Quando l’arte si fa esperienza: la percezione come strumento d’indagine

Qualche giorno fa l’associazione TRA – Treviso Ricerca Arte ha ospitato il collettivo [I] Experience, con la sua performance artistica a 360 gradi. Un progetto complesso e ben strutturato che consiste nell’ascolto attraverso cuffie in modalità binaurale di una sinfonia rock, eseguita live da quattro musicisti e una cantante. Nelle pause tra un brano e l’altro, immerso nel silenzio ovattato delle cuffie, lo spettatore ha la possibilità di seguire sul proprio smartphone o tablet un testo che scorre. La musica è inoltre accompagnata da una visual dai toni psichedelici ed evocativi.

Un’esperienza completa, che invita all’osservazione, all’ascolto e alla rielaborazione degli input narrativi offerti dalla storia che si svolge sullo schermo. Il ritmo della performance è quindi dettato dal respiro della protagonista del racconto: una ragazza con problemi di dipendenza, solitudine e paranoia.the-experience-2_tra_la-chiave-di-sophia

Lo spettacolo ci offre, dunque, uno sguardo sul fenomeno sociale dei giovani hikikomori, particolarmente grave in Giappone, che consiste nella progressiva alienazione volontaria dalla realtà e spesso si conclude con suicidi collettivi.

Emerge un’intenzione di indagine che definirei quasi scientifica e sociologica. Le modalità proprie della fruizione ci trasportano nella dimensione emozionale di un hikikomori: l’interiorità di cui la musica si fa espressione, non coincide infatti con gli input esterni.

Un concerto che dovrebbe essere vissuto collettivamente diventa così una sinfonia intima e privata. Ci troviamo a vivere un’esperienza in solitudine, anche se all’interno di uno spazio pubblico e seduti tra la moltitudine: al di fuori di noi c’è solo silenzio e persone riparate dalle cuffie.

Parole quindi che riflettono la musica, che a sua volta restituisce le emozioni del racconto, o almeno quelle che ognuno può elaborare secondo la sua personale lettura. La propria emotività si trasforma in uno scudo, un rifugio nel quale è dolce ripararsi e ad un certo punto conveniente.

Un circolo vizioso e ipnotico, uno stato che tra l’altro si riflette nelle proiezioni psichedeliche ed oniriche.the-experience-1_tra_la-chiave-di-sophia

L’esperienza artistica forse non può dare delle risposte certe, perché è soggettiva, ma d’altra parte aiuta ad elaborare domande. Chiedersi perché un ragazzo arrivi a diventare hikikomori non ci permette però di adottare la giusta prospettiva sul fenomeno. Le ragioni di questa patologia sono così profondamente radicate nel subconscio che risultano difficili da comprendere; inoltre questo tipo di sofferenza ha una natura totalmente personale ed è impossibile da condividere. Non a caso l’unica condivisione accettata dagli hikikomori è attraverso amicizie virtuali, scambi di parole mediate da una rigida tastiera e semmai addolcite con qualche emoticon.

Bisogna invece cambiare punto di vista e fermarsi a pensare come sia possibile percepire con i sensi strettamente canalizzati, o addirittura oscurati.

Credo sia questa la sfumatura più interessante sulla quale il progetto di [I] Experience ci porta a riflettere: d’altronde si tratta di partecipare ad un concerto ma ascoltando esclusivamente attraverso delle cuffie, che non permettono al suono esterno di entrare, e con lo sguardo concentrato su uno schermo, per cui le altre persone diventano invisibili.

La performance ci invita a sperimentare una sorta di isolamento percettivo, capace di creare universi fittizi, e, senza esprimere alcun giudizio, ad entrare in empatia con la protagonista. Per poi dimostrare, invece, che questa empatia per certi versi è illusoria, poiché ognuno è solo con se stesso. Emerge come il problema sia un’errata canalizzazione degli organi sensoriali: lo sguardo rivolto verso la propria interiorità resta così intrappolato in una paura da cui è difficile uscire e contro cui è impossibile opporsi.

Essenzialmente [I] Experience − che già nel logotipo del nome ci presenta una I (un io quindi) imprigionato tra parentesi − ci invita così a riappropriarci della nostra esperienza del mondo, di sentire al di fuori di noi, come reazione all’isolamento imposto durante il concerto.

Claudia Carbonari

Jannis Kounellis e il gusto classico dell’avanguardia

Lo scorso 16 febbraio è scomparso Jannis Kounellis, uno dei padri dell’arte povera e concettuale. Un artista che era entrato nella contemporaneità con grande spirito rivoluzionario, senza abbandonare però la necessità di una sostanza critica che desse sostegno all’azione artistica.
Kounellis lasciò ben presto il Pireo per arrivare a Roma nel 1956, a soli vent’anni, iniziando il suo percorso all’accademia di Belle Arti sotto l’influenza dell’informale Toti Scialoja, allora docente. Nel 1960 inaugura la sua prima mostra nella storica galleria La Tartaruga, cuore pulsante della vita artistica e intellettuale romana di quell’epoca.
Forse proprio per le sue radici greche era così profondamente legato alla storia della cultura occidentale. Si definiva un pittore della tradizione, nonostante fosse un fiero promotore della libertà comunicativa, che esprimeva attraverso un assemblaggio materico multisensoriale – libero ma mai casuale. E un attento conservatore delle tracce di una civiltà in declino, la nostra, nonostante fosse un rivoluzionario dell’arte.
Aderì da subito al gruppo dell’Arte Povera, sotto la guida di Germano Celant, ma fu sempre difficilmente inquadrabile dal punto di vista artistico: non era di certo partitario di una pittura figurativa, ma in fondo neanche di quella astratta, sebbene amasse molto Pollock. Del pittore americano ammirava l’espressività libera, che trascendeva dal soggettivismo per farsi carico di un’energia quasi ancestrale e profondamente umana nell’essenza. Non apprezzava invece Warhol, per la sua prospettiva cinica e negativa, che offriva una visione passiva e seriale di una realtà prettamente americana e non esportabile.

