Il cinema riscopre le favole per raccontare l’attualità

Una storia vecchia quanto il tempo può riuscire a raccontare in modo verosimile il presente? Nell’era delle fake news dilaganti, dell’iperconnessione social e della verità spiata e distorta, come si può mettere in scena il grande caos della quotidianità? Il cinema hollywoodiano si è arrovellato spesso su questi interrogativi nel corso degli ultimi mesi e la conclusione a cui è arrivato sembra essere tanto scontata quanto efficace.

Per trovare, nel 2017, un cinema che sia ancora in grado di raccontare la realtà che ci circonda, gli spettatori devono tornare in sala a vedere e riscoprire i grandi film d’animazione del passato, aggiornati in chiave moderna. Basta con i documentari impegnati, i thriller a sfondo politico o i film horror pieni zeppi di messaggi sociali nascosti. Oggi la quotidianità passa attraverso i grandi studi d’animazione Disney e Pixar che, faticando a trovare idee originali per nuovi soggetti, preferiscono spesso ri-adattare sul grande schermo i cartoni animati che hanno segnato l’infanzia di intere generazioni di spettatori. Così, dopo il noioso Cenerentola di Kenneth Branagh e il digitalissimo Libro della giungla di Jon Favreau, ecco arrivare al cinema La bella e la bestia di Bill Condon. Musical in live action che, in apparenza, nulla aggiunge alla storia raccontata dal celebre cartone animato nel 1991 ma che in verità inserisce numerosi riferimenti al nostro presente. Alcuni già insiti di per sé nella favola originaria (la ricerca di un amore che vada oltre le apparenze, l’accettazione del diverso e l’eterno confronto tra bene e male), altri molto più innovativi e attuali (la sequenza del presunto ballo gay è costata alla pellicola il ritiro immediato dal mercato malesiano). Non solo: se il super blockbuster con protagonista Emma Watson strizza l’occhio alla comunità Lgbt, il nuovo film della Pixar cerca di ingraziarsi il  mercato messicano, messo alla gogna dalla nuova amministrazione Trump. Il trailer di Coco ha già registrato migliaia di visualizzazioni in pochissimi giorni e si prepara a diventare uno dei titoli più attesi della prossima stagione.

Il cinema d’animazione entra così di prepotenza nella nostra attualità e gli incassi, per il momento, sembrano dargli ragione. Forse perché, come sosteneva la scrittrice Ida Bozzi, siamo tutti testimoni dell’eternità delle favole. La favola ha il potere della trasmissione di padre in figlio, anzi molto spesso di madre in figlio. Ha il potere dell’identità, la porta fino a noi. Le fiabe sono più antiche della rivoluzione industriale, più semplici di Platone (forse) e più trasportabili del Partenone, ma ugualmente sono un bagaglio comune e nostro. Sono la chiave di lettura per capire che al cinema si può ancora raccontare ciò che quotidianamente ci circonda, senza perdere minimamente il piacere di sognare a occhi aperti.

Alvise Wollner

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Allied: l’ombra nascosta del divismo contemporaneo

Poteva nascere qualcosa di davvero memorabile dall’incontro tra il regista di Forrest Gump, Ritorno al Futuro, Cast Away e molti altri celebri film, con due degli attori più amati del nostro tempo: Brad Pitt e Marion Cotillard. Nonostante le ottime premesse però, Allied-Un’ombra nascosta non solo è un film poco riuscito, ma è anche un’opera che in qualche modo sancisce la fine del concetto di divismo, inteso nella sua accezione più tipica e tradizionale.

Come riportato da G.L. Farinelli e J.L. Passek nel libro Stars au féminin: naissance, apogée et décadence du star system (edito nel 2000), il divismo è un fenomeno strettamente connesso al Novecento, secolo in cui la civiltà occidentale, dominata dalla complessa interazione tra economia, tecnica e scienza, ha trovato in sé stessa un antidoto allo spirito razionalizzatore nella presenza dei divi. Considerati da sempre come prodotti della cultura di massa e al contempo arcaismo della modernità, i divi simboleggiano la potenza del mito del doppio all’interno della civiltà razionalista. Essi incarnano un bisogno moderno di fede, un bisogno psicologico e affettivo di proiezione e di identificazione dell’individuo con una vita diversa, una vita che potrebbe accordarsi con i suoi desideri, una vita da eroe, da ribelle o da aristocratico, una vita intensa, rischiosa e non soggetta agli obblighi prosaici della banalità quotidiana, fatta d’amore, bellezza, forza, piaceri, felicità e immortalità. Il divo è colui a cui guardare con ammirazione, colui che incarna e rende concreti personaggi ideali sulla superficie di uno schermo cinematografico. La società contemporanea ha lentamente sgretolato quest’immagine, in vari modi e con svariati mezzi, primo tra tutti l’annullamento totale della dimensione privata della vita del divo. Se nel Novecento infatti i grandi attori erano sempre circondati da un alone di fascino e mistero, al giorno d’oggi chiunque può permettersi di conoscere la vita privata delle star dal momento che, sempre più spesso, sono loro in prima persona a raccontarsi attraverso la rete. Il divo d’oggi tende a non separare più la dimensione privata da quella professionale, avvicinandosi così all’uomo della strada, ma al contempo mostrando al mondo tutti i suoi difetti e le proprie fragilità.

