Filosofia del camminare (a piedi nudi). Intervista ad Andrea Bianchi

Con la sua filosofia della camminata a piedi nudi nella natura, Andrea Bianchi è diventato oggi il punto di riferimento del barefoot hiking in Italia e infatti conduce workshop di camminata scalza un po’ ovunque, dalle Dolomiti alla Via Francigena. Nel 2017 ha dato vita alla prima scuola italiana di barefoot hiking, Il silenzio dei passi, con cui propone il cammino a piedi nudi come una pratica di benessere psicofisico accessibile a tutti, per riconnettersi alle energie della Terra ma anche per imparare a diventare interiormente leggeri e silenziosi. Studia e pratica lo yoga da più di vent’anni, e quando indossa le scarpe è ingegnere e consulente di comunicazione, giornalista, fondatore ed editore del magazine online MountainBlog, uno dei più seguiti siti web sul mondo della montagna e degli sportoutdoor.
Lo abbiamo incontrato in occasione del TEDx della città di Mestre lo scorso 28 settembre e abbiamo proprio dovuto chiedergli di condividere con noi alcune riflessioni sulla natura, sul senso profondo del camminare, sul rapporto con il corpo e sulla filosofia. È una persona estremamente energica ed entusiasta, di una purezza e profondità rara, per cui la nostra è stata davvero una bella chiacchierata.
Buona lettura!

 

Nella storia del pensiero sono molti gli esempi di pensatori che furono legati al camminare: Aristotele insegnava camminando sotto i portici del Liceo e i suoi allievi si chiamavano peripatetici, dal greco peripatein (passeggiare), proprio per questo. I sofisti invece si spostavano a piedi di città in città per insegnare la retorica. Socrate amava camminare e dialogare e gli stoici discutevano di filosofia passeggiando sotto la Stoa, i portici di Atene. Per poi arrivare a Rosseau, Nietzsche, Proust… Da allora camminare è diventato un atto rivoluzionario, quasi eversivo. Quale legame esiste per te tra pensiero e l’atto del camminare?

Per me il cammino – e in particolare il cammino consapevole a piedi nudi, su terreno naturale – è innanzitutto un atto che favorisce l’affievolirsi del flusso caotico e incalzante di quella successione di pensieri e di voci mentali che, nel quotidiano, definiamo “pensare”, ma che in realtà non è che una sequenza di reazioni meccaniche agli stimoli delle forze e delle varie influenze esterne.
Entrando, un passo scalzo dopo l’altro, nella presenza della percezione, entro in un flusso di tutt’altra qualità, in cui il mio intero essere diventa l’atto del camminare, pienamente integrato con il sentiero che percorro, il suo terreno, l’ambiente di cui esso stesso è parte.
In questo stato d’essere, posso dire di “non pensare”, di essere solo cammino, respiro, passi, vento, freddo o calore, silenzio. È allora che si apre nella mente quello spazio in cui tutto è possibile, in cui l’ascolto del mio essere viene facile e spontaneo: in quello spazio nascono idee, forme, parole. In quello spazio posso realmente decidere di prendere una direzione – nella mente come lungo il sentiero che sto percorrendo – e di seguirla per vedere dove conduce. Il pensiero, in tal senso, si fa fisico – corporeo – ed immateriale allo stesso tempo.

 

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Il camminare frequentemente viene associato alla libertà, libertà nella scoperta del proprio corpo e del contatto con la natura, libertà nello scoprire se stessi e il proprio essere. Nel tuo libro Il silenzio dei passi (Ediciclo) scrivi che «camminare allora diventa un atto sempre più essenziale, dal quale uno ad uno si toglie ogni gesto, ogni spinta, ogni pensiero superfluo, purificando il movimento fino a renderlo inconsistente eppure elastico, definito eppure impercettibile allo stesso tempo». Perché ritieni che il camminare, e nello specifico il camminare a piedi scalzi, aiuti l’uomo nella scoperta di questa dimensione interiore che gli è propria?

Principalmente proprio perché camminare a piedi nudi ci aiuta a togliere ciò che non è necessario: le scarpe innanzitutto, che prima di essere un “abito” materiale sono un abito mentale, un’”idea” – un “guscio concettuale” – senza la quale non riteniamo di poter percorrere la nostra strada. Invece (re)imparare a camminare scalzi ci fa (ri)scoprire la nostra essenza, che è proprio quella di un camminatore che si affida totalmente alla sua forza fisica e mentale, alla sua sensazione di equilibrio e alle sue percezioni, alla sua capacità di vedere il sentiero formarsi davanti a lui un passo dopo l’altro. Questa dimensione interiore ci appartiene fin dall’alba della nostra storia di specie umana: siamo nati camminatori e per milioni di anni non abbiamo mai smesso di camminare. Camminare è una delle nostre dimensioni biologiche e cognitive principali. Per camminare, e per conoscere attraverso il camminare, non abbiamo bisogno che di noi stessi; tutto il resto è superfluo.

 

Da ormai molti anni ti sei impegnato nello studio e ricerca della camminata a piedi nudi, sia dal punto di vista della meccanica della camminata e della sensorialità, sia dal punto di vista dell’esperienza interiore e di scoperta di se stessi. Nel tuo ultimo lavoro Con la Terra sotto i piedi (Mondadori) il cammino scalzo diventa veicolo per parlare di ecologia, del rapporto Uomo-Natura e di spiritualità. Perché è necessario e urgente recuperare un certo rapporto con la Natura?

Essenzialmente perché noi siamo Natura: nella Natura, per milioni di anni, ci siamo evoluti, ed ancora oggi – nonostante il fatto che grazie alla tecnologia riusciamo ad estendere oltre ogni immaginazione i nostri limiti – la nostra vita è parte di questa evoluzione. Siamo parte di un sistema di relazioni viventi che costituisce la biosfera del pianeta che ci ospita: la nostra vita è intimamente connessa a quella della Terra, e non possiamo permetterci di perdere la consapevolezza di questa connessione, pena la sopravvivenza della nostra specie, oltre che di quella di milioni di altre specie viventi!

 

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Essere a piedi nudi nella natura non significa solo aver tolto quella separazione che esiste tra il nostro corpo, coperto dalle scarpe, e il terreno che stiamo percorrendo, ma significa anche ritornare alle radici, ritornare ad un contatto e un dialogo con la natura sincero, intimo, nel quale possiamo vedere, sentire e conoscere in modo profondo. Nel tuo intervento al TEDx Mestre lo scorso 28 settembre hai messo al centro proprio questi aspetti, che diventano occasioni di risveglio per l’Uomo, perché è la natura il luogo da cui proveniamo e in cui abbiamo le nostre radici. Secondo te come può l’uomo allora risvegliarsi e recuperare quella capacità di vedere e conoscere che sta smarrendo?

Credo che il risveglio debba passare attraverso un recupero della nostra relazione empatica con la Natura: non è con la sola comprensione razionale dei fenomeni, che potremo risolvere i grandi problemi e le sfide del nostro tempo, ma con il recupero delle emozioni, perché – come ho detto infatti al TEDx – non potremo salvare nulla se prima non lo amiamo. Per fare un esempio concreto: se percorro a piedi nudi un sentiero nel bosco – aprendomi alle emozioni che derivano da questo contatto intimo con il terreno, con l’umido o il secco delle foglie, percependo sotto la pianta del piede l’avanzare delle stagioni – quel bosco diventerà anche un po’ parte del mio essere, ne percepirò l’interdipendenza che lega la mia esistenza alla sua, e non potrò rimanere indifferente nel vederlo bruciare.

 

Nei tuoi workshop ma anche nei tuoi libri “sfidi” (è il caso di dirlo) le persone a compiere con i piedi gesti che riusciamo a compiere in modo immediato con le mani. In questa nostra difficoltà meccanica ad eseguire semplici movimenti (come ad esempio sollevare solo l’alluce e tenere le altre dita ancorate a terra) ci rendiamo conto di quanto un cambio di prospettiva possa influire sulla nostra visione del mondo. Anche tu intravvedi una sorta di metafora nella nostra incapacità di utilizzare le dita dei piedi?

È una metafora, sì, ma anche una piccola ma concreta dimostrazione di come il nostro attuale modo di vivere urbanizzato, separati dalla Natura e chiusi dentro i nostri gusci – le nostre case, i nostri uffici, le nostre auto, le nostre “scarpe mentali” – ci stia facendo perdere facoltà innate acquisite nel corso di milioni di anni di evoluzione. Dalle più recenti scoperte delle neuroscienze conosciamo oggi la plasticità del cervello, la sua capacità cioè di modificare la propria struttura a seguito di stimoli esterni e dello sviluppo dell’individuo. È grazie a questa capacità che possiamo crescere e svilupparci, ma vale anche il contrario: le dita di un piede che non sa più – o non ha mai saputo fin dai primi anni di vita dell’individuo – cosa significa essere libero di muoversi secondo il massimo del suo potenziale, si atrofizzano, perdono la loro funzionalità, fino a non rispondere più a semplici comandi neuro sensoriali. Ma le dita dei nostri piedi sono la punta di un iceberg: sotto la superficie di una vita che riteniamo di conoscere e poter controllare in ogni aspetto, si nasconde una perdita crescente di consapevolezza del “sistema Uomo” e della sua relazione con l’Universo.

 

Il camminare molto spesso è un elogio alla lentezza come dimensione dello spirito, il mettere un piede davanti all’altro per compiere un percorso non necessariamente include un “fine” specifico, perché la bellezza del camminare risiede nell’atto stesso e nel modo in cui corpo e anima dialogano in una dimensione del tutto diversa dal quotidiano a cui siamo abituati. Tu affermi che «un sentiero non è mai obbligato, lo si può percorrere non in un solo modo ma secondo tante vie diverse, linee persone che rispondono ad altrettanti modi di interpretarlo e farlo proprio». Come si può essere educati a questi esercizi dell’anima?

Questo genere di educazione – come del resto ogni educazione – non può che formarsi attraverso l’esperienza: per imparare a camminare scalzi su un sentiero di montagna – o di bosco, o di campagna – non c’è che da togliersi le scarpe e provare, un passo alla volta, all’inizio magari solo per pochi minuti, poi gradualmente più a lungo, con sempre maggiore consapevolezza dell’appoggio del piede, della sua meccanica, prima di poter infine apprezzare l’analogia del cammino con i percorsi della vita. Nessuno può sostituirsi a noi nella scoperta e nell’esercizio di queste facoltà, ma può essere utile camminare con qualcuno che è più avanti nella ricerca, che può darci consigli tecnici e soprattutto un esempio. La scuola di cammino a piedi nudi in Natura Il silenzio dei passi, che ho fondato nel 2017, nasce con questo intento: riavvicinare le persone alla Terra per riavvicinarle a se stesse.