La sua ricerca artistica era indirizzata verso la sperimentazione, nel definire nuovi linguaggi poetici, sempre espressione di una tensione verso la modernità e rivelatrice del potere alchemico dei materiali.
Travi di ferro e sacchi di carbone, pappagalli, cavalli, caffè, grappa, olio (i prodotti della terra e del lavoro dell’uomo), quarti di bue sanguinanti, ma anche oggetti del quotidiano ed elementi del naturale, con Kounellis entrano nei musei e nelle gallerie. Tutti oggetti che appartengono alla Storia e alla realtà e che, così decontestualizzati, acquisiscono una loro drammaticità, diventando narratori della Storia stessa.

                kounellis_fuliggine                    kounellis_revolution

Kounellis continua un’azione di rottura rispetto alla tela, indagando i mezzi per uscire dal quadro e ponendosi, da questo punto di vista, in continuità con una ricerca artistica già avviata dalle Demoiselles d’Avignon di Picasso (1907), attraverso la frammentazione del soggetto e dello spazio rappresentato. Si inserisce così all’interno di tutta una generazione di artisti che negli anni Cinquanta-Sessanta scoprono i limiti dei confini e dell’ordine, per cercare di superarli, naturalmente attratti dall’altro.
Nella sua opera più famosa, con la quale nel 1969 inaugurò la galleria di Fabio Sargentini, 12 cavalli vennero legati all’interno degli spazi espositivi, come se si trattasse di stalle. Un’estremizzazione del collage in cui pezzi di realtà si inseriscono nello spazio di rappresentazione. Ma non era la provocazione quello a cui mirava l’artista – tralasciando i possibili dubbi sul valore etico di tale azione – al contrario, era un omaggio alla storia dell’arte. Il cavallo, epurato da possibili rielaborazioni stilistiche, viene presentato come archetipo puro. Un’opera che tra l’altro è stata riproposta nel 2015 all’interno della galleria di Gavin Brown a New York, e questo ci fa comprendere il valore ancora fortemente attuale della sua ricerca artistica.

kounellis_cavalli

Kounellis si è sempre considerato un pittore e, d’altronde, usava i materiali come colori: il nero del carbone e della fuliggine, il grigio dell’acciaio, il blu delle fiamme… Si definiva un artista sulla scia della tradizione, nel suo privilegiare uno stile ombroso, che considerava un segno espressivo tipico dei pittori italiani, e nel suo voler rappresentare la tragedia – canone classico per eccellenza – scolpendo con i neri e le ombre lo spazio.

«Io sono un pittore della tradizione. La mia logica è una logica da pittore. Il resto è difficile da definire. Un tempo esisteva un’arte tonale… il pittore era davanti al cavalletto e controllava le tonalità dei colori. Intendo Morandi e gli altri. Era, da un punto di vista poetico, crepuscolare. Era la borghesia che permetteva di vivere queste distanze. Ma il dopoguerra non è più crepuscolare, è molto più drammatico […]».

Ma questo non deve trarre in inganno, perché la sua visione era fondamentalmente ottimista: nella resa estetica del dramma vedeva la bellezza, ma era nell’idea progettuale che cercava la poesia. Proprio nella poesia Kounellis trova il senso dell’arte, o meglio del fare arte, d’altronde il termine greco poiesis significa inventare, creare.
La sua rappresentazione diventa un’esperienza sensoriale che mette l’uomo come fine ultimo dell’azione artistica. Qui sta il suo ottimismo di stampo umanista: l’uomo non può essere abbandonato a se stesso, ma va guidato per ricostruire un rapporto spontaneo con la natura e di consapevolezza con la realtà.
La continua connessione con la Storia, che Kounellis fa emergere nelle sue opere, ci fa riflettere sul valore della cultura e dell’essere umano in relazione al progresso. Il suo pensiero è sempre attuale: indagando la possibilità di ricongiungere natura e civiltà nella coscienza dell’uomo, Jannis Kounellis abbozza l’immagine di un nuovo umanesimo, in cui il valore del fare superi quello dell’apparenza.

Claudia Carbonari

[Immagini tratte da Google Immagini]

Musei formato famiglia: 10 mostre da vedere durante le vacanze

Questo articolo è dedicato ai veri protagonisti delle feste natalizie: i bambini.
Non dimentichiamoci – sopraffatti dal vortice affannoso dell’ansia da regali – che i bimbi sono in primo luogo esseri curiosi e affamati di nuove esperienze, e che il dono più prezioso che possiamo far loro è un po’ del nostro tempo.
Accompagniamoli in punta dei piedi alla scoperta dell’arte, della letteratura, della scienza, perché sono proprio queste esperienze condivise che restano nel ricordo una volta cresciuti, più di ogni altro giocattolo o regalo materiale.

Di seguito propongo quindi una breve selezione di mostre a livello nazionale con un’offerta didattica interessante, per il piacere di grandi e piccini.

the-art-of-the-brick_la-chiave-di-sophiaThe art of the brick
Milano. Fabbrica del Vapore. Fino al 29 gennaio 2017.

L’artista statunitense Nathan Sawaya – con le sue 85 opere realizzate con oltre un milione di mattoncini LEGO® – stimola a progettare, costruire, inventare nuove forme e soprattutto a credere nelle proprie capacità creative.   Una mostra che incanta bambini e adulti: dal dinosauro lungo oltre sei metri alla riproduzione della Sfinge e della Gioconda. L’associazione AdArtem propone attività per famiglie con bambini di 4-5 anni (Mattoncino su mattoncino viene su…un grande artista!), di 6-10 anni (L’arte non ha regole!) e per famiglie con adolescenti (Talenti in corso).
Per informazioni e prenotazioni sulle attività: www.adartem.it
Per informazioni sulla mostra: www.artofthebrick.it.

museo-storia-naturale-milano_la-chiave-di-sophiaOrigini, storie e segreti dei movimenti della Terra
Milano. Museo di Storia Naturale. Fino al 30 aprile 2017.

Per scoprire il nostro pianeta e cercare di capire gli eventi naturali che lo caratterizzano, ma è anche un’ottima occasione per riflettere insieme ai bambini sulla recente tragedia che ha colpito il Centro Italia.
La mostra offre un percorso ben strutturato tra immagini spettacolari, fotografie satellitari provenienti dalla NASA, diorami, simulazioni di tsunami, sismografi e strumentazioni antiche e moderne. Inoltre l’Associazione Didattica Museale organizza attività e visite guidate per famiglie, tra cui Quando la terra trema, per famiglie con bambini di 6-11 anni. Per informazioni e prenotazioni: www.assodidatticamuseale.it

mostra-basquiat-milano_la-chiave-di-sophiaJean-Michel Basquiat
Milano. Mudec – Museo delle Culture. Fino al 26 febbraio 2017.

Per confrontarsi con un grande protagonista dell’arte contemporanea e riflettere su temi delicati come quelli del razzismo e delle differenze culturali.
La mostra attraversa la breve ma intensa carriera di Basquiat, conclusasi con la sua morte prematura all’età di soli ventisette anni. Un artista che viene rapidamente assimilato dai bambini per il suo stile semplice e infantile, e per la derivazione dei suoi disegni dai cartoni animati, la cultura pop e i graffiti urbani.
Attività per famiglie a cura dell’Associazione AdArtem. Per informazioni e prenotazioni sulle attività: www.adartem.it.
Per informazioni sulla mostra: www.mudec.it/ita/jean-michel-basquiat.

escher-mostra-milano_la-chiave-di-sophiaEscher
Milano. Palazzo Reale. Fino al 22 gennaio 2017. 

Per divertirsi a scoprire la geometria e imparare che anche l’occhio può trarre in inganno.
La mostra accompagna lo spettatore in un viaggio all’interno dello sviluppo creativo dell’artista, a partire dalle radici stilistiche liberty, per poi soffermarsi sul suo amore per l’Italia e individuare nel viaggio a L’Alhambra e a Cordova l’origine di un’ossessione per le forme geometriche che Escher esprime attraverso le sue tassellature e creazioni di oggetti impossibili.
Attività didattiche a cura dell’associazione AdMaiora (www.admaiora.education/it/mostre-ed-eventi/escher). Per informazioni e prenotazioni: www.mostraescher.it

mostra-muba_la-chiave-di-sophiaVietato non toccare
Milano. MUBA – Museo dei Bambini. Fino al 26 marzo 2017.

Una grande mostra-gioco per bambini dai 2 ai 6 anni. Sula scia delle geniali intuizioni del lavoro di Bruno Munari, designer sempre attento ai bisogni dei più piccoli, la mostra si sviluppa secondo un percorso di gioco impostato sulla scoperta, la meraviglia, l’esperienza tattile e visiva, la sperimentazione e il fare. Si approfondiscono così quattro momenti di esperienza: Le Scatole della Meraviglia, Toccare con gli occhi e vedere con le mani, il gioco Più e Meno, il Prato dei Prelibri. La mostra prevede anche laboratori settimanali per i bambini più grandi (6-13 anni) e proposte formative dedicate agli adulti. Per informazioni: www.muba.it

dinosauri-mostra-padova_la-chiave-di-sophiaDinosauri. Giganti dall’Argentina
Padova. Centro Culturale San Gaetano. Fino al 26 febbraio 2017. 

Tutti i bambini vorrebbero un dinosauro in salotto: se per Natale non fate in tempo a procurarvene uno, ecco l’occasione ideale per avvicinare i più piccoli all’universo di queste incredibili creature. Si tratta di una delle più importanti mostre su territorio nazionale sull’evoluzione dei dinosauri, con reperti unici, provenienti da un territorio paleontologicamente ricco come l´Argentina. Tra le attività per famiglie con bambini: Buenas Noches Dino (caccia al tesoro tra i reperti in mostra) il sabato alle 20 e Bingo Dino (coi numeri sostituiti da immagini relative alla mostra) la domenica alle 16. Per informazioni: www.dinosauripadova.it

immagini-della-fantasia-sarmede_la-chiave-di-sophiaLe immagini della fantasia 34
Sarmede (TV). Casa della fantasia. Fino al 29 gennaio 2017.

Finalmente una mostra che saranno gli stessi bambini a spiegarvi, e che quindi consiglio a tutti gli adulti. Per ridare una lucidata al muscolo dell’immaginazione che, come si sa, con il tempo tende a diventare pigro.
Questa edizione accoglie una sezione speciale dedicata alle figure dal Cile, mentre l’ospite d’onore è Guido Scarabottolo, grafico e illustratore italiano le cui creazioni sono apparse in diverse mostre nazionali ed estere. Il corpus centrale della rassegna è Panorama, la sezione che raccoglie oltre 30 illustratori e libri dal mondo. E nella sezione Planetarium la bellezza della scultura neoclassica viene raccontata ai bambini attraverso le favole di Antonio Canova. Nei weekend laboratori e letture animate attendono le famiglie. Per informazioni: www.sarmedemostra.it

ariosto_mostra_ferrara_la-chiave-di-sophiaOrlando Furioso. 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi
Ferrara. Palazzo dei Diamanti. Fino al 29 gennaio.

L’immaginario dell’Ariosto, ricco di illusioni, dame, cavalieri e animali fantastici non può che incantare la mente dei bambini. È possibile partecipare ai laboratori didattici dove i bambini sono portati ad interagire con le tematiche proposte nell’esposizione, sollecitando alla partecipazione attiva e alla rielaborazione creativa. In occasione della mostra è stato inoltre presentato il libro di Luigi dal Cin e Pia Valentinis: Orlando Pazzo nel Magico Palazzo (Ferrara Arte Editore). Il racconto evoca con ironia l’universo cavalleresco esplorato nel Furioso riproponendo, in modo semplice e chiaro, il ritmo che caratterizza il poema e la preziosità stilistica delle ottave ariostesche. Accompagnano il testo le bellissime tavole di Pia Valentinis che, di volta in volta, interpretano i toni della narrazione con vivace originalità.

pinocchio-mostra-cinecitta_la-chiave-di-sophiaPinocchio a Cinecittà: Natale nel paese dei balocchi
Roma. Cinecittà. Fino all’8 gennaio 2016.

Ogni bambino prima o poi si identifica con Pinocchio. Per avventurarsi alla scoperta del mondo del celebre burattino, nato nel 1881 dalla mente creativa di Carlo Collodi, gli spazi espositivi di Cinecittà e l’area verde del Play Garden ospitano un ricco calendario di iniziative, esposizioni, proiezioni e laboratori.
Per informazioni: www.cinecittasimostra.it

sensi-unici-mostra-roma_la-chiave-di-sophiaSensi unici
Roma. Palazzo delle Esposizioni. Fino al 26 febbraio 2017.

Una mostra di libri e opere tattili per educare, risvegliare i sensi e imparare a percepire la realtà con occhi e mani nuove. Libri nazionali e internazionali, tavole materiche e operative, coinvolgono direttamente il pubblico grande e piccino nella lettura tattile dell’opera, per scoprire le potenzialità espressive e comunicative dei materiali. E’ previsto un ricco programma di laboratori per famiglie e bambini da 3 a 6 anni la domenica dalle 11 alle 13.
Per prenotazioni (consigliate): tel. +39 06 39967500. Per informazioni sulla mostra: www.palazzoesposizioni.it/categorie/mostra-sensi-unici

Claudia Carbonari

[Immagini tratte da Google Immagini]

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”

Oh rete d’astri, quanta meraviglia,
contro cui il guardo uccellino s’impiglia,
mi sono fatto ardito matematico
(e astrologo e filosofo astigmatico)
pur di cader nel fosso tenebroso

Pier Franco Uliana
Siderea arx mundi, De Bastiani, 2009.

Non so se sia stata la somma di una serie di casualità o una prolifica congiunzione degli astri che mi ha portata ultimamente a riflettere sul cosmo. C’è da dire anche che i fisici di questi tempi vanno di moda ed emerge un rinnovato interesse verso la ricerca e la scienza, la quale a sua volta si dimostra sempre più generosa nell’offrirci risposte o almeno nell’indirizzare le domande giuste.
Dopo la stimolante lettura delle Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi, 2014) di Carlo Rovelli – un prezioso libricino in grado di affascinare astrofili e non – e con la scusa di mettere alla prova tecnicamente la mia nuova macchina fotografica, mi ero decisa a fotografare le stelle, integrando il mio consueto peregrinaggio estivo con mete segnalate, dagli enti promotori del cosiddetto “turismo astronomico”, come buoni punti di osservazione.

Guardare il cielo stellato per distrarsi dalle brutture del mondo o per perdersi nella meraviglia dell’infinito è una possibile chiave di lettura, ma la sete di sapere è la più grande virtù dell’uomo e le stelle rappresentano le muse – in apparenza immobili e silenziose – che accompagnano colui che è desideroso di conoscere.
Esplorando gli astri l’umanità ha iniziato a smarrirsi rendendosi consapevole della sua piccolezza. Il dominio della tecnologia è solo l’illusione di avere ancora una posizione centrale nell’universo, ma d’altra parte i progressi della scienza non fanno che rimarcare la nostra imperfezione e impotenza.
Cercando di superare questa sua condizione fragile e mortale, l’uomo ha dato origine alla filosofia, alla religione e all’arte.
Ma forse è proprio questa imperfezione che ci fa sentire più vicini al cosmo e tutt’uno con l’universo, concetto che il fisico Guido Tonelli – protagonista insieme a Fabiola Gianotti della scoperta del bosone di Higgs – spiega nel suo illuminante libro La nascita imperfetta delle cose (Rizzoli, 2016): ­«la forma delle cose nasce dall’imperfezione che ha rotto la simmetria delle origini». Da questo minuscolo difetto abbiamo avuto inizio anche noi.

Se però analizziamo da un punto di vista etimologico la parola cosmo, vediamo come non ci sia nessun riferimento all’imperfezione, anzi, essa deriva dal greco κόσμος (kósmos) che significa “ordine”; la filosofia stessa è nata con la cosmologia (kósmos e lógos, quindi discorso sull’ordine) nel tentativo di decifrare l’armonia del reale.
C’è voluto parecchio tempo perché il pensiero umano imparasse ad apprezzare anche la disarmonia e l’errore e l’arte ben esemplifica questo percorso. Pensiamo alla bellissima volta celeste di Giotto, nella Cappella degli Scrovegni di Padova, il cielo stellato che il pittore rappresenta agli inizi del XIV secolo è una metafora dell’ordine dell’universo, un universo meraviglioso e perfetto perché si identifica con Dio. Ma di certo i cieli più emotivamente impattanti della storia dell’arte sono i notturni stellati di Van Gogh, c’è qualcosa di stridente in queste rappresentazioni che paradossalmente le rendono più comprensibili, più umane, o meglio ancora più reali, nonostante non vi sia nulla di naturalistico in esse.

