Magari scopri che sai volare

Il 31 ottobre è il giorno in cui si condensano, specialmente nel nostro paese, le diatribe sull’opportunità della festività di Halloween: non si capisce se siamo al cospetto di un sacrilego rituale di massa, oppure dinnanzi alla nobile rievocazione di antiche tradizioni. Forse dovremmo avere l’onestà di riconoscere che, a volte, c’è solo bisogno di festeggiare, di un pretesto che legittimi ciò che solitamente non sarebbe accettato, da un lato; e di incrementare esponenzialmente i consumi, dall’altro. Sulla bontà di questo, poi, potremmo discutere.

Halloween, tuttavia, può diventare un’ottima occasione per riflettere sul travestimento, sulla necessità di indossare costumi che alterino la nostra immagine. Camuffarsi da clown assassini, zucche ubriache, streghe e zombie – tutto varia in funzione del gusto della persona – variopinti, non significa celare la propria identità, come sarebbe legittimo pensare; al contrario, il travestimento diventa una maniera, seppur paradossale, di esporsi, di ostentare un’identità che – è questo il punto – non verrà riconosciuta. Il travestimento è il segno esteriore del sovvertimento – più o meno raggiunto – degli ordini sociali, secondo una tradizione di cui abbiano traccia sin dai Saturnalia. La legalità porta già da sempre con sé il momento e l’eventualità del proprio rovescio.

Il 31 ottobre, tuttavia, è anche il giorno in cui riprendo in mano, per caso o per nostalgia, uno dei romanzi più formativi che io abbia mai letto, nato dalla penna della scrittrice britannica Angela Carter (Eastbourne, 7 maggio 1940 – Londra, 16 febbraio 1992).

Notti al circo (Night at the Circus) fu pubblicato per la prima volta nel 1984, offre al lettore l’incontro con Fewer, una donna cockney che non può più fare a meno del suo travestimento: lavora in un circo come donna alata e, tutti i giorni, il pubblico applaude alle sue ali. È una superstar dello spettacolo, maestosa calca la scena alzandosi in volo, si proietta maestosa nell’aria. Grandi e piccini restano stupefatti dinanzi allo spettacolo. Un giorno, nell’intimo del suo camerino che trabocca di doni, messaggi d’amore, inviti più o meno cortesi, caviale e champagne (e tutto ciò che serve a celebrare una stella come si conviene), si presenta la figura esile di un Walser, un giornalista scettico e incredulo: il primo, forse, a rendersi conto davvero che quelle ali non sono un travestimento, che quel corpo abbondante e potente è un corpo di donna, non d’una bestia da circo, per quanto esotica e preziosa. Il solo, forse, a non volerla comprare per sé e per il proprio godimento. Ma quello scritto da Angela Carter è anche un romanzo di dolori, di vita guadagnata dopo un corpo a corpo con la morte, del volo spiccato dopo una vita trascorsa sull’orlo dell’abisso.

Il 31 ottobre uscite di casa, ignorate per una volta il travestimento che si presenta palesemente come tale, andate in libreria e regalatevi Notti al circo di Angela Carter, regalatevi l’occasione di riflettere sui travestimenti di cui, per scelta oppure no, non possiamo più fare a meno; di quelli che servono a ciascuno di noi per tollerare l’incontro con lo sguardo dell’altro, con l’occhio che scruta, indaga e consuma la nostra identità.

Emanuele Lepore

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Abbi cura del mondo, abbi cura di te

<p>Dettaglio della statua equestre bronzea dell'imperatore Marco Aurelio (161-180 ad). eretta nel mezzo della piazza del Campidoglio sin dal 1538 quando la piazza fu ristrutturata da Michelangelo.</p>

Negli ultimi anni si fa un gran parlare di ecologia e stili di vita green, cioè rispettosi dell’ambiente in cui noi esseri umani siamo chiamati a vivere. Si sono accumulati volumi e volumi di prescrizioni da osservare per vivere in maniera sostenibile, col minimo impatto possibile sul nostro habitat. Se, per un verso, è indispensabile agire sui comportamenti di ciascuno, correggendone quegli aspetti che danneggiano maggiormente l’ecosistema, è pur vero, per altro verso, che tutto ciò non è sufficiente a provocare un cambiamento radicale del nostro modo di vivere la Terra e, in senso più ampio, la Natura (la maiuscola vuole qui indicare la totalità naturale organicamente intesa, compreso dunque il principio che riposa al cuore di ogni singola entità naturale). L’autentica trasformazione di cui c’è bisogno, a ben vedere, non può non prendere le mosse da un’attenta analisi di sé e dei rapporti che continuamente costruiamo con la Natura, tramite le nostre azioni.

Pur continuando a ragionare su quali determinati comportamenti siano in grado di giovare o, al contrario, di nuocere al nostro eco-sistema, bisogna indagare la fonte originaria dell’inquinamento che ammala la Terra e, ancor più a fondo, capire che non è fatto solo di COo di residui d’altro genere, questo miasma che, forse troppo tardi, è diventato uno degli oggetti principali delle nostre preoccupazioni.

Per questa riflessione, proponiamo come interlocutore un uomo d’altri tempi, che dedicò tutta la sua vita a indagare se stesso e la natura delle proprie azioni, a edificarsi secondo i principi del dominio di sé e del costante esercizio di autocoscienza. Si tratta di Marco Aurelio, a cui gli dèi diedero in sorte di essere a capo dell’Impero Romano dal 161 al 180 d.C.

Nei suoi Pensieri (il titolo originale è Ta eis eauton, “A se stesso”), al paragrafo 16 del libro II, Marco Aurelio scrive che «l’anima dell’uomo si copre d’infamia, innanzi tutto quando diventa, per quanto dipende da lei, come un ascesso e un tumore del mondo».

L’anima dell’essere umano ha in comune con ogni singola altra entità che vive nel cosmo, il partecipare di una natura universale, di un qualcosa di divino che innerva tutta la realtà. Scavando in se stesso, l’essere umano scopre che la propria intima natura è data dalla sua appartenenza ad una Natura principiale, che fa della sua vita singolare, una determinazione della vita del Tutto.

L’uomo retto è dunque capace di prendersi cura della Vita, curandosi del proprio sé più profondo (la parola originale è daimon, sulla cui traduzione si possono scrivere trattati. In un senso generico, si può tradurre come “spirito”: nulla ha a che vedere con l’italiano “demone”, che ha un’accezione notoriamente negativa), seguendo i principi di una ecologia interiore per cui, alla fine della vita mortale, ciascuno riconsegnerà alla Natura il proprio spirito, intonso e puro, così come l’ha ricevuto al momento della nascita. L’essere umano ha sin da sempre ciò che gli occorre per prendersi cura del proprio sé: l’introspezione dà la conoscenza necessaria al raggiungimento dell’equilibrio; l’esercizio costante permette il suo mantenimento, nonostante gli accidenti della vita che si mostrano, per quanto gravi, esterni a ciò che di meglio c’è nell’essere umano: il suo daimon, appunto.