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Noi de La Chiave di Sophia riteniamo che la filosofia sia la spinta e il motore di ogni nostra azione e anche di ogni professione, perché è riflessione e ricerca di senso. Nella tua persona e nella tua ricerca ritieni che la filosofia abbia un ruolo importante? Che cos’è per te la filosofia?

Come ho detto al TEDx, credo che la filosofia sia nata milioni di anni fa, quando i primi ominidi scesero dagli alberi, e conquistando la posizione eretta consentirono allo sguardo di spaziare verso l’orizzonte, ponendosi una méta, domandandosi cosa ci fosse oltre la linea del visibile, dando una direzione alla loro ricerca. Per me la filosofia è questo, è tentare di rispondere alle domande che infiniti orizzonti ci pongono, lasciarsi guidare da esse nella scoperta di noi stessi, accettando che dietro ogni orizzonte ne troveremo sempre un altro. Per questo, una delle dediche che lascio più spesso alle persone nei miei libri è che i loro orizzonti siano ricchi di significato!

 

Grazie Andrea per questa chiacchierata.

 

Elena Casagrande

[immagini concesse da Andrea Bianchi]

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Intervista Ferruccio De Bortoli: preservare e accrescere il pensiero critico

<p>Roma 11/05/2010 Trasmissione Ballaro' in onda su Raitre nella foto Ferruccio De Bortoli</p>

Il giornalismo molto ha a che fare con la filosofia, sopratutto se pensiamo alla loro relazione con la verità: entrambi agiscono ricercando la verità dei fatti, comprendendo cause ed effetti, inquadrando lo stato delle cose nel flusso della storia e fornendo così all’uomo-lettore una chiave interpretativa e una prospettiva di senso sul mondo. Il filosofo e il giornalista hanno una grande responsabilità, quella di promuovere, preservare e partecipare allo sviluppo del pensiero critico, di fare in modo che il cittadino, accompagnato all’origine dal dubbio, maturi una capacità forte di pensare in profondità e ricercando il confronto e il dialogo. Così il cittadino-lettore, oggi più che mai nell’era degli users generated contents ha a sua volta un’importante responsabilità, quella di informarsi bene e non superficialmente, essendo egli stesso, attraverso i social network e il web, capace di influenzare e orientare la percezione dei fatti. 

Su queste questione abbiamo avuto il piacere di conversare con il prof. Ferruccio De Bortoli, giornalista professionista dal 1975; direttore del Corriere della Sera dal 1997 al 2003 e dal 2009 al 2015, ha matura un’esperienza pluriennale come caporeadattore e come commentatore di economia e attualità politca. Ha anche diretto “Il Sole 24 Ore” ed è stato amministratore delegato di Rcs libri fino al 2005. Dal 2015 è presidente della casa editrice Longanesi e dell’associazione Vidas, collaborando tutt’ora come editorialista al Corriere della Sera e al Corriere del Ticino. Nel 2017 firma Poteri forti (o quasi), un libro in cui ricostruisce quarant’anni di storia del nostro paese e del giornalismo, fornendo un’inedita e preziosa testimonianza. Dal terrorismo alla crisi economica, dal declino dell’editoria fino alla comparsa di comunicatori improvvisati e agevolati dalle moderne tecnologie: De Bortoli a ricostruisce incontri e scontri, scambi di opinioni e fughe di notizie, sostenendo che oggi in Italia i poteri sono trasversali ma deboli e che una società evoluta non deve avere paura delle “verità scomode”. Un libro a metà tra il saggio e l’autobiografica, il cui filo rosso è una profonda dichiarazione d’amore per la propria professione di giornalista e per la passione che ha accompagnato e accompagna tutt’ora questo mestiere.

 

Lei è stato per diversi anni (dal 1997 al 2003 e dal 2009 al 2015) direttore del Corriere della Sera nonché direttore del Sole 24 ore dal 2005 al 2009, per cui ci sembra una persona più che adeguata a cui porre questa domanda: quali sono gli elementi che contraddistinguono e identificano il buon giornalismo?

Gli elementi sono sempre gli stessi, cioè non cambiano con il mutare delle tecnologie. Un buon giornalismo è per sua natura scomodo, irriverente, imprevedibile, non controllabile. Ci sono due termini del giornalismo anglosassone che credo possano essere assolutamente applicati anche nell’era dei social network e delle comunicazioni digitali: accurancy e fairness, dunque correttezza, credibilità e responsabilità dell’usare la libertà di cui si dispone.

Se il buon giornalismo non è cambiato, sicuramente possiamo affermare che gli strumenti e gli atteggiamenti del giornalismo (senza accezioni) sono mutati, soprattutto nel suo rapporto con il web e con i social network. Quali sono i punti fondamentali su cui riflettere in proposito, sia dalla parte dei giornalisti che dei lettori?

Stiamo vivendo una fase di progressiva riflessione sul tema dell’accesso ai social network. Nessuno mette in dubbio la grande libertà di poter avere contatti e di poter assumere informazioni di vario tipo; stiamo passando diciamo il primo periodo di entusiasmo pioneristico e ci domandiamo se la grande massa (in termini di quantità) di informazioni che abbiamo a disposizione sia di per sé utile o al contrario non sia dispersiva e qualche volta ponga una serie di interrogativi su una censura più subdola, che è quella dell’abbondanza di cose irrilevanti che rendono di per sé l’informazione rilevante trascurata oppure non messa nella giusta attenzione e nella giusta prospettiva di spazio. Quindi ci stiamo ponendo in questa fase di progressiva maturazione della nostra capacità di usare i social network di fronte al tema: tutto quello che abbiamo è utile e necessario o dobbiamo metterci nella condizione di selezionare in maniera più rigorosa le informazioni che abbiamo? Il fatto di avere un sistema che è fornito dall’informazione professionale anche dalle tante testate storiche di poter selezionare gli avvenimenti e i fatti e le opinioni sulla base della loro importanza mette il cittadino navigatore nella condizione di difendersi e nella prospettiva di non diventare, cullandosi in questo mare di informazione disordinata, un naufrago o un suddito passivo.

In questo contesto mediatico appena descritto, soprattutto in riferimento a internet, non crede che ci sia il rischio di compromissione dell’eticità del giornalista che dovrebbe in qualche modo “difendere” o comunque tener sempre conto dei diritti all’informazione dei lettori?

Il web smaschera molto più facilmente i cattivi giornalisti e naturalmente pone il giornalista di qualità nella condizione di essere per prima cosa in possesso degli strumenti tecnologici dell’informazione digitali, in secondo luogo lo pone di fronte a nuovi compiti di correttezza e di affidabilità, lo toglie da un piedistallo che storicamente aveva, perché comunque nell’informazione digitale non c’è più una grande differenza tra chi fa e chi riceve l’informazione e lo mette di fronte a dei doveri morali di chiedere scusa e di non essere così presuntuoso da ritenere di possedere, magari in esclusiva, la verità.

Abbiamo parlato e in effetti parliamo molto spesso del dovere e della responsabilità dei giornalisti a fornire la verità e del loro dovere nel rispettare un’etica giornalistica forte; molto meno spesso parliamo invece dell’etica e delle responsabilità dei lettori, oggi messe a dura prova dai numerosi strumenti forniti dalle rete. A suo parere a quali responsabilità e dovere deve rispondere il lettore-cittadino?

I lettori nell’era degli users generated contents hanno una certa responsabilità, perché sono testimoni degli avvenimenti, partecipano sui social, commentano in diretta opinioni, interventi, fanno atti pubblici, quindi sono in grado di orientare la percezione degli avvenimenti perché comunque insomma interpretano il polso della gente, del popolo che sta attorno ad alcuni fatti  e che segue alcuni personaggi, però hanno anche la responsabilità di informarsi bene, cioè uno degli aspetti secondari degli effetti laterali dell’era del digitale nell’informazione è la comodità con la quale possiamo accedere ad ogni possibile fonte di informazione; questa comodità spesso di trasforma in passività e in accidia. Per informarsi bene bisogna fare comunque un po’ di fatica, non possiamo essere utenti passivi, dobbiamo sviluppare una capacità critica, una coltivazione del dubbio, in modo da poter confrontare in maniera corretta ciò che è rilevante da ciò che non lo è, e distinguere meglio ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è effimero da ciò che è sostanziale, ciò che è lecito da ciò che è illecito.

Tutto ciò riguarda qualsiasi tipo di giornalismo. Siamo in un’era nella quale non si può più ingannare il prossimo, si paga un prezzo elevato per la scarsa affidabilità, ma si è tenuti anche a riconoscere gli errori perché lavorando specialmente in un sistema che a volte privilegia la tempestività all’accuratezza si incorre ad una quantità di errori decisamente superiore rispetto a quelli che si potevano commettere in altre ere tecnologiche dove si poteva naturalmente decantare, aspettare, dove il tempo era più in possesso di chi faceva informazione. Adesso il tempo è in possesso dei lettori, il pendolo del potere si è spostato verso l’utenza rispetto a coloro che forniscono e fanno informazione, quindi questo è un elemento di cui vale la pena sottolinearne l’importanza, un tema di maggiore responsabilità di chi fa l’informazione e un controllo molto più stretto da parte degli utenti e del pubblico. La considerazione che comunque se si chiede scusa per gli errori commessi e la rete riconosce la buona fede, è comunque un tema di credibilità, di correttezza, di autenticità del proprio essere giornalista.

debortoli-poteri-fortiNel suo libro Poteri forti (o quasi) (La nave di Teseo, 2017) lei sostiene come i grandi paesi abbiano dei poteri forti, cioè dei poteri che sono però responsabili perché sono all’interno di un quadro di regole, rispettano l’ordinamento democratico. A differenza però di paesi come gli Stati Uniti, la Germania, la Francia i cui poteri non sfuggono alle regole democratiche ma fanno parte di una società che ha un senso di responsabilità nazionale condivisa, il dramma del nostro Paese è di non avere più poteri forti. Perché a suo parere l’Italia non è più in grado di avere poteri riconoscibili?

