccenda non mi convince. Puzza», non forniscono verità, ma permettono di rendere manifesti sentori che influenzerebbero in modo occulto qualsiasi decisione.
Il cappello nero ci offre il punto di vista pessimistico, quello giallo l’atteggiamento congetturale-positivo. Poi c’è il cappello verde da indossare quando si ha bisogno di un cambiamento: «Lei ha illustrato i metodi tradizionali per affrontare il problema. Ci torneremo sopra. Ma prima facciamo dieci minuti di pensiero col cappello verde per vedere se riusciamo a trovare un metodo nuovo» (ivi).
Infine il cappello blu, che ha il colore del cielo. Esso ci porta in alto e ci permette di guardare l’insieme, di mettere a fuoco la questione osservandola nella sua interezza. Spesso questo occhio aiuta  a riunire i singoli sguardi, quelli dei diversi cappelli indossati.

Da un punto di vista operativo, le potenzialità di questo metodo sono evidenti; ma io trovo che siano i risvolti psicologici a risultare ancora più interessanti.
Spesso in una discussione una buona parte dei partecipanti fatica a esprimere le proprie idee per paura del giudizio altrui. Ebbene, «la parte concede libertà», scrive l’autore; «Può essere difficile vedersi scemi, dalla parte del torto o messi nel sacco. Ma dato un ruolo ben definito possiamo godere della nostra abilità nel recitare tutte queste parti, senza che il nostro Io ne risulti danneggiato» (ivi).

Immaginiamo di trovarci a scuola e che l’insegnante entri in classe proponendo ai suoi alunni la seguente questione: “È risaputo che in Italia si legge poco. Secondo voi quali sono i motivi di questa carenza?” Ovviamente i ragazzi diligenti e impegnati tenderanno a difendere l’importanza della lettura, magari elencando gli ultimi libri letti e sapranno argomentare con abilità. Chi non ama leggere cercherà di non esporsi più di tanto e chi è in seria difficoltà se ne starà in silenzio ad ascoltare.
Diverso sarebbe entrare in classe e dire: “Ragazzi, si sa che in Italia si legge poco. Cosa ne dite se proviamo a comprendere insieme i motivi di questo rifiuto? Per farlo, fingeremo di indossare una serie di cappelli che rappresentano altrettanti punti di vista. Dovremo sforzarci di entrare di volta in volta nella parte, analizzando la questione da diverse angolazioni, in modo da vederla nella sua interezza”.
Lo stesso può avvenire in una riunione aziendale, in palestra o in ufficio: il luogo non ha molta importanza. Quello che conta è l’approccio, la disponibilità a guardare un po’ più in là, a esplorare nuovi territori dove spesso si nasconde l’idea giusta.

 

Erica Pradal

 

[photo credit Clem Onojeghuo via Unsplash]

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Una citazione per voi: Sant’Agostino e l’amore

 

• AMA E FA’ CIÒ CHE VUOI •

 

Sant’Agostino pronunciò questa frase in uno dei suoi commenti alla Prima lettera di San Giovanni, quella in cui l’apostolo afferma a più riprese che Dio è Amore e che noi amiamo perché lui ci ha amati per primo. Leggiamo il passo da cui essa è stata estrapolata: «Una volta per tutte dunque ti viene imposto un breve precetto: ama e fa’ ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene»¹.

Si mescolano nelle parole del filosofo la concezione cristiana del Dio-misericordia e quella pagana del Dio-Logos, autore delle verità geometriche e dell’ordine degli elementi. La radice dell’Amore che c’è in ogni uomo ha valore ontologico, è qualcosa di preesistente all’uomo stesso e a cui egli può attingere, grazie all’illuminazione concessa da Dio. C’è una forte vicinanza alla teoria platonica della reminescenza delle Idee, ma la grande differenza sta nell’azione misericordiosa di Dio. Secondo il nostro filosofo è Dio a instillare la Verità nell’uomo, il cui compito dunque è di perseguire, attraverso un rivolgimento verso la propria interiorità, questa stessa Verità. E poiché essa coincide con l’Amore, non potrà che essere raggiunta amando. Ecco allora spiegato il senso dell’affermazione di Sant’Agostino. Se tu ami, ovvero se attingi all’Amore ontologicamente fondato che c’è dentro di te, non puoi che essere nel Bene, nella Verità. Qualsiasi cosa tu faccia, se è frutto di Amore autentico, non potrà che essere buona.