Non a caso Allied è balzato agli onori della cronaca non tanto per il suo valore artistico, quanto piuttosto per essere il film che ha portato alla fine del matrimonio tra Brad Pitt e Angelina Jolie, dal momento che in molti avevano ipotizzato una love story (poi smentita) tra il divo americano e Marion Cotillard. Ispirandosi molto all’estetica di un film come Casablanca, Allied mette in mostra tutte le sue debolezze, soprattutto nella parte finale della storia. Pitt e Cotillard sono solo un pallido simulacro dell’indimenticabile coppia Bogart-Bergman e il film, nonostante una discreta messa in scena e un paio di sequenze degne di nota, non riesce mai a convincere fino in fondo. Invece di farli nascere come un tempo, i film d’oggi sembrano distruggere i divi contemporanei, trasformandoli in fragili esseri umani che, provando a dare forma ai sogni degli spettatori, finiscono sempre più spesso per perdersi e nascondersi nel buio della loro ombra artistica.

Alvise Wollner

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Il declino del cinepanettone: un genere al capolinea(?)

Agli italiani piacciono ancora i cinepanettoni? Guardando i titoli presenti nei cinema di tutto il Paese in questi giorni si direbbe proprio di sì ma, a un’analisi più attenta, la risposta non è proprio così semplice e immediata.

A una settimana esatta dai festeggiamenti del 25 dicembre, sono addirittura cinque i film italiani girati e prodotti appositamente per essere distribuiti durante il periodo natalizio. Qualche anno fa si sarebbero chiamati “cinepanettoni”, un genere inaugurato nel 1983 dallo storico Vacanze di Natale di Carlo Vanzina. Una lunga serie di film divenuti in pochi anni un vero e proprio fenomeno di costume nazionalpopolare. Sale piene, spettatori divertiti e produttori arricchiti all’inverosimile. Con lo scioglimento della coppia Boldi-De Sica però le cose hanno iniziato lentamente a cambiare e l’interesse e l’affetto del pubblico italiano sono scemati sempre più. Il problema è che le grandi case di produzione italiane continuano ancora oggi a pensare che il cinepanettone sia sinonimo di incasso sicuro e garantito e ogni Natale quindi, lo ripropongono in sala con trame sempre più inconsistenti e siparietti a dir poco imbarazzanti. Negli ultimi anni i soldi sono arrivati, ma sono bastati a malapena per coprire i costi di produzione dei film, a fronte dei quasi 30 milioni di euro incassati da Natale sul Nilo nel 2002. Il fatto che l’età aurea di questo genere sia ormai solo un ricordo lontano è un pensiero comune a molti. La vera novità è che il 2016 potrebbe essere ricordato come l’anno che ha sancito il capolinea definitivo dei cinepanettoni. Nel primo weekend d’uscita (fondamentale per capire come saranno gli incassi futuri e complessivi di una pellicola) i cinque film italiani di Natale hanno incassato cifre che non hanno nemmeno sfiorato i risultati degli anni scorsi. Al suo debutto, il nuovo film con Christian De Sica Poveri, ma ricchi ha incassato appena 74 mila euro in tutta Italia. La stessa sera, Un Natale al Sud e Natale a Londra hanno incassato rispettivamente 13,857 euro e 48,737 euro (secondo i dati forniti dal Cinetel, n.d.r), posizionandosi all’ottavo e al sesto posto della classifica italiana. Per carità, le cifre aumenteranno tra Natale e Santo Stefano quando la gente sarà in vacanza e avrà più tempo per andare al cinema, ma le stime finali fanno presagire, già da ora, un fiasco pesantissimo per l’intera industria cinematografica italiana.

L’unico in grado di portare il Paese al cinema sembra essere rimasto Checco Zalone, visto che anche il nuovo film di Aldo, Giovanni e Giacomo, Fuga da Reuma Park, si è rivelato un esperimento fallito sotto ogni punto di vista. Le ragioni del crollo del cinepanettone sono molteplici: il genere è ormai logoro e non ha più nulla da offrire a livello di contenuti e battute, gli spettatori hanno iniziato a scoprire e a utilizzare sempre di più le piattaforme on demand, scegliendo i titoli che amano direttamente dal divano di casa. Se proprio devono andare al cinema preferiscono i grandi blockbuster americani o il cinema d’autore conosciuto e affidabile come Sully di Clint Eastwood. La domanda da porsi allora è: può un fenomeno sociale e di costume arrivare a un epilogo definitivo? Per quanto in crisi, l’industria del cinepanettone potrebbe non morire mai del tutto. Da semplice genere cinematografico ha saputo trasformarsi in una vera tradizione popolare, proprio come il dolce da cui prende il nome. Liberarsene potrebbe essere davvero molto difficile perché, anche se non lo vogliamo ammettere, il cinepanettone è riuscito a diventare, anno dopo anno, una piccola parte di noi.

Alvise Wollner

Sully: l’etica dell’eroismo secondo Clint Eastwood

<p>Tom Hanks in una scena del film</p>

Era il 15 gennaio del 2009 quando il volo 1549 della US Airways fu costretto a un ammaraggio d’emergenza nelle gelide acque del fiume Hudson, a New York. Grazie all’esperienza e all’incredibile sangue freddo del pilota ai comandi, 155 persone si salvarono e nessun passeggero restò ferito o perse la vita nell’incidente. Nelle settimane successive stampa e opinione pubblica etichettarono la vicenda come un vero e proprio “miracolo americano”. Una notizia ai confini della realtà destinata a trasformare un semplice uomo dedito al suo lavoro, in un vero e proprio eroe dei nostri tempi. Quell’uomo risponde al nome di  Chesley “Sully” Sullenberger.