Chi non volesse prendersi cura di sé, pur se a fatica – perché è difficile, sia chiaro, conoscersi e curarsi –, non danneggerebbe soltanto se stesso ma la Totalità; o meglio: danneggerebbe se stesso e, allo stesso tempo, la Natura. Marco Aurelio è attento a definire, infatti, l’anima lorda dell’uomo inconsapevole come “tumore del mondo”, un agglomerato di cellule malate che, proliferando, infettano tutto il corpo – anche simbolico – di cui sono parte. L’anima che si maltratta, che non rende onore a se stessa, spreca la propria vita e inietta errore nell’organo della Totalità e rischia di non aver occasione di rimediare: mai distogliere l’attenzione da sé. Disonorare il proprio sé significa, ipso facto, disonorare la Natura di cui si è parte.

L’inquinamento più pervasivo è dunque quello delle intenzioni, in forza del quale ci lasciamo distrarre da ciò che è veramente importante: dal compito che ciascuno di noi ha, di prendersi cura di sé e del mondo, di sé nel mondo.

Ecco, dunque, uno degli insegnamenti che possiamo trarre dalle parole di Marco Aurelio: tra ciascuno di noi e la Natura esiste un inscindibile legame di doppia implicazione, che è posto nel profondo dell’essere umano. Se inquiniamo il nostro sé, inquiniamo la Natura di cui siamo particelle, inevitabilmente. E ciò, a prima vista, appare sconcertante: chiunque abbia mai provato a farlo, sa bene quant’è difficile prendersi cura di sé, non violentare la propria anima con ciò che non vorremmo fare – almeno così pare – eppure ci ritroviamo a fare; con ciò che – lo sappiamo bene – ci arreca danno, eppure continuiamo a cercare spasmodicamente. Ma laddove c’è il problema, si cela anche la soluzione. È su questo legame, infatti, che dobbiamo ritornare a riflettere, se vogliamo che qualunque correzione dei nostri comportamenti (privati o pubblici, industriali o familiari) raggiungano autenticamente il grado di sostenibilità richiesto dalla pericolosa situazione in cui ci ritroviamo, tutti. È nel ripensamento di noi stessi che possiamo trovare la cifra del nostro rapporto con la Natura, la tonalità giusta in rapporto con la quale accordare le nostre pratiche quotidiane, i nostri sistemi economici e politici, la nostra vita interiore, che devono tornare ad essere naturali: «non v’è nulla di male – scrive il nostro autore in chiusura del II libro – in ciò che avviene secondo natura».

Emanuele Lepore

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La “Consolazione alla madre Elvia” di Lucio Anneo Seneca

Hai appena fatto rientro a casa, il corpo stanco implora riposo ma hai solo il tempo di una doccia – che sia veloce! –, poi rivestirti e uscire di nuovo. Vorresti scegliere tra uno dei due lavori che fai ma, ahinoi, è un lusso che ancora non puoi permetterti. Ancora: non sai bene perché ti resta questa briciola di speranza, deposta sul fondo del cuore; o di quel residuo di cuore che riesci a percepire, pressato da un dolore a cui non riesci a dar senso. Sai solamente che la solitudine che ti è stata affidata dalla sorte, che ha reciso ad uno ad uno i tuoi più cari legami, non te la meritavi. Una caldaia più efficiente, che non ti costringa a docce ghiacciate una volta ogni due giorni: questa la meriteresti. Ma basta chiacchiere: devi andare a lavorare.

***

Un improvviso bruciore al volto ti sveglia nel cuore della notte, come se t’avessero appena toccato lo zigomo con una carezza arroventata. Ti svegli, sei perplessa ma quando ti trovi di fronte allo specchio, capisci: ti sei rigirata nel sonno ed hai poggiato il viso sul braccio. Sei una stupida, ti dici: o forse non sei tu a dirlo, ma una voce che, ormai, s’è insinuata nella tua mente. Insinuata? Presupporrebbe un lavoro certosino e delicato; niente di tutto ciò: s’è fatta spazio a suon di pugni e schiaffi e insulti. Non sai bene quale sia stato il colpo che ha fatto breccia nella tua intimità: forse l’ultimo, forse il primo. Ma che importa? In fondo, a chi importa?

***

È inutile piangere: è ormai il tuo mantra e ne sei convinto davvero. Ma hai tra le mani il suo ultimo disegno, guardi come un sacramento quelle linee colorate, la sua grafia ancora incerta: Io-mamma-papà. Niente spazi, solo due trattini che sembrano abbracci: e di spazio, tra te e loro, ora ne avverti fin troppo. In alcuni punti il colore è appena sbavato, forse ci hai pianto sopra. Chiudi gli occhi: hai quasi paura di rovinarlo, quel disegno, guardandolo così tanto. Ma è l’ultima cosa che ti resta, in una casa senza vita. Oppure piena di una vita che non vuoi più, perché ogni ragione per volerla – così ti pare – sono morte tra lamiere roventi, poi deposte sotto una terra pesante e scura. Ed è come se quella terra ti cadesse addosso lentamente, una manciata al giorno: e stai morendo un po’ alla volta.

***

La vita umana è attraversata da esperienze diverse e variamente significative: tra le più forti, v’è certamente il dolore. Non il dolore melenso dei film di terza serie, dei romanzetti scritti da chissà chi; nessuna esagerazione vagamente pittoresca: si tratta del dolore misero, minimo, sordo che tutti gli esseri umani sperimentano, ciascuno in maniera differente. O forse tutti in maniera identica: a ben vedere, la prima cosa che il dolore sembra intaccare è il senso di comunanza con le altre persone. Chi patisce corre il rischio di percepire una solitudine radicale, inspiegabilmente efficace; di sentirsi isolato da tutti, incomprensibile a chiunque, di percepire una scollatura da una realtà di cui non ci si sente più parte.

Eppure, c’è almeno una ragione per cui nessuno può mai dirsi solo, una ragione per cui il legame che tiene insieme l’umanità non può essere reciso, mai: non importa con quanta forza veniamo abitati dal dolore, la frequenza con cui esso bussa alla nostra porta, l’incisività con cui scrive sulla nostra persona. È una ragione di cui, chiunque abbia sofferto, in fondo è in cerca e, forse, ha nell’esperienza del patimento una condizione necessaria per essere scoperta. In virtù di ciò, è possibile continuare a vivere, anche dinanzi ai dolori più pervasivi.

***

Quale sia questa ragione, può insegnarlo una voce dei tempi passati, voce di uomo prima che di filosofo; la voce di uno che fu condannato all’esilio, lontano da tutti i suoi affetti, perché coinvolto in affari di palazzo, affari di potenti. È la voce di Lucio Anneo Seneca (Cordoba, 4 a.C. ca- Roma, 65 d.C.), costretto all’esilio nel 41 da Claudio che, in quell’anno, aveva succeduto Caligola – quest’ultimo liquidato da una congiura – al soglio dell’Impero romano. Nel 65, poi, fu invitato da Nerone, nei suoi primi anni da imperatore, a porre fine ai suoi giorni: era scomodo, fastidioso, lui e quel suo interesse per l’umanità. Lungo tutto l’arco della sua vita, Seneca dedicò all’essere umano e ai suoi patimenti larga parte della sua opera di filosofo e scrittore, cercando di scandagliare la profondità dell’animo umano e, possibilmente, di trovare un rimedio autentico, definitivo, a quel dolore e a quei patimenti che non solo scorgeva nel cuore altrui, ma anche viveva, in prima persona. Negli anni del suo esilio in Corsica, scrisse – tra le altre – un’opera particolarmente significativa a tal proposito: la Consolatio ad Helviam Matrem (Consolazione alla madre Elvia), in cui si cimenta nella consolazione della madre, affranta per l’ingiusto destino che s’è abbattuto sul figlio.