«Io amo in lui una luce», dice Sant’Agostino, «una voce, un profumo, un cibo, un amplesso amando il mio Dio, luce, voce, profumo, cibo, amplesso dell’uomo interiore che è in me»².

 

Erica Pradal

 

NOTE:
¹Agostino d’Ippona, In litteram Ioannis ad Parthos, discorso VII
²Agostino d’Ipponia, Confessioni X, 6, casa ed. Marietti, Torino

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Il Fedone: il dialogo platonico della morte come inno alla vita

«Non appena ebbe detto queste parole, trattenendo il respiro, bevve fino all’ultima goccia, senza alcun segno di disgusto e con facilità. E i più di noi che fino a quel momento eravamo stati capaci, sia pure a fatica, di non piangere, come lo vedemmo bere e che aveva ormai bevuto, non ne potemmo più. E anche a me, contro la mia volontà, sgorgarono a fiotti le lacrime, e, nascondendomi il volto, piangevo: piangevo me stesso e non certo lui, piangevo la mia sventura; piangevo di quale uomo come amico sarei rimasto privo».
Platone, Fedone, 2000.

Il Fedone è il dialogo platonico che descrive la morte di Socrate e le ore che la precedono. Egli, che per tutta la vita si è occupato del bene morale e della conoscenza autentica, berrà la cicuta – destinata alle persone nobili – e attenderà con orgoglio l’ora in cui la sua anima potrà librarsi in volo.

Nonostante la velata tristezza che percorre tutta la narrazione, ciò che emerge con forza è il sorprendente significato della morte quale compimento della vita. Fedone ha avuto la fortuna di presenziare alle ultime ore di vita di Socrate, raccogliendone le discussioni, che riferisce a Echecrate. I giorni che precedono la sua morte sono occasione per il Maestro di tirar le somme di una vita di ricerca: solo l’anima purificata dal corpo e dai sensi ingannevoli può ambire alla verità. Ecco allora spiegate la serenità e la gioia con cui Socrate si accinge allo scacco finale. Il vero filosofo non deve rattristarsi di morire, perché sa che l‘uomo è la sua anima e il corpo lo strumento di cui essa si avvale. Per questo la morte non lo colse affatto impreparato.

La prima parte del dialogo, dunque, è incentrata sul viaggio dei viaggi, quello di una vita dedicata alla conoscenza autentica, alla filosofia. I viaggi fisici possono essere degli eventi che scatenano idee o, per meglio dire, delle intuizioni da inseguire. Camminare, procedere nello studio e nell’osservazione, navigare trasportati dal vento della doxa (opinione) non sono però azioni sufficienti; anzi, esse rischiano di allontanarci dalla verità. Occorre una “seconda navigazione”, molto più lenta e faticosa che consiste nel passaggio dall’osservazione naturalistica ad una filosofia puramente razionale, libera da qualsiasi legame terreno. È la combattuta scelta di Odisseo il quale rinuncia alla vita paradisiaca nell’isola di Calipso per tentare l’ardua traversata dell’abisso su una zattera e raggiungere cosi la sua amata Itaca.

«Amici miei – disse – su questo conviene riflettere: se l’anima è immortale, bisogna avere cura di essa, non solo per questo tempo della nostra vita, ma anche per la totalità del tempo, e considerare che il pericolo, ora, sembrerebbe terribile se non si ha cura di essa» (Ivi).

Poi, però, si assiste a un cambio della guardia: il Socrate storicamente esistito – quello che non ha concesso ad alcun artificio letterario di appesantire le sue parole, di ingabbiare il volo dei suoi discorsi – lascerà pian piano il posto al Socrate platonico, impegnato a dimostrare in modo rigoroso e razionale l’immortalità dell’anima e l’esistenza di un mondo ideale dove essa è destinata a tornare. Platone ci descrive il mondo delle idee come se esse fossero l’orizzonte ultimo cui mirare, e al valore etico dell’anima immortale si aggiunge una valenza fortemente ontologica.