A sei anni di distanza dall’accaduto, Clint Eastwood decide di tornare dietro la macchina da presa per raccontare sul grande schermo quest’incredibile storia, rinunciando alla pomposa retorica hollywoodiana e scegliendo una prospettiva che induce lo spettatore a compiere una serie di importanti riflessioni. Senza scadere mai nell’agiografia cinematografica, Eastwood si affida a un ottimo Tom Hanks per raccontare il lato oscuro dell’eroismo. Sully (qui il trailer del film) racconta la storia, a molti sconosciuta, che ebbe luogo nei giorni successivi al miracolo sull’Hudson, quando il capitano Sullenberger divenne protagonista di un’indagine che rischiò di distruggere per sempre la sua reputazione e la sua carriera nel mondo dell’aviazione. Il pilota veterano venne accusato di aver messo a repentaglio 155 vite umane, preferendo ammarare in mezzo al fiume piuttosto che fare ritorno all’aeroporto La Guardia di New York. Seguendo, alla lontana, le orme dello splendido Flight, diretto nel 2012 da Robert Zemeckis, Eastwood mette in scena i problemi che la popolarità può causare alla vita delle persone e condanna i meccanismi miopi di una burocrazia interessata sempre più al denaro che al lato umano dei cittadini. Sully sceglie di non spettacolarizzare la realtà, preferendo concentrarsi sul complicato ventaglio di emozioni provate dal suo protagonista. La sceneggiatura è solida e precisa, la regia di servizio non si perde in inutili virtuosismi e, oltre alla splendida interpretazione di Hanks (papabile candidato ai prossimi Oscar), anche il co-protagonista Aaron Eckhart non sfigura nei panni di valido comprimario. Presentato sabato 19 novembre, in anteprima italiana al Torino Film Festival, il film arriverà nelle nostre sale a partire dal 1 dicembre. Non sarà esteticamente perfetto, ma Sully è di sicuro un’opera che centra il suo intento: raccontare, nell’epoca della cultura digitale in cui onori e gloria durano a malapena il tempo di un click, come sia sempre più difficile riuscire a riconoscere e celebrare i veri eroi del nostro tempo, troppo spesso confusi o dimenticati in favore di vacue celebrità “USA e getta”.

Alvise Wollner 

Café Society: il nostalgico presente di Woody Allen

“La filosofia non è altro che una particolare forma di nostalgia”, parola del poeta e filosofo tedesco Novalis. Stando a questa affermazione, si potrebbe dire che Café Society, nuovo film scritto e diretto da Woody Allen, sia una delle pellicole più filosofiche degli ultimi anni.

Dopo aver aperto con successo l’ultima edizione del Festival di Cannes, la pellicola è arrivata nelle sale italiane poche settimane fa, sancendo il ritorno in grande stile del regista statunitense dopo una lunga serie di passi falsi (Irrational man, Magic in the moonlight e To Rome with love). Nel corso degli ultimi anni in molti erano giunti alla conclusione che l’Allen delle origini e di Match Point fosse ormai solo un ricordo lontano. Niente di più falso:  ciò che ancora oggi riesce a rendere il cineasta americano uno dei più grandi maestri del cinema contemporaneo è la capacità di saper restare al passo con i tempi, pur riproponendo sempre gli stessi temi forti della sua filmografia. Café Society si presenta quindi come un film a due facce. La prima parte, ambientata nella dorata Hollywood degli Anni 30, si distingue per un ritmo leggero e disimpegnato, volutamente privo di spessore. E’ il tempo dei primi amori per Bobby Dorfman e per la giovane segretaria Vonnie, due sconosciuti prima uniti e successivamente divisi da un amore che sembra perfetto, ma che è destinato a non realizzarsi mai. Allen racconta i suoi innamorati in maniera poco incisiva, affidandosi molto alle prove attoriali del pregevole cast e alla fotografia impeccabile di Vittorio Storaro, capace di restituirci l’atmosfera dorata della Hollywood di quel tempo. Nella frivola e opportunistica Los Angeles, Allen non riesce però a esprimere al meglio il suo cinema e così, seguendo le orme del suo innamorato protagonista, si trasferisce a New York. Qui ritrova la vera essenza della storia, costruendo un meraviglioso omaggio dedicato alla forza del passato che ritorna e all’accettazione del rischio di diventare le persone che non avremmo mai voluto essere. Il passato non si può cancellare, Allen lo sa e si crogiola spesso nell’idea di inseguire e raccontare tempi storici ormai lontani dalla nostra attualità. Un’epoca in cui lui stesso avrebbe voluto vivere e che il cinema gli permette ora di esplorare. Woody Allen guarda al passato ma allo stesso tempo si adegua al presente e, per la prima volta in carriera, gira un film in digitale e non in pellicola, lascia spazio a due degli attori più promettenti del cinema americano (Jesse Eisenberg e Kirsten Stewart) e porta lo spettatore a una vivida catarsi nostalgica. Dietro l’apparente spensieratezza e l’allegro cicaleccio della società dei caffè, si nasconde una storia universale, fatta di fantasie romantiche e speranze disattese, nate nella luce rosea di un’alba a Central Park e infine perse e svanite per sempre nel fragoroso frastuono di un cenone di Capodanno. Una commedia dal piacere negato che sembra tradurre in immagini le parole e il pensiero di un grande autore del passato come Arthur Schnitzler: “È la nostalgia a nutrire la nostra anima, non l’appagamento. Il senso della nostra vita è il cammino, non la meta. Perché ogni risposta è fallace, ogni appagamento ci scivola tra le dita, e la meta non è più tale appena è stata raggiunta”.

