Alterità e perdono: i rapporti duraturi seguendo Recalcati

Quotidianamente constatiamo di vivere in una società frenetica, che corre incessantemente senza permettere alcun momento di pausa. In una società così caratterizzata, chiediamoci come risulta essere il rapporto con l’alterità, con l’Altro, che si inserisce nel tempo che abbiamo a disposizione per correre e, tendenzialmente, ci porta a rallentare il nostro incedere. In questa realtà, le relazioni sono sempre più instabili ed effimere, nel senso etimologico della parola poiché durano poco, quasi un giorno solo (epì eméra = per un giorno). Sono relazioni liquide, come direbbe Zygmunt Bauman, i cui legami e vincoli sono fragili, deboli e incerti non solo nel domani, ma anche nel presente. E ciò a cosa può essere dovuto se non alla nostra voglia di correre per soddisfare immediatamente tutti i nostri desideri, senza alcuna attesa? Al per sempre, quindi, non viene dato modo di esistere e Massimo Recalcati (Milano, 1959) se ne rende conto, come racconta in una sua intervista:

«L’amore non è destinato a durare ma a spegnersi in breve tempo. Il suo doping ha il fiato corto. Le coppie non credono più al matrimonio, al vincolo del legame, si disfano più facilmente. Il nostro tempo è il tempo, come direbbe Bauman, degli amori liquidi.»

Soffermiamoci sulla relazione più totalizzante, sulla cui durata, però, noi non abbiamo più tempo di interrogarci, poiché ci risulta naturale pensare all’amore come qualcosa di passeggero. Eppure esiste la possibilità di un amore duraturo, che in certi casi è anche il risultato di un lavoro sul perdonare l’altro, sforzo che si nasconde dietro a questo sentimento malleabile. Se la società frenetica tende a plasmare l’amore con le categorie che identificano la realtà, cioè incertezza, mutamento continuo e fugacità, noi, con la riflessione, possiamo esprimerci su un lavoro lento e faticoso, un lavoro che richiede tempo e impegno.

«L’amore eterno non esiste. Eppure esiste la promessa, l’aspirazione degli amanti a rendere il loro amore eterno.»

Il per sempre, dunque, non ci è garantito: sta a noi renderlo realtà e volerlo fare non è mostrarci immaturi bensì trasformare l’eventualità dell’incontro con l’altra persona nella continuità di una relazione. Per far ciò potremmo dover perdonare, ma perchè farlo?
Nel momento in cui l’Altro ci volta le spalle, la sua presenza subisce un’eclissi traumatica: ci dobbiamo confrontare con un vuoto che l’Altro ha creato nella nostra vita e in noi, come persona. La sua assenza è una perdita, senza dubbio, ma non una perdita irreversibile: per questo sarà il soggetto a doversi chiedere, nel caso in cui l’oggetto del perdono voglia riprendere il discorso amoroso che lui stesso ha frantumato, se decretare una fine definitiva dell’amore o richiamare l’altro alla presenza.

«Sono io a decidere se la sua immagine deve morire o no.»

Dovrà chiedersi se perdonare, se intraprendere un lavoro sulla sua imperfezione, non sull’imperfezione dell’Altro, un lavoro che permette di giungere faccia a faccia con le contraddizioni e i contrasti quotidiani della nostra vita. Il perdono non potrà cancellare la ferita, e nemmeno ricomporre il vaso, per ridargli la forma precedente la caduta, ma potrebbe permettere di amare l’altro nella sua più radicale libertà, che aveva offeso la promessa e frantumato l’immagine inedita della realtà. Il rapporto con l’Altro non sarà lo stesso di prima, perché la nostra percezione dell’Altro sarà cambiata, dato che lui ha subito una metamorfosi: da anima totalizzante si è eclissato con il tradimento e ora tenta di riaffermarsi nella nostra vita.

In una società così dedita all’hic et nunc, al qui ed ora, permettiamoci di rischiare per una promessa, di concederci di perdonare, se sentiamo che la felicità si trovi al di là del correre incessante. Concediamoci di tornare sui nostri passi, concediamoci un gesto gratuito di perdono per essere liberi di ricercare rapporti duraturi, in un’epoca che ci inonda di sensazioni effimere. Permettiamoci di vivere la fiducia in un mondo nuovo, creato dall’unione dell’Io e dell’Altro.

Andreea Gabara

[Photo credit Alex Schute via Unsplash]

la chiave di sophia 2022

Alla riscoperta della tenerezza

È raro sentir parlare di tenerezza, forse per il suo essere un sentimento delicato e sensibile, che fa poco rumore nel rapportarsi all’alterità. Quotidianamente, infatti, parliamo di gentilezza, rabbia, bontà, ma non di tenerezza, quasi fosse un sentimento dimenticato dal nostro tempo, e la ragione di questa dimenticanza può essere dovuta alla delicatezza di quest’emozione poco totalizzante, al suo fungere quasi da sfondo delle nostre percezioni. Se percepiamo amore e rabbia come un fuoco, come sensazioni che bruciano, la tenerezza è semplicemente leggero calore.

Nonostante quest’eclissi della tenerezza, non appena abbiamo a che fare con bambini e anziani in particolare, ma anche con le persone in generale, possiamo riscoprirne il significato e svelarne la natura. Non si tratta semplicemente di gentilezza ma di un sentimento di fiducia verso l’altro e di leggera commozione, una sensazione che fa capire a chi la prova di essere poco resistente, fragile e dunque soggetto a emozioni e sentimenti. È un sentimento che funge da indice del nostro arcipelago di emozioni, per usare un’espressione di Eugenio Borgna, e che proviamo spontaneamente.

Riscoprendo la tenerezza, la scarsa resistenza, comprendiamo quanto sia giusto prendersi cura di essa e prendersi cura del proprio corpo e della propria mente, ma anche di quelli altrui. Riconoscendo ciò, scopriamo l’umanità che ci accomuna e possiamo ricercare l’armonia, una consonanza che non sia solo di voci. Ad essa, però, ci si deve educare per proteggere i rapporti dall’indifferenza e dalla noncuranza, le più grandi dimostrazioni di inumanità. Ci si deve educare alla tenerezza per evitare che le relazioni perdano di nitidezza e svaniscano. Si deve tentare di provare tenerezza perché questo vorrà dire desiderare che tutti gli esseri siano felici, come dice un mantra indù, e agire in vista di ciò, come se fosse la nostra legge morale.

Ci si deve educare e, anche se forse non lo crediamo, i maestri che possono aiutarci sono tanti: Eugenio Borgna in Tenerezza parla di Leopardi, Pascoli, Sant’Agostino, Rilke. Tra questi, Leopardi in La sera del dì di festa, scrive:

Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente.

L’accostamento della fine del giorno di festa e del canto solitario che l’io lirico sente a distanza, dà origine sia all’angoscia dovuta alla caducità del mondo sia a parole caratterizzate da una tenerezza fuggitiva ed eterea. Proviamo un senso di commozione nel leggere queste riflessioni esistenziali e nel renderci conto che l’io lirico racconta ciò che anche noi abbiamo sicuramente già provato; racconta di aver atteso una felicità, e, dopo averla vissuta, di aver capito quanto fosse vana. Nel leggere le parole dell’io lirico ci immedesimiamo, e riconosciamo in lui alcune nostre fragilità. Proprio da ciò scaturisce la tenerezza.

La tenerezza di cui parliamo, però, non esula e non nasconde, come potrebbe sembrare, la realtà cruda. Le parole di Etty Hillesum, citate anche da Borgna, ci spiegano la simbiosi tra consapevolezza e tenerezza:

«Ma cosa credete, che non veda il filo spinato, non veda i forni crematori, non veda il dominio della morte? Sì, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza. Non ci credete? Invece è così!» (E. Hillesum, Diario 1941-1943, 1985).

Cos’è, quindi, la tenerezza? Cos’è se non la malleabilità che rende umani? Se non un liberarsi dai confini asfittici? È un anelito di cura, che trascende la consapevolezza della realtà, a volte troppo cruda.