Quest’opera non è una orazione ex cathedra sull’inutilità del dolore, non si compone delle parole che bisogna dire dinnanzi ad una persona sofferente: niente parole di circostanza, nessun patetismo. Sono parole pronunciate da un essere umano tra altri esseri umani, radicalmente legato all’umanità e, con essa, non solo alla sua parte migliore: ovvero a quel quid nascosto nel profondo di ciascuno, quel sommo bene che non può essere né dato né tolto; ma anche ai difetti e alle debolezze che ogni essere umano manifesta, almeno una volta nella propria vita: egoismo, brama di potere. Seneca è un essere umano di carne ed ossa – potrebbero esisterne di diversi? – e la sua filosofia è inscritta nelle condizioni di tutta l’umanità, si rivolge ai problemi quotidiani che ciascuno deve, talvolta tragicamente, affrontare: ristrettezze, violenza, morte dei propri cari.

Ecco, dunque, perché dovremmo ritagliarci un po’ di tempo per accostarci alle parole di Seneca, a quelle con cui compone la consolazione a sua madre Elvia; ecco perché dovremmo farci il regalo di ricordarci che, in fondo, patiamo tutti gli stessi dolori e abbiamo tutti qualcosa per cui vale la pena consolarci, continuare a vivere.

Emanuele Lepore

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Attendere il deserto

Stai bene?

Penso di sì, perché?

Che significa “penso di sì”? O stai bene o non stai bene.

Facile per te. Ad ogni modo, perché me lo chiedi?

Non è facile per me: lo è per tutto il mondo; meno che per te, a quanto pare. Non hai detto una parola per tutta la cena.

È che ho una strana sensazione…

A cui non è così semplice dar nome, sì: conosco il gioco.

Mi fai sembrare un coglione, fammi finire.

Vai.

È la strana sensazione che accompagna la fine di un romanzo, è come un senso evanescente di incompiutezza.

Perché incompiutezza? Se l’hai finito, hai compiuto un percorso, sei arrivato fino in fondo. Dovresti essere felice: dici sempre di non aver mai tempo per leggere un romanzo dall’inizio alla fine, che ti capita sempre meno di leggere cose “scritte con un pizzico di spirito”.

Non mi fare il verso, mi fa…

Sembrare coglione

Appunto, grazie. Comunque: prima di leggere un romanzo sei entusiasta perché attendi di iniziare a frugarci dentro, sei come un bambino con un giocattolo nuovo. Hai solo voglia di sederti da qualche parte, in santa pace, e leggerlo.
Mentre lo leggi, se è un buon romanzo, un romanzo scritto bene – magari non un capolavoro, ma almeno scritto bene -, sei affascinato dalla trama, vuoi capire come diavolo fa a finire e inizi a prenderlo in mano ogni volta che hai cinque minuti. Mi segui?

Vai avanti.

Quando l’hai finito, se è un romanzo scritto bene, sei a posto: hai anche il diritto di sentirti bene in coscienza, perché nonostante viviamo in una società impazzita et cetera et cetera, hai trovato il tempo per leggere un buon romanzo. Ti senti una persona migliore, magari.

E quindi perché questo senso di incompiutezza? Quello che hai letto non era scritto bene?

Era scritto molto bene.

Mi stai facendo innervosire: finito di leggere un romanzo scritto bene, ti senti meglio. Ma tu ti senti strano. Ergo il romanzo non era scritto bene. Che mi sono perso?

Era scritto molto bene. Il problema non è con quello che c’era scritto ma con quello che diceva; c’è sempre qualcosa che un romanzo ti dice, qualcosa che, tuttavia, non è scritto lì, nero su bianco.

Un significato implicito?

Ma che implicito! È tutto fin troppo esplicito. Immagina di essere in salotto; io, dalla cucina, ti dico una cosa: non una qualsiasi, ma qualcosa il cui significato è così potente che sembra ti sia stato sussurrato appena accanto al cuore. Se distogli gli occhi dal televisore e ti guardi intorno, noti la mia assenza: io non ci sono, lì con te.

Ma mi hai parlato.

Appunto! L’assenza è l’altro lato della presenza, fa da contrasto e quello che deve essere notato veramente, certe piccole parole essenziali, di una brillantezza limata (come le figure delle miniature, sui vecchi codici, hai presente?), risuonano più chiare che mai. È solo nel deserto che senti le parole le più belle e importanti di tutte. E l’assenza è il deserto!

E perché questa cosa non va bene?

Va benissimo!

Ma ti fa sentire strano…

Perché è la verità: e con la verità ci devi sempre fare i conti!

E cosa ti ha detto ‘sto libro?

Mi ha detto qualcosa a proposito delle occasioni perdute, di un soldato, Giovanni Drogo, coraggioso come pochi, la cui esistenza non era, di per sé, inferiore a quella dei suoi commilitoni, degli altri soldati che, mentre se ne scendeva dalla Fortezza, ormai vecchio e consunto e debole, gli davano il cambio, sorpassandolo con passo guerresco.

Un romanzo di soldati: da quando ti sei messo a leggere romanzi di guerra?

Ma che guerra!

Va bene, allora un soldato troppo vecchio per far la guardia a questa fortezza: non mi pare un gran coraggioso.

Ma il coraggio sta nell’andarsene, nel fuggire dal posto in cui questo nemico non si palesa mai. Nel coltivare le proprie speranze fino all’ultimo momento e nel capire che la guerra è già tutta nell’attesa: è guerra contro noi stessi, contro la nostra pigrizia, contro l’incapacità di aspettare ­– fosse anche per tutta la vita- il momento della propria nascita. Lui se ne sta lì per anni, senza mai accontentarsi: senza neanche dar colpi di testa, sia chiaro; facendo sempre il suo dovere scrupolosamente, ma senza mai accontentarsi di quello che vedeva, toccava. Mentre viveva lì, assaporava il gusto di qualcosa di lontano che lo aspettava chissà dove; o forse che lui, Giovanni Drogo, stava aspettando: chi può dirlo? Fatto sta che mi ha fatto capire qualcosa in più su di me, su come funziona per me questa attesa.

E come funziona per te?

Non posso dirtelo, è un segreto. Hai capito perché non parlo? Quello che ho udito sfugge affinché non sia detto o ripetuto. Funziona così con le grandi parole: devi agire.

Non ti seguo.

E non devi! Leggi il libro, è sul divano, di là: è il “Deserto dei Tartari”.

Emanuele Lepore

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Intervista a Giovanni Gaetani: tra cucina e filosofia

È un torrido giorno d’estate, uno di quelli in cui rifugiarsi in biblioteca è una tattica di sopravvivenza, oltre che un dovere. Alzo gli occhi dal testo che sto studiando e vedo un volto noto: Giovanni Gaetani, giovane studioso di filosofia e appassionato di cucina. Da un lungo e piacevole incontro, nasce questa intervista: dalla filosofia alla tradizione gastronomica italiana; dalle nuove tendenze culinarie alla richiesta – sempre più importante – di cibo che non abbia a che vedere con la crudeltà che sembra dover accompagnare necessariamente macellazione e  sfruttamento degli animali.
Gli argomenti trattati sono diversi e, per certi versi, scottanti: le riflessioni del nostro ospite, d’altro canto, non mancano di essere giustamente provocatorie, senza mezzi termini.
Non c’è da dire altro se non “buona lettura”.