Alvise Wollner

Al cinema dallo psicoanalista: intervista a Paolo Boccara

Il Festival della Mente di Sarzana, in Liguria, si è concluso solo pochi giorni fa e per La Chiave di Sophia si è trattato di una splendida occasione di arricchimento culturale e umano in cui c’è stato dato modo di conoscere numerosi esponenti del mondo dell’arte e della filosofia. Tra questi abbiamo avuto il piacere di incontrare anche Paolo Boccara, psichiatra romano, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana e dell’Accademia del Cinema Italiano. Il suo ultimo libro, pubblicato insieme a G. Riefolo, si intitola Al cinema dallo psicoanalista e, oltre a unire le due più grandi passioni di Boccara, propone una tesi forte sul rapporto tra cinema e psicoanalisi, mettendone in luce non i contenuti, ma la funzione del cinema come apparato produttore di immagini. Una riflessione acuta e mai banale, che abbiamo voluto approfondire rivolgendo a Boccara le seguenti domande:


Cinema e psicoanalisi sono due mondi da sempre molto legati tra loro, cosa l’ha spinta ad avvicinarsi alla psicanalisi e quando invece ha iniziato ad appassionarsi alla settima arte?

La mia passione per il cinema nasce molto prima rispetto a quella per la psicanalisi. Andavo in sala fin da piccolo e sono letteralmente cresciuto con i grandi film degli Anni 60. Quando ho iniziato il mio lavoro come psicoanalista non pensavo avrei mai potuto unire queste passioni ma, alla fine, due motivi mi hanno spinto a farlo: il primo è la capacità del cinema di saper raccontare il mondo della psicanalisi in modo molto caricaturale, prendendo in giro gli analisti e i loro difetti (cosa che spesso mi faceva arrabbiare). Inoltre, con il passare del tempo, mi sono accorto che il cinema riusciva a cogliere dei punti molto significativi del mio lavoro, soprattutto l’importanza dell’aspetto soggettivo dell’analista e di quanto fosse falsa l’idea di un’analista neutrale, che esprimeva giudizi sulla psiche dei pazienti come una moderna sfinge. Ciò che il cinema ha saputo cogliere è la dimensione umana dello psicoanalista ed è stato questo forse il motivo principale che mi ha spinto ad avvicinarmi alla settima arte, continuando in parallelo a sviluppare la passione per il mio lavoro.

La sua recente pubblicazione Al cinema dallo psicoanalista, scritta a quattro mani con Giuseppe Riefolo, si propone di teorizzare un “nuovo cinema dell’immaginazione”. Quali sono stati i film che hanno influenzato di più il suo immaginario di spettatore?
Il mio immaginario è stato influenzato principalmente dai film western che avevano per protagonista John Wayne. Ho sempre identificato il suo personaggio come il mio eroe d’infanzia. Crescendo sentivo molte persone criticarlo per il suo essere di destra e per le posizioni molto forti e schierate dei suoi film, ma ciò che amavo di John Wayne erano i personaggi che interpretava sul grande schermo. Figure ideali che hanno segnato molti momenti chiave della mia vita. Poi, senza dubbio, molte produzioni hollywoodiane mi hanno permesso di conoscere aspetti sconosciuti e mondi lontani. Ho amato il cinema italiano e i film degli Anni 80 diretti da Nanni Moretti, perché in essi ho sempre ritrovato tantissimi aspetti della mia vita personale e professionale.

Paolo-BoccaraIn questi ultimi mesi si sta discutendo molto sulle possibilità che potrebbe offrire il cinema raccontato attraverso la realtà virtuale. Da dove nasce, secondo lei, il bisogno dello spettatore di vivere un’esperienza di questo tipo, in cui si preferisce il fotorealismo alla realtà che ci circonda tutti i giorni?
Il vero problema, secondo me, è come utilizzare la realtà virtuale. L’uso che ne possiamo fare in questo momento è, in realtà, molto delicato e limitato. Io penso che la realtà virtuale sia molto simile all’idea tradizionale di cinema. L’importante è riuscire a uscire dalla realtà virtuale e utilizzarla per vivere al meglio tutte le emozioni che questa nuova tecnologia riesce a creare in noi. E’ molto importante capire quali emozioni riescono a suscitare in noi le immagini e se esse riescono a farci scoprire qualcosa di nuovo sulla nostra personalità. Una volta dopo averne preso coscienza però, dobbiamo stare attenti a non rimanere intrappolati nella realtà virtuale. Quello, a mio modo di vedere, è il rischio più grande che corre lo spettatore usando questa nuova tecnologia.

In alcune occasioni ha dichiarato che lei ha sempre visto la psichiatria come un modo perfetto per avvicinarsi e relazionarsi con le persone. Che cos’è invece per Paolo Boccara il cinema e qual è la funzione sociale che possiede quest’arte?
In realtà la psichiatria per me è sempre stata un mezzo attraverso cui conoscere parti di me che posso utilizzare per scoprire gli aspetti più fragili della mia personalità. In questo contesto la funzione sociale del cinema diventa molto importante perché grazie alle miriadi di storie che può evocare, ti permette di conoscere qualcosa che noi non pensavamo di poter provare o di sapere già. E’ un mezzo rapido, che si può condividere e il suo potere socializzante aiuta non solo a conoscere sé stessi ma anche a scoprire molti aspetti delle persone con cui ci confrontiamo al termine di una proiezione.