Van Gogh, Notte stellata - La chiave di Sophia

Vincent Van Gogh, “Notte stellata”, 1889

Tra Giotto e il pittore olandese passano ben sei secoli, molti cieli sono stati dipinti, sognati e immaginati in questo lungo periodo: gli astri celesti hanno ispirato artisti, poeti, viaggiatori, scienziati.
Penso per esempio all’Ariosto e alla sua dote visionaria che lo renderà capace di immaginare il primo viaggio dell’uomo sulla Luna. Nell’Orlando Furioso questa viene descritta come una sfera di immacolato acciaio, in conformità con l’incorruttibilità aristotelica dei cieli, ed è anche il luogo dove ritrovare la ragione perduta sulla Terra. Ariosto rende quindi omaggio all’ordine che regola la sua epoca, ma il suo potere immaginifico è lo sguardo anticipatore dell’arte.
Restando in tema, segnalo la mostra che qualche anno fa è stata allestita a Ferrara (Palazzo dei Diamanti) per celebrare i 500 anni dalla prima edizione dell’Orlando Furioso stampato proprio in questa città. Per comprendere un visionario bisogna sempre chiedersi cosa egli veda chiudendo gli occhi, ed è questo l’interessante punto di vista proposto dai due curatori che invitano ad entrare nell’universo dell’immaginario ariostesco.

Contemporaneo dell’Ariosto, Copernico scrive il suo De revolutionibus orbium coelestium nel 1512, mentre Galileo inventerà il telescopio nel 1609, quasi un secolo dopo il poema cavalleresco.
È evidente come ogni rivoluzione necessiti sempre del suo bardo: la poesia è utile alla scienza perché ha la sensibilità e l’intuizione di mescolare la materia senza limiti fisici e creare corrispondenze sensoriali in grado di ispirare le menti più acute.
Qualche settimana fa sono venuta a conoscenza (sempre per casualità o per disposizione astrale) del progetto Sentire le stelle, realizzato dal compositore Francesco Rampichini. Questo è costituito da un’interfaccia digitale in cui spostando il mouse è possibile ascoltare la mappa di una costellazione o di una sua singola stella, individuandone posizione e magnitudine attraverso il rapporto delle intensità luce/suono.
Ecco le corrispondenze a cui accennavo prima, interessante notare che questa ricerca ha anche una base linguistica: in sanscrito, antica lingua indoeuropea da cui provengono molti nostri vocaboli, suono si dice svara e luce si dice svar, i due termini hanno la stessa radice fonetica (che accomuna anche la parola sole).
La luce diventa quindi suono, le stelle ci parlano, il cosmo è vivo e comunica, non è solo un velo dipinto.

Nel libro di Rovelli che citavo inizialmente, l’autore ci spiega come il saper vedere e il saper ascoltare siano fondamentali non solo per il progredire della scienza, ma anche per comprendere meglio il nostro ruolo come essere umani: «noi siamo fatti della stessa polvere di stelle di cui sono fatte le cose e sia quando siamo immersi nel dolore sia quando ridiamo e risplende la gioia, non facciamo che essere quello che non possiamo che essere: una parte del nostro mondo». Capire questo, significa anche adottare un comportamento di rispetto e di cura nei confronti del pianeta che ci ospita.

Per concludere: quest’estate mi sono fermata a osservar le stelle ma no, non sono riuscita a fare le foto che mi ero proposta. In compenso ho pensato al genio rivoluzionario di Copernico, all’ “oscuro labirinto” dell’universo che Galileo s’impose cocciutamente di decifrare e ad Astolfo che andò a cercare il senno di Orlando sulla Luna. Ma anche alle menti avide di sapere che si sono susseguite nei secoli fino ad oggi donandosi completamente alla scienza e all’emozione dell’animo sensibile dell’artista che guarda il cielo stellato.
Con un brivido ho sentito quanto l’umanità possa essere splendente anche nella sua naturale limitatezza, un potenziale che passa in secondo piano se si pensa alla stupidità e all’insensatezza diffuse nel mondo attuale.

Spero quindi che Dante avesse ragione in quell’ultimo verso del suo Inferno, spero che questo (ri)veder le stelle ci indichi adesso un nuovo cammino di luce e di conoscenza, dandoci il giusto grado di speranza per renderci migliori.

Dorè, Incisione per Divina Commedia - La chiave di Sophia

Gustave Doré, incisione per la “Divina Commedia”, 1857

 

Claudia Carbonari

 

[Immagini tratte da Google Immagini]

lot-sopra_banner-abbonamento2021

Lo sguardo dell’arte come strumento di analisi e problematizzazione dell’attualità

L’arte anticipa i cambiamenti, comunica con la coscienza collettiva, apre gli occhi, scuote. Chiama alla partecipazione, muove le masse e fa parlare, nel bene e nel male. Se diventiamo consapevoli e se impariamo a distinguere il discorso sul contenuto da quello sulla forma, essa diventa un’indispensabile chiave di lettura della realtà.

Viviamo un momento storico in cui parlare d’arte e cultura sembra superfluo: il terrorismo, l’instabilità dell’Europa, la situazione complessa del Medio Oriente, ecc. Dopo una lunga incertezza su come scrivere questo articolo – qualsiasi cosa sembrava fuori luogo – ho pensato che è proprio in un momento di disorientamento e insicurezza come quello attuale che si deve parlare di cultura.

In particolare in questi giorni, la situazione politica della Turchia è al centro dell’attenzione internazionale, il tentativo di colpo di Stato e le successive misure attuate dal presidente Recep Tayyip Erdoğan hanno aperto un dibattito sul reale valore della democrazia di cui il governo turco si fa promotore.

In questo contesto può l’arte aprire un discorso di approfondimento sull’attualità? Può trovare una sua finalità nel cercare di spiegare il reale e di dare una prospettiva differente?

