Un tempo per amare. La temporalità oltre Bergson e Nietzsche

Spesso si vive, a volte si percepisce, ogni tanto si ricorda, ma quasi sempre ci sfugge: questo è ciò che esprimiamo quando parliamo del tempo.
Cosa è davvero il tempo? Difficile definirlo. Potremmo dire che equivalga allo scorrere di attimi vissuti intensamente, dove il divenire dispiega la propria essenza e, a seconda del nostro stato d’animo, genera cambiamenti che spetta a noi subire passivamente o interpretare attivamente.
“Non mi fermo per nessuno”: è uno dei motti che spesso ritroviamo inciso nelle meridiane, come ad indicare che il tempo scorre nonostante noi stessi e non faccia soste di alcun tipo. Questo risulta in contrasto con ciò che, invece, viviamo. Infatti, per noi il tempo è anche apparente negazione di esso, come quando non abbiamo bisogno di guardare l’orologio per quantificarlo, perché, seguendo le lancette del nostro cuore, ci sembra di fermarlo o, addirittura, di essere diventati noi stessi quel principio che regola ogni istante.

Come si vive, all’interno della storia della filosofia, la questione del tempo? Prendiamo in esame due autori del periodo moderno.

Per Bergson il vero tempo è quello della coscienza che – contrapposto a quello della scienza, più ordinato e causale – è il luogo in cui l’io sperimenta l’avvicendarsi di diversi e particolari momenti che corrispondono a quel flusso inesorabile che è la vita in sé: «Tale è, precisamente, ogni nostro stato di coscienza, considerato come un momento di una storia in via di svolgimento […] È un momento originale di una storia non meno originale» (H. Bergson, L’evoluzione creatrice, 2012).

Molto diversa è la concezione del tempo in Nietzsche, presente in quell’eterno ritorno che è espressione della volontà di potenza in un mondo dove, sine Deus, la trasvalutazione dei valori permette di poter accettare così tanto la vita – con le proprie gioie e dolori – da essere in grado di tollerare l’inesistenza di ogni possibile luce metafisica. Roba da supereroe? No, piuttosto da Oltreuomo che, senza escatologia, sceglie di vivere in modo umano, troppo umano (Cfr. F. Nietzsche, Umano troppo umano, 2016).

Alla radice di entrambe le posizioni filosofiche c’è quindi una personalissima interpretazione della vita e, di conseguenza, del suo senso più profondo: il tempo può diventare espressione di pienezza o condanna all’infelicità eterna.

Andando al cuore della nostra quotidianità, però, uno degli elementi chiave delle nostre giornate è sicuramente quello degli affetti: i nostri attimi di vita sono spesso scanditi dalla presenza di chi amiamo. È con un abbraccio che risolleviamo la nostra cattiva giornata e, allo stesso tempo, è con una parola detta al momento sbagliato che possiamo rovinare la bellezza di una condivisione. In che modo misuriamo il tempo degli affetti? Quante volte guardiamo l’orologio con sguardo minaccioso pensando che “se avessi più tempo, starei con te per ore!”. Ore che non sono mai definite, per fortuna, e che somigliano a sfumature di eternità.
Non è allora piuttosto il contrario, ovvero che sono proprio gli affetti a scandire il tempo? E che più che quantificarlo, contribuiscono a spostare l’attenzione sulla qualità di esso?

Siamo ancora una società capace di sintonizzarsi con l’orologio del cuore, sospendendo la frenesia del quotidiano, per assaporare gli istanti eterni degli affetti? Questa visione contemporanea del tempo, fatta di schedule, planning, time management, è ciò che fa la nostra felicità? L’ossessione di programmare ed incasellare tutta la nostra vita all’interno di un definito arco temporale si alterna alla volontà di vivere alla giornata. Per noi, uomini del XI secolo, tertium non datur e l’unica collocazione che troviamo di noi stessi è quella agli antipodi delle cose. Anche del tempo.

Ma al termine del nostro cammino di vita, cosa resterà di tutto questo?
Passando ad una visione ontologica del tempo, non ricorderemo la nostra vita per la quantità di minuti che abbiamo cronometrato, piuttosto per gli attimi che abbiamo vissuto: l’esistenza diventa misura temporale
«Dicono che c’è un tempo per seminare / E uno più lungo per aspettare / Io dico che c’era un tempo sognato / Che bisognava sognare», direbbe Fossati, uno dei più grandi cantautori italiani.

27Oltre Bergson e Nietzsche, ciò che ci resterà del tempo sarà quel sospiro fatto di secondi ed emozioni che farà vibrare le corde del nostro cuore, sognando e ricordando che l’unica vita davvero degna di essere vissuta – citando il caro Socrate – è quella in cui abbiamo eternamente amato oltre ogni limite temporale.