Nel libro cerco di sfatare un mito che è ricorrente tutte le volte che accade qualche fatto importante nel nostro Paese: si evocano secondo me a volte in maniera del tutto impropria i poteri forti del Paese che interverrebbero nel mutare il corso della democrazia o delle istituzioni privando quelle che sono le rappresentanze del popolo del loro potere e della loro capacità di agire. Io invece penso che se ci sono poteri forti che possono essere da un lato della politica (i partiti) e dall’altro dell’economia/finanza (grandi gruppi industriali o finanziari), se sono poteri forti con una storia, un’anima, un senso di responsabilità, una capacità di sentirsi responsabili per i destini del Paese come avviene diciamo nei Paesi  più evoluti che hanno una classe dirigente coesa, e comunque dei poteri  forti ma responsabili – beh, penso che questo non sia un guaio ma uno degli elementi costitutivi della grandezza identitaria di un Paese. Quando mancano questi poteri forti nella politica, nell’economia e nella finanza si lascia lo spazio ai rider, e i rider possono essere da Berlusconi a Grillo, nell’economia e nella finanza possono essere i furbetti del quartierino o gli speculatori stranieri o anche le grandi banche d’affari americane, cioè poteri assolutamente svincolati da un rapporto con il Paese e quindi privi di un controllo democratico. Penso che il problema vero sia questo: la mancanza di poteri forti naturalmente allinea e accresce poteri trasversali e occulti, deboli, cordate amicali che sono ancora per certi versi più pericolosi di poteri forti che noi identifichiamo. Nel nostro Paese abbiamo paura delle dimensioni, invece dovremmo coltivare un accrescere dimensionale delle imprese e ritornare a riscoprire secondo me l’importanza dei partiti senza i quali non c’è democrazia.

Entrando nello specifico all’interno dell’ambito giornalistico italiano, quali sono le influenze dei poteri “quasi” forti? Mi riferisco per esempio a grandi gruppi editoriali come per esempio Mondadori.

Nel libro spiego molto quali sono i rapporti tra azionisti e informazione; distinguo tra azionisti che hanno rispetto dell’autonomia, dell’indipendenza e del valore delle loro partecipazioni, nel senso che riconoscono e danno fiducia a redazioni o direzioni (poi gliela possono sempre togliere) ma naturalmente che si comportano con rispetto per quello che è il valore intrinseco dei giornali, e poi ci sono dei padroni, delle diverse tipologie di proprietari che magari usano il giornale come strumento di pressione o di potere per inseguire i propri interessi.

Noi de La Chiave di Sophia riteniamo che la filosofia sia la spinta, il motore di ogni nostra azione e quindi di ogni professione, essendo riflessione e ricerca di senso. Nel suo mestiere ritiene che la filosofia possa avere un ruolo importante? Che cos’è per lei Filosofia?

Io penso che sia importante, soprattutto nel dibattito riguardante i grandi maestri del passato e naturalmente guardando con grande attenzione allo sviluppo del pensiero contemporaneo, cioè viviamo una fase di grande tecnologia ma di scarso pensiero, esattamente l’opposto rispetto alla Grecia classica, che aveva molto pensiero e scarsa tecnologia. Noi abbiamo il compito di preservare e accrescere il pensiero critico, di fare in modo che il dubbio accompagni la vita dei cittadini responsabili, attenti e curiosi, e in questo la capacità di pensare in profondità, in larghezza e nella disponibilità a mettersi nella parte dell’altro – prendo molto Levinas da questo punto di vista cioè nel riconoscere nell’altro il prossimo – io penso che sia una delle chiavi di volta della vita contemporanea.

 

Elena Casagrande

Intervista rilasciata in occasione di Pordenonelegge 2017

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La scomparsa del pensiero con Ermanno Bencivenga al Tocatì Festival

Verona – Domenica 17 settembre, il filosofo Ermanno Bencivenga sarà ospite alla nuova edizione del Tocatì Festival, Festival Internazionale dei Giochi in Strada di Verona. Un evento atteso e di prestigio per la rassegna giunta alla XV edizione e diventata un punto di riferimento, come ogni anno, per la scoperta delle tradizioni culturali riconosciute dall’UNESCO come parte del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità (Convenzione del 2003).

Ermanno Bencivenga, professore ordinario di filosofia presso l’Università di California, ha scritto diversi libri dove il gioco è protagonista, tra questi: Giocare per forza, Parole in gioco, La filosofia in sessantadue favole, e anche racconti, tragedie e raccolte di poesie e è stato chiamato ad intervenire all’interno del programma Riflessioni, uno spazio di incontri e conferenze di esperti che raccontano il mondo ludico da diverse prospettive.

L’incontro, in programma presso la Biblioteca Civica di Verona domenica 17 settembre alle ore 17.00 vuole mettere a tema quella che Bencivenga definisce, nel suo recente libro La scomparsa del pensiero (Feltrinelli 2017), “castrofe gentile” della società contemporanea: il rischio che la nostra capacità di ragionare scompaia a causa dell’esposizione a mezzi di comunicazione più veloci del tempo necessario allo svilupparsi del pensiero logico.

155564Raccontando la sua esperienza di professore, Bencivenga mostra come questa “catastrofe gentile”, silenziosa quanto devastante, riguarda soprattutto i giovani. È in atto una vera e propria mutazione antropologica che andrà a sottrarre alla nostra specie la risorsa più preziosa: il ragionamento. Ad essere più esposte alla proliferazione dei mezzi d’informazione e di comunicazione, sono proprio le nuove generazioni, con il risultato inquietante che i giovani si abitueranno sempre più all’idea che qualcun altro, o meglio qualcos’altro, ragioni per loro. Un saggio che ci mette in guardia di fronte alle insidie della mutazione antropologica che sottrae alla nostra specie la sua risorsa più preziosa: il ragionamento.

«Solo chi gioca, nelle mille e disparate manifestazioni in cui il gioco si realizza, è vivo, esiste. I labirinti ludici dell’essere sono l’essere», scrive in Filosofia in gioco. Un appuntamento importante per ripensare il nostro rapporto con il gioco e soprattutto con la realtà mutevole che ci circonda, dove la Filosofia diventa un utile strumento per affrontare le problematiche cui siamo chiamati ad affrontare.

Con lui dialogherà Olivia Guaraldo, professoressa presso il Dipartimento di Filosofia, Pedagogia e Psicologia dell’Università degli Studi di Verona.

Maggiori info: qui

 

Elena Casagrande

Intervista a Piero Dorfles: verso un’etica della consapevolezza dell’informazione

In un’epoca in cui l’informazione, il giornalismo e l’editoria stanno cambiando velocemente e radicalmente, è necessario prendere consapevolezza di tale cambiamento, che inevitalmente si sta ripercuotendo su tutti noi lettori. Siamo davvero sicuri di essere lettori consapevoli? Consapevoli di ciò che leggiamo, di ciò che ci viene fatto vedere alla televisione o sentire alla radio? Sappiamo davvero distinguere se il libro che abbiamo tra le mani è un prodotto di qualità oppure è frutto di un mercato monopolizzato dai grandi gruppi editoriali?

Per rispondere a queste domande, abbiamo voluto riflettere sullo stato attuale del giornalismo, dell’editoria e dell’informazione con Piero Dorfles, giornalista e critico letterario tra i più affermati in Italia, responsabile dei serivzi culturali del Giornale Radio Rai e conduttore del programma televisivo Per un Pungo di libri di Rai3. Autore di diversi libri, tra i quali: Atlante della radio e della televisione (Nuova ERI 1988), Carosello (Il Mulino 1998) e Il ritorno del dinosauro, una difesa della cultura (Garzanti libri 2010). 

Attraverso  I cento libri che rendono più ricca la nostra vita, (Garzanti Libri, 2014), Piero Dorfles è convinto che i grandi classici possano dirci e insegnarci molto sul mondo contemporaneo, dimostrandoci come la letteratura spesso anticipa il tempo. Ma il grande classico non è un libro per ‘intrattenersi’, è un libro che bisogna imparare a lettere, con esercizio e con lo spirito di chi vuole andare avanti e indietro nel tempo. Così se, l’impiegato Gregor Samsa ne La metamoforsi di Kafka, trasformato in un insetto mostruoso e rifiutato dalla sua stessa famiglia, rispeccha la condanna di tutte quelle persone che non riescono a sintonizzarsi con i comportamenti dettati e codificati dal mondo, Capitano Nemo in Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne è simbolo di coloro che sono sempre alla ricerca di una rivincita sul mondo, e ancora, se nelle pagine del Ritratto di Dorian Grey di oscar Wilde ritroviamo quella paura di invecchiare così presente nel nostro tempo, in Giovanni Drogo nel Deserto dei Tartari di Dino Buzzati ritroviamo l’uomo che, intrappolato nel rispetto e obbiedenza delle regole imposte dalle istituzioni, si brucia gli anni migliori della vita.

Come diventare dunque, lettori coscienti e lettori del mondo? Lo capiamo dalla parole di Piero Dorfles.

Sulla base della sua esperienza di giornalista, a suo avviso, quali sono i principali punti di debolezza del giornalismo italiano oggi, non solo da un punto di vista editoriale, ma anche del trattamento delle notizie da parte dei giornalisti?

Dire qual è il problema tecnico secondo me è secondario, perché in realtà in Italia abbiamo anche ottimi giornalisti che sanno fare benissimo il loro mestiere; il problema secondo me non è dei giornalisti ma della politica editoriale dei mezzi di comunicazione, siano essi radiofonici, televisivi o a stampa. Noi viviamo un periodo in cui la confusione prodotta dall’estensione dei grandi partiti di massa ha prodotto un atteggiamento molto distaccato della gente e delle comunicazioni di massa nei confronti dei grandi problemi che stiamo vivendo, e dall’altra parte la preminenza di una visione commerciale (sia per quanto riguarda la produzione culturale che per quanto riguarda la produzione di massa) tende a dominare come principio informatore tutto quello che noi facciamo. Ecco perché io credo che il problema non sia tanto di valutare se per esempio i giornalisti siano capaci di fare quello che una volta era la grande inchiesta e di “consumarsi le scarpe”, quanto piuttosto che cosa gli chiedono in redazione: se l’editore chiede al direttore copie, e se il direttore capisce che per vendere bisogna andare incontro agli istinti più bassi del pubblico, considerando che questo comporta non l’approfondimento ma la superficialità, noi di conseguenza avremo giornali, televisioni e radio superficiali; che dentro i giornali ci siano persone di grande qualità purtroppo vale poco.