Socrate sa, ma incalzato da domande vuole dimostrare razionalmente il perché di tanta sicurezza e lo fa attraverso tre prove dell’immortalità dell’anima: la prova dei contrari – se dalla vita viene la morte, dalla morte deve venire la vita, nel senso che l’anima rivive dopo la morte del corpo –; la prova della reminiscenza – se la conoscenza umana è reminiscenza di verità già conosciute è necessario che l’anima sia stata prima corpo –; infine la prova della partecipazione: l’anima, in quanto soffio vitale, è vita e partecipa dell’idea di vita, pertanto non può accogliere in sé l’idea della morte.

Platone, pur regalandoci forse alcune tra le più belle pagine del suo lascito filosofico proprio nel Fedone, ha dovuto fare una scelta difficilissima, quella di ingabbiare nella scrittura le parole del Maestro, rischiando di ucciderlo a sua volta. Ma che cos’è questa se non la più potente dimostrazione dell’immortalità dell’anima? Socrate, ucciso fisicamente e metaforicamente a più riprese, vive ancora oggi con una forza senza precedenti.

 

Erica Pradal e Simone Bortolini

 

[Photo credit Andras Kovacs via Unsplash]

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Le impronte di Socrate e Gesù sulla strada della conoscenza

Fin dalle sue origini, il cammino dell’uomo è stato segnato dalle impronte di grandi personaggi i quali, procedendo a passo più o meno veloce, hanno contribuito a plasmare la via, talvolta indirizzandone l’andamento, altre rivelando un senso nascosto.

Nel pensiero di alcuni di essi, pur essendo vissuti a distanza di secoli l’uno dall’altro, sono riconoscibili dei tratti universali, dei valori intramontabili dovuti alla capacità che solo i grandi maestri hanno, di essere fuori dal tempo e perciò accomunabili. Sto pensando a figure come Socrate e Gesù, personalità capaci di gettare i semi di un movimento d’uscita, un venir fuori da luoghi fisicamente chiusi, metafora di pensieri e ragionamenti autoreferenziali da abbattere per aprire la via alla conoscenza autentica.
Socrate è uscito dai luoghi accademici, ha fatto della strada lo scenario dei suoi dialoghi (anche il termine dia-logos indica un movimento) e, attraverso il metodo della maieutica, la stessa che la madre levatrice utilizzava con le partorienti, ha aiutato umili persone a partorire grandi ragionamenti.
Gesù è uscito dal tempio. Consapevole che il sabato aveva preso il sopravvento sull’uomo, ha preferito le strade, le piazze, i colli. Lungo la via ha trovato la gente vera; la strada non appartiene al ricco né al fariseo ed è proprio qui che l’uomo può spogliarsi di tutto ciò che lo imprigiona e ritrovare se stesso.

Ecco, ritrovare se stessi. Appare chiara la somiglianza fra il Conosci te stesso di Socrate e l’Ama il prossimo tuo come te stesso di Gesù. L’intento di entrambi è di invitare gli uomini a rivolgere lo sguardo alla propria interiorità, a comprendere che l’apertura verso l’altro e la conoscenza del mondo non possono prescindere dall’amore verso se stessi. Non in senso autocelebrativo, ma come presa di coscienza delle proprie potenzialità e dei propri limiti. Stimarsi significa saper dare il giusto peso – la giusta stima, appunto – al proprio bagaglio interiore. Il Conosci te stesso socratico diventa allora un invito a svuotare la propria anima delle certezze sclerotizzanti, per ritrovare il desiderio della ricerca autentica. Nei dialoghi il saggio non impartisce lezioni, ma cammina fianco a fianco del servo e lo conduce alla conoscenza in modo naturale, direi necessario.

Anche Gesù rinuncia al pulpito e trasmette così un messaggio chiaro: non accumulate nozioni sull’uomo, siate uomini. È proprio trattenendo morbosamente i beni terreni, infatti, siano essi denaro o certezze, che gli uomini si allontanano dalla propria natura, da se stessi. Illudendosi di essere eternamente mortali, essi rinunciano all’autentica immortalità. «Beati i poveri in spirito», dice Gesù e con questa semplicità – perché spesso le cose importanti sono semplici – ci smuove, ci obbliga a spogliarci di tutto ciò che abbiamo costruito attorno a noi appositamente per non riconoscerci. Nudi davanti a noi stessi ci sfida a trovare il coraggio di sostenere lo sguardo e camminare dritti.