La libertà d’espressione ci dà la misura dello stato di salute della democrazia di un paese, ed è proprio in terreno artistico che vanno cercati i primi segnali di una società malata, di un autoritarismo crescente, di un’atrofizzazione dei valori collettivi.

In particolare l’arte pubblica, che irrompe nelle strade, è un potente strumento di consolidamento del sentimento collettivo, ma anche di critica. L’arte si fa politica nel vero senso del termine, entra nella polis e si rivolge direttamente ad essa.

Penso quindi all’opera degli artisti attivisti Pixel Helper che nel maggio scorso ha fatto scandalo a Berlino: il volto del presidente turco Erdoğan accostato a quello di Hitler, entrambi proiettati sulla parete dell’ambasciata turca. Un messaggio forte, estremo, di critica non solo nei confronti della politica turca ma anche contro l’atteggiamento condiscendente di quella tedesca nel sostenerla.

Arte come sguardo all'attualità - La chiave di Sophia

Il gruppo di artisti ha spiegato la sua azione con queste parole:

«A scuola gli insegnanti ci hanno sempre avvisato del pericolo di quel piccolo uomo con i baffetti che, prima, giunse al potere democraticamente, poi iniziò ad arrestare gli oppositori, poi cambiò la Costituzione per perseguitare le minoranze religiose. A quei tempi, tutti gli stati confinanti hanno continuato a trattare con questo signore, perché, pensavano, con certi demagoghi si possono fare affari. Vabbè… per fortuna qualcosa del genere oggi non succederebbe mai. PER FORTUNA! Oggi abbiamo tutti imparato dalla storia, e con i despoti NESSUNO fa più accordi…»

Per quanto radicale il messaggio è chiaro, immediato: “Gente prestate attenzione, la storia può ripetersi”.

E considerando i fatti attuali quest’opera acquista un senso più lucido, l’arte ha la capacità predittiva dell’intuito ed è per questo motivo che è utile ascoltare quello che ha da dirci.

Nel 2007 l’artista Ferhat Özgür con la sua sua opera I Love You 301 espone per le strade di Istanbul l’articolo 301 del codice penale turco, che prevede l’incarcerazione per chiunque offenda pubblicamente lo Stato e i suoi organi. Ad oggi sono passati nove anni e sorge il dubbio che Özgür possa ripetere un’azione del genere.

Arte come sguardo all'attualità - La chiave di Sophia

Aprire gli occhi sulla realtà sembra l’atto più radicale che l’arte possa compiere oggi, la prospettiva amplificata che gli artisti ci possono offrire è fondamentale, indifferentemente dalle nostre posizioni, perché spesso l’informazione non è sufficiente.

Non per forza l’arte deve essere sovversiva: spesso la realtà viene solo suggerita e il messaggio è altrettanto potente. Durante la 14° Biennale di Istanbul, conclusasi nel novembre 2015, l’installazione The Closet dell’artista Hale Tenger si presenta come una riflessione sul buio periodo di dittatura che seguì il colpo di Stato in Turchia nel 1980: tre stanze nelle quali vediamo un tavolo perfettamente apparecchiato, i libri di grammatica aperti sulla scrivania, sentiamo il profumo della cena, l’ambiente è ordinato e domestico. La radio accesa manda in onda la cronaca di una partita che viene interrotta puntualmente dal messaggio “terroristi arrestati, catturati, uccisi”. Ma la casa è completamente vuota e quello che si diffonde è un senso di inquietudine, perché qualcosa è successo in quella casa. È il 1980? È casa nostra? È adesso?

Attraverso l’arte ci viene offerto un prezioso strumento di lettura della realtà sociale e culturale che ci circonda. Poiché l’immagine è immediata ed è in grado di esprimere sentimenti collettivi attraverso un processo di empatia e condivisione, lo spettatore è portato a partecipare attraverso la riflessione e all’elaborazione del messaggio. Se l’artista crea l’opera, chi la percepisce la rende viva.

D’altronde noi in quanto pubblico dobbiamo pretendere che il messaggio dell’arte sia un’espressione di verità, non possiamo concederle il lusso di essere superficiale.

Prendiamo ad esempio l’artista Christo, che con le sue Floating Piers è rimasto al centro dell’attenzione mediatica per settimane, e che ha acceso i riflettori sulla partecipazione massiva all’opera d’arte. O più che altro, sul contemporaneo e viscerale bisogno umano – frutto di una lunga evoluzione – di esserci per esserci, e poi condividere la foto sui social. Milioni di foto, tutte uguali.

Christo ha detto di essere molto soddisfatto di aver permesso a tutti di vivere l’esperienza di camminare sulle acque del Lago d’Iseo e di vivere quell’istante come unico, ma non chiediamo ai 1,2 milioni di visitatori il senso di questa partecipazione, perché accalcati sopra le passerelle probabilmente era davvero difficile capirlo. E in fin dei conti ci ha detto davvero qualcosa quest’opera? O il suo significato è rimasto limitato nell’ambito dell’evento mondano?

In quanto spettatori dobbiamo essere curiosi, sempre, ma anche chiederci se l’occasione che l’opera d’arte ci offre di diventare partecipi di un progetto ci permette di condividere riflessioni e sentimenti profondi, complessi, archetipi culturali in cui riconoscere la nostra identità. L’arte ludica esiste e va benissimo, ma forse andrebbe ridimensionata l’attenzione che le rivolgiamo.

L’attentato di Nizza della settimana scorsa ha nuovamente fatto irrompere con prepotenza l’orrore nella nostra quotidianità. Per quanto si sia detto successivamente attraverso i media, credo che l’immagine del David di Michelangelo nero disteso in Piazza della Repubblica a Firenze sia riuscito ad esprimere più di mille parole.