A proposito di tecnologie e social media: il web e i social network hanno rivoluzionato il modo di fare giornalismo ma anche il modo di fruire l’informazione. Anche l’informazione deve spesso sottostare alle rigide dinamiche e regole del web e molto spesso le notizie arrivano prima nei canali social che non alla televisione o sui giornali. Com’è cambiato il giornalismo nel suo rapporto con il web e con i social network?

È cambiato sicuramente in modo radicale, ma non solo perché ci sono i social network: il meccanismo di comunicazione in rete ha prodotto da un lato una accelerazione della comunicazione e dall’altro una forte semplificazione dei rapporti tra fruitori e produttori dell’informazione, i cosiddetti prosumers o prousers, così definiti da degli scienziati americani. Essi sono i veri informatori di oggi: qualsiasi cosa succeda per la strada dopo pochi minuti in una redazione arriva l’sms o l’mms con le immagini o addirittura il filmato di quello che è accaduto, prima che qualunque troupe si possa spostare o un giornalista esca di casa. Questo naturalmente cambia sostanzialmente la velocità dei rapporti con le cose.

L’informazione però non è fatta solo di nudi facti ma è fatta anche delle informazioni necessarie ad inquadrarli, a capirli e a spiegarli; se c’è qualcosa che la rete purtroppo sta facendo è di erodere questa seconda parte del prodotto informativo e che è fondamentale per capire cosa abbiamo intorno a noi nel mondo. Sostanzialmente noi viviamo in un momento in cui il flusso d’informazioni è frenetico, ma la capacità di spiegarle, interpretarle ed inquadrarle sistematicamente diventa ogni giorno più modesta; questo cambiamento che ipoteticamente poteva essere un formidabile strumento di democratizzazione della conoscenza e dell’informazione rischia invece di essere qualcosa che toglie alla grande maggioranza della gente che non legge i giornali e le riviste le informazioni necessarie a inquadrare il mondo in cui viviamo con sufficiente lucidità.

L’editoria è in continua evoluzione e con essa anche i generi letterari. A suo parere il web e il digitale hanno in qualche modo “obbligato” gli scrittori e autori a nuovi parametri e stili di scrittura? Un contenuto perché sia leggibile e visualizzabile sembra dover avere per forza determinate caratteristiche e seguire determinate regole del web. Cosa pensa a proposito?

La mia risposta sarebbe “no”, e potrei anche fermarmi qui. Però vorrei aggiungere che in realtà se c’è una cosa che non ha funzionato è il concetto di lettura elettronica, perché il vero lettore tutto sommato non vuole soltanto avere l’intrattenimento che un libro ha nei tempi più veloce possibili, vuole anche avere il libro, in quanto non cosa fisica ma strumento materiale sul quale ritrovare emozioni, storie, scrittura, che rimane lì, per tutta la vita, non sparisce dopo che uno l’ha letto. Allora il lettore molto superficiale che legge un giallo per intrattenersi, tutto sommato forse segue una logica che nel tempo si è adeguata a modelli comunicativi molto stringenti, che poi sono quelli della narrazione televisiva; ma un lettore un po’ più attento – e i forti lettori lo sono – non ha bisogno di questo, ha bisogno di qualcosa che comunichi appunto più in profondità, e quindi dia non soltanto l’emozione di un racconto stringente, ma anche personaggi consistenti, una narrazione che inquadri bene l’argomento, che racconti la psicologia dei personaggi in profondità, che per esempio sia in grado di distinguere qual è il paesaggio anche umano e storico del racconto che ha messo in campo.

Io non ho la sensazione che in questo momento tutto ciò stia cambiando, ecco perché dico di no; naturalmente qualcosa succede sempre quando c’è un nuovo mezzo di comunicazione, perché questo produce anche una sensibilità e una cultura diversa. Piano piano noi ci siamo adeguati a modelli comunicativi diversi, il romanzo ottocentesco è bellissimo ma nessuno scriverebbe più come Balzac o Flaubert ma questo non toglie che questi continuino ad essere autori di grandissima profondità, ed è il genio di quegli uomini, la loro capacità di raccontare il mondo, che ancora oggi li rende immortali; quando un libro non ha alle spalle questi strumenti, attingere all’immortalità è molto difficile.

Per un pugno di libri, trasmissione televisiva alla quale da anni Lei collabora nel ruolo di critico letterario, è una delle poche nel panorama televisivo contemporaneo dedicate alla promozione della lettura e dei libri. A suo parere perché un programma televisivo può risultare più efficace rispetto ad altri canali, in particolare se consideriamo la presenza massiva di blog letterari che recensiscono libri?

Credo che la differenza principale sia che i blog letterari parlano quasi esclusivamente a chi è già un lettore, e anche un lettore appassionato,  perché altrimenti  non si metterebbe a frugare tra i blog; mentre un programma tv parla a tutti, lettori e – soprattutto – non lettori. Ha quindi la possibilità di sollecitare curiosità per la lettura in chi non ha mai preso un libro in mano. Nel caso del Pugno, poi, c’è la sfida tra due classi di ragazzi che si devono preparare su un romanzo per poter concorrere. Qualcosa che, soprattutto se fatto in forma collettiva, con la speranza di fare bella figura e magari di arrivare in finale raddoppiando il viaggio per gli studi televisivi, può portare ad apprezzare letture che altrimenti rischiano di risultare noiose.

In definitiva, mi pare che in rete ognuno cerchi ciò che già ama; e i lettori ci si ritrovino tra loro, senza però aprire nuove possibilità di sviluppo della passione per la lettura. Credo invece che la tv abbia ancora la possibilità di svolgere un ruolo pedagogico, o quantomeno di pubblicizzazione di qualcosa che nessuno considera più un comportamento socialmente rispettabile: la lettura. E questo, se non lo fa il servizio pubblico radiotelevisivo, chi lo può fare?

Si può dire che da ogni romanzo il lettore può trarre un insegnamento, nuove visioni e spunti di riflessione. Tra questi cento classici che ha selezionato, ce n’è uno al quale si sente più legato?

No. Ognuno ha avuto un significato diverso, in tempi diversi, e a seconda del numero di letture che ne ho avuto. Aggiungo che tra i Cento libri ci sono libri che non ho amato per nulla e altri, per me fondamentali, che non ho inserito perché non rispondevano al criterio che ho usato, quello dei classici più popolari. Leggere Salgari a otto anni è importante per sollecitare la fantasia, far correre gli occhi di un bambino per il mar della Cina; pur avendo amato Sandokan, però, non sono diventato un pirata. Ma a cinquant’anni può essere un esercizio improbo. A quindici anni si può amare Kafka e non capirlo, ma ogni volta che lo si rileggerà ci si troverà dentro qualcosa che prima non si era colto. Ciò detto, spesso, la mattina, ho la sensazione di essere diventato uno scarafaggio.

Considerando invece la continua offerta di nuovi libri, qual è la sua opinione sulla produzione letteraria contemporanea? Se dovesse realizzare un’antologia di romanzi degli ultimi decenni quali sentirebbe di non poter mai escludere?

Da me, non avrete un solo nome, nemmeno sotto tortura. L’immensa mole di libri pubblicati negli ultimi anni nasconde certo qualche perla, ma non mi sentirei di metterla in un’antologia. Le antologie dovrebbero essere fatte solo con i classici. Se qualche scrittore contemporaneo lo diventerà, vorrà dire che se lo sarà meritato. O che ce lo saremo meritato noi, come diceva Nanni Moretti di Alberto Sordi.

Ne I cento libri che rendono più ricca la nostra vita (2014) lei afferma che i classici costituiscono una grandissima fonte di ricchezza, non solo intellettuale, ma in quanto strumenti in grado di orientarci tra le grandi contraddizioni e complessità della società contemporanea. Con quale approccio, secondo lei, può rapportarsi un lettore ad un classico? Come renderlo attuale?

Quello che ho detto precedentemente a proposito di Dostoevskij credo sia lo strumento con cui avvicinarsi ai classici. Ciò che secondo me è importante è che uno non deve avvicinare un classico dicendo “Adesso mi intrattengo un po’”: deve piuttosto immaginare che si tratti di una lettura che gli darà qualcosa solo se lui l’affronta con un minimo di disponibilità, che vuol dire entrare in un mondo diverso dal nostro, andare avanti e indietro nel tempo, cercare di trovare il senso di cose profonde. Se c’è una cosa particolarmente interessante che ha detto oggi Noteboom1 è che per leggere la poesia bisogna imparare a leggere la poesia: anche per leggere un romanzo bisogna imparare a leggere romanzi, è una competenza che si deve acquistare: pensare che solo perché uno ha letto un libro contemporaneo poi può leggere subito Dostoevskij sarebbe sbagliato, c’è qualcosa di un po’ più profondo, di più analitico e di più complesso. Dostoevskij inoltre ci riporta indietro di centocinquant’anni, però dentro i suoi romanzi ci sono gli stessi comportamenti umani che noi conosciamo oggi, lo stesso tipo di tratti psicologici e sociali. Per cui anche se uno fa un po’ fatica a leggere Delitto e castigo, Raskol’nikov c’è ancora, è tra noi, ed è importante saperlo riconoscere.

La nostra rivista intende riportare alla luce il valore della filosofia come disciplina in grado di parlarci di noi e del mondo odierno: il nostro obiettivo ci pare dunque molto vicino al suo. Lei che cosa pensa della filosofia?

La filosofia non serve a niente. Per questo è utilissima. Sappiamo a cosa servono gli idraulici, gli ingegneri nucleari, gli strateghi e i chimici; questi mestieri servizievoli, basati sulla specializzazione, ci sono indispensabili, ma non servono né a capire in che mondo viviamo, né a darci conto della complessità del problema del senso ultimo della vita. La filosofia non risolve nessun problema, non aggiusta i tubi e non produce energia, ma nemmeno guerre né armi letali. Produce dubbi, smussa le certezze, obbliga a fare i conti con le contraddizioni di cui è intessuta l’esperienza dell’uomo.

Senza filosofia si può vivere benissimo. E non porsi problemi. Ma chi non si pone problemi non è un uomo consapevole di sé. E chi non è consapevole di sé spesso cede a forme di irrazionalità collettiva che possono produrre le peggiori tragedie. Meglio avere meno specializzazioni e più consapevolezze, se si vuol vivere tranquilli. Magari con tanti rovelli, ma almeno senza la sensazione di aver lasciato ad altri il compito di pensare.