 

Andreea Gabara

 

[Photo credit Daria Gordova via Unsplash]

la chiave di sophia 2022

Il velo come simbolo di inconoscibilità in Magritte

Ciò che mi ha sempre attratto di Magritte e delle sue opere sono i volti nascosti che sembrano far trasparire paura dell’alterità e del viso altrui, che viene spesso coperto da vari oggetti, per esempio da veli, oppure non rappresentato perché il soggetto è di schiena. Tra ciò che più copre i visi nelle sue opere c’è il velo bianco, che compare quasi in maniera ossessiva.

Nei due dipinti Gli amanti del 1928, Magritte rappresenta due figure con il volto nascosto proprio da questo velo bianco, probabilmente a ricordare il suicidio della madre, che è stata ritrovata coperta da esso. Questo velo non svela nulla, nessuno sguardo, nessuna fragilità, e rende i personaggi più distanti, quasi eterei, in una dimensione di sogno o di irrealtà. Suscita una sensazione di inquietudine perché i due amanti sono impossibilitati nella loro scelta e nella loro conoscenza. Sono costretti a tenere questo velo e non possono vedersi: non possono guardare il volto dell’altro e non possono dunque nemmeno conoscerlo. Devono vivere un conflitto tra visibile e non visibile, conoscibile e non conoscibile; un conflitto che lacera la relazione. Senza alcuna espressività e senza alcun tocco, i due amanti tentano di amarsi, tentano di baciarsi, danno voce a un amore che però ci sembra destinato a rimanere muto. Il suo essere muto ci attira, perché ci interessa ciò che è nascosto e lontano.

Le interpretazioni date sono numerose: mi convince maggiormente quella che mi sembra ben allinearsi alla filosofia del pittore, ovvero quella che evidenzia l’impossibilità di conoscere non solo la realtà, non solo la pipa che viene dipinta, ma anche le persone con cui ci relazioniamo. Il velo impedisce di conoscere la vera identità dell’altro e questo non ci deve stupire perché siamo spesso impossibilitati anche a conoscere la nostra identità, come si può osservare nel quadro La reproduction interdite. L’interiorità altrui, e per alcuni tratti anche la nostra, non potrà mai essere totalmente conosciuta, ma ci sfuggirà sempre per una sua qualche sfumatura e, soprattutto, sarà sempre filtrata attraverso la nostra esperienza. L’altro è sempre uno, nessuno e centomila, e conoscerlo a pieno è impossibile.

In generale, le opere di Magritte ci portano a riflettere sul nostro vedere e percepire il mondo, mai esaustivo perché, come abbiamo già detto, non solo nessuna persona, ma anche nessun oggetto può essere conosciuto nella sua totalità. Rimarrà sempre inafferrabile ciò che lui dipinge: lo sono sia la pipa sia il volto dei due Amanti.

Con questa riflessione, Magritte è vicino a Socrate: esattamente come la torpedine marina, per usare l’immagine platonica del Menone, essi ci intorpidiscono perché sono intorpiditi a loro volta, fanno sorgere in noi dei dubbi perché loro stessi li hanno, ci trascinano nei meandri perché loro ci sono già giunti. Entrambi vogliono disilluderci: Socrate vuole eliminare l’illusione della nostra mente, Magritte dei nostri occhi. E perché saremmo noi ingenui e illusi? Perché la nostra mente è convinta di sapere, di aver finito la ricerca e di avere raggiunto una o più verità, eppure Socrate ci dimostra che la ricerca della conoscenza è senza fine. Lo siamo, inoltre, perché i nostri occhi sono convinti di poter cogliere immediatamente la realtà, eppure le nostre percezioni automatiche si rivelano erronee. Entrambi pervadono chi sta dall’altra parte delle domande ma non forniscono risposte perché non solo non vogliono, ma non possono. Entrambi sanno di non sapere, di non avere verità da svelare sul mondo. Entrambi sanno che la realtà ha un velo di inconoscibilità che non può essere squarciato.

Il velo, dunque, può essere una condanna sia nella realtà che nella dimensione più piccola delle relazioni. Potremo togliere il velo e svelare il volto dell’altro? O rimarrà sempre un velo, anche non materiale, a impedirci di conoscere? La risposta di Magritte la conosciamo, ora è tempo di articolare la nostra.