Albert Camus scrisse «nel mezzo dell’inverno, imparavo che c’era in me un’invincibile estate». Puntiamo socraticamente al cuore della questione: chi è Giovanni Gaetani? La filosofia e la cucina t’hanno permesso di trovare la tua invincibile estate?

È un periodo strano, questo, “di nuvole e sole”, come direbbe De Andrè, quindi posso dirti solo che sto ancora cercando la mia personalissima “invincibile estate”. Ad ogni modo, per rispondere alla prima domanda, posso dirti che sono nato nel 1988 a Gaeta, dove ho vissuto fino ai 18 anni, età in cui mi sono trasferito a Roma per studiare filosofia, la mia vera passione: ricordo che, ancor prima di iniziare a studiarla, avevo preso in prestito Così parlo Zarathustra dalla biblioteca del liceo, perché qualcuno mi aveva detto che era un autore di destra e volevo capire se fosse vero – ma a 15 anni cosa avrei mai potuto capire? Poi negli anni ho letto lo Zarathustra più e più volte, e più a fondo: ora Nietzsche è senza dubbio uno dei miei autori di riferimento…
La passione per la cucina, invece, è nata proprio durante il primo anno di università: vivendo da fuori-sede dovevo scegliere se a) morire di fame; b) campare di pizza, kebab e surgelati o c) iniziare a darmi da fare ai fornelli. L’amore per la cucina per me è nato proprio in questo contesto, ed è così che continuo a viverlo: ho studiato filosofia, voglio continuare a farlo – la cucina è e resta solo una bellissima passione!

Sappiamo che ci sono fondazioni italiane di un certo rilievo che nel corso degli anni hanno avuto sempre maggior influenza nel panorama culturale. Spicca fra queste quella di SlowFood il cui presidente, Carlo Petrini, ci dice: «Recuperare il giusto valore del cibo è il nostro compito e lo dobbiamo fare come persone che davanti ad esso recuperano la loro identità. Occorre, però, ricordare che esso coinvolge la sociologia, l’antropologia, la genetica, la biologia, e altro ancora fino alla cucina stessa. È il terreno su cui l’olismo e la multidisciplinarietà che non è ancora passata si devono conformare. Bisogna, quindi, assumere la visione olistica del cibo in quanto argomento che può diventare anche un impegno politico». Dunque alla luce di quanto affermato da Petrini, qual è la tua posizione?

Credo che nella società attuale ci siano due idee di cucina ben distinte: una fatta di lustrini e spettacolo, che ha un vero e proprio indotto economico e che spesso distorce il senso originario dell’esperienza culinaria (il #foodporn, per usare un noto hashtag di Instagram); un’altra idea che invece resta più vicina all’esperienza culinaria originaria, ovvero quel luogo d’incontro tra i mille volti dell’umanità, quella cucina familiare che non ha nulla da invidiare alla cucina dei grandi chef. Troppo spesso dimentichiamo cosa (e chi) c’è dietro il piatto che mangiamo, così come dimentichiamo che ci sono persone – da questa e dall’altra parte del mondo – che vivono sotto la soglia di povertà e che, a differenza nostra, non possono permettersi neppure un pasto al giorno, a causa dei nostri eccessi; persone che, magari, hanno raccolto per due soldi i pomodori che abbiamo nel piatto, o le arance che beviamo nella nostra spremuta. Nel cibo come altrove, ci vorrebbe meno spettacolo e più conoscenza.

Altri luoghi di arte culinaria propagandistica, lasciami passare il termine, sono posti come Eataly. Questi sono luoghi in cui senz’altro si preserva l’enorme patrimonio culturale gastronomico che appartiene alla nostra nazione ma la domanda nasce spontanea: se da una parte bisogna importare i veri vini italiani, i veri formaggi regionali e in generale la vera cucina italiana come può essere questo in accordo con la sua salvaguardia? Come si fa a dire “esportiamo in tutto il mondo il vino italiano” e al contempo “viva il chilometro zero”? Cosa ne pensi?

Eataly, che pure è un’idea ottima, credo possa funzionare molto bene per esportare il brand della cucina italiana all’estero. La cucina italiana vissuta in Italia, però, è un’altra cosa: è quella veramente slow, locale, domestica, familiare. È una cucina a chilometro zero che, però, non mira allo stesso profitto. D’altro canto, ogni esportazione è in realtà sempre una contaminazione – è inutile nasconderselo. In cucina non sono platonico, non credo in essenze culinarie rigide o nelle ricette come esperienze ipostatizzate: ciascuno è libero di sperimentare quel che vuole, senza però credere che la sua maniera sia l’unica giusta. Ecco, sono liberale in tutto, anche in cucina!

È evidente che siamo in un momento storico delicato e di transizione ma una cosa è certa: l’uomo continuerà a dover mangiare. Dunque non sta cambiando il cosa ma il come. E allora la mia domanda è: Come cambierà la cultura del cibo nei prossimi anni e soprattutto qual è la direzione che secondo te lo sviluppo alimentare e gastronomico deve prendere? 

Negli ultimi 150 anni la popolazione mondiale è aumentata in maniera esponenziale, passando da un miliardo e mezzo nel 1900 ai 7 miliardi e mezzo nel 2016: si tratta di una crescita demografica mai vista prima nella storia dell’umanità. Fino ad ora la tecnica – io credo nella tecnica, sì, ma al servizio dell’uomo! – ha potuto supplire al fabbisogno umano. Oggi, però, abbiamo superato il limite: l’Earth overshoot day1 è continuamente anticipato, anno dopo anno. E poi c’è un problema di fondo che, chiaramente, riguarda anche la cucina: si è persa ogni consapevolezza dei gesti individuali; viviamo in un mondo globalizzato che, annientando l’idea di comunità, costringe l’individuo all’impotenza – l’impotenza di agire e di influire sulla realtà che lo circonda. Siamo monadi disarmate.
Oggi credo che la cucina gourmet stia diventando sempre più virtuosismo, una ricerca della perfezione che però non deve mai dimenticare di narrare qualcosa. Senza narrazione, il cibo vale metà, se non un decimo. Mi viene in mente Bottura, il mio chef preferito, un vero e proprio filosofo della cucina: è un artista capace di raccontare un concetto e una storia con un piatto; ogni suo piatto è un concentrato di storia, un viaggio, un racconto. Oggi, invece, la cucina del #foodporn mi sembra sempre più mera spettacolarizzazione, un appiattimento sull’immagine.

Per ricollegarmi alla domanda precedente, dico questo. Il vegetarianismo e il veganismo stanno avendo un boom incredibile a livello mondiale ed europeo ma ancora a lento sviluppo in Italia. L’anno prossimo apriranno a Milano il primo Veganz, ovvero la prima catena di supermercati con soli prodotti vegani, già ben piazzata nei paesi del Nord Europa e ancora in via di espansione negli altri paesi dell’Unione. Ebbene è evidente che ripensare la nostra dieta carnivora se non necessario è quantomeno richiesto da molte persone. La cucina ha anche il compito di soddisfare le richieste culturali quindi ti domando: come e con quali tempi secondo te si piegherà la cucina italiana a questa tendenza sempre più cruelty-free? Ci sarà un incontro o uno scontro?