 

Impariamo a scegliere ciò che leggiamo, cosa guardiamo e cosa sentiamo, nei libri, alla televisione, alla radio e nel web, non in virtù delle logiche di mercato o da ciò che il mercato editoriale e informativo impone. Impariamo a scegliere un libro, un’edizione del libro, un sito di informazione o un programma per la qualità e non per la facilità.

Esiste un plurarismo informativo e editoriale di qualità che molto spesso, a causa del monopolio di grandi società, non riesce ad emergere. Se tutti noi lettori e ascoltatori imparassimo che, per fruire di certe informazioni e contenuti, è necessario prendersi del tempo, ricercare e documentarsi, saremmo i primi sostenitori della qualità dell’informazione e dell’editoria di qualità.

Elena Casagrande

Intervista rilasciataci da Piero Dorfles in occasione del Festivaletteratura di Mantova nel settembre 2016.

Call for papers: il Festival di Filosofia di Ischia lancia il tema ‘Valori: Continuità e cambiamento’

La Filosofia, il Castello e la Torre, Festival Internazionale di Filosofia di Ischia giunto alla sua III edizione lancia la sua Call for papers: Valori continuità e cambiamento è il tema conduttore dell’edizione 2017. Bene, Bellezza, Verità, Giustizia, Uguaglianza, Libertà, Potere, Sicurezza, Dignità, Fratellanza, questi alcuni tra i concetti chiave su cui si vuole incentrare la discussione pubblica.

Chiamati ad intervenire con una relazione dalla lunghezza massima di 500 parole non sono solo i filosofi ma chiunque senta di poter contribuire allo sviluppo del tema con una riflessione appartenenti alle quattro sezioni di intervento proposte: Ti esti? Cos’è il Valore?, Teorie dei Valori, Il valore dei valori: utilità e applicazioni, Arte e Valori. 

Ischia International Festival of Philosophy 2017 riporta la Filosofia alla sua funzione fondamentale e molto più legata alla dimensione pratica: interrogarsi sui valori.

«Affrontando il vasto campo dell’agire umano, e dunque della filosofia pratica e dell’etica, occorre adesso concentrarsi sul nesso – di continuità o discontinuità – tra teoria e prassi. L’emergere di nuove dinamiche sociali, dovuto tra l’altro ai mutamenti demografici e all’alterarsi della composizione sociale, rende necessario mettere a tema la questione della convivenza tra individui e tra popoli, soprattutto alla luce dell’ideale di un’Europa libera, unita e pacifica, in cui purtroppo le differenze culturali fanno fatica a convivere.

In quest’ottica s’intende porre un interrogativo sui valori che metta congiuntamente a tema il tratto storico del loro costituirsi e il richiamo alla trascendenza che essi sembrano costitutivamente incarnare, sia che li si concepisca come universali a priori semplicemente da riconoscere, sia che li si intenda come il segno dell’irriducibilità ultima tra epoche e culture differenti. Alla luce di queste domande potrà forse essere ripensato il senso stesso del “dare valore” tanto nella sua funzione positiva che nella sua portata critica. Allora è proprio nei valori che bisogna “custodire valore”. Nell’alterità il valore si riconosce come tale, nell’alterità di un valore non conosciuto ma riconosciuto. Ogni persona, cultura, nazione rappresenta e presenta un valore di diversità con il quale rapportarsi. Considerare queste diversità e rendere degno lo spazio dell’ascolto e della coesistenza è forse l’unico gesto che ci porterà alla condivisione più armoniosa. L’appartenenza è unica, l’essere umano è unico perché abitante di un unico spazio.»

Come partecipare? Inviando la propria proposta di relazione a ischiafilosofest@gmail.com, con una breve biografia; potrete essere selezionati per intervenire direttamente durante il Festival. 

Per scaricare la Call for Papers integrale clicca qui 

Per scaricare l’approfondimento sul tema Valori, continuità e cambiamento clicca qui

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Chiamati ad intervenire sul tema sono anche i giovani pensatori tra i 16 e i 23 anni: nasce la call Young Thinkers Festival, Become a Philosopher!

Per tutti i giovani con una forte attitudine al pensiero filosofico, quest’anno il Festival di Ischia vuole lanciare delle sessioni intere di intervento ai ragazzi e ai giovanissimi filosofi. È sufficiente presentare una proposta di relazione, da soli o in gruppo, per poi discuterne con i coetanei e adulti durante le giornate del Festival. Un modo nuovo e dinamico per permette a giovani studenti di filosofia e non solo di intervenire con una propria riflessione davanti al pubblico, riportando così la Filosofia alle sue origini: in piazza. 

Per scaricare la Call Young Thinker Festival, Become a Philosopher clicca qui

Per maggiori informazioni visita il sito La Filosofia, il Castello e la Torre

Elena Casagrande

[Immagini di proprietà di Ischia International Festival of Philosophy]

Intervista a Ginevra Bompiani. Il mestiere dell’editore? Inventare, sostenere la qualità e ascoltare

Ginevra Bompiani muove i suoi primi passi nell’editoria dopo il liceo, entrando a lavorare nella casa editrice del padre Valentino Bompiani e imparando così le basi del mestiere dell’editore. Era un mondo dell’editoria molto diverso dal nostro attuale, un mondo dove governavano principalmente gli uomini, dove i tempi per avere un libro erano molto lunghi, e dove non c’erano gli agenti letterari.

Mentre il padre è sempre stato un editore attento al mercato e alle sue logiche, Ginevra Bompiani crede fortemente nel gusto personale e nella gradevolezza di un libro. Così nel 2002 con amici, in particolare con Roberta Einaudi, fonda la casa editrice Nottetempo.

Scrittrice, traduttrice e saggista, ha trascorso diversi anni a Parigi e a Londra per poi trasferirsi a Roma e nei dintorni di Siena, anche per insegnare per anni letterature comparate all’Università di Siena.
Tra i suoi libri ricordiamo Le specie del sonno (1975), Spazio narrante (1978), Mondanità (1980), L’incantato (1987, Premio selezione Rapallo-Carige), e il recente Mela Zeta (2016): il suo intenso, prezioso libro sul tempo e la memoria

In un’intervista passata lei ha affermato che dall’esperienza e dal rapporto con suo padre ha imparato che l’editoria prima di tutto è un servizio e che l’editore è protagonista nel senso che deve mettere in luce il suo carattere e gusto nelle proprie scelte editoriali. Quali possiamo dire essere i valori e i principi genuini che dovrebbe avere un buon editore indipendente?

Non posso dire come dev’essere un editore, ma soltanto come volevo essere io: ho sempre pensato che il lavoro editoriale fosse molto creativo, sia nell’invenzione e produzione dei libri che nella forma del volume. Mi è molto piaciuto per esempio produrre il libro di Luciana Castellina e Milena Agus Guardati dalla mia fame; a partire da un racconto di Castellina su un evento efferato nelle Puglie del primo dopoguerra, farlo raccontare da due scrittrici così diverse, secondo due punti di vista opposti. Oppure chiedere a una studiosa di fisica, Monica Colpi, di spiegarmi in un libretto (Buchi neri evanescenti) la scommessa perduta da Stephen Hawking.  Ma anche la pagina si può inventare, per renderla più leggibile; la copertina, e così via…
Inventare, sostenere la qualità, essere in ascolto. Questo intendo per ‘servire’.

Dalla sua esperienza con Nottetempo, a suo avviso qual è la fase o le fasi più importanti dal momento che giunge un manoscritto fino alla sua pubblicazione?

Sono tutte importanti. Se il libro non ha raggiunto la compiutezza, è molto importante il dialogo con l’autore. E poi tutte le fasi, che sono molte, fino a renderlo quell’oggetto agile e leggero, dietro al quale è difficile immaginare il grande lavoro che lo ha fabbricato.

Il mercato editoriale è ancora in crisi. Le copie vendute negli ultimi anni sono diminuite ancora e sono calati anche i prezzi di copertina, la vendita degli e-book sembra rivoluzionare il mercato dell’editoria ma ancora con fatturati modesti. A suo parere come possono interagire in futuro cartaceo e digitale? Possiamo parlare veramente di una morte della carta?

Non credo proprio, per ora. Ai lettori piace toccare il libro, sfogliarlo, tornare indietro. Da noi il digitale non ha fatto ancora una grande strada. Quando la farà, speriamo che ne godano le foreste.

Mentre la percentuale di lettori in Italia è ancora molto bassa, aumenta la percentuale di scrittori. Il progressivo aumento di neo-scrittori è facilitato dal successo del self-publishing e dall’editoria a pagamento ma anche dalla nascita esponenziale di blog. Quanto può incidere questa tendenza a suo parere sul futuro dell’editoria?

Purtroppo credo che ci siano più scrittori che lettori. Ma uno scrittore che non legge è raramente interessante. Il web sta cambiando molte cose e sembra una strada senza ritorno. Bisogna stare con occhi e orecchie puntate per capire a quali radure, a quali marine ci porterà.

I grandi gruppi editoriali italiani e le loro fusioni hanno decretato le logiche del mercato editoriale italiano ma anche il consumo e l’acquisto dei libri. Con grandi store di marca, autogrill, supermercati, libreria di catena e premi letterari, sempre di più i grandi gruppi riescono a vendere e monopolizzare in modo capillare il mercato del libro in Italia. Possiamo parlare di monopolio del mercato editoriale? O di una volontà di creare un’egemonia politico-culturale?

La direzione è quella, ma quando si apre una strada maestra, accanto a lei si snoda sempre un viottolino che va da tutt’altra parte. Il viottolino in questo caso è fatto dalla piccola editoria di qualità, che, io credo, continuerà a inventare e creare e scoprire nelle pieghe del mercato. Dopo tutto il mercato è una leggenda, non bisogna crederci troppo.

Il caso Amazon. Il grande colosso che ha monopolizzato i processi di distribuzione del libro (e non solo) nel mondo. Potremmo dire che con Amazon sono cambiati anche le abitudini all’acquisto di un libro. Può essere recuperato a suo avviso quel sincero e genuino rapporto tra editore-libraio e libraio-cliente?

Non c’è dubbio che sia comodo ricevere dei libri senza muoversi di casa, soprattutto libri difficili da trovare in libreria. Ma la gente soffre di solitudine e se il libraio sa fare il suo lavoro, potrà mantenere questo rapporto ancora a lungo.

Una domanda per i nostri lettori: che cos’è per lei Filosofia? Quale possiamo dire essere la filosofia che ha accompagnato fin dalle origini Nottetempo e il suo essere editore?