Arte come sguardo all'attualità - La chiave di Sophia

Un’immagine che colpisce direttamente ognuno di noi con il suo messaggio di perdita e lutto, una messa in discussione della nostra civiltà che non ha identità politica nel suo manifestarsi fragile e decadente, nessuno ne è immune.

L’arte è un dibattito aperto e continuo, teniamone conto in quest’epoca di opinionisti, forse meriterebbe più spazio.

Claudia Carbonari

[Immagini tratte da Google Immagini]

La vera meraviglia del viaggio? Lo spaesamento

Caminante, no hay camino,
se hace camino al andar  

(A. Machado)

L’inquietudine del viaggio accompagna lo spirito umano da sempre, esprime un desiderio e una necessità spesso difficili da reprimere. È un pensiero che si radica in punta dei piedi dentro la nostra testa e piano piano prende forza, la bella stagione, la brezza estiva, le serate in giardino, di certo aiutano.

Viaggiare – anche la vacanza più scontata-  è sempre un atto di volontà che implica un’azione complessa, un processo nel quale le tappe sono ben definite: bisogna scegliere dove andare, quando partire, come e, sarebbe buona abitudine, anche chiedersi perché.

Lo scrittore Alain de Botton con il suo libro Arte di viaggiare[1] promuove il viaggio a vera e propria terapia: l’atto di partire ci predispone a un percorso di sviluppo interiore e di riflessione, comportandosi come cura per le nostre ferite e mancanze. Il pellegrinaggio religioso diventa quindi solo un’accezione particolare, circoscrivibile ad un canone specifico, di un significato spirituale molto più ampio che appartiene naturalmente al viaggio.

Le vacanze ci offrono così un’ottima possibilità di intraprendere la nostra ricerca personale, per cui il fine ultimo del partire sarebbe trovare delle risposte e conoscere meglio noi stessi, un pensiero d’altronde carico di aspettative, con il conseguente rischio di restare delusi, di tornare insicuri perché le risposte non arrivano o, ancora peggio, di vivere il nostro viaggio con l’ansia di perderci qualcosa.

Qualche tempo fa ho avuto modo di vedere una delle brevi lezioni video sul viaggio, della School of Life di De Botton, nel quale con mia grande sorpresa lo scrittore portava all’estremo le sue riflessioni consigliando addirittura di non partire: il rischio è infatti sempre quello di portarsi dietro un ospite piuttosto sgradito, se stessi. Ed è inutile fare la valigia se prima non si trova una certa serenità tra le mura di casa.

Questa svolta alquanto nichilista non mi ha di certo entusiasmata, eppure devo dire che ho capito l’errore: non si deve caricare il viaggio di aspettative per trovare qualcosa, ma al contrario dobbiamo cogliere in esso l’occasione di perderci, di dimenticarci in qualche modo di noi stessi.

Lo spaesamento è la vera meraviglia del viaggio.

Ma questa non è certamente una novità, l’idea di spaesamento nasce con il ben noto exotisme vagheggiato dagli intellettuali del XIX secolo, non solo una questione estetica, ma una metodologia d’indagine, una percezione del diverso, il cui potere stava nell’allenare lo sguardo alla differenza, nella capacità di rovesciare l’io nell’altro.

Se facciamo attenzione a tutto l’universo comunicativo e d’informazione che ci circonda possiamo notare come l’exotisme non ci abbia abbandonato, sebbene abbia perso una certa ingenuità delle origini per cadere spesso nello stereotipo. Se il viaggio oggi è diventata una pratica massificata, che si allontana dai processi dell’esperienza inserendosi nel circuito consumistico – come tristemente teorizzato dall’antropologo Lévi-Strauss[2] – è però ancora possibile recuperare la sua valenza strategica nel rielaborare nuove forme dell’identità personale: “il viaggio diventa così il piano ideale per un rinnovamento poetico che opera attraverso lo spaesamento[3].

Come si dice, l’importante non è il fine ma il percorso che si affronta per raggiungerlo, così nel viaggiare si deve imparare a raccogliere durante il cammino, si tratta quindi di sviluppare due abilità essenziali: percezione e traduzione, che appartengono a due livelli di esperienza differenti ma complementari.

Il viaggio va in primo luogo vissuto, cogliendo lo spaesamento che comporta e non soffocandolo. In secondo luogo deve essere rielaborato, traducendo in espressione ciò che ci ha lasciato, attraverso la narrazione, la pittura o la fotografia, ecc.

Se quest’ultimo è terreno dell’arte, e lascia ad ognuno la libertà di trovare il linguaggio più consono alla propria sensibilità, nella prima parte del percorso, per allenarsi ad uno sguardo estetico e ad una ricezione attiva, ci viene in aiuto la filosofia.

E il buon viaggiare ci stimola a diffondere uno spirito critico etico e sostenibile: “…questa estetica dello sguardo – che mira ad aprire l’occhio esterno per riattivare l’occhio interno […] indica al viaggiatore non soltanto di guardare i luoghi, ma di accorgersi che essi ci riguardano, perché dal loro destino, dalla sopravvivenza di ciò che in essi c’è di unico e singolare, dipende anche il nostro futuro”[4].

Claudia Carbonari

NOTE

[1] Alain De Botton, L’arte di viaggiare, Guanda 2002.
[2] Claude Lévi-Strauss 1960, Tristi Tropici, Il Saggiatore.
[3] Luigi Marfè 2012, Il racconto di viaggio e le estetiche del modernismo, p.10.
[4] Ivi, p. 16.