Esiste un regista o un attore che avrebbe voluto psicanalizzare? Se sì, quale?
Allora, non avrei voluto psicanalizzare nessun attore o regista in particolare. Mi sarebbe piaciuto incontrare molti di loro, uno su tutti Billy Wilder. Nato come giornalista (aveva anche cercato di intervistare S. Freud senza successo, n.d.r.) è diventato uno dei più grandi registi del secolo scorso, riuscendo a raccontare aspetti umani che all’epoca nessuno aveva mai avuto il coraggio di raccontare sul grande schermo. Uno spirito unico e acuto. Poi sa, penso che conoscere gli attori di persona sia sempre una piccola delusione perché spesso tendiamo a idealizzarli e a identificarli con i loro personaggi. Psicanalizzare la gente di cinema è sempre molto difficile: se si facessero analizzare sul lettino di uno psicologo, si dice, non sarebbero più dei grandi artisti.

La nostra rivista crede molto all’interdisciplinarità della filosofia. Lei cosa ne pensa di questo argomento?
Penso che la filosofia sia una scienza attraverso cui si può conoscere molto l’uomo e, grazie al contributo di molti filosofi e pensatori, ognuno di noi può scoprire qualcosa di nuovo su sé stesso. E’ un aspetto che lega molto la filosofia a quello che è il mio lavoro di analista. Se la filosofia riuscisse, come in parte sta facendo, a essere avvicinabile da un pubblico sempre più grande e ampio, si riuscirebbe senza dubbio a creare un mondo sempre più interessante. L’interdisciplinarità risiede in tutte le cose della vita, quindi l’idea di declinare la filosofia a tutte le discipline è di sicuro un’idea che non va solo lodata ma anche incoraggiata e sostenuta.

Alvise Wollner

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La guerra cinematografica di Venezia

Fuoco alle polveri. Tra poco più di una settimana la Mostra d’arte cinematografica di Venezia alzerà il sipario sulla sua settantatreesima edizione. Un appuntamento irrinunciabile per migliaia di cinefili che, come ogni anno, si preparano ad affollare le sale del Lido di Venezia. Il programma approvato dal direttore Alberto Barbera, prevede numerosi film d’autore (sbarcheranno in laguna le opere di maestri come Lav Diaz, Wim Wenders e Pablo Larraìn) uniti a diverse anteprime mondiali all’insegna del glamour e delle grandi celebrità (dal 31 agosto al 10 settembre sono attesi sul tappeto rosso: Ryan Gosling, Selena Gomez, Michael Fassbender, Natalie Portman, Jude Law e molti altri ancora). Se da una parte l’obiettivo principale di Venezia resta sempre quello di confermare il suo prestigio di festival più antico al mondo, dall’altra è interessante notare come molte pellicole selezionate quest’anno siano legate tra loro da un grande tema comune: quello della guerra. Alcuni hanno visto in questa scelta una volontà della Mostra di stare al passo con la nostra quotidianità, segnata da continui e innumerevoli conflitti. Altri ancora invece ritengono che questo sovraccarico di film a sfondo bellico sia solo un’occasione per tornare a sfruttare un genere che negli ultimi anni era leggermente caduto in disuso. Il dibattito è destinato a entrare nel vivo al termine delle proiezioni vere e proprie, quando si potrà capire il valore effettivo di questi titoli. Fino a quel momento possiamo solo limitarci a suggerirvi i cinque film “di guerra” destinati a trasformare Venezia in un vero e proprio campo di battaglia cinematografico:

Rai (Paradise) di Andrei Konchalovsky: Uno dei registi più apprezzati del cinema russo contemporaneo porta in laguna un lungometraggio sui destini incrociati di tre personaggi al tempo della Seconda Guerra Mondiale. Il significato di questo film è perfettamente racchiuso nella citazione del filosofo tedesco Karl Jaspers: “Quello che è successo durante la Seconda Guerra Mondiale è un avvertimento. Dev’essere continuamente ricordato. Solo conoscendo la Storia si può fare in modo che non si ripeta”. Sullo sfondo tragico dei campi di concentramento, Konchalovsky trasforma il suo cinema in una macchina del ricordo che ci rammenta ancora una volta quanto sia importante non dimenticare.

–  Hacksaw Ridge di Mel Gibson: Sarà presentata fuori concorso l’ultima fatica cinematografica di Mel Gibson. La storia narra le gesta di Desmond Doss, primo obiettore di coscienza insignito della medaglia d’onore durante la Seconda Guerra Mondiale nella battaglia di Okinawa. Da sempre contrario all’utilizzo delle armi, Doss salvò, a 23 anni, 75 suoi compagni d’esercito. Gibson si avvale del celebre trionfalismo americano per raccontare la sua storia e se da un lato il film sembra destinato a non ottenere riconoscimenti a Venezia, potrebbe rivelarsi come uno dei possibili favoriti nella corsa all’Oscar 2017. Un titolo da tenere d’occhio.

