Tempi moderni: mutismo di un’epoca e di una leggenda del cinema

Mentre Hollywood già da tempo si cimentava nella produzione di film all-talkie (interamente dialogati) e cominciava a imporsi come modello di cinema universale, il celebre Charles Chaplin perseverava nella creazione di film muti, dimostrando non poco scetticismo per il parlato. Sarà solo con Tempi moderni, uscito nel tardo 1936, che sentiremo, benché in sporadiche circostanze, delle voci umane e, in via del tutto eccezionale, quella di Charlot.

Considerato come uno dei capolavori del cinema chapliniano, dove al meglio si formalizza la sintesi tra patetismo romantico e critica al sociale, Tempi moderni si colloca giustappunto nel centro della dialettica muto-sonoro che coinvolgeva Chaplin in quegli anni. In un film in prevalenza musicato come questo, la parola viene contingentata e inserita solo in alcuni frammenti della narrazione. Il risultato è un chiaro e significativo confronto tra capacità e incapacità espressiva della parola, nel ristretto contesto estetico del cinema come anche nel più ampio orizzonte dell’attualità storica del tempo.

La modernità del capitalismo, della macchina, dell’industria, bersaglio principale del film, che per questo ben si colloca nel panorama artistico dei primi decenni del XX secolo, assoggetta l’uomo alle proprie logiche produttive, ne scandisce i ritmi e i tempi d’azione, ne riduce l’esistenza all’animalità, fino a fagocitarlo letteralmente nei propri ingranaggi. In questo, lo stesso linguaggio viene doppiamente scarnificato: nelle poche occasioni in cui è stato registrato il parlato, l’atto linguistico si isterilisce sia sul piano della relazione tra i comunicanti sia su quello dei contenuti. 

Ad una attenta visione di Tempi moderni, si noterà che a parlare non è mai una persona fisicamente presente, una persona in carne e ossa che entri in contatto diretto con l’interlocutore: la parola umana è sempre mediata da un apparecchio tecnologico. Questo vale per il direttore della fabbrica e il suo sistema di video-telecamere; per la voce dell’inventore riprodotta dal registratore; per lo speaker della radio nell’ufficio di polizia della prigione. Nella generale afasia dell’umano, sono le macchine ad aver conquistato il diritto all’udibilità dei propri “discorsi”, ad essersi guadagnate il monopolio della comunicazione verbale, compresa quella dell’uomo. Quest’ultima è così costretta a ridurre il dialogo attraverso cui si articola la relazione bilaterale tra i parlanti a un monologo a senso unico: gli ordini del direttore, le informazioni sull’invenzione, le notizie di attualità del cronista radiofonico e l’intervento inopportuno dello spot pubblicitario della radio non necessitano del contributo del ricevente. Nelle industrializzate metropoli della modernità, a quanto pare, si apre bocca – o, meglio, il microfono – solo per trasmettere contenuti poveri di emotività.

È chiaro, dunque, che il muto di Tempi moderni si carica di una valenza critica nei confronti del progresso tecnologico e industriale, ma se lo si intendesse esclusivamente in questi termini si rischierebbe di ridurre la rilevanza che esso assume nel più generale contesto della prima produzione filmica di Chaplin. Importante chiave di lettura, in tal senso, è la celeberrima scena della canzone senza senso cantata da Charlot nel caffè. Per la prima volta, come si accennava, l’ormai leggendario omino dagli sdruciti abiti ottocenteschi fa sentire la propria voce, rovesciando così una delle caratteristiche peculiari del “canone-Charlot”, ovvero la comunicazione averbale. Eppure, l’immancabile sbadatezza del personaggio e l’acuta trovata della perdita dei polsini, nonché del testo della canzone, impediscono l’effettiva realizzazione dell’atto linguistico. Le parole incomprensibili, date dalla mescolanza di termini e cadenze prosodiche tratte da lingue differenti, divengono pura forma, puro significante privo di contenuto identificativo, bisognose del supporto della gestualità. Trovando proprio nell’esibizione comica il luogo più adatto per esprimersi, Chaplin-Charlot mette in scena se stesso e la sostanza del suo fare artistico, ovvero la “comicità formale”, ma non per questo poco eloquente, ed universale delle sue performance. The tramp vive nel muto e del muto, dell’espressività del volto e dell’esagerazione dei movimenti del corpo, perciò, perché la storia del cinema, ormai indirizzata al sonoro, faccia il suo corso, non può che abbandonare gli schermi. È così che, dichiarando la propria appartenenza a quel mondo, Charlot si congeda dal pubblico e, assieme ad esso, da Chaplin, a sua volta pronto a lasciare che quella parte di sé si faccia passato.