Questa non è una domanda: è un trabocchetto! Auguri a voi.

 

Quando entriamo in una libreria non possiamo non rimanere incredibilmente sorpresi nel vedere così tanti libri negli scaffali, l’uno diverso dall’altro per il formato, per la carta, per la copertina, per la rilegatura e per i molteplici colori. Se a questo ci aggiungiamo quel profumo di carta lavorata che solo i libri possiedono, capiamo quanto il prodotto libro sia frutto di lunghi e articolati processi.

Il più delle volte scegliamo un libro guardando la casa editrice e la copertina, dimenticandoci spesso che l’universo libro e la sua qualità sono dati da tutte quelle persone che partecipano alla sua creazione: dalla correzione, all’editing, dalla scelta della carta e del suo formato all’impaginazione.

In un mondo in cui i grandi gruppi editoriali soffocano il mercato editoriale, puntando al numero di vendite e dimenticandosi dell’arte del libro, esistono ancora piccole e medie realtà dove il prodotto-libro è curato in ogni sua parte.

Ginevra Bompiani ne è esempio con Nottetempo: una casa editrice che fin dalle sue origini aveva in mente un’idea ben chiara di libro, un libro che si immedesimasse in modo naturale col il lettore, un oggetto-libro che, oltre al contenuto, pensasse un po’ allo stesso modo alla forma del libro.

È importante che il libro abbia un contenuto intenso ma anche una sua grande leggibilità, leggerezza aerea, che sia quindi un libro amichevole, un vero e proprio compagno. La lettura è una cosa difficile, un’operazione solitaria, e quindi il libro dev’essere un oggetto comodo e leggibile: importante per Nottetempo infatti è la fisicità del libro in totale simbiosi con la fisicità del lettore.

Un’editoria quindi che guarda più alla realtà che al mercato, un’editoria che fa più il mestiere dell’editore, in senso passionale e appassionato, che non il mestiere dell’imprenditore, e in questo la personalità e professionalità di Ginevra Bompiani emerge in modo evidente.

Elena Casagrande

Intervista a Erica Boschiero: la musica come forma di ricerca, dunque di Filosofia

Menestrello fatto donna”, “la nuova Joni Mitchell”, “una delle voci più interessanti della canzone d’autore al femminile nel panorama italiano”, così i giornalisti descrivono Erica Boschiero, classe ’83, cantautrice e cantastorie veneta nata a Pieve di Cadore (BL) e trasferita poi in Provincia di Treviso.

Fresca e positiva, Erica si sta distinguendo nel panorama italiano con un timbro vocale interessante. Vincitrice del Premio d’Aponte 2008, del Premio Botteghe d’Autore 2009, premio per il miglior testo a Musicultura e al Premio Parodi nel 2012, vincitrice del Premio Corde Libere 2013 e finalista ad altri grandi premi per musica d’autore quali l’Artista che non c’era, il Premio La Nuova Canzone d’Autore al Mei e altri.
Nel 2007 registra il suo primo disco da solista dal titolo Dietro ogni crepa di muro ed ora è al suo secondo disco: Caravambolero, nato dall’incontro con il contrabbassista brasiliano Edu Hebling che ha curato poi la produzione artistica.

Da sempre cerca di fare della musica un’occasione per portare alla luce racconti di persone dimenticate e problematiche sociali: ha suonato per Emergency, per Amnesty International, per il Movimento Popolare per la difesa e l’attuazione della Costituzione e in molte altre occasioni di rilevanza sociale.
Ha lavorato e lavora anche nelle scuole conducendo laboratori con l’obiettivo di far conoscere ai ragazzi la canzone d’autore come esperienza letteraria, come mezzo per esplorare la loro sfera emotiva e creativa e come strumento per riscoprire il valore della partecipazione attiva nella società.

Erica fa poi parte dell’Associazione Ambasciatori in Musica, insieme ad altri artisti quali Edoardo Bennato, Maria Pia De Vito, Max Manfredi ed altri, associazione che l’ha vista nel 2010 e 2011 portare la sua musica e i suoi testi presso le università, le ambasciate italiane e gli Istituti di Cultura in Norvegia, Germania, Islanda, Estonia, Lettonia, Bielorussia e Kazakhstan.
Nel 2012 dà vita a Ballate di China, spettacolo di musica e disegno con il fumettista Paolo Cossi.
Nel 2013 nascono tre nuovi progetti che la vedono protagonista: Italie, spettacolo in duo con Gualtiero Bertelli, I Monti Pallidi, spettacolo di musica e teatro sulle antiche leggende delle Dolomiti e Mitincanti, antologia musicale sugli antichi miti della tradizione veneta scritta e diretta da Gianluigi Secco.

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  • Scrivere canzoni, un’arte che non si impara attraverso un manuale ma che nasce e si arricchisce attraverso l’esperienza. In che modo la scrittura è diventata per te una forma di libertà di espressione tramite la quale riesci a comunicare te stessa e ciò che ti circonda?

Ho sempre cantato, fin da quando sono piccola. E sempre scritto, all’inizio poesie e racconti (alle scuole elementari e medie) e qualche canzoncina, poi la canzone è diventata lo strumento primario d’espressione. E’ successo quasi senza accorgermene, giocando con gli accordi sulla chitarra e con le parole. All’inizio era un modo diverso per raccontare le storie che incontravo (reali o inventate che fossero), poi è diventato anche uno strumento per guardarmi dentro, per esplorare le stanze più profonde di me, e tirarne fuori quello che vi trovavo. Attraverso le storie degli altri, o raccontando direttamente di me, spoglio me stessa delle maschere del quotidiano: perché la canzone è un modo per raccontare agli altri le tue luci e le tue ombre, le tue paure e le tue forze. Che forse in qualche caso sono anche quelle di chi la starà ascoltando.

  • Emergere oggi nel mercato discografico è molto difficile e non esente dal superare molte difficoltà e situazioni scomode. Qual è stata la caratteristica che ti ha aiutato di più a distinguerti come artista e come donna?

C’è una cosa che spesso ha fatto da antidoto al trovarmi in situazioni troppo scomode e lontane da quel che sono: io all’inizio non pensavo di far diventare la musica il mio lavoro, non ho mai sognato il successo dei grandi numeri perché mi fa paura, e la musica non è TUTTA la mia vita. Ne è una parte consistente, molte esperienze del mio quotidiano confluiscono lì, ma non occupa tutto lo spazio della mia persona. Questo mi ha sempre reso più libera nel decidere di accettare o meno certi compromessi.

  • Un’artista narrativa che osserva l’esistente raccontandolo mai con banalità ma riscrivendo ciò che la circonda e immaginando mondi alternativi. Citando Schopenhauer “La musica è l’essenziale dell’uomo, il suo sguardo sul mondo”. Perché è così importante per te l’osservare e riscrivere tutto ciò che ti circonda a partire da elementi comuni e presenti nel nostro quotidiano?

Perché credo che si celi lì il miracolo dell’esistenza. Nella capacità di guardare il piccolo e lasciarsi stupire da esso, perché racchiude sempre un messaggio, una storia, una provocazione. Una storia che si dipana nella penombra di un vicolo, un oggetto insignificante che diventa simbolo, un gesto, le forme di un viso, possono smuovere e provocarci più del più grande spettacolo pirotecnico o cinematografico. Una vita passata senza osservare né accorgerci di quel che ci accade intorno sarebbe una serie interminabile di occasioni sprecate.

  • “L’isolamento non fa nascere nulla. Lì dove non c’è competizione ma c’è collaborazione si crea bellezza” così esordisci in un’intervista su RAI News. Disimparare a competere, imparare a collaborare sembra essere la via per un lavoro genuino che può arricchire. Secondo la tua esperienza, quanto può essere importante, soprattutto per i giovani, coltivare questi valori?

Credo sia importante per la qualità di vita di chiunque, imparare a collaborare e condividere le nostre risorse con quelle degli altri: un’abitudine che attiva circoli virtuosi di sostegno e arricchimento reciproco, di scambio di esperienze, reti di contatti e informazioni, cosa assolutamente preziosa nella complessità del mondo contemporaneo. Molte delle amicizie musicali che ho sparse per l’Italia sono nate in occasione di festival e premi: situazioni competitive che si sono trasformate in occasione di incontro e di condivisione, grazie allo spirito di chi vi partecipava. Sono rapporti che perdurano tuttora anche a distanza di molti anni. I media spingono in continuazione sulla sfera della competizione (pensiamo ai talent show musicali, ma anche alle sfide tra cuochi, pasticceri, designer, tatuatori e chi più ne ha più ne metta, ma anche a certe pubblicità), quando in realtà è sempre più difficile muoversi nella complessità del mondo con le sole informazioni a nostra disposizione e con le nostre sole forze, scontrandoci con gli altri. Paradossalmente, una rete di relazioni autentiche e leali tra colleghi (che qualcuno vorrebbe “rivali”) può davvero giovare a tutti.

  • Nelle tue canzoni protagonista è la metafora, figura che diviene un tutt’uno con la forza poetica presente nei tuoi brani. Quale significato assume per te l’utilizzo della metafora? Possiamo considerarla un mezzo attraverso il quale colui che ascolta ha la libertà di scegliere e interpretare?

E’ esattamente questo. Accostando nello stesso spazio elementi tratti da realtà anche molto lontane, la metafora ci permette di uscire dalla rigidità delle definizioni e degli aggettivi. La metafora condensa esperienze che sul piano logico non potrebbero coesistere, e così facendo ci offre la possibilità di intuire e comprendere quel che di noi è inspiegabile razionalmente, le nostre contraddizioni, i nostri misteri. Quando canto “io son papavero di ferrovia” non sto DEFINENDO me stessa. Sto dipingendo una realtà multiforme, un’esistenza in cui convivono fragilità e forza, disperazione e speranza, resa e resistenza, e in cui questa convivenza è percepita come assolutamente possibile e non contraddittoria. Ma soprattutto, sto permettendo a chi ascolta di farsi un’idea propria e libera su cosa questo significhi.

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  • Caravanbolero, il tuo ultimo album, altro non è il viaggio cui tutti noi siamo chiamati in parte a intraprendere nella vita, viaggio che mette a tema lo scorrere del tempo, il nostro rapporto con la natura, gli oggetti del nostro quotidiano e le grandi domande che caratterizzano il nostro vivere umano. Viaggio che dipinge un Paese che dovrebbe imparare ad amare e amarsi di più, magari partendo proprio dal basso. Perché secondo te oggi emerge questa forte necessità d’amore, di imparare ad amare?