Estetica Silvestre

Non deviare dalla natura ed il formarci sulle sue leggi e sui suoi esempi, è sapienza

(Seneca)

Secondo l’ultimo rapporto sullo stato delle foreste in Europa (State of Europe’s Forest 2015) il bosco avanza e si riprende i suoi spazi, in Italia quello attuale è infatti il periodo più selvoso della storia nell’ultimo migliaio di anni. Un fenomeno che invita a riflettere sul rapporto tra uomo e mondo naturale, da sempre complesso e conflittuale, che si è evoluto sino ad oggi secondo un doppio registro: da un lato intere regioni sconvolte dal disboscamento e dall’altro l’erosione di pascoli e campi un tempo coltivati ad opera di un bosco che si espande inesorabile.

Il tema del “ritorno alla terra” come risposta ai mutamenti ambientali è al centro di molteplici riflessioni e si manifesta in un’ambiguità di fondo e che da sempre caratterizza l’esperienza umana rispetto al mondo naturale: da una parte il timore dell’oscura vicinanza della foresta e dall’altra il fascino della seduzione del selvatico.

Questa dualità caratterizza già a partire dal Quattrocento la cultura occidentale e di fronte ad un ritrovato interesse per una filosofia “green” è diventata argomento centrale di discussione degli ultimi anni, a partire dalle questioni ambientaliste sul fronte politico internazionale, fino a riflessioni di natura estetica rispetto al valore contemporaneo del paesaggio, ma anche per i significati simbolici che rispetto alla nostra civiltà il selvatico acquisisce. Si pensi per esempio al ritorno della moda delle barbe incolte, un’espressione di costume che ha fatto la sua comparsa dopo la crisi del 2008 per diffondersi oggi come vezzo feticista, ma che si pone in continuità con l’ideale dell’uomo romantico e la sua crisi sistemica dei valori culturali, da cui l’idea di selva come rifugio dell’anima e di libertà che nasce dal confronto tra uomo e natura, perché, come diceva Shelling la natura è vita che dorme, cioè energia in potenza.

La Fondazione Benetton, che da sempre propone un percorso di ricerca incentrato sul paesaggio – un dibattito che ha visto in edizioni recenti trattare i temi Curare la terra (2014) e Paesaggio e conflitto (2015) – ha avviato quest’anno, con il seminario Sul ritorno del bosco, una riflessione critica su un processo di mutamento in atto che coinvolge tutti i paesaggi che ci appartengono, denso di contraddizioni e conflitti, ma anche di segnali di riconciliazione. L’espansione delle foreste interessa sia i paesaggi pastorali e agricoli, caratterizzati oggi da un equilibrio instabile, che la città contemporanea, il disordine delle periferie urbane e la progettazione del verde pubblico. In un tale contesto è interessante analizzare una possibile prospettiva estetica su queste tematiche e chiedersi se l’acquisizione di una maggiore consapevolezza nel “saper vedere” la natura possa essere un fattore funzionale allo sviluppo di una cultura della sostenibilità.

Il sentimento della natura viene promosso da Rosseau nella seconda metà del Settecento contrapponendosi al diffuso spirito matematico-logico dei secoli XVII e XVIII. Troverà poi ampio sviluppo con i romantici, avviando un processo dialettico di contrapposizione tra natura come meccanismo e natura come spazio di contemplazione e di liberazione dello spirito umano, che prosegue tutt’ora. Se l’uomo non ha ormai la possibilità di tornare ad uno stato naturale puro, egli può comunque cercare di comprendere la natura e in parte di prevederla, instaurando con essa un dialogo. Ed è appunto la visione il primo strumento con cui l’uomo entra in relazione con il mondo naturale, lo sguardo estetico è alla base dei sentimenti contemplativi ed emulativi che caratterizzano questa relazione. La natura diventa spettacolo che l’uomo interiorizza e rielabora dando vita all’idea di paesaggio, un concetto che esiste indipendentemente da essa e ne diventa termine di mediazione.

Contrapposto a questo primo tipo di approccio al mondo selvatico, in cui la relazione avviene attraverso un’immagine creata, è invece quello utilitaristico, in cui il bosco diventa oggetto di sfruttamento produttivo, funzionale alla tecnica.

In entrambi i casi però il selvatico, come termine di relazione con l’uomo, assume una connotazione passiva limitandosi a puro oggetto del discorso.

Un esempio recente che illustra tale rapporto passivo tra progresso e natura, portandolo all’estremo di un dialogo inesistente, è il film Ex Machina in cui il “tempio” della technè, ovvero il laboratorio di creazione di intelligenze artificiali -luogo di svolgimento dell’intera vicenda- è completamente circondato dal bosco. Tra i due spazi la relazione è solo visiva: le grandi vetrate dell’abitazione lasciano vedere la foresta all’esterno senza però renderla partecipe degli eventi e mantenendo ad un livello puramente estetico la sua presenza.

Si può considerare inoltre un ulteriore livello di interazione con il mondo naturale, ovvero quello in cui l’uomo tende alla fusione completa con la selva, in un rapporto in cui ne diventa termine passivo. Ma questo tipo di relazione non può che portare alla morte dell’individuo, che inerme viene inghiottito dal bosco, spezzato dalla rigidità delle leggi naturali, e quindi rappresenta una soluzione solo sul piano ideale.

Portando avanti il discorso fatto precedentemente sulla capacità umana di “vedere” la natura, si possono abbozzare interessanti questioni: se esiste un livello estetico di ridefinizione del paesaggio secondo valori antropici, si può pensare quindi ad un’educazione dello sguardo verso il territorio? Esistono poi dei parametri che riescano a definirne i valori autentici? Certo è che la consapevolezza di una coscienza estetica genera nell’uomo la capacità di percepire il mondo naturale più in profondità e quindi di rispettarne e promuoverne i valori, trasformando una ricezione di tipo contemplativo o consumistico, in partecipazione attiva, che permetta di trovare le giuste soluzioni alla sempre più urgente questione ambientale.

Claudia Carbonari