Mi dà molto fastidio sentir dire che il vegetarianismo e il veganismo sono una moda. Non lo sono affatto: sono, anzi, un vero e proprio sistema filosofico. Il veganismo ha argomentazioni valide che, invece, vengono trattate perlopiù con approssimazione e scherno. Da un punto di vista oggettivo, queste argomentazioni hanno un valore etico-ambientale innegabile: da una parte, c’è infatti la questione della sofferenza animale – è giusto provocare sofferenza ad un animale a fini alimentari? Se sì, fino a che punto?; dall’altra, c’è invece la questione degli allevamenti intensivi che presentano un reale problema di sostenibilità, anche per il carnista più incallito.
D’altro canto, gli argomenti del veganismo mettono in luce, nella pratica di vita di chi mangia carne, uno specismo il più delle volte rude ed inconsapevole. Credo che il vegetarianismo e il veganismo siano il futuro, nel senso che nel giro di 20/30 anni tutti – carnisti inclusi – avremo assunto una maggiore sensibilità verso queste tematiche, non nel senso che tutti smetteremo di mangiare carne.
Adesso personalmente mi ritrovo in una posizione intermedia che potremmo definire riduzionista: se è vero che siamo in troppi a mangiare troppa carne, allora mangiarne tutti di meno potrebbe rivelarsi una soluzione efficace per migliorare sia la condizione umana, sia quella animale.
I miei amici sanno quanto mi stia a cuore la questione. Da tanto ho in cantiere un libro – il titolo provvisorio è Apologia di un carnista – nel quale vorrei esporre in maniera sistematica la mia posizione a riguardo, ma non ti nascondo che ho un gran timore delle reazioni dei fondamentalisti vegani ed animalisti. Per loro la questione è già chiusa, da sempre: o con loro o contro di loro. Non c’è alcuna riflessione da fare: uccidere o far soffrire un animale è sempre un atto sbagliato, e chi mangia carne è un assassino. Io invece non credo che macellare un animale e mangiare carne siano degli atti sbagliati in sé: dobbiamo rivedere piuttosto il nostro modo di farlo. Penso ai nostri nonni, che avevano un rapporto sacrale con l’animale, o a quelle popolazioni che non potrebbero eliminare dalla loro dieta il consumo di carne.
Ecco, in quanto filosofo mi sento responsabile, ovvero chiamato a rispondere di questa ed molte altre questioni. Ma finché il livello del dibattito si fermerà allo scontro tra fondamentalisti carnisti e fondamentalisti vegani, finché, cioè, ognuno degli “schieramenti” vedrà nell’altro semplicemente un nemico da eliminare e non un interlocutore con il quale dialogare, allora difficilmente ci sarà spazio per il dialogo e la comprensione, men che mai per la filosofia.
Dobbiamo sfuggire a qualunque falsa dicotomia: i fondamentalismi – anche quelli alimentari e culinari – sono sempre sbagliati. Ci vuole invece un aspetto liberale – non liberista, bada bene – in tutte le questioni. Liberale, cioè rispettoso della libertà altrui e sempre aperto al dialogo.

Pensi che le cucine “fusion” siano una risorsa o credi minino all’autenticità della cucina, in particolare quella italiana? Che ne pensi ad esempio dei sempre più alla moda ristoranti fusion come italiano‑thailandese o italiano-giapponese?

Credo che l’autentica cucina fusion funzioni molto bene nel singolo piatto. La “fusione” va bene finché si conoscono e si distinguono gli elementi che vengono combinati. Ristoranti come quelli di cui mi dicevi sono invece matrimoni di convenienza: non è vera cucina fusion, che invece è molto buona e significa contaminazione delle tradizioni; semplicemente, si offre al cliente un ventaglio di cucine diverse, per soddisfare il suo gusto momentaneo, il suo capriccio del giorno. Inoltre, come dicevo prima, il kebab, il cibo cinese, il sushi che mangi qui in Italia, non sono il vero kebab turco, il vero cibo cinese che troveresti in Cina, il sushi autentico che mangeresti in Giappone. C’è sempre una mediazione, una traduzione, una sorta di filtro per rendersi “comprensibili” all’estero. E poi c’è un elemento chimico‑fisico insuperabile: per fare un esempio scherzoso ma non troppo, senza l’acqua e l’aria di Napoli un pizzaiolo napoletano non potrebbe mai fare quella stessa pizza, a Parigi come a New York.
In queste considerazioni non sono kantiano, non credo nell’uomo universale uguale ad ogni latitudine e dotato della stessa Vernunft in ogni luogo: la vita non potrà mai essere la stessa a Reykjavík come a Roma o a Detroit. Seguo Camus, invece, il quale dice: «Si trovano nel mondo tante ingiustizie, ma ce n’è una di cui non si parla mai, ed è quella del clima. Di questa ingiustizia sono stato a lungo, senza saperlo, uno dei profittatori». I filosofi non hanno mai tenuto conto di fattori come quello climatico: lo stesso non può che valere per il cibo. Per quanto globalizzato, il mercato non potrà mai esportare dei prodotti e delle esperienze culinarie legate indissolubilmente ad un certo territorio di appartenenza.

C’è una sola cucina italiana o ce ne sono molte? Quando parliamo di cucina italiana all’estero siamo sempre costretti a confrontarti con lo stereotipo della pizza, la pasta e il gelato. Noi sappiamo che in realtà c’è molto altro, ebbene: come fare per comunicarlo? È giusto voler mantenere le differenze regionali anche all’estero o questo comporterebbe un prezzo troppo alto?

La regionalità della cucina italiana è una peculiarità che, appunto, si può vivere davvero solo qui: ed è una cosa bellissima, che credo vada salvaguardata. Piuttosto che esportare i nostri prodotti all’estero, dovremmo puntare tutto sui nostri percorsi eno-gastronomici, invitando i turisti a mangiare e bere in loco ciò che invece non potrebbero mai provare a casa loro, per il discorso che facevo prima. Altrimenti il rischio è che quello che a noi appare come uno stereotipo ridicolo – da cui giustamente vogliamo liberarci – all’estero venga considerato la vera cucina italiana. Penso ad esempio all’Alfredo Sauce, agli Spaghetti with Meatballs, alle Tagliatelle Bolognese, e così via.

Sappiamo che in Italia non esiste alcuna educazione alimentare o gastronomica a nessun livello scolastico, se togliamo gli istituti di formazione alberghiera e alcuni progetti embrionali a livello universitario. Pensi che sia giusto voler educare i bambini e i giovani ad un consumo critico e ad una conoscenza approfondita?