Il bisogno di amore credo accompagni ogni essere vivente (non soltanto noi umani) fin dall’inizio della vita sulla terra. Quel che accade oggi, è che gli esseri umani hanno pensato di poter soddisfare questo bisogno con dei surrogati: il consumo, l’accumulo di beni di lusso, feste, viaggi, sport etc. : ci circondiamo di una quantità enorme di esperienze per non sentire che dentro abbiamo un vuoto profondo dovuto alla mancanza di relazioni vere e autentiche. Preferiamo consumare anche quelle, e sostituirle sistematicamente nel momento in cui ci mettono in discussione e portano a galla le nostre ombre. Perché la relazione comporta fatica, e pare che questa parola oggi sia vissuta come particolarmente ostile.

  • Io che d’amore non ho mai cantato, so che l’amore a volte va imparato e a volte si nasconde. Con le parole io ho sempre giocato, ora che ne ho bisogno io non ho fiato ed ogni sillaba muore”. Papavero di ferrovia, canzone d’amore per niente scontata, in cui l’arpeggio di chitarra rende molto bene l’immagine di un treno in corsa, per una relazione a distanza che avvolge e scombussola. Per te la donna insegna o impara l’amore?

Credo faccia entrambe le cose, così come l’uomo. L’amore si impara e costruisce in due a partire dalla diversità che ci contraddistingue, nel momento in cui ci si spoglia delle maschere e si guarda dentro la zona d’ombra dell’altro. Sono convinta che ciascuno di noi abbia una forma di saggezza ancestrale dentro, capace di manifestarsi nel momento dell’incontro. L’incontro delle nostre reciproche “saggezze”, e il contemporaneo incontro dei nostri demoni e delle nostre paure ci fanno imparare l’amore, e ce lo fanno insegnare. Che siamo donne o che siamo uomini.

  • In molte delle tue canzoni viene messo in evidenza il rapporto che lega l’uomo alla natura. Perché è molto importante che l’uomo recuperi e costruisca un rapporto sano con la natura?

Perché è la nostra mamma. Perché anche se la tecnologia e il progresso tendono a farcelo dimenticare, siamo e restiamo prima di tutto animali, con delle pulsioni fisiche, delle emozioni (che hanno radici antichissime nel nostro passato pre homo-erectus), un bisogno di contatto fisico e spiritualità. Sono certa che passare gran parte della nostra giornata in ambienti asettici sotto le luci al neon, tra pareti di cartongesso e pavimenti di plastica sia estremamente dannoso per la nostra vita e a lungo andare ci renda più deboli e tristi. Per questo quando camminiamo scalzi sull’erba, ci arrampichiamo su un albero, accarezziamo un animale o anche solo ci abbracciamo siamo felici: perché ricontattiamo una parte essenziale di noi.

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  • Nietzsche diceva che senza la musica la vita sarebbe un errore; concordi con questa affermazione?

Come potrei non essere d’accordo! L’uomo nasce con la musica in corpo, dal primo battito di tamburo alla sinfonia più sublime, l’uomo cerca se stesso e il senso delle cose attraverso il suono. La musica è indomabile, può raggiungere vette di beatitudine, scendere all’inferno, curarci come medicina e colpirci come il più affilato dei pugnali. Ha le sue regole ma spesso le viola e le trascende. Non è vincolata alla materia, e perciò può giocare con la realtà come nessun’altra forma d’arte. E’ in grado di descrivere la complessità dell’esperienza umana senza astrazioni razionali o psicologiche, in tutta la sua contraddittorietà, e perciò di farci esplorare il mondo e noi stessi senza giudizio, in piena libertà.

  • Platone diceva che la musica è una legge morale che dà un’anima all’universo, le ali al pensiero, uno slancio all’immaginazione, un fascino alla tristezza, un impulso alla gaiezza, e la vita a tutte le cose. Questa visione potrebbe avvicinarsi molto alle tue canzoni e ai tuoi testi ma sempre meno al panorama italiano musicale dove dominano sempre di più canzoni con testi superficiali e scontati. Cosa pensi di questa situazione?

Non dobbiamo fare affidamento a ciò che si ascolta nelle radio commerciali e nei programmi di massa. Quella è musica asservita al sistema commerciale, è “musica per vendere”, la gran parte delle volte fatta a tavolino per essere comprensibile ed orecchiabile al primo ascolto, consumata in fretta e poi dimenticata. Attualmente c’è un sacco di buona musica prodotta e suonata, ma bisogna andare a cercarla, nel sottobosco dei cantautori e dei gruppi indipendenti, lontani dalle logiche della grande industria discografica. Purtroppo la grande distribuzione sta investendo sempre più su musica scadente, questo è un dato di fatto, e il motivo è a mio parere ovvio: più la gente verrà anestetizzata con canzoni dalle tematiche futili e da suoni familiari e già sentiti, più continuerà a farsi vivere senza mettere in discussione il sistema di consumo in cui è immerso. Il web può costituire un’occasione per contrastare questo fenomeno: il singolo ha la possibilità di scegliere (grazie a youtube anche senza alcun costo) tra le infinite possibilità che la rete offre. Quanto questa facoltà di scelta venga effettivamente esercitata, dipende ovviamente da quanto la persona è stata allenata e spronata a cercare al di là di ciò che gli viene proposto… e qui si va al punto essenziale e spinoso: l’educazione musicale a scuola… come viene effettuata? Cosa si insegna ai ragazzi? Purtroppo siamo ancora molto indietro su questo fronte.

  • Secondi alcuni pensatori Filosofia e Musica si rincorrono: da una parte il tentativo filosofico di svelare l’indicibile e di oltrepassare l’ordinarietà del discorso, dall’altra parte la Musica che tenta di sganciarsi dal suo ridursi a ornamento o divertimento, mostrandosi invece come un concetto in forma di suono, come un pensiero che non può essere interpretato nella forma del discorso logico. A tuo parere potremmo considerare la Musica come una delle tante forme della Filosofia? Che cosa significa per te ‘fare musica’?

Sicuramente la musica è una forma di ricerca, e per questo direi di filosofia. E’ un tentativo di esprimere il mistero che ci circonda e che abbiamo dentro, di dare un senso alla nostra molteplicità, alla convivenza di tutti i frammenti che ci abitano e ci compongono. Per me fare musica è cercare di orientarmi nella complessità che mi abita, dare voce alle parti di me. La stessa cosa è per ciò che vedo e racconto all’esterno di me: storie dove non esistono buoni e cattivi, ma dove i protagonisti sono sia buoni che cattivi, o meglio, dove per raccontare smetto di usare queste categorie per calarmi nei panni di coloro che sto osservando, per provare a vedere la realtà attraverso i loro occhi. E’ questa la vera rivoluzione che la musica può fare, secondo me: avvicinarci all’altro, e alla parte altra di noi; avvicinare ciò che non vorremmo vedere, chi non vorremmo incrociare per strada, e guardarlo negli occhi. Perché alla fine potremmo ritrovarci noi stessi. E a questo punto ci sarebbe impossibile non aprire il cuore.

  • Ultima domanda, dedicata ai nostri lettori: cosa pensi della filosofia?

Credo che sia connaturata nell’essere umano. Che, a diversi livelli, ogni uomo in fondo faccia della filosofia nel momento in cui smette di vivere passivamente ciò che gli viene proposto, e comincia a riflettere sul senso del suo esistere qui ed ora.

La filosofia oggi è rivoluzionaria: è rivoluzionario smettere di farsi vivere e formulare un proprio pensiero sulle cose, informarsi, cercare una propria personale chiave di lettura della realtà, perseguire una strada che si sente propria. Per questo credo che mai come oggi sia fondamentale recuperare una dimensione filosofica dell’esistenza, per smettere di essere pedine del gioco di qualcun altro (che attraverso i media ci manipola e controlla) e cominciare a vivere in prima persona.

 

Mi piace pensare ad Erica come una grande artista completa; oggi di artisti e musicisti così se ne vedono e sentono pochi. Non parlo solo del timbro musicale, che può piacere o meno, ma della ricerca, dello studio e di quell’insieme di sentimenti, emozioni e desideri che si celano dietro alle sue canzoni.

Al centro delle sue canzoni siamo tutti noi, abitanti di un realtà complessa della quale non possediamo le chiavi di lettura; troppo impegnati a correre contro il tempo siamo diventati attori ciechi e fragili, incapaci di apprezzare e godere ciò che ci viene offerto.

La musica di Erica ci pone davanti ad una sfida: mettere a nudo ciò che ci circonda e mettere noi stessi nella condizione di dover affrontare questa grande complessità che è l’esistenza; trovare e dare un senso a ciò che facciamo, viviamo e esperiamo: non è questa la Filosofia?
Una Filosofia che abbraccia non solo note e accordi, ma abbraccia ogni singola parola dei testi di Erica, parole non casuali e mai banali, parole che riacquistano il loro significato forte, parole che descrivono la nostra contraddittorietà con una sincerità e libertà tali da farci esplorare il mondo con occhi diversi.

La musica non è vincolata alla materia, perciò può giocare con la realtà come nessun’altra forma d’arte.” Così Erica mi descrive l’essenza della musica, della sua musica, come se la natura della musica fosse delle tutto svincolata da schemi logico-razionali e pertanto capace di trascendere ciò che invece caratterizza la nostra esistenza.
Canzoni e testi che diventano grandi metafore dei nostri bisogni più puri e genuini, dei nostri bisogni più profondi, permettendo di riscoprire la semplicità e la ricchezza di ciò che ci circonda. Una musica e un’artista che vogliono dar voce all’esistenza, senza troppi schemi e definizioni, ma semplicemente recuperando il senso e significato dell’essere attori vivi e liberi della nostra vita.

Elena Casagrande

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[fotografie di Raffaella Vismara]

Conformismo democratico: un dialogo tra A. Tocqueville e H. Arendt

Hannah Arendt, nella sua lunga riflessione, è sempre tornata sulle pagine di Alexis Tocqueville, tanto che potrebbe essere considerata vera erede del pensatore normanno. Pur potendo parlare di continuità di pensiero, visti i continui rimandi ai testi di Tocqueville da parte della Arendt, è utile quanto necessario un autentico confronto non solo tra i punti di contatto ma anche tra le differenze delle due prospettive. Dobbiamo tener conto infatti, che tra i due Autori vi è un contesto storico, sociale e intellettuale molto diverso.