 

Agnese Giannino

 

[Photo credit Ben White via Unsplash]

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Quel tesoro nascosto nella paura: tra euristica e rivoluzione

Alcuni la chiamano ripartenza, altri fase 2. Qualsiasi sia il termine utilizzato, è evidente ai più quanto questo periodo si avvicini ad una sorta di riabilitazione esistenziale, emotiva, professionale… Tra ferite e risorse, con Timore e tremore – per dirla alla Kierkegaard – di cosa ha davvero bisogno la gente, oggi?

Affetti, serenità, sicurezze, abbracci, speranza. Per ciascuno è fondamentale tornare ad avere un cuore che non si isoli a causa della paura, ma che in essa sappia trovare l’occasione per riscoprire la bellezza dell’essere insieme. Spesso, quando ci apprestiamo a ricominciare, cerchiamo di partire dalle nostre volontà, dai nostri sogni e progetti. La verità, però, è che in alcuni momenti il cammino non appare per niente chiaro e sembra crearsi un distacco tra la necessità di orientare il nostro agire nell’imminente e, allo stesso tempo, la difficoltà nell’avere dei piani più o meno certi. Il tempo della scelta risulta così percepito come troppo breve rispetto al tempo della vita.

Dunque, cosa fare? Una delle strategie particolarmente valide dall’antichità ad oggi è, in questi casi, quella di mettere a fuoco ciò che non vogliamo prima ancora di ciò che vogliamoC’è un detto che recita “Non conosci mai l’importanza di qualcosa, fino a quando non la perdi”. Opinabile, poiché alcune cose è necessario perderle per capire quanto ci facevano male. Per altre, invece, è proprio così. In questi lunghi mesi abbiamo momentaneamente perso quelle piccole grandi libertà quotidiane di cui abbiamo continuamente goduto e che, per questo, ci sono sempre sembrate scontate, banali. Esse sono piuttosto la sostanza del nostro vivere, nel senso proprio del termine, ovvero il substratum che regge la nostra vita e da cui nessuna ripartenza può prescindere. Sono una delle componenti fondamentali della nostra qualità di vita. Perderle di nuovo, sarebbe deleterio, a più livelli: psicologico, economico, sociale…

Hans Jonas, fautore de Il Principio Responsabilità, sostiene saggiamente che «c’è da dubitare che qualcuno avrebbe mai tessuto le lodi della salute senza perlomeno la vista della malattia, le lodi dell’onestà senza la vista della frode e quelle della pace senza conoscere la miseria della guerra»1. Egli afferma che uno dei principi guida della filosofia morale dovrebbe essere l’euristica della paura2: ogni singola azione deve avere come faro guida il timore di poter perdere ciò che abbiamo di più caro. La prima domanda da porsi valutando gli effetti dell’agire, secondo Jonas, non sarà “Cosa ci guadagno?”, bensì “C’è il rischio di perdere qualcosa di fondamentale?”.

Illudendosi di avere eternamente tutto sotto controllo, l’uomo ha trasformato i beni primari in conquiste eterne, non più degne di cure, attenzione, salvaguardia. Tuttavia, questi mesi ci hanno dimostrato che non è affatto così e che, seppur nei limiti della nostra condizione umana, sarebbe bene concentrarsi più su ciò che è davvero in nostro potere anziché su ciò che vorremmo controllare ma che, in realtà, sfuggirà incessantemente dal nostro comando.

Di conseguenza, non si può pensare di ripartire mettendo da parte tutto questo. È necessario, sì, puntare alla responsabilità civica e sociale di ogni individuo, ma non è sufficiente. Bisognerebbe guardare a quelle che Marx ha storicamente denominato “strutture” ma che noi sappiamo essere tra le basi di un vero welfare state: i sistemi sanitari pubblici, ad esempio. E questo non tanto e non solo a fronte del Covid-19, virus che ha messo a dura prova anche Stati fortemente preparati a fronteggiare emergenze di vasta portata, ma in quanto necessità ontologica e giuridica di ogni realtà politica. «Il bene può passare inosservato e, senza l’ausilio di una riflessione (per la quale dobbiamo avere un motivo particolare), può non essere riconosciuto»3. Solo quando riusciremo ad investire veramente nelle strutture, intercettando quel bene che tendiamo a non vedere più ma di cui abbiamo estremo bisogno, potremo poi pensare a tutte quelle sovrastrutture che non sono assolutamente accessorie e che contribuiscono alla vita del singolo nella comunità sociale. Perché «soltanto il previsto stravolgimento dell’uomