Io e Te – Niccolò Ammaniti

Qualcuno sostiene che non si possa scegliere il modo in cui dovremmo essere e che la Natura che risiede in noi sia indipendente dalla nostra forza di volontà e dalla nostra capacità di cambiare. Ci vengono dati gli elementi del nostro carattere alla nascita, in un calderone di ingredienti che non siamo mai perfettamente pronti a mescolare. Perché non siamo capaci. Perché non siamo abbastanza coraggiosi. Perché non siamo obiettivi. Perché non ci sentiamo mai abbastanza pronti.

Perché – forse – senza essere in DUE, non si è mai abbastanza pronti ad affrontare la vita.

 Lorenzo è un adolescente come tanti; uno di quelli che non si piace, uno di quelli che non si sente accettato, uno di quelli a cui – per dirla tutta – di essere accettato non interessa proprio niente.

Questo il primo tra i motivi per i quali decide di fingere di partire per una settimana bianca a Cortina con dei suoi compagni di scuola, questo il motivo per cui inscena questa vacanza, mentre decide di rimanere chiuso nella cantina di casa sua per una settimana intera.

Genitori entusiasti del fatto che lui abbia finalmente degli amici, desiderio di risultare invisibile soddisfatto, il videogioco che preferisce, qualche lattina di Coca-Cola; tutto sembra organizzato nel migliore dei modi.

Eppure, a quel disegno così preciso, va aggiunto un tassello in più: in quella cantina si rifugerà anche la sua sorellastra Olivia, che Lorenzo non vede da qualche anno.

Olivia ha circa dieci anni in più di lui ed odia il loro padre; è la figlia “abbandonata”, la figlia accontentata soltanto tramite il denaro, la figlia che si sente sbagliata perché ha sempre avuto un motivo per sentirsi tale.

Olivia e Lorenzo non potrebbero essere più diversi e, al tempo stesso, non potrebbero avere di più da condividere. Sentirsi inadeguati in un mondo che non sembra accettarli, sentirsi insoddisfatti pur apparentemente avendo tutto. Beni materiali, giovinezza, una vita davanti, una dose di leggerezza che pesa troppo sulle spalle dell’una e troppo poco sulle spalle dell’altro. Spesso si ha solo bisogno di trovare un compagno di avventure, di trovare un qualcuno che pur non somigliandoci ci proietti nel suo universo mostrandoci che non è poi tanto diverso dal nostro. Abbiamo bisogno di notare che qualcuno possa prendersi cura di noi; una cura poco materiale, una cura costruita su basi più solide di quelle di tutti i giorni.

Olivia non è una sorellastra come le altre: non è amorevole, non è capace di badare nemmeno a se stessa. Lorenzo non è un fratellastro da controllare, perché nella sua solitudine interiore sembra aver già capito come funziona la vita. Entrambi hanno qualcosa da insegnare all’altro, entrambi hanno opinioni da raccontare, entrambi hanno una prospettiva diversa da scoprire.

L’adolescenza non è così lontana dalla prima età adulta; c’è sempre tempo per iniziare ad uscire dalla propria inadeguatezza, c’è sempre tempo per combattere, oppure non ce n’è più.

C’è sempre tempo per farsi delle promesse, non c’è sempre la forza di mantenerle. C’è sempre la possibilità di incontrare qualcuno che ci guidi, nonostante non ci sia sempre la bravura di farsi tenere per mano.

Niccolò Ammaniti ci regala un romanzo breve ed intenso, un romanzo che sa dirci così tanto oltre a quello che possiamo leggere e che tenderà a stupirci dalla prima all’ultima pagina.

Perché non sono soltanto coloro che non possiedono nulla a sentirsi inadeguati, perché non sono soltanto gli incompresi quelli che hanno bisogno di una strada, perché c’è sempre tempo per ricominciare daccapo, ma non è detto che ci si riesca.

Non tutti siamo capaci di diventare grandi con l’approvazione del resto del mondo, non tutti siamo capaci di essere chi dovremmo essere.