Altro sarà infatti il futuro: quello della nostra contemporaneità, di un uomo fedele alla coerenza mimetica dell’opera cinematografica e abituato alla convivenza con i media tecnologici, alla loro rielaborazione dell’umano. Ritornare, allora, ai tempi dello shock del confronto tra uomo e macchina possa aiutare a tenere in considerazione i limiti della nostra dipendenza tecnologia, i rischi di mutismo collettivo nelle relazioni non virtuali, ma inviti anche a tentare il superamento delle conflittualità e ad aprirsi alle nuove fasi dell’umano.

 

Beatrice Magoga

 

[In copertina un fotogramma del film Tempi moderni]

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Riflessione sull’importanza di educare al dolore

In principio era il thauma, e chiunque abbia un po’ di dimestichezza con la filosofia classica di certo non esiterebbe a chiamare in causa l’Aristotele della Metafisica ed il Socrate platonico del Teeteto. A detta di questi, stando alla fortunata interpretazione severiniana, la filosofia, l’arte del pensiero nascerebbe dal “terrore” dell’uomo per l’asprezza di un’esistenza instancabilmente minacciata da dolore, tormento e sofferenza, scaturirebbe dalla presa di coscienza della propria miseria dinanzi ad una realtà instabile e sconosciuta, dei propri limiti e delle proprie debolezze (se anche non si condividesse la posizione di Severino, chi mai potrebbe negare che la “meraviglia”, termine con cui tradizionalmente viene tradotto thauma, sottende un profondo e velato senso d’angoscia?). L’io indeterminato dei primi uomini, allo scontro con un mondo in apparenza ostile, viene così spronato all’autenticazione del sé e alla comprensione dei rapporti con l’altro e la natura, intrecciando dialoghi di reciproco coinvolgimento.

Ora, uscendo dalle semplicistiche categorizzazioni delle scienze, non si converrebbe con difficoltà che quelle “protofilosofie” originarie che, nella forma del mito, del rito, delle narrazioni visive o musicali, contenevano in nuce le prime forme di pensiero filosofico e che in forza di questo avevano permesso all’uomo di raggiungere un certo grado di autocoscienza derivano dalla sopraddetta inquietudine. Le pitture rupestri di Lascaux o Altamira, le vicende di dèi e semidei della letteratura cosmogonica, raccolte nell’atmosfera unificante e sacrale delle celebrazioni religiose, ordinarono un repertorio di immagini e racconti che descrivevano i profili degli enti della realtà, il senso divino del loro mutamento, i comportamenti da seguire per garantire la sopravvivenza del singolo e della comunità, anch’essa sorta come risposta all’orrorequell’orror» leopardiano «che primo / contra l’empia natura / strinse i mortali in social catena»). È dunque l’intera umanità che costruisce se stessa sulle fondamenta del thauma originario, e che in questa sua violenta nascita ravvisa il senso prettamente umano della propria miseria.

Che dire, a questo punto, dell’atteggiamento dell’uomo contemporaneo? Il diffuso consumo di droghe, fumo, alcol, psicofarmaci, la passiva fruizione di un flusso continuo di informazioni mediali e quella sorta di “trasumanar” odierno nel virtuale dei social network e delle realtà aumentate farebbero pensare ad un desiderio comunemente condiviso di seguire facili scorciatoie per fuggire il malessere esistenziale che è connaturato all’esistenza umana. Sono questi surrogati della salvezza un tempo promessa dagli idoli, immediati dispensatori di apparenti e inautentiche felicità non più assunti nel limite di norme morali o in specifici contesti situazionali (siano essi legati al campo medico o religioso come nel passato), ma abusati per soddisfare il solo bisogno di piacere imposto dall’odierna società edonista.