 

Andreea Gabara

 

[Photo credit Ian Keefe via Unsplash]

la chiave di sophia 2022

La nostalgia di un passato sbiadito in Milan Kundera

La scrittura di Milan Kundera (Brno, 1929), autore ceco naturalizzato francese, è intrisa di filosofia e riflessioni su temi disparati: memoria e tempo, per esempio, costellano diverse sue opere, tra cui L’ignoranza. Kundera ci racconta la fragilità e precarietà della memoria, dovute al fatto che i ricordi possono diventare nebulosi, e tratta della relatività del tempo e della nostra percezione di esso, che non è lineare come il suo scorrere. Come Henri Bergson afferma, il tempo viene percepito in modo differente dalla nostra coscienza in base alle nostre emozioni, ovvero, per citare Sant’Agostino, il tempo è distensio animi, è il nostro far esperienza delle tre dimensioni di passato, futuro e presente.

Il passato, con cui si confrontano i protagonisti del romanzo, non è limpido come il presente, ma può frammentarsi e assumere sempre più opacità. In un testo dedicato al nostos, al ritorno in patria, come L’ignoranza, Kundera fa riferimento ad Ulisse, eroe della nostalgia (nostos=ritorno, algos=dolore), dato che, seppur lui non ricordasse quasi nulla della sua Itaca, ne sentiva la mancanza. I ricordi non sopravvivono se noi non li alimentiamo, ma devono essere evocati continuamente per non perdere nitidezza: tuttavia, la nostalgia non cessa allo sbiadire del passato. Per questo, più Ulisse viveva lontano dalla sua Itaca, più la dimenticava: la sua nostalgia, invece, cresceva. La nostalgia, dunque, basta a sé stessa.

Quando Ulisse torna a Itaca, i suoi conterranei gli raccontano le vicende accadute nei dieci anni della sua lontananza, convinti che nulla gli interessi più della sua amata terra: eppure non è così. Lui a Itaca aspetta solo che gli venga chiesto di raccontare la sua storia. Questo accade anche a Irena, protagonista del romanzo di Kundera sopracitato: «Non ci interessiamo alla vita degli altri, ma in assoluta innocenza. Non ce ne rendiamo neanche conto». E le si risponde: «È vero. Solo chi torna in patria dopo una lunga assenza può cogliere questa verità: nessuno si interessa alla vita degli altri ed è normale».

Ciò che Ulisse spera non gli viene invece chiesto, poiché si crede di sapere già tutto di lui, di poter conoscere la sua intera esperienza in quanto simile, in quanto compatriota, in quanto uomo. Chi, invece, è in esilio prova, come abbiamo già visto, nostalgia dovuta al desiderio inappagato del ritorno alla propria casa. Kundera ci fornisce più traduzioni di nostalgia: gli spagnoli dicono añoranza, termine legato al latino ignorare, poiché la nostalgia è sofferenza dell’ignoranza (se tu sei lontano, io non posso sapere cosa ne è di te); i cechi usano il sostantivo stesk, che crea anche la commovente frase styská se mi po tobe (non posso sopportare il dolore della tua assenza); in tedesco troviamo Sehnsucht, desiderio di ciò che è assente, sia che sia stato, sia che non sia mai stato. Qualsiasi traduzione consideriamo, la nostalgia si alimenta da sé, e non è attenuata dall’ignoranza: anche l’oblio, seppur si contrapponga alla memoria, può alimentare il nostro animo, esattamente come accade a Tamina ne Il libro del riso e dell’oblio. Suo marito è morto, il suo ricordo sfuma quotidianamente e lei, rendendosene conto, si impegna quotidianamente ad alimentare il suo anelito, la sua Sehnsucht, guardando la foto di suo marito:

«Ogni giorno faceva una sorta di esercizio spirituale con quella foto: si sforzava di immaginare il marito di profilo, poi di semi-profilo, poi di tre quarti. Ripeteva dentro di sé la linea del suo naso, del mento, e ogni giorno constatava con terrore che quel ritratto immaginario aveva nuovi punti discutibili in cui il pennello della memoria vacillava».

L’immagine del marito le sfugge dalle mani, il passato è destinato a sbiadire; eppure, lei si sforza di alimentare la nostalgia: sofferenza dell’assenza, tenerezza dell’amore perduto.

 

Andreea Elena Gabara

[immagine tratta da Unsplash]

la chiave di sophia 2022