Siamo semplicemente “come ci viene”, come ci riesce. Siamo semplicemente.

E una strada in salita non è detto che non ci venga più facile percorrerla camminando all’indietro. E un muro come quello della crescita non è detto che saremo in grado di abbatterlo, perché potrebbe venirci semplicemente più semplice scavalcarlo.

Bevo un sorso di caffè e rileggo il biglietto.

– Caro Lorenzo, mi sono ricordata che un’altra cosa che odio sono gli addii e quindi preferisco filare prima che ti svegli. Grazie per avermi aiutata. Sono felice di aver scoperto un fratello nascosto in una cantina. Ricordati di mantenere la promessa,

Tua, Oli –

 Oggi, dopo dieci anni, la rivedo per la prima volta dopo quella notte.

(Io e te – Niccolò Ammaniti)

Cecilia Coletta

Artisti di vita

A volte a nostra insaputa ci troviamo diretti verso un precipizio, sia che ciò avvenga per caso o intenzionalmente, non possiamo fare niente per evitarlo. 

Il curioso caso di Benjamin Button

Viviamo una vita nella piena convinzione di riuscire a segnare in agenda anche l’ora più insignificante della giornata. Agenda, ma che dico; ci sono il tablet, lo smartphone e il computer a ricordarci di aver annotato ogni cosa.
Agire in maniera programmata, sopravvivere per non vivere troppo rischiando di dimenticarsi gli impegni presi. Ogni giorno è considerato con un contagocce. Ogni giorno non è aria ma ore definite.
E a volte siamo perfino convinti che sia così, perché inconsapevoli che tutto ciò che abbiamo organizzato è disposto in quel modo apposito per essere sconvolto.

Passi veloci, passi che battono l’asfalto. Camminava Filippo in una grigia giornata di dicembre. Camminava verso il suo nuovo lavoro, aveva pianificato tutto nei minimi dettagli. Aveva preparato tutto, era pronto. L’orologio del nonno, il suo portafortuna da tempo immemore. I capelli tagliati al punto giusto, gli occhiali da sole che le aveva regalato Marta. Il sorriso non troppo ostentato eppure sicuro di esserci. Erano le otto e trentadue. L’orario era il migliore per essere puntuale. Aveva scandito ogni impegno preso, con dedizione e poca emozione. Era soddisfatto senza essere felice. Era realizzato senza rendersi conto della fatica che aveva fatto.
Navigava nel vortice delle sue cose da fare, quando all’improvviso si accorse di quella stupida dimenticanza. Un gemello soltanto ad un polso. E l’altro? Scordato.
Era presto, sarebbe riuscito a tornare indietro.
Corse le scale, varcò la soglia di casa, il gemello dimenticato era lì sul tavolo. Eccolo lì, che fortuna trovarlo subito. Proprio una frazione di secondo in fondo, non aveva nemmeno perso del tempo.
Scese in strada di fretta, per avere i minuti esattamente necessari per un caffè. Scese e fece per attraversare la strada.

Il taxi investì Filippo. In un attimo. Quel tassista che quel mattino era in anticipo, perché aveva litigato con la moglie e aveva deciso di uscire prima di casa. Quel tassista che correva più veloce del solito per fuggire dai suoi guai rinchiusi tra quattro mura. Un rumore di freni che non erano stati abbastanza pronti. Filippo era steso sull’asfalto, non si muoveva.

Rimase vivo Filippo, i medici dissero per miracolo. Chi lo sa se sia un miracolo rimanere vivi avendo perso l’uso delle gambe. Vivendo a guardare il mondo da una diversa prospettiva, smettendo di accontentarsi di sopravvivere e bramando la vita vera di ogni momento.