– The light between oceans di Derek Cianfrance: Dopo l’ottimo successo di Come un tuono Blue Valentine, il talentuoso regista americano porta a Venezia un dramma romantico d’altri tempi interpretato da due superstar del calibro di Michael Fassbender e Alicia Vikander. La struggente storia di un guardiano del faro e di sua moglie in una sperduta isola australiana, al termine della Prima Guerra Mondiale, è già pronta a diventare uno dei titoli più attesi della prossima stagione. Non è un film propriamente “bellico” dal momento che la guerra in questo caso funge solo da cornice storica, ma di sicuro si preannuncia come una storia pronta a scuotere gli animi di molti spettatori.

– Frantz di Francois Ozon: Poesia in bianco e nero per uno degli autori più poliedrici dell’attuale cinematografia francese. Una storia d’amore ambientata appena un passo oltre la fine della Grande Guerra. Due protagonisti a cui la giovinezza è stata brutalmente strappata dalle mani e che ora cercano maldestramente di recuperare un po’ della serenità perduta innamorandosi l’uno dell’altra. Nonostante le loro giovani aspettative, scopriranno molto presto che la felicità sarà molto difficile da raggiungere. Delicato e ben girato, Frantz propone una visione interessante su una guerra fuori campo. Da non perdere.

– On The Milky Road di Emir Kusturica: Non solo Prima e Seconda Guerra Mondiale. Nel film che chiuderà Venezia 73 si parlerà anche di conflitti meno esplorati. Il regista serbo Emir Kusturica torna infatti dietro la macchina da presa per raccontare una storia ambientata durante la guerra dei Balcani con lo scopo di osservare da vicino l’amore tra due persone che non hanno più nulla da perdere. Un film al contempo concettuale e violento. Un film d’amore e un film di guerra. Un lungometraggio diviso in tre parti, in cui la protagonista è la nostra Monica Bellucci. Spetterà a questa coppia inedita chiudere l’intensa battaglia del Lido. Una guerra all’insegna del grande cinema che ambisce a non essere una semplice vetrina di celebrità, ma uno specchio sulle problematiche contemporanee lette attraverso l’occhio indagatore della settima arte.

Alvise Wollner

Sogni e motori – Intervista a Matilda De Angelis

Ha solo 21 anni, ma il suo curriculum vanta già un Nastro d’argento e un Premio Flaiano come miglior attrice esordiente. Due premi conquistati dopo essere apparsa una sola volta sul grande schermo. Niente male per una ragazza che fino a due anni fa non aveva nemmeno preso in considerazione l’idea di poter diventare un’attrice. Matilda De Angelis però è fatta così: è una ragazza con una personalità debordante, che va ben oltre i minuti confini del suo corpo. Pratica e determinata ha iniziato la sua carriera come cantante dei Rumba De Bodas, ma la folgorazione sulla via della recitazione ha cambiato per sempre la sua vita. Oggi Matilda è una delle attrici più promettenti d’Italia, ha da poco terminato le riprese della seconda stagione della serie di Rai 1 Tutto può succedere e del film Youtopia, il nuovo lavoro del regista Berardo Carboni. Per cercare di comprendere più a fondo il suo pensiero e i segreti di Veloce come il vento, il film che le ha regalato fama e successi, abbiamo deciso di intervistare Matilda chiedendole di raccontarci la sua personalissima filosofia di vita:

-Non è un segreto il fatto che il ruolo di Giulia De Martino ti sia stato assegnato dal regista Matteo Rovere in maniera tanto improvvisa quanto inaspettata (Matilda era stata contattata mentre stava finendo di prendere la patente, n.d.r.). Ami affidarti alla casualità anche nella vita di tutti i giorni o sei una ragazza che preferisce avere sempre tutto sotto controllo?
Tendenzialmente amo avere tutto sotto controllo. Sono un’amante dell’ordine e della precisione. Molte volte penso che questo mio bisogno di controllare ogni cosa derivi dalla paura di non essere all’altezza di qualcosa di inaspettato, che potrebbe cogliermi impreparata in ogni situazione. Prima dell’inizio delle riprese di Veloce come il vento ero terrorizzata all’idea di intraprendere un percorso cinematografico senza mai essermi preparata a farlo. L’ossessione per il controllo mi ha quasi costretta a rinunciare al film. Fortunatamente sono anche una persona molto determinata e superare i miei limiti è una sfida che pongo a me stessa tutti i giorni, perciò alla fine mi sono convinta. Devo ammettere comunque che le più grandi soddisfazioni della mia vita sono arrivate sempre da grandi sorprese, incontri fortuiti e chiamate inaspettate, arrivate al momento giusto.

Veloce come il vento è un film che tocca temi profondi e per nulla scontati, dall’importanza di saper diventare adulti, alla capacità di prendersi dei rischi per proteggere le persone a noi più care. Quali sono gli aspetti del copione che ti hanno conquistata sin dall’inizio?
Il copione era scritto davvero bene. Col senno di poi non ne ho visti così tanti, a una fase preliminare di scrittura, scritti con tale precisione e cura. Sono rimasta colpita dal racconto romantico di una famiglia disfunzionale, che si ricongiunge solo grazie alla forza dell’amore e della fratellanza. Mi sono appassionata subito al rapporto tra Loris e Giulia, così distanti tra loro, opposti ma complementari, complici nella disgrazia ma destinati a scoprire il vero valore della fratellanza. Ho trovato bellissima l’idea di raccontare le vicissitudini di una ragazza di diciassette anni che, nonostante tutto, ha la forza di caricarsi sulle spalle tutte le responsabilità che la vita le ha imposto. Penso sia una bella rivincita per noi donne il fatto di non dover aspettare sempre il principe azzurro, riuscendo a diventare eroine e padrone di noi stesse.