Ci sono paesi del Nord Europa che, per supplire a questa mancanza, hanno attivato corsi di educazione alimentare nelle scuole. Noi in Italia, invece, non ne abbiamo ancora bisogno perché riusciamo ancora a mantenere una dimensione collettiva, conviviale del pasto, che invece all’estero non c’è più – o forse non c’è mai stata. È, di nuovo, la nostra dimensione familiare e domestica che ci condiziona e ci aiuta sin da bambini: le nostre mamme e le nostre nonne sono cuoche insuperabili, sono le nostre prime maestre in cucina. E poi a tavola noi italiani parliamo soprattutto di cibo: la cucina è parte integrante della nostra cultura, al di là di tutti gli stereotipi. Estremizzando, in Italia la cucina è cultura.
Purtroppo, però, il nostro stile di vita “capitalista” sempre più veloce e precario è diverso da quello dei nostri genitori: rischiamo di perdere questa idea culturale della cucina. Sono dell’avviso che, nelle scuole, come si è giustamente fatto con la musica, si possa e si debba inserire un’ora di “educazione alimentare”, per aiutare le nuove generazioni a conoscere tutto quello che c’è dietro un prodotto/piatto e per riflettere seriamente su alcuni temi politici e sociali su cui c’è poca informazione – coltivazione, allevamento, distribuzione, etc. Quello degli OGM è un caso esemplare a mio avviso: se studiassimo davvero cosa sono, capiremmo che, in una certa misura, gli OGM possono essere una risorsa inestimabile per l’umanità, piuttosto che un’arma nelle mani di pochi lobbisti, come molti fondamentalisti amano ripetere ultimamente.

Se il cibo, come è emerso da questa intervista con Giovanni Gaetani, non è soltanto materialità con cui saziamo un bisogno fisico, ma anche un viatico verso la dimensione del simbolico, è urgente che la filosofia ricominci a fare i conti anche con le questioni legate alla produzione del cibo e al suo significato: dinamiche e conseguenze economiche, sociali, culturali e, in ultima istanza, etiche. O vogliamo veramente accontentarci di pensare e analizzare tutto, meno ciò che ci tiene in vita?

Emanuele Lepore

NOTE:
1. L’Earth overshoot day è la data in cui l’umanità esaurisce il suo budget ecologico per un anno. Questo significa che, da quel giorno fino al 31 dicembre, stiamo vivendo oltre il limite. Dopo questa data manterremo il nostro debito ecologico prelevando stock di risorse ed accumulando anidride carbonica in atmosfera.

I piccoli muoiono, nel mondo dei grandi

In questi giorni è sufficiente aprire un quotidiano, sintonizzare la tv su d’un telegiornale oppure accedere al web, per avere notizia del precipitoso avvicendarsi di eventi che stanno coinvolgendo la Turchia. Una delle notizie che – sarebbe parso strano il contrario – stanno avendo maggiore risonanza è quella che riporta l’abolizione del reato di pedofilia per abusi sessuali commessi a danno di persone di età inferiore a 15 anni: alcune fonti ne parlano come di una delle azioni repressive conseguenti al fallito golpe, alcune altre riferiscono di un parere negativo della Corte Costituzionale turca a proposito del primo comma dell’articolo 103 del codice penale turco1. Non ci interessa, in queste righe, stabilire l’origine di un tale atto: le ragioni di quanto sta accadendo in Turchia, probabilmente, non si riveleranno nell’immediato e saranno più profonde di quanto è possibile intendere fino ad ora; inoltre, rischieremmo di ritrovarci in una impasse sterile. Se ci fermassimo soltanto dato attuale, all’abolizione del reato di pedofilia in Turchia, perderemmo di vista il punto cruciale della questione.

Bisogna invece fermarsi a riflettere sulla terribile esposizione dei bambini alle pratiche di violenza che interessano il mondo: la vita degli esseri umani adulti ha un effetto particolare su quegli esseri umani che adulti non sono ancora; e i bambini che abitano al di là della cortina dell’indifferenza, quel confine oltre il quale gli eventi più atroci non ci toccano mai davvero2. Anche prima di questo parere negativo da parte della Corte Costituzionale turca, i diritti dei minori sono stati sistematicamente violati, non solo nei paesi orientali, in cui la situazione è aggravata da un’instabilità politica notevole e dal proliferare di scontri armati.
Basta digitare le parole giuste su d’un qualsiasi motore di ricerca per avere sullo schermo dati preoccupanti; dati che, se correttamente sintetizzati, concorrono a tratteggiare un panorama agghiacciante. I dati dell’Archivio Disarmo3  riferiscono di più di 200.000 bambini utilizzati a vario titolo negli scontri mondiali di tutto il mondo: bambini utilizzati come spie, assassini, esche, molto spesso manipolati anche tramite la somministrazione forzata di droghe; i rapporti Unicef4 raccontano che almeno 200.000.000 di donne subiscono mutilazioni genitali quando hanno meno di 5 anni: nel 2015 si è registrato un aumento dei casi di mutilazioni genitali di vario tipo, causato anche da un concomitante aumento demografico e si stima che, se non si registrerà un’inversione di trend, nel 2030 86 milioni di ragazze nate tra il 2010 ed il 2015 subirà mutilazioni genitali di vario genere5;  nel solo aprile 2014 Boko Haram6 ha rapito 219 ragazze, costrette a matrimoni con i guerriglieri, ne ha usata una di 9 anni come ordigno per un attentato in un mercato del Camerun; le gravidanze precoci cui vengono obbligate le cosiddette spose bambine causano, ogni anno, la morte di circa 70.000 ragazze d’età compresa tra i 15 ed i 19 anni; sono impiegati nel mondo più di 15 milioni di bambini e bambine, molti dei quali costretti a svolgere mansioni pericolose, anche in ambito domestico; 120 milioni di persone, di età inferiore ai 20 anni, dichiarano di aver subito violenze sessuali ad un certo punto della loro vita; un bambino siriano su cinque, tra quelli che hanno raggiunto l’Europa come profughi, soffre del disturbo post-traumatico da stress7.

E poi arriviamo a qualche giorno fa, quando una campagna delle Forze rivoluzionarie siriane mostra alcuni bambini che chiedono di essere trovati e salvati, con lo stesso zelo con cui l’Occidente si è mosso per andare in cerca dei Pokemon nascosti tra le trame della realtà aumentata, da un conflitto che – fino ad ora – ha mietuto più di 400.000 morti ed ha inciso indelebilmente sulle condizioni di vita di quei bambini.

Ogni giorno, accedendo ad internet, ciascuno di noi può osservare coi propri occhi le condizioni a cui costringiamo milioni di bambini; può osservare le sofferenze che contribuiamo a far passare sotto silenzio ogni volta che preferiamo non guardare: cresciamo con un’ostentazione programmata della violenza, con un feticcio per l’estetica del male e della sofferenza che causa; con un’ossessione per lo svelamento e la cronaca minuziosa delle pratiche più oscure, che talvolta scade in forme di perversa celebrazione. Eppure siamo troppo sensibili quando bisogna aprire gli occhi sulla carne e sul sangue dei nostri bambini, che muoiono ogni giorno, che patiscono in questa realtà senza sovrastrutture virtuali o vie di fuga, senza alcuna evasione possibile, nella realtà diminuita, la cui totalità sembra perdere ogni senso o spiegazione.

Dimentichiamoci, allora, di tutti i loro volti: siriani, europei, turchi, statunitensi.
Dimentichiamoci dei loro corpi, non solo di quelli che vengono annientati dalla parte sbagliata del confine, dalla parte dei buoni.
Dimentichiamoci una volta per tutte che i piccoli muoiono, nel mondo dei grandi, e continuiamo a vivere come abbiamo sempre fatto, liberi anche di questo peso che grava sugli affari dei grandi, di quelli che contano, di quelli che ne capiscono.