Cos’è, questa, se non una tacita presa di posizione? Non è forse un’irrinunciabile scelta di libertà? La stessa libertà che ha portato entrambi a confrontarsi con la morte. Nessun compromesso avrebbe potuto salvarli perché il compromesso era esso stesso morte. Gesù avrebbe dovuto rinnegare se stesso, Socrate la propria integrità morale.

Ho riflettuto spesso sul fatto che nessuno dei due abbia lasciato qualcosa di scritto. In realtà, non esistono neppure certezze definitive sulla loro esistenza storica. Nel suo libro Socrate, Gesù, Buddha Fréderic Lenoir afferma che «in assenza di ritrovamenti archeologici e testimonianze storiche concordi e provenienti da fonti diverse, gli storici non sono in grado di affermare con assoluta certezza l’esistenza di questi tre personaggi. Ciononostante tutti concordano nel ritenere “altamente probabile” che Socrate, Gesù e Buddha siano davvero esistiti, malgrado l’assenza di prove tangibili, come documenti firmati o tracce concrete direttamente trasmesse alla posterità. Per quale motivo?»
La risposta è fin troppo evidente. Se avvertiamo ancora il bisogno di dimostrare l’esistenza terrena di questi grandi maestri, se stiamo ancora rovistando tra le scartoffie alla ricerca di prove tangibili, significa che i rinchiusi siamo noi. Siamo noi incapaci di abbandonare i banchi accademici, di aprire le porte del tempio e uscire sulla strada. È lì che possiamo trovare le loro tracce.

Il pensiero, l’esempio, la forza delle idee, l’amore per la vita in tutte le sue sfaccettature hanno superato il personaggio storico e sono arrivati fino a noi. È questa la loro autentica grandezza.

 

Erica Pradal

 

[Photo credit Pierre Bamin via Unsplash]

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La provvisorietà delle nostre impalcature

Nella maratona Prendiamola con Filosofia, trasmessa in streaming il 20 Marzo scorso e coordinata dai fondatori del progetto Tlon, Andrea Colamedici e Maura Gangitano, molte personalità del mondo letterario, filosofico, economico, musicale si sono avvicendate con brevi interventi e riflessioni su alcuni temi fondamentali, diventati urgenti e quasi necessari nell’anomala pausa esistenziale causata dal Coronavirus.

Dalle dieci di mattina alla mezzanotte, un vero e proprio carosello di idee è entrato nelle nostre case regalando momenti di assoluta straordinarietà in un contesto fortemente ordinario. Gli utenti eravamo noi, persone del tutto normali, chiuse in casa a preparare dolci, a litigare col coniuge o a pulire l’ennesimo strato di polvere. Eppure, come succede spesso in questi casi, a permanere nella mente, a tormentarmi con la tenacia di un tarlo affamato  non è stato il ragionamento illuminante di un filosofo o la teoria economica più in voga, ma l’accidente, l’evento singolo, una parola alla quale non avevo fatto troppo caso fino a quel momento.

Impalcatura

A dirla un cantautore. Un certo Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, che esordisce ammettendo di essere imbarazzato, di aver accettato l’invito con sospetto perché restio a mostrare l’impalcatura. Nel vocabolario italiano, il termine impalcatura è definito come la struttura provvisoria destinata a sostenere gli operai e i materiali occorrenti per l’esecuzione di un’operaÈ la provvisorietà, dunque, la sua caratteristica fondamentale; nella costruzione di un edificio essa ha senso solo nel processo in fieri, non deve rimanere anche dopo perché sarebbe di intralcio, servirebbe solo a nascondere il risultato, l’opera realizzata con tanta fatica e impegno.

Secondo il cantautore, dunque, essere ospiti a una maratona filosofica, prendere parte alla discussione poteva  voler dire dover “mostrare l’impalcatura”. C’era, secondo le sue previsioni, il pericolo di trovarsi in mezzo a persone che fanno dell’impalcatura la propria ragione d’essere.