Veloce come il vento potrebbe essere definito un “film in lingua”, nel senso che i protagonisti mettono spesso in risalto le loro origini, fortemente legate al territorio della provincia emiliana. Quanto ha significato per te il fatto di essere nata in quelle terre e che rapporto hai con Bologna, la città in cui vivi e sei cresciuta?
Effettivamente Veloce come il vento è un film in lingua nel senso che in molti tratti, i personaggi di Loris (Stefano Accorsi) e Tonino (Paolo Graziosi) parlano proprio in dialetto romagnolo, una lingua che nella mia città si sente sempre meno. Sono stata molto contenta di aver contribuito, attraverso questo film, a raccontare qualcosa della mia terra. I motori fanno davvero parte della nostra cultura, è qualcosa che si respira nell’aria sin da piccoli, qualcosa di tipico quanto i tortellini e la piadina. Bologna invece è una città a parte, molto simile a un grande porto. Una città universitaria attraversata in continuazione da tantissimi ragazzi provenienti da ogni parte d’Italia. E’ un luogo che offre tanto ai giovani e nel quale è facile sentirsi a casa dopo poco tempo. Una città che io amo definire “un laboratorio”, nel senso che non ha la grande vita mondana di Milano o di Roma, non è una città “palcoscenico” ma è comunque un luogo pieno di vita in cui ci sono innumerevoli opportunità per coltivare l’arte in tutte le sue forme.

-Cosa ti piacerebbe che gli spettatori ricordassero di Giulia De Martino dopo aver visto il film?
Mi piacerebbe che di Giulia gli spettatori ricordassero la sua infinita forza e determinazione, ma anche quella purezza e quell’ingenuità strappatele troppo presto dalla vita. E’ incredibile osservare come questo personaggio riesca a nascondere le fragilità tipiche della sua età sotto un’armatura di cinismo e durezza. E’ una ragazza che combatte, che si attacca alla vita con le unghie e con i denti per salvare tutto quello che le rimane di una famiglia allo sfascio. E’ una coraggiosa e mi piacerebbe che questo coraggio venisse ricordato da tutti perché è proprio il motivo per cui io mi sono innamorata subito di lei.

-Un’altra tua grande passione è la filosofia. Secondo la tua giovane esperienza, dove si possono trovare gli insegnamenti di questa materia in due arti come il cinema e la musica?
Mi ricordo che mi colpì molto quando, alle superiori, la mia professoressa di filosofia mi parlò di Schopenhauer. Il suo pensiero diceva che l’arte era l’unico strumento che l’uomo (inteso sia come artista che come osservatore) possedeva per astrarsi momentaneamente dalla propria condizione materiale e innalzarsi a una dimensione quasi spirituale, al di fuori dello spazio, del tempo e della corporalità. Partendo da questo concetto mi sono convinta del fatto che la filosofia che risiede all’interno della musica, della scrittura, del teatro e dell’arte in generale sia proprio questa: la possibilità di andare al di là del qui e ora, viaggiando attraverso altri piani e altri spazi. Anche a livello culturale, in un momento come quello che stiamo attraversando adesso, di paura nei confronti di ciò che è altro da noi, di diverso, di non conosciuto, in un momento in cui spesso non è facile immaginare un futuro pieno di speranza, l’arte ha il compito di aiutare le persone, di farle vivere momentaneamente al di là dei propri problemi. L’arte ha il dono di elevare il nostro spirito oltre la normalità del quotidiano e il fatto che l’attore faccia parte di questo meraviglioso meccanismo, mi rende davvero orgogliosa di aver scelto questa professione.

A questo link potete trovare il trailer ufficiale di Veloce come il vento

 Alvise Wollner

[Immagine di Matilda De Angelis]

Inno alla (pazza) gioia

C’è un filo sottile e inaspettato che unisce il regista Paolo Virzì a Victor Hugo, uno dei più grandi autori della letteratura francese. Quel collegamento è composto da una serie di parole che, rilette oggi, sembrano essere state scritte per descrivere alla perfezione La pazza gioia, uno dei film più riusciti degli ultimi mesi. Parole che compongono una frase, divenuta aforisma, e che suonano esattamente in questo modo:  “La più grande gioia della vita è la convinzione d’essere amati.”

Beatrice Morandini,  mitomane logorroica, e Donatella Morelli, madre abbandonata, fragile e introversa, sono due donne disperatamente bisognose d’affetto e attenzioni. Entrambe pazienti dell’istituto terapeutico Villa Biondi, sui colli toscani, si ritrovano a unire i loro tragici vissuti in una rocambolesca fuga on the road, destinata a stravolgere per sempre le loro esistenze. Non capita spesso, al cinema, di trovare un uomo che sappia raccontare con delicatezza e intelligenza l’universo femminile. Paolo Virzì ci riesce grazie al contributo fondamentale di Francesca Archibugi (sceneggiatrice del film) e della compagna di vita Micaela Ramazzotti, qui alla sua miglior interpretazione in carriera. Il film è stato lodato da pubblico e critica, ma c’è da dire che per gran parte della sua durata, La pazza gioia dà l’impressione d’essere un film fastidiosamente mediocre. Molti elementi della messa in scena (dall’interpretazione di un’eccessiva Valeria Bruni Tedeschi, alla scelta di un tema ad alto tasso di banalizzazione) rischiano più volte di rovinare il film di Virzì. Grazie a un finale indimenticabile però, il regista toscano riscatta la sua storia e la trasforma in uno dei lavori più meritevoli di quest’annata.