Emanuele Lepore

Questo articolo viene volutamente pubblicato senza alcuna immagine specifica: ogni tanto, anche agli occhi va dato il loro silenzio.

NOTE:
1. Cfr http://www.davidpuente.it/blog/2016/07/21/annullato-il-reato-di-pedofilia-turchia-amnistia-le-nozze-con-le-spose-bambine/
2. Al limite ci scandalizzano in superficie, per pochi minuti, solo fino a quando non pubblichiamo uno tweet in cui ci diciamo indignati. In relazione all’abolizione del reato di pedofilia in Turchia, la superficialità ha impedito di riportare una notizia pulita, senza stratificazioni politiche che tradiscono un pregiudizio di fondo nei confronti dei paesi orientali.
3. http://www.archiviodisarmo.it/index.php/it/2013-05-08-17-44-50/sistema-informativo-a-schede-sis/231-i-bambini-soldato
4. http://www.minori.it/it/news/rapporto-unicef-sulle-mutilazioni-genitali-femminili .
5. Tra le più cruente e frequenti, spiccano l’escissione e l’infibulazione.
6. Si veda il dossier pubblicato da InDifesa: http://www.terredeshommes.it/dnload/InDifesaDossier_2015.pdf?lang=it; il dossier qui citato propone dati sconcertanti a proposito di varie forme di violenza sui minori: aborti selettivi, violenze sessuali nei campi profughi.
7. La lista di questi dati, liberamente consultabili, potrebbe continuare a lungo e fare da contraltare alla narrazione  quotidiana di un mondo in cui le guerre sono combattute soltanto tra adulti, in cui le conseguenze delle nefandezze di cui siamo abituati ad avere più o meno notizia interessano soltanto gli adulti e sono lette soltanto per il loro peso strategico, militare, geo-politico ed economico. Si tratta, inoltre, di una lista volutamente parziale: non si tiene conto, in questo articolo, delle sofferenze a cui i bambini sono sottoposti specificamente nei paesi occidentali sviluppati.

Delle scuse che ci diciamo per non cercarci mai

Eccomi, volevi vedermi?

Sì: ho un problema.

Che problema? Mi sembri in forma; cioè non hai l’aria di un fiore appena sbocciato ma mi stupirebbe il contrario. A guardar bene, hai preso qualche chilo ma non t’abbattere: un po’ di palestra e va via tutto.

Non ti ci mettere, non ho voglia di scherzare. Se t’ho detto che ho un problema, ho un problema.

Lapalissiano. Che hai?

Mi vedi veramente ingrassato? Non la dovevo comprare ‘sta camicia: ha un taglio troppo particolare e cade male, sembra che io abbia la pancia. O forse sono ingrassato veramente? Perché fai quella faccia?

Scherzavo: non sei ingrassato, idiota. Questo problema tanto urgente, allora? Me lo dici cos’hai o aspetto la notifica?

Ah sì: è che ho questo problema che mi assilla. Non riesco più a comporre.

Ah sì?

Sì non so cosa fare, le ho provate tutte: ho provato a comporre di notte, di giorno; a digiuno, a stomaco pieno; l’altra settimana son stato via, sono andato in un posto bellissimo, lontano da tutto e da tutti per allontanarmi dai rumori: a proposito, t’ho postato le foto dell’albergo sul diario ma non hai commentato.

Lontano da tutti proprio, eh?

Come dici?

Niente, fa’ nulla. Allora: hai pensato alla causa di questo blocco?

Ma sì, ti dico che ho provato di tutto: è l’ispirazione che mi manca.

Ti ricordi?

Cosa?

Non ti ricordi: questo è il punto.

Ma di cosa non mi ricordo?

Eh no, non ti ricordi, se hai bisogno di chiedere; un tempo ti sarebbe venuto in mente senza chiedere.

È che sono incasinato ultimamente, son sempre di fretta, in una mano l’agenda e nell’altra il telefono. E poi le prove, le lezioni, i concerti. Praticamente penso nei ritagli di tempo, mi sorprendo a pensare mentre sono sul treno, mentre sono in fila per comprare il pane. A proposito: devo comprare il pane.

Stronzate.

Che dici?

Che sono stronzate, sono tutte scuse: la verità è che sei distratto. Tu e la maggior parte delle persone che ti scivolano attorno e ti fanno la cortesia di non travolgerti mentre “ti soprendi a pensare”. Non vai fino in fondo.

La fai facile tu: ho mille cose da fare. E poi non capisci: tu hai sempre il naso in quella cavolo di biblioteca, con un libro ti svegli e con un altro ti addormenti. A che ti serve, poi, un giorno me lo dovrai spiegare. Io devo lavorare, non posso perder tempo a lambiccarmi il cervello come voi.

E infatti stai lavorando bene, eh? E guarda che quei libri qualcosa da dire ce l’hanno, altrimenti nessuno li leggerebbe più.

Ah sì: infatti è pieno così di lettori di Agostino!

Infatti è pieno così di gente serena, che sa almeno di dover cercare, verso dove andare, in che direzione affannarsi per procedere.

Senti non ho bisogno della paternale da filosofo proprio adesso. Non so se l’hai dimenticato, ma ho un problema, io.

No, non l’ho dimenticato. Infatti t’ho portato una cosa.

Cos’è? Un pezzo di carta?

Sì, tutto Agostino in un biglietto non ci stava.

«Grande è questa potenza della memoria, troppo grande, Dio mio, un santuario vasto, infinito. Chi giunse mai al suo fondo? E tuttavia è una facoltà del mio spirito, connessa alla mia natura. In realtà io non riesco a comprendere tutto ciò che sono. Dunque lo spirito sarebbe troppo angusto per comprendere se stesso? E dove sarebbe quanto di se stesso non comprende? Fuori di se stesso anziché in se stesso? No. Come mai allora non lo comprende? Ciò mi riempie di gran meraviglia, lo sbigottimento mi afferra. Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’Oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi».1

E che significa?

Scoprilo tu, se non ti sei già dimenticato anche di te.

Emanuele Lepore

NOTE
Agostino, Confessioni, X, 8.15

DI NOTE E RIVOLUZIONI (Ma anche di notte, rivoluzioni)