Una serie di coincidenze, un caso fortuito e ben poco fortunato. Chiamalo ingiusto, chiamalo sadico, chiamalo cinico. Ma pur sempre Caso. Come sarebbe vivere la propria vita da un’angolazione differente? Senza impegni e costruzioni, senza trattenere le emozioni e gioendo in un momento o sgretolandosi poco a poco?
Costruiamo idee, progetti a breve o lungo termine, non sapendo che la nostra vita è pronta a cambiare senza chiederci il permesso, non sapendo che i piani sono fatti per essere sconvolti e le aspettative per essere disattese. Conosciamo chi ci cambia la vita senza programmarlo. E perdiamo chi non ce l’ha cambiata allo stesso modo.
Io li ho visti quelli che vivono sul serio, quelli che guardano dalla prospettiva della Vita e non della mera sopravvivenza. Io li ho visti quelli che non dicono “Non ho tempo”, “Ho una serie di cose da fare”, “Devo annotarmi le cose da dire”, “Ho un progetto da realizzare in queste tempistiche” e “Voglio una relazione a queste condizioni”. Io li ho visti e li ho invidiati. Tremendamente.
Io li ho visti essere impegnati senza saperlo, li ho visti fare qualcosa e riuscire ad esserne appassionati. Li ho visti ricordare le cose che dovevano fare perché le volevano realizzare per davvero. Li ho visti viversi una relazione, li ho visti ascoltare davvero i loro amici, li ho visti baciare davvero chi amano.

Un musicista, quando suona, non annota lo scorrere del tempo. E’ immerso in una dimensione che gli altri non conoscono, la gente è lontana, i suoi timori non vivono in lui, ma escono. Non ha programmato con quanta intensità suonerà quella sera, né la sfumatura che darà al suo pezzo. Suonerà e basta, perché in quel momento si sentirà vivo.
E non farà tutto il possibile per finire di suonare velocemente perché ha un impegno successivo, perderà la cognizione di tempi e luoghi.

E’ la capacità di essere gli artisti della propria vita, non limitandosi ad esserne i meri esecutori. E’ la capacità di non scriversi il proprio destino, ma di realizzarlo con ogni mezzo.
Perché quando avremo scritto tutto – su quel tablet o su quello smartphone – qualcun altro verrà a cancellarlo. Perché quando avremo progettato e costruito, finiremo per scoprire che manca un pezzo.

Le maschere che creiamo e vengono tolte. Le idee che non ci fanno dormire ed esplodono in un sogno. Le persone che “accadono” nella nostra vita e ci cadono a pennello. Gli imprevisti che rivelano chi siamo per davvero.

La vita è un’avventura con un inizio deciso da altri, una fine non voluta da noi, e tanti intermezzi scelti a caso dal caso. Roberto Gervaso

Cecilia Coletta

[immagini tratte da Google immagini]

TELETHON: la maratona della ricerca

 

I corridoi degli ospedali sono lunghi e bianchi. Sono lineari, depositano tra i loro muri un odore di medicine. Non sembrano spenti, probabilmente vengono costruiti pensando che debbano alleviare il dolore. Probabilmente vengono realizzati per spegnere l’interruttore delle paure. Quelle che assalgono nei momenti bui. In quei momenti in cui nemmeno gli ospedali ci sembrano così chiari, in quei momenti in cui il buio ci pervade dentro.

Ci invade, per dirla tutta.

Non pensavo a nulla di tutto questo, quel giorno. La mia vita troppo fortunata non riusciva a prendere in considerazione le complicazioni; viveva soltanto della sua pochezza. Non osservavo.

Vedevo le persone senza guardarle, nemmeno mi ero accorta che a fianco a me si fosse seduto Davide. Nemmeno l’avevo guardato Davide, nemmeno l’avevo visto, immersa nei miei sciolti pensieri.

-Ciao, come ti chiami? –

D’improvviso mi guardavano due occhioni enormi. Due occhioni verdi, di quelli profondi nonostante il colore chiaro. Di quelli che possono raccontarti com’è la vita per davvero, quando ti addormenti la sera e non sai se ti sveglierai il giorno dopo.