Ma di quale impalcatura stava parlando? Jovanotti non lo dice, ma l’evolversi dell’intervista non lascia dubbi. L’impalcatura di ognuno di noi è la struttura provvisoria che ci ha sostenuto nel corso degli anni perché arrivassimo ad essere ciò che siamo, a edificare il nostro personale edificio. Se ci siamo dedicati alla filosofia, è fuor di dubbio che a sostenerci siano stati  anni di studi, corsi frequentati, discussioni, convegni; per dirla con un’immagine, i libri che molti mettono in bella mostra nello sfondo, quando vengono intervistati.

Impalcature

La persona preoccupata di trattenere l’impalcatura, forse sta confondendo il mezzo con lo scopo e qualsiasi osservatore, anche il meno accorto, sarebbe pronto a giurare che l’edificio si apprezza di più senza di essa.  Scrive Gilles Deleuze, parlando del rapporto tra pensiero e vita in Nietzsche e la filosofia (1962): «Nietzsche rimprovera spesso alla conoscenza la pretesa di opporsi alla vita, di misurarla e giudicarla, di proporre se stessa come scopo […] Nietzsche non si stancherà di ripetere che la conoscenza, da semplice strumento subordinato alla vita, si è arrogata il ruolo di fine, di giudice, di istanza suprema».

E non è un caso che proprio un cantautore abbia posto la questione. La musica tende a sfuggire alle impalcature perché attinge alla vita, perché per sua natura è essa stessa vita. Anche per il filosofo tedesco la musica è la vera filosofia, è lo spirito dionisiaco che si ribella all’apollineo, la vita che si riprende il suo posto.

Durante tutta l’intervista Jovanotti non ha sullo sfondo la sua libreria, ma un muro dove sono stati dipinti fenicotteri rosa e piante tropicali. Dal momento che la filosofia ha l’inesauribile compito di esplorare la vita, allora è sulla rimozione delle impalcature che dobbiamo lavorare. Non sono i libri da esporre, ma ciò che essi hanno contribuito a realizzare. Se poi un giorno mi capitasse di incontrare Jovanotti, credo che non esiterei a chiedergli: C’è un momento in cui anche le piante tropicali e i fenicotteri rosa rischiano di diventare delle impalcature?

 

Erica Pradal

 

[Photo credit Stephane YAICH su unsplash.com]

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La danza di Paul Valéry: l’arte come agire danzante

Se si rimane ancorati al tradizionale significato del termine estetica, ogni forma artistica, dalla pittura alla musica, dall’architettura alla danza, è tale in quanto produttrice di opere. Le opere d’arte formano il mondo estetico e attorno a esso ruotano critici, artisti, interpreti, più o meno concordi sui diversi significati che esse esprimono.

Nel pensiero del poeta e filosofo francese Paul Valéry, questo tipo di estetica è destinato a perire per lasciare il posto a quella che Trione ha definito estetica della mente¹. Valéry ha scavalcato completamente l’idea di arte, arrivando addirittura a negarla per sostituirvi la poiesis, intesa come la materia stessa delle possibili operazioni dell’intelletto. Termini come imitazione, riproduzione più o meno fedele al modello, non hanno più alcun senso nel pensiero dell’autore, perché l’unica via di accesso all’arte è il fare. L’artista, sotto questo aspetto, non si distingue molto dallo scienziato, poiché entrambi mirano al potenziamento delle proprie facoltà, all’acquisizione di un potere. Ma, mentre lo scienziato contribuisce a un incessante avanzamento collettivo, l’artista è solo. Egli rappresenta l’uomo che si cerca e si scopre lungo il suo cammino in un susseguirsi di atti e movimenti continui. È il movimento, in definitiva, l’essenza di ogni essere vivente; ogni opera, ogni legge da esso elaborata, lungi dall’essere inutile, è comunque sempre superabile, dal momento che rappresenta un arresto temporaneo di un processo in fieri.