Che si tratti di mollezza o vigliaccheria o di una qualsiasi altra forma di vizio dell’animo non conta: sono anche queste pur sempre debolezze dell’uomo. Quel che non è tollerabile è la generale accondiscendenza ad una disumanizzazione di massa che vede la propria causa scatenante nell’incapacità di affrontare il thauma e nel non volerlo trattare con serietà e con strumenti adeguati. Educare al dolore, alla fragilità dell’essere uomo, forse altro motivo di vergogna nell’età della salda perfezione delle apparenze, non sarà allora anacronistico, ma più che mai necessario per un vivere autentico e cosciente che impedisca che il mondo e la storia accadano nell’indifferenza di tutti.

Già abbiamo a nostra disposizione un immenso inventario di armamenti: ogni opera d’arte, come quelle dei primordi, racchiudendo in sé una piccola parte dell’esperienza umana del mondo, propone modelli e anti-modelli per la gestione delle pratiche di vita. È però bene che il cadetto inesperto, per evitare che faccia cattivo uso del suo corredo militare, sia seguito passo passo da chi negli anni ha formato le proprie competenze maneggiando giustappunto quest’arsenale culturale. Saranno allora critici, divulgatori e, ancor di più, insegnanti ad essere chiamati come guide di questo progetto, e saranno i loro ruoli a dover essere, in questo senso, rivalutati e valorizzati dall’opinione pubblica. Vedere in essi dei semplici dispensatori di informazioni, attività che ormai, nell’era di Internet, puzza di obsolescenza, vale a preconizzarne la scomparsa, mentre negare la loro funzione educativa nell’affrontare le fragilità umane vanifica le tante discese agli inferi che, come quella dantesca, suggeriscono un inevitabile attraversamento del thauma per poter infine rinascere a nuova luce. «L’uomo è un apprendista, il dolore il suo maestro», ricorda Musset, e i funzionari della cultura, dopotutto, non sono che i loro mediatori.

 

Beatrice Magoga

 

Beatrice Magoga, opitergina della classe 1999, è iscritta alla facoltà di lettere e al conservatorio di Bologna. Ha partecipato come membro a rotazione della giuria della III edizione del concorso di poesia “Mario Bernardi” di Oderzo e ha collaborato come articolista con L’Azione Gazzetta filosofica.

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“Atmospheres” e l’esperienza dell’atemporalità tra musica e filosofia

Accade di frequente che la musica classica contemporanea venga dai più (“profani” e non) poco apprezzata, forse perché tendenzialmente considerata sgradevole all’udito o incomprensibile. Tuttavia, non si può non negare che essa abbia un impatto notevole nel determinare nuove concezioni dello spazio e soprattutto del tempo, essendo la musica arte che ne modella qualitativamente e quantitativamente l’aspetto.

A tal proposito, è stata certamente rilevante la riflessione proposta dall’ungherese György Ligeti (1923-2006) tanto nei suoi saggi teorici quanto nelle sue composizioni.

Intorno agli anni ‘60 del Novecento, dopo un intenso periodo di ricerca e di sperimentazione, di studio e di analisi delle principali correnti di pensiero nell’ambito dell’estetica musicale, giunge a formulare l’ipotesi di poter attuare una spazializzazione del tempo sfruttando come mezzo le proprietà interne alla struttura stessa della musica. Già nelle produzioni di Stockhausen o Boulez (siano da esempio per il lettore il Gruppen für drei Orchester del primo e Dialogue de l’ombre double del secondo) troviamo l’intento di mettere in luce le relazioni di interdipendenza tra lo spazio ed il tempo attraverso la musica. Ma mentre questi, dislocando le fonti di generazione del suono, riproducono il dialogo tra il tempo musicale e lo spazio reale, Ligeti mira ad evocare nell’ascoltatore uno spazio immaginario che sveli la fusione spaziale e temporale che esiste, in verità, in interiore homine. Essendo a inizio secolo decaduto l’impianto narrativo che fino alla modernità aveva caratterizzato ogni fare artistico, il brano musicale non può più essere inteso come una successione “cronologica” e direzionata di suoni, ma al contrario come un insieme di eventi sonori che, sciolti dall’originario flusso discorsivo, vengono localizzati in uno spazio virtuale.