-Cecilia, e tu? Quanti anni hai? -­

-Mi chiamo Davide. Ho sette anni. Sei qui perché stai male? ­-

-Devo soltanto ritirare delle carte, dov’è la tua mamma? -­

Non ho il tempo necessario per finire la mia domanda; viene verso di noi una donna di fretta. È una signora bionda, curata. Le sue occhiaie si vedono nonostante il trucco ben delineato. Le sue occhiaie di vita mi piacerebbe chiamarle, se potessero darle ogni giorno la forza necessaria per quello che è capace di affrontare.

-Mi scusi signorina. Mi ero allontanata un momento e questa peste mi è scappata. Ma dove eri finito? -­

–Non si preoccupi, Davide mi stava raccontando soltanto di sé ­

La donna scurisce il volto. Respira profondamente, come se volesse buttare fuori le sue paure.

Davide è un bambino affetto da autismo, seppur in forma lieve. È una malattia complessa caratterizzata da gravi disturbi della comunicazione del comportamento e dell’interazione con gli altri. Può essere determinata da anomalie cerebrali, ma la maggior parte delle cause non sono state ancora totalmente individuate. Al momento non esiste una cura specifica, ma grazie ad un intervento educativo personalizzato si può comunque migliorare la qualità della vita e lo sviluppo della malattia.

L’autismo è una delle malattie su cui Telethon fonda la sua ricerca.

La Fondazione Telethon è una delle principali Charity italiane e dal 1990 ha finanziato duemilacinquecentotrentadue progetti di ricerca nel campo delle malattie genetiche, che sono per la maggior parte riscontrabili dalla nascita e dall’infanzia del bambino.

La mission di Telethon è quella di affiancare alla ricerca e alla selezione dei migliori progetti attraverso una Commissione medico­scientifica la prossimità di cura, ossia valutare quanto ci si possa avvicinare a dei risultati concreti.

Ritengo che sostenere questo tipo di ricerche sia importante, ritengo si debba pensare ai bambini di oggi e a quelli di domani, ritengo che a volte ci si debba fermare e lasciare la routine quotidiana per occuparsi di cose che sembra non ci tocchino, eppure sono capaci di distruggere.

Davide e il suo sorriso sono solo uno dei tanti sorrisi da proteggere.

Per ricordarsi cosa sia la vita, per ricordarsi come si possa apprezzare davvero. Perché troppo spesso ci limitiamo ad ingigantire problemi inesistenti, perché troppo spesso alla vigilia di Natale non aver trovato il regalo giusto ci sembra l’unico vero dramma.

Ma l’amore per la vita, quello vero, lo leggiamo in un sorriso. Lo leggiamo in un abbraccio. Lo leggiamo in un codice che ci sembra incomprensibile.

Un codice che nessuno, meglio di Davide quel giorno, ha saputo decifrarmi. Una paura che nessuno, meglio di lui, ha saputo farmi capire quanto dai bambini sia lontana.

A volte in un sorriso innocente, sono nascoste lacrime di chi ci ama.

A volte in tanta forza, si covano paure che potrebbero ucciderci.

A volte, in un abbraccio di chi avrebbe meno motivi per apprezzare la vita, ci viene regalata la sensazione che non ci aspettiamo.

Donare a Telethon è semplice, come sentirete in TV spessissimo, specialmente durante le vacanze di Natale.

È sufficiente cliccare su https://www.telethon.it/donation e dare un piccolo, seppure importante, contributo.

Per la ricerca e – soprattutto – per dare la speranza di un futuro a tutti quei bambini che combattono ogni giorno con i loro sorrisi.

Doniamo per loro, che sanno insegnarci più di molti altri, il significato della parola Vita, accompagnata da una massiccia dose di coraggio.

Cecilia Coletta

[Immagini tratte da Google Immagini]

Arrivano i pagliacci – Chiara Gamberale

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Allegra Lunare ha appena vent’anni. Non i soliti vent’anni: non quelli per cui devi iniziare una vita, non quelli per cui guardi soltanto davanti a te.