locandinaNella scena chiave in cui Donatella confessa il proprio terribile passato a Beatrice, il film inizia a sprigionare tutta la sua potenza e ci trascina in un coinvolgimento emotivo che va ben oltre la comune catarsi spettatoriale. Ognuno di noi ne La pazza gioia arriva a immedesimarsi in maniera estrema nel disperato bisogno d’amore e libertà provato dalle due protagoniste. La sofferenza che le attanaglia è tale da farci sperare, fino all’ultimo fotogramma, in una loro possibile “salvezza”. Nonostante la vita abbia fatto di tutto per privarle della felicità, Beatrice e Donatella sono due donne che non vogliono rinunciare al loro diritto alla gioia. Ed è in questo che risiede la loro pazzia: nel saper sperare e gioire laddove tutti noi “normali” ci saremmo arresi. La pazza gioia è una riflessione sulla perdita della ragione, ma al tempo stesso è anche un’opera che ci porta a ragionare su quanto importante sia il nostro diritto alla felicità.  Non è un film perfetto, ma è di sicuro un film necessario per la sua spiazzante capacità di farci vivere attraverso le emozioni. Da un distaccato divertimento iniziale, fino a un’amara riflessione sui concetti di normalità e diversità, in un finale che ci lascia con il volto rigato di lacrime e ci fa sentire finalmente tutti uguali, nel buio magico di una sala cinematografica.

Alvise Wollner

 

Le storie vere sono la rovina del cinema

Tratto da una storia vera. Sono queste le parole che stanno uccidendo il cinema. Fateci caso, i film che negli ultimi mesi stanno uscendo nelle sale italiane si dividono sostanzialmente in due categorie: i blockbuster dedicati ai supereroi e i film ispirati a vicende realmente accadute. Alcuni esempi? La macchinazione di David Grieco, Race di Stephen Hopkins, 13 hours di Micheal Bay e Colonia di Florian Gallenberger sono solo alcuni dei titoli che nei primi cinque mesi del 2016 hanno invaso i cinema di tutto il mondo. Il fenomeno è in parte dovuto a una generale mancanza di idee all’interno dell’industria cinematografica. Senza perdere tempo nella creazione di soggetti nuovi e originali, produttori e registi hanno preferito adagiarsi nella comodità di storie già pronte che necessitavano solo di piccole modifiche per essere adattate sul grande schermo. Non stiamo parlando di film storici, bellici o in costume, bensì di episodi che raccontano fatti reali poco noti al grande pubblico, in una veste che spesso rischia non solo di stravolgere la realtà storica ma anche di produrre una serie di pellicole mediocri e retoriche.

Il caso più eclatante è il recente Stonewall di Roland Emmerich. Il regista americano, abbandonati i kolossal catastrofici come Indipendence day The day after tomorrow si cimenta nel nobile intento di raccontare una delle pagine più difficili della recente storia americana: i moti di Stonewall per il riconoscimento delle libertà gay. Vicenda che nel giugno del 1969 portò a violenti scontri tra le forze dell’ordine e la comunità omosessuale di New York, guidata dalla transessuale Sylvia Rivera, che diede vita alla protesta gettando una bottiglia contro un poliziotto. Grazie alle loro lotte, in America, nacque il Movimento di liberazione gay e, con il tempo, crebbero a dismisura i diritti per le persone omosessuali. Nel suo film Emmerich rovina questo grande spunto e trasforma la Storia in una favola di formazione, in cui il bianco, rassicurante e ben educato Danny, lascia la propria casa e la propria famiglia (solo) perché costretto, e finisce nel “magico” mondo dei ragazzi che si prostituiscono da quando erano bambini, occupano luride stanze di hotel e piangono la morte di Dorothy Gale come quella di una sorella. Storie vere raccontate sempre con un punto di vista distaccato e stereotipato, senza rischiare mai di allontanarsi dal politicamente corretto, in una sorta di lunghissimo e stucchevole elogio dell’ideologia democratica pro-Obama.

Stonewall ci dimostra come la scelta di adattare storie realmente accadute sul grande schermo sia il modo migliore per uccidere il buon cinema. La settima arte nasce come elogio della finzione per antonomasia. Anche quando sembra voler raccontare la realtà, il cinema riesce sempre a superare i confini del reale. Il treno ripreso alla stazione dai fratelli Lumiere avrebbe dovuto uscire dallo schermo e investire gli spettatori, invece la locomotiva non solo sparisce oltre i confini dell’inquadratura, ma dimostra anche che il cinema è il luogo in cui la finzione prende il sopravvento. Nel buio della sala ci dimentichiamo della realtà che ci circonda ogni giorno e accettiamo di farci guidare dall’immaginazione. Tenetevi alla larga da tutti quei film che vi parlano di storie vere. Sono solo una proiezione bugiarda di un qualcosa che è successo. Quando deciderete di andare al cinema, scegliete le storie originali, scegliete di perdervi nel buio di un’inedita fantasia. Solo così riuscirete a trovare la vera magia di quest’arte.

Alvise Wollner