È evidente, ora, che la predominanza della componente spaziale ha la meglio sul dinamismo temporale, che sino allora veniva considerato proprietà imprescindibile dell’opera musicale. Proprio questa prospettiva permette così di visualizzare figure e “oggetti” dai profili cangianti: il complesso articolato dei suoni evoca, al variare dei timbri, un corrispettivo mutamento nell’aspetto delle forme immaginate, e genera, nell’alternarsi graduale dei pianissimi e dei fortissimi, una sensazione di allontanamento e di avvicinamento delle stesse.

Tutto ciò è, per l’appunto, Atmosphères, vera e propria “musica dello spazio”1, per dirla con Ligeti, tentativo di sospensione della percezione dello scorrere del tempo e illusione dell’esperienza dell’atemporalità.

«Che il tempo subisca un arresto, venga portato alla stasi – precisamente questa è la mia esigenza interiore più profonda»2: così dichiara apertamente il compositore ungherese. Si tratta di interrompere, in quei pochi minuti di musica, il processo «indicibilmente triste»3 e per molti angosciante del divenire temporale, di rifiutare la convinzione di un presente che ogni istante si traduce in un nulla passato e di un futuro che, in un altrettanto breve frangente, appare per poi subito scomparire. Atmosphères si rivela così essere un chiaro invito alla contemplazione (non diversa da quella rivolta ad un’opera d’arte figurativa) di una dimensione immaginaria e suggestiva che momentaneamente ci discosti dalla frenesia quotidiana.

Oltre a ciò, osservazione non poco curiosa è che questa percezione della staticità temporale si fonda in realtà su di un particolarmente articolato dinamismo. Ogni sezione dell’orchestra, se non, in alcune occasioni, ogni singolo strumentista, riproduce motivi di per sé autonomi che, in quel groviglio di note, non sono affatto riconoscibili. Il tessuto melodico di queste micropolifonie, per usare il termine specifico adoperato da Ligeti, risulta così essere talmente fitto e non precisamente delineato da generare una complessiva staticità. Si produce quindi la sensazione dell’assenza della direzionalità melodica del tempo intrecciando tra loro molteplici voci apparentemente indipendenti o comunque non inserite in una qualche “gerarchia armonica” che porterebbe alcuni incisi a prevaricare sugli altri. L’equilibrio tra le istanze temporali, presente in ciò che sembra non avere tempo, si risolve in una sostanziale omogeneità.

Da abile artista, ovvero “illusionista” capace di mascherare i trucchi dei propri artifici, Ligeti ha ricreato una dimensione comunemente ritenuta impossibile nella realtà. Certamente, permettendo di farne esperienza, è riuscito a soddisfare quella che egli stesso definisce «l’esigenza fondamentale di ogni arte» e cioè essere in grado di «simulare l’inesistente come se esistesse»4.

Per concludere, allora, non resta che consigliare di ascoltare Atmosphères con l’attenzione che gli si deve, tenendo conto della riflessione intellettuale che l’ha generato, e di provare, poi, a guardarsi intorno per apprezzare il tempo reale in una nuova e intrigante prospettiva.

 

Beatrice Magoga

 

1. I. Pustijanac, György Ligeti. Il maestro dello spazio immaginario, p. 147
2. Ivi, p. 267
3. J-P. Criqui, Tempo! Riflessioni, Castelvecchi Editore, Roma 2000, p. 49
4. I. Pustijanac, György Ligeti. Il maestro dello spazio immaginario, p. 263

 

Beatrice Magoga, opitergina della classe 1999, è iscritta alla facoltà di lettere e al conservatorio di Bologna. Ha partecipato come membro a rotazione della giuria della III edizione del concorso di poesia “Mario Bernardi” di Oderzo e ha collaborato come articolista con L’Azione e Gazzetta filosofica.

 

[immagine tratta da unsplash.com]