No. Allegra Lunare ha vent’anni, e deve ricominciare esattamente daccapo. Lasciare la casa dove ha vissuto dal primo dei suoi ricordi migliori la spaventa; la spaventa lasciare quel mare di ricordi belli e un po’ meno belli che ha paura di non riuscire a portare con sé. Così, per riuscire a non avere paura, decide di scrivere una lettera ai nuovi inquilini che abiteranno la sua amata casa, dove racconta la storia di ogni oggetto che troveranno o di quelli che non troveranno, perché li porterà con sé.

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Nemiche Amiche

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Cara Amica mia, inizio così la mia lettera, perché oggi – come mai prima – sento di poterti chiamare Amica.

Non è iniziata esattamente così tra noi due, non è stato “amore a prima vista”, non c’è stata intesa da subito e non c’è stata nemmeno quella che di solito mi piace chiamare empatia.
Siamo state nemiche, cara Amica mia. Siamo state nemiche per anni, potrei dire. Ne ricordo il motivo con precisione, ricordo quanto era difficile sopportare la presenza l’una dell’altra.

Ricordo il male che devo averti fatto e ricordo le parole pesanti che mi hai rivolto. Insulti e disprezzo, apparentemente il nostro “rapporto” si limitava a questo. Qualcosa non ci permetteva di esserci simpatiche; qualcosa o qualcuno, questo lo sai perfino meglio di me.
Ma non è questo ciò che oggi voglio raccontarti; quello di cui mi interessa parlare, infatti, è la seconda parte della nostra conoscenza.

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Un buon libro non passa mai

Leggere un libro significa intraprendere un viaggio. Perdersi nella nostra fantasia, giocare con una realtà inaspettata.
Stupirsi.
Meravigliarsi.

“Peccato che la lettura non vada più di moda”, sosteneva qualcuno già qualche anno fa.
Leggere, tra molti giovani e anche un po’ meno giovani, non è diffuso tra i più, ma è una passione che coltiviamo in pochi.

Ogni aspetto della nostra quotidianità può essere classificato come una scelta “popolare” o “impopolare”.
E’ di moda ciò che rappresenta comunanza, perché ci riesce più facile condividere. Ci rende più sicuri di noi stessi e del fatto che la nostra opinione o i nostri modi di fare piaceranno, senza sentirsi troppo osservati.

Come immaginiamo il “lettore” di oggi?

Non distinguendolo per ambiti o categorie, molti pensano che abbia un paio di occhiali abbassati, un’aria trascurata e uno sguardo un po’ spento e un po’ incurante della realtà.

Un aspetto, per dirla tutta, noioso, che sa anche un po’ di muffa. Proprio come i vecchi libri impolverati di una biblioteca.

Ma, davvero, l’universo dei tanto vetusti libri rappresenta unicamente questo?

Qualche settimana fa, camminando per le strade della mia città, non ho potuto fare a meno di notare una donna, seduta su una panchina in riva al fiume, che leggeva assiduamente.

Sembrava rapita da ciò che stava leggendo.
Sembrava lontana, in un certo senso distante dai ritmi frenetici della città.
La distanza del lettore, in effetti, si percepisce. E’ palpabile, è totale, è visibile ad occhio nudo.

Il lettore si astrae, il lettore immagina, il lettore comunica.
Il buon libro regala sensazioni che nessun altro oggetto è capace di trasmettere. E’ dinamico, non conosce passività, non conosce riposo.
E il lettore si amalgama in questa dimensione, indossa gli abiti adatti alle parole che non conosce e vive intensamente ogni lettera.

Il buon libro, che talvolta diventa un vizio.
Il buon libro, che non stanca mai.
Il buon libro, che custodisce le nostre lacrime e le nostre risate.
Il buon libro, che è rivelazione.
Il buon libro, che una volta terminato diventa parte integrante di noi.

Correggendo la frase iniziale, la lettura di un BUON libro, non passerà mai di moda.

Leggere significa smettere di invecchiare.