In una concezione dell’arte che sposta il baricentro dall’opera all’artista, la danza acquista un posto d’onore poiché, a differenza della poesia che si serve del linguaggio, essa unisce in sé i movimenti fisici con le rigide regole intellettuali, accorciando quella distanza ancora presente tra anima e corpo, tra materia e spirito. Non appena i nostri movimenti in dissipazione vengono afferrati dalle leggi ritmiche della mente, si assiste a una danza. L’arte tutta è danza. Per Valéry essa è la metafora perfetta per rappresentare la possibile guarigione dall’abuso del linguaggio intellettuale, perché fa parlare il corpo e l’intelletto insieme, mentre agiscono².  Un codice espressivo di gran lunga più libero perché staccato dai limiti che il bisogno di significati impone alla parola. Nessun significato per l’agire estetico, solo suoni, movimenti, musicalità.

Siamo a un livello di pura forma. Il contenuto è sempre temporaneo, vale solamente nel suo contesto, perciò nessuna generalizzazione è possibile. Ogni elaborazione artistica, ogni affermazione positiva deve essere paragonata a una posa della danzatrice. Per quanto bella e affascinante, ciò che conta è che non può durare più di un istante, poiché nell’istante successivo molti parametri sono cambiati. Non esiste alcuna verità da scoprire proprio perché la natura umana è instabile, è mutevole. Ciò che in questo momento può apparire vero, potrebbe non esserlo fra una decina d’anni. Mutano i parametri di riferimento, come mutano i tempi, le cose.

Cos’è allora che non muta? È questa la domanda fondamentale che Valéry si è posto lungo tutta la sua esistenza. Egli mirava a scoprire le leggi costanti del funzionamento della macchina umana e non quelle specialistiche e settoriali delle singole scienze. Contro la sterilità di un sapere nozionistico, Valéry sostenne per tutta la vita la necessità della ricerca, di un costante allenamento delle facoltà mentali per potenziare le proprie possibilità.

Ecco l’importanza dei suoi Cahiers (261 quaderni manoscritti), vera e propria danza di idee intorno alla nozione di uomo. Nessun sistema filosofico lo interessava poiché l’unico sistema possibile è l’assenza di sistema, ovvero una molteplicità di punti di vista, dove nessuno può ritenersi mai esaustivo. Valéry sembra voler dire ai filosofi: “Non cercate di capire la danza, imparate piuttosto a danzare!”. La filosofia deve essere un’arte, una danza di concetti e idee mai definitivi, ma instabili come lo sono le pose della ballerina. Solo in questo modo si capirà quant’è limitata un’unica posizione. Un filosofo che abbracci una teoria definitiva è paragonabile a una danzatrice ferma sulla stessa posa. È un mimo, non una ballerina. E l’imitazione è l’esempio concreto di qualcosa che, anziché attingere alla vita, serve solamente a bloccarla in un’unica forma.

 

Erica Pradal

 

NOTE:
1. Cfr. A. Trione, L’estetica della mente. Dopo Mallarmé, Bologna 1987.
2. P. Valery, Philosophie de la danse, conferenza pronunciata all’Università degli Annali il 5 marzo 1936.

[Immagine tratta da David Hofmann su unsplash.com]

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La filosofia della perla

La perla, che stranissimo elemento marino. Quanti conoscono la sua vera natura? Essa è un elemento duplice: nasconde ed è a sua volta nascosto. È contenitore e contenuto, custodisce ed è custodito. La perla, infatti, è il prodotto di reazione all’intrusione di un primitivo, semplice granello di sabbia, attorno al quale si formano strati di madreperla che lentamente, ma inesorabilmente, inglobano e isolano il granello allo scopo di proteggere la conchiglia. Di esso alla fine non si sa più nulla: il granello scompare alla vista, ma sopravvive tenacemente sotto molteplici sfere di pregiato materiale multicolore. Senza quell’intruso, questo “tesoro” di inestimabile valore non sarebbe mai stato generato. E non solo. Dalle caratteristiche di quel minuscolo granello, dipenderanno poi forma, dimensioni, peculiarità della futura perla.