<p>Cage for bird</p>

Caro Lettore,

sono qui seduto alla mia scrivania e, mentre  scrivo queste poche parole, la notte ronza delle prime zanzare veneziane; le dita battono sulla tastiera del computer, perché voglio raccontarti una storia nella quale sono inciampato.
È la storia di molti uomini, di molti tracciati umani che si intrecciano in una matassa narrativa forte, a maglie serrate, dal ritmo incalzante. Volutamente sgraziata: è un balzo; e nessuno dà garanzie riguardo all’eventuale schianto.
Quando mi è stata urlata, suonata per la prima volta, un retrogusto amaro ha tradito i cantastorie che si nascondevano dentro le casse del pc: si chiamano Wu Ming.
Ma anche “Q”, “Altai”, “L’ Armata dei sonnambuli” e in altri modi ancora: ogni loro opera è un frammento della identità che si sono cuciti, nel corso degli anni.
Secondo alcuni sono scrittori nati per metà nella terra del Sol levante, per metà nella città di Bologna; secondo altri sono dissidenti cinesi, figli segreti di Mao ma questa ipotesi è la meno accreditata: si sa, quel tipo lì, i bambini, li avrebbe fagocitati in un sol boccone.
Che siano bolognesi o cinesi, in effetti, poco importa ai fini della nostra storia.
Sono scrittori e, come tutti coloro i quali si votano alla scrittura, hanno il vizio di raccontare storie: è viscerale, istintuale; poi interviene la ragione a dare la misura.
Si chiamano “Wu Ming”; ma anche “Wu Ming Contingent”: ed è in questa veste che mi hanno narrato la storia che io propongo a te, Lettore.
Perché?
Innanzitutto perché so che vivi tutta la giornata nella speranza di ascoltare buona musica e buone storie. E meticcia, ibrida, mescolata è questa storia: è un peana a denti stretti prima della battaglia, è un monito nei confronti chi già sgomita per avere un posto in prima fila, per poter filmare lo spettacolo e postarlo  sul social network più trafficato battendo gli altri sul tempo.
Perché ho deciso di proporti questa storia?
Perché voglio indicarti una strada poco battuta, una strada irta di ostacoli da superare: il cammino richiederà tutta la tua determinazione.
Voglio che tu rompa le catene dell’ illusione collettiva che tiene noi tutti prigionieri. E forse l’ambizione avrà la meglio su di me, ma tentare è un dovere morale.
Anche per mezzo dell’ ascolto di un album meticcio, ibrido, mescolato.
E meticcio, ibrido, mescolato è il modo in cui decido di scriverti, questa volta.
Perché?
Perché sento la tua fame di autenticità ed io, nel momento in cui ho accettato di raccontarti la musica della mia vita, ho deliberatamente sacrificato ogni possibilità di finzione nei tuoi confronti.
Ho già scritto abbastanza, forse troppo.
Ora sta a te: ascolta, rifletti, rispondimi.


Ti saluto con affetto,

Musicalmente tuo Emanuele

Emanuele Lepore

Tutti morimmo a stento

Nel settembre del 1968, dalla collaborazione di De Andrè, Gianfranco e Gian Piero Reverberi, Riccardo Mannerini e Giuseppe Bentivoglio, nacque “Tutti morimmo a stento”. Con “Il cantico dei drogati”, Faber cantava al cielo, pregandolo di accogliere un amico volato troppo in alto.

Il lettore mi perdonerà se non si offre alcun tipo di riflessione ma solo domande. Poche righe, dedicate a chi ha compiuto l’ultimo gesto, solo pochi giorni fa.

Ci sono eventi che lasciano solo domande, questioni irrisolte.

Quanto pesa il piombo dell’ultimo rintocco?

Quale miasma annichilisce un giovane fragile cuore, saturandone il respiro?

Come spiegare che procedere inciampando incerti è meglio che saltare, certi, a capofitto nell’oblio?

Che qualcosa ci attende, qualcosa per cui vale la pena navigare tenendo a fatica le sartie dell’esistenza; che le lacrime disperate son meno amare dello Stige?

Come avrei potuto dirti che le tue ginocchia sbucciate t’avrebbero sorretto per un altro passo ancora?

Quale peso non hai tollerato, fratello, sorella, figlio, marito, amica di sempre, amore incolto?

Quale inferno ha sussurrato al tuo orecchio?

Come avrei potuto dirti di guardare ancora in alto?

A chi hai rivolto l’ultima preghiera?

Hai udito la risposta?

Ti sia lieve la terra, fratello, sorella, figlio, marito, amica di sempre, amore incolto.

Ti lasci il boato mortifero, la polvere che ha bruciato i tuoi sospiri.

Scaldati al sole, se qui hai perduto la luce.

Respira, se qui non hai potuto, a pieni polmoni la vita.

Emanuele Lepore

In chiave di violino: apertura

<p>Immagine tratta da Google Immagini</p>

Questo articolo è una dichiarazione d’intenti, una serie di considerazioni preliminari che vorrebbero introdurne una nuova, futura, serie; che dovrebbero delineare un perimetro, condiviso da più autori, in cui poter ospitare esperienze, narrazioni, riflessioni circa la musica. Il lettore, io spero,  avrà la bontà di intendere queste righe come un’apertura e la pazienza di attendere l’accordatura di tutti gli strumenti coinvolti in questa nostra esperienza. Probabilmente il lettore si chiederà perché si voglia dar vita ad una nuova rubrica sulla musica; perché le si sia dato il nome In chiave di violino; cosa abbia a che fare tutto questo con la filosofia.

Ero seduto alla mia scrivania, quasi due anni fa, alle prese con un testo su cui, in quei giorni, tornavo a più riprese, senza comprenderlo fino in fondo; mi pareva di comprenderne esattamente il dettato ma percepivo una sorta di retrogusto d’incomprensione che mi lasciava insoddisfatto, mi infastidiva, mi impediva di procedere con lo studio: era il Teeteto di Platone; in particolare, poche parole di Socrate mi creavano grandi difficoltà: «Si addice particolarmente al filosofo questa tua sensazione: il thaumàzein. Non vi è altro inizio della filosofia se non questo […]1

Non comprendevo cosa fosse il thaumàzein, di che esperienza di trattasse, come fosse possibile tradurla nella mia lingua madre; era forse paura quella nota dolente che sentivo2?

Nota dolente: qualcosa iniziava a frullarmi per la testa. Chiusi il libro, spensi le luci; avviai la riproduzione musicale casuale sul mio pc e mi lasciai appena scivolare dalla sedia, con la posizione scomposta, gli occhi serrati e le mani giunte: non riesco ad ascoltar musica mentre faccio altro e, mentre ascolto musica, sono incapace di fare attività particolarmente impegnative.

Fa-La: crome che pungolano, girano appena, mettono sugli attenti; Sol: una note dolce e un taglio che interviene lento sulla quiete e prepara all’incalzante e terribile esperienza del dubbio, del discorso argomentativo, della filosofia. Ecco: in una manciata di battute – che pure avevo già ascoltato, senza provare coinvolgimento estetico – riposava quel thauma per cui non trovavo parola3; io ne avevo appena avuto un accenno ascoltando il Concerto per violino in Re minore, op. 47 di Jean Sibelius.

Ripensando a questa esperienza, alcuni giorni fa, ho creduto opportuno riavviare una riflessione che prendesse le mosse dalla magica concretezza della musica: In chiave di violino è dunque uno spazio in cui riflettere insieme, autori e lettori e amici e note.

Dal canto mio, ad oggi ho ascoltato innumerevoli volte le note di quel concerto per violino di Sibelius, provando ogni volta la medesima sensazione, scoprendo a più riprese nuove sfumature4; ma ancora non ho una parola che sappia parlarmi del thauma.

Con voi, lettori, vorrei dunque iniziare a navigare, in ricerca.

Emanuele Lepore

NOTE

1Platone, Teeteto, 155d, in Platone, Tutte le opere, Newton Compton, Roma, 1997.

2Che il thàuma, comunemente tradotto come meraviglia, non sia privo di dolore è stato detto, tempo fa, da Emanuele Severino, di cui si può leggere – a tal proposito- Il giogo, Adelphi, Milano, 1989.

3Per questo scelgo di mantenere la parola nella sua lingua originale; pur sapendo che tradurla forse faciliterebbe il lettore, ritengo che sia qui necessario tenere l’espressione del greco antico.

4Forse le sfumature più nuove sono quelle da sempre sepolte nel nostro profondo.