Cecilia Coletta

[immagini tratte da Google Immagini]

La solitudine dei numeri primi – Paolo Giordano

Tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha la sapienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altro due gemelli avvinghiati, stretti l’uno all’altro. Tra i matematici è convinzione comune che per quanto si possa andare avanti, ce ne saranno sempre altro due, anche se nessuno può dire dove, finché non li scopre.

Due storie parallele. Due binari distinti che si incrociano senza realmente toccarsi. Due giovani tanto diversi e tanto accomunati.
Questo è il filo che lega Mattia e Alice, due numeri primi.

Gemelli.

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Che ci importa del mondo – Selvaggia Lucarelli

 

“Succede che quando non si ama da un po’, l’amore diventa una cosa che guardi da lontano, col piglio borioso di quello che ne sa, mentre gli altri nuotano, a fatica, nell’acquetta tiepida delle illusioni. Quelli annaspano, agitano le braccia, buttano giù qualche sorso qua e là, e tu scruti dallo scoglio più alto. Perché le fregature te le ricordi tutte. Te le sei perfino appuntate, diligentemente, sull’agendina degli intoppi ricorrenti, degli incidenti di percorso, dei finali noti. Sai che l’amore per certi versi fa schifo. Che sa essere il più raffinato dei sentimentali e il più rozzo dei cafoni. Che può fare di te il più fesso dei babbei e il più spietato dei menefreghisti. Mi ricordo tutto. E ogni tanto, quando l’amore mi manca, vado a rileggermi la lista delle cose che non mi mancano, provando per un attimo un sollievo profondo e rigenerante”.

 

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Tre Farfalle – Raffaella Milite

“Quello che deriva dal respirarsi dentro, dal godere della conoscenza di sé, quello che ci porterà ad amare quella figura riflessa sullo specchio, perché l’abbiamo conosciuta dal di dentro e non è più estranea. Sarebbe bello comunque, questo viaggio, se fosse un inizio”.

“Non può dire di aver mai conosciuto l’urlo che questo nuovo tipo di infelicità sta detonando dentro il suo essere, imbambolato come se guardasse altro davanti ad uno specchio che ritrae l’ombra di un suo simile vestito per iniziare una nuova giornata di lavoro”.

“Ed io a cosa pensavo? Io che sono partita subito, per impegni non inderogabili, che sono tornata subito quella di prima, che cercavo di mascherare la deficienza sotto una affettata efficienza? Io, cosa pensavo?”

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Agatha Christie – Assassinio allo specchio

 

“Viviamo in un mondo malvagio, e quando un individuo intelligente decide di dedicarsi al crimine, è davvero la cosa peggiore”.

Arthur Conan Doyle

Nel piccolo paesino di St. Mary Mead c’è un gran fermento: Marina Gregg, famosa diva di Hollywood, ha deciso di organizzare una festa per il suo ritorno sul grande schermo, invitando l’intera cittadina. Una festa dove regnano fama e spensieratezza, dove regna lo “stare bene comune”, dove l’etichetta fa da padrona, dove ogni equilibrio, in un solo attimo, viene tragicamente rotto.

Il cristallo del bicchiere incontra il pavimento, il rumore echeggia nel prestigioso salone della villa. Una donna, esce da quella serenità putrefatta: Heather Badcock muore avvelenata. Lo sgomento dei presenti, il terrore scuote gli animi più spavaldi e invade quelli più fragili; più di tutti quello di Marina Gregg, a cui era originariamente destinato il bicchiere. A seguito di un casuale urto, Miss Badcock aveva rovesciato il suo cocktail: proprio Marina era stata così gentile da cederle il suo. Un cocktail mortale, passato da una mano all’altra con un gesto gentile. Ma chi avrebbe potuto voler uccidere l’insignificante Miss Badcock? Certamente quel bicchiere di Marina le era costato la vita, ma era quest’ultima ad essere davvero in pericolo. Troppe persone avrebbero voluto sbarazzarsi di lei: attrici rivali, uomini del passato, ma più di tutto l’invidia della gente. Una donna amata e invidiata da tutti: un bersaglio così esposto, eppure così irraggiungibile. Read more