Tentiamo ora un parallelo tra essa e la natura umana. Supponiamo per un attimo che la perla corrisponda alla vera natura del Sé, al nostro Io più profondo, quello che proteggiamo tenacemente. Entrambe sono accessibili solo a fatica, poiché le valve della conchiglia esercitano una fortissima resistenza; allo stesso modo le valve della nostra rassicurante ordinarietà, delle nostre certezze tendono a proteggere l’Io da tutto ciò che è altro. Ma se nella conchiglia la perla ha avuto origine proprio dall’interazione con un elemento estraneo, il medesimo processo non potrebbe valere anche per il nostro Io? La perla-Io non si impreziosisce forse grazie a strati di incontri, contrasti,  interazioni, simbiosi con ciò che è altro da noi?

Come insegnano anche i miti dell’antichità, siamo esseri incompleti. La nostra bellezza sta proprio nella capacità di aprirci e permettere all’elemento estraneo di modificarci. Penso al mito dell’androgino che Aristofane narra nel Simposio di Platone. Agli albori del tempo, oltre al sesso maschile e a quello femminile, esisteva il sesso androgino, proprio di esseri che avevano in comune caratteristiche maschili e femminili. Tutti questi individui erano di forma completamente rotonda, con quattro braccia, quattro gambe, un’unica testa con due facce opposte l’una all’altra, dotati di grande abilità motoria. Un giorno vollero sfidare gli Dei, ribellandosi a Zeus. Questi però rispose dividendoli in due esatte metà in modo tale da renderli più deboli e più numerosi. In questo modo ridimensionava la loro bramosia e al tempo stesso raddoppiava il numero dei suoi servi.

Ma le conseguenze di questa separazione forse neppure Zeus le aveva previste. Da un essere unico, completo e appagato si formò una diade, dove ciascun elemento si sentiva incompleto, sperduto e solo. Da quel momento questi esseri ricercarono la parte mancante di sé. Avvertivano l’impellente necessità di ritrovare quell’antica unità, quella completezza perduta.

Platone sostiene che l’elemento che spinge alla ricerca è l’Eros, l’Amore, anch’esso di duplice natura, non a caso! È un essere intermedio tra Dio e l’uomo. Un demone. È il desiderio di armonia, la voglia di restaurare l’antica natura, di ricostituire l’originaria interezza. Tutta la nostra vita è in qualche modo segnata da quell’antico, se pur immaginario, evento di separazione di androgino; ognuno di noi sente la necessità di unirsi a qualcuno, di ricercare l’altro, ma al contempo di proteggere la propria individualità, di rinchiudersi all’interno della conchiglia. Spesso per paura dell’ondata improvvisa, preferiamo aggrapparci tenacemente allo scoglio di ciò che è noto e che ci conforta, rinunciando più o meno consapevolmente al raggiungimento di appaganti sintesi.

D’altra parte sono convinta che una totale unilateralità non sia ipotizzabile. Concepiremmo il nostro vivere come puro e libero scorrere? Se scivolassimo liberamente come fanno i torrenti per raggiungere il mare, non desidereremmo per un po’ di tempo essere anche contenuti? E il mare e le infinite vie che ad esso conducono, non sono forse anch’essi in parte contenitori?

Il contrasto, la diversità, nel mio modo di vedere, non sono sinonimo di negatività, di annullamento, bensì di movimento, di vita. L’apertura a ciò che è altro da noi, origina un contrasto reale, vivente che di negativo non ha nulla all’infuori del giudizio che ne dà l’uomo, costantemente sottomesso alle sue categorie mentali di chiusura e delimitazione. Siamo esseri duplici, siamo esseri multicolori. Perché opporci, allora? Perché combattere questa verità cercando di appianare laddove c’è contrasto?

Che sfida. Avete presente le arpe eoliche? Differenti corde unite dalla carezza del vento. E la musica che emanano non è forse la più armoniosa del mondo?

 

Erica Pradal

 

Erica Pradal ha 46 anni e vive a Barbisano di Pieve di Soligo (TV). Laureata in Filosofia, insegna Lettere alla Scuola Secondaria di 1° grado. Da sempre coltiva la passione per la lettura espressiva e soprattutto per la scrittura, che nel tempo ha preso diverse forme. Una tra queste è stata la collaborazione nel 2018 con il settimanale L’Azione, scrivendo articoli di approfondimento sul mondo della scuola, nella rubrica ‘La Sosta’.

[Photo credits unsplash.com]