Tocqueville aveva ben intuito quei dilemmi interni della società moderna, che secondo la Arendt, hanno poi trovato la loro massima espressione nel fenomeno totalitario. Se consideriamo poi le riflessioni circa la civiltà di massa che la Arendt delinea in Vita Activa, il richiamo a Tocqueville è evidente: egli aveva messo in evidenza infatti le trasformazioni antropologiche del cittadino democratico verso un universale livellamento dell’assetto egualitario e di conseguenza, l’inabissarsi del singolo verso una folla piatta. Siamo di fronte a un processo di de-individualizzazione che tocca sia l’uomo-eguale quanto l’uomo-massa arendtiano.

Hannah Arendt riconosce a Tocqueville il merito di aver individuato nell’uguaglianza dei moderni l’origine del conformismo della società moderna. Se per Tocqueville la massificazione, cui è sottoposto il cittadino americano, si realizza nel momento in cui l’uomo-eguale si abbandona al potere della maggioranza, per Hannah Arendt il livellamento dell’uomo-massa è rintracciabile all’interno di quel processo omologante che è emerso a partire da un individuo che non è più in grado di distinguere l’oikos dall’agorà e concentra tutta la propria esistenza attorno al labor, dove ciascun individuo altro non è che un semplice ingranaggio nella grande macchina produttiva. Un conformismo comportamentale nato da un agire strumentale standardizzato, che sfocia nella totale spersonalizzazione dell’individuo, il quale, spogliato di ogni tratto distintivo, è privato di quella dimensione intersoggettiva dell’in-fra in cui poter comunicare e relazionarsi. In Vita Activa così scrive Hannah Arendt:

«ciò che rende la società di massa così difficile da sopportare, non è, almeno non lo è principalmente, il numero delle persone implicate, ma il fatto che il mondo che sta tra loro ha perduto il potere di riunirle insieme, di metterle in relazione e di separarle»1.

I due pensatori concordano sul delinearsi di un nuovo ordine sociale composto da individui eguali ma isolati l’uno dall’altro, individui interessati solamente al perseguimento di una felicità privata e non più interessati a quella felicità pubblica di cui parlava la Arendt, ovvero di quella felicità coincidente con la partecipazione alla vita politica, una partecipazione che però va intesa come azione diretta al potere politico. Leggiamo così:

«perché felicità pubblica significava una partecipazione al governo degli affari, cioè al potere pubblico, in quanto distinto dal diritto, generalmente riconosciuto, di essere protetti dal governo persino contro il potere pubblico»2.

Visione comune è questo graduale inabissarsi dell’agire politico in epoca moderna. Ciò che è andato perso è quella capacità umana di agire e dialogare in uno spazio condiviso da una pluralità di individui diversi3. Solamente all’interno di uno spazio pubblico l’individuo può mostrare la propria unicità; così «la politica – ripensata e ri-immaginata a partire dalla suggestioni antiche, ma non esclusivamente aderente a esse – non è altro che lo spazio/tempo in cui la pluralità può mostrarsi»4. La ricerca di uno spazio politico nuovo dove il pluralismo possa dar vita a una nuova libertà degli antichi5, è ciò che lega il pensiero di Hannah Arendt al liberalismo di Tocqueville.

 

Elena Casagrande

 

NOTE
1. H. Arendt, Vita Activa, Bompiani, Milano 1964, p. 59.
2. H. Arendt, L’azione e «la ricerca della felicità», p. 345
3. O. Guaraldo, Hannah Arendt: la politica come libertà, in Quaderni laici, n.7, 2012, p.99
4. Ivi, p.103
5. Rifierimento a B. Costant, La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni, Einaudi, Torino, 2005.

Tra identità virtuale e digitale: un soggetto fluido

Nell’era della grande rivoluzione digitale e della pervasività delle diverse tecnologia, l’uomo ha modificato non solo la percezione della realtà in cui vive ma anche l’essenza stessa di ciò che lo caratterizza: la proprio identità. Identità che viene riscritta davanti ad uno schermo di un computer, riposizionata nella fitta rete di relazioni virtuali e soggetta costantemente al grande divenire delle dinamiche del web.
Internet è diventato il luogo per eccellenza della nostra immaginazione, luogo in cui molteplici realtà parallele si intrecciano e dove la nostra identità perde la proprio fisicità per acquistare fluidità.
Se per Charles Taylor, filosofo canadese il cui pensiero si è concentrato in particolare sulla genealogia del ‘sé moderno’, l’identità dovrebbe indicare “la visione che una persona ha di quello che è, delle proprie caratteristiche fondamentali, che la definiscono come essere umano” e soprattutto denoterebbe “un’esperienza individuale che non può mai essere completamente scissa da quella sociale”, dobbiamo ammettere una nuova forma di socialità: quella digitale.
Parlare di identità digitale e identità virtuale sono due cose completamente diverse e molto spesso si usa l’una per indicare l’altra; possiamo intende l’identità virtuale come quell’identità potenziale, possibile e immaginaria che però non ha manifestazione concreta, mentre l’identità digitale è il risultato delle informazioni e risorse concesse da un sistema informativo, in poche parole è l’identità che un utente delle rete determina utilizzando siti internet e social network.
Chiaramente con il diffondersi dei social network è avvenuta una vera e propria rivoluzione dell’identità online, rendendo predominante quella digitale su quella virtuale.
Un’identità che ora può essere confermata o smentita da un vasto pubblico, con un semplice like o con un commento; un’identità che risulta allo stesso tempo pubblica e privata, esposta e nascosta insieme, reale ma anche finta, dove i soggetti possono scegliere diversi modi con i quali esprimersi e interagire con altri soggetti.

Se accettiamo l’idea che l’identità non sia qualcosa di dato per sempre ma un processo, ecco che le nuove configurazioni sociali ci spingono a dover definire con nuovi strumenti e nuove visioni quel che noi siamo e sentiamo di essere1 .

Queste identità, nate dall’interazione uomo-macchina danno vita ad un nuovo soggetto la cui essenza ora si manifesta frammentata e molto più complessa. Questo ‘soggetto virtuale’ appare disseminato nella rete, capace anche di non distinguere più la realtà dalla virtualità, mosso dal forte desiderio di poter diventar altro da Sé.
Questo diventare qualcos’altro diventa possibile proprio nelle fitta rete del Web: il soggetto ha la possibilità di poter sperimentare un se stesso diverso, di poter relazionarsi in modo diverso e quindi allontanarsi più che mai dalla realtà alla quale è legato.
È veramente possibile abbandonare il nostro legame con la realtà? O nonostante questa gratificazione nel diventar altro rimaniamo comunque legati all’identità reale di partenza?
Una cosa è chiara: i computer e il web consentono una libertà smisurata, con le loro infinite possibilità di mutamento, manipolazione, ricomposizione e adattamento; consentono all’utente di essere allo stesso tempo unico ma anche molteplice. Ciò che è importante è l’esser consapevoli dell’utilizzo che facciamo della rete e dei social network, saper trovare la giusta misura tra il digitale e la realtà.

Viviamo nei cervelli l’uno dell’altro, come voci, immagini, parole sullo schermo. (…) Siamo personalità multiple e ci comprendiamo a vicenda2.

Elena Casagrande
NOTE:
1 cit. E. Petrassi, Bentrovati. Nel cyberspazio!.
2 Cit. da S. Turkle, La vita sullo schermo. Nuove identità e relazioni sociali
nell’epoca di Internet
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Günter Grass: tra la razionalità delle parole e la passionalità

Ieri mattina si è spento all’età di 87 anni, lo scrittore tedesco e drammaturgo Günter Grass, Nobel per la letteratura nel 1999.

Con lui ci ha lasciato un intellettuale controverso, scomodo forse nel senso pieno del termine che per molto tempo è stato considerato la ‘coscienza morale’ di una Germania che era chiamata a fare i conti con il proprio passato. Ci lascia colui che ha fatto della propria esistenza una battaglia morale contro l’oblio del passato nazista e delle sue colpe, lottando contro la rimozione della memoria.

Non solo uno scrittore ma anche pittore, grafico e sculture, autore del più importante romanzo tedesco del dopoguerra: Il tamburo di latta, inserito insieme a Gatto e topo e Anni di cani nella Danzige Trilogie (Trilogia di Danzica) nella quale Grass, a partire dai ricordi d’infanzia nella sua città Natale, rileggeva la storia tedesca, osteggiando quella “fuga dalla storia” esplicitata dalla teoria dell’anno zero, o meglio teoria dell’ora zero, che prevedeva l’annullamento dell’esperienza di terrore che era ancora presente nelle loro menti. Così scriveva in un suo passo: «Si cercava di dare alla fine del ter­rore il signi­fi­cato di ora zero, come se si potesse rico­min­ciare tutto da capo, come se bastasse rimuo­vere le mace­rie, come se fosse con­sen­tito cavar­sela impuniti».

Scoppiò poi lo scandalo, nel 2006, quando Grass confessò nel suo libro Sbucciando una cipolla e un’intervista, di aver fatto parte della Waffen SS, arruolandosi a 17 anni. Molti si chiedono perché, per oltre 60 anni, sia rimasto in silenzio su quella che potremmo considerare l’esperienza più importante della sua vita. Quello che è certo, è che Grass ha cercato per tutta la vita di emendarsi da quell’errore, sia attraverso i suoi libri sia attraverso il suo attivo impegno politico come militante. Nell’intervista del 2009 dell’Espresso, in riferimento al perché della scelta di parlare della sua reale esperienza solo in tarda età, Grass così dichiara:

«dovevo diventare vecchio per poter rivivere la mia biografia. Solo ottantenne mi è stato possibile rivedermi ragazzino di 14, 15 anni».

Aldilà della questione del suo arruolamento al nazismo, Günter Grass fu uno di quegli autori che non ebbe paura di esporre i suoi testi e metterli al confronto con coloro invece che volevo nascondere e occultavano le atrocità del nazismo. Noi vogliamo ricordarlo con queste parole:

la società ha bisogno di una letteratura che si immischi nei discorsi quotidiani, che faccia vedere senza pietà i misfatti dei potenti e mostri ai giovani i limiti delle utopie radicali. C’è sempre bisogno dell’arte che, come Oskar col suo tamburo, svegli le coscienze intorpidite”

Elena Casagrande

[immagini tratte da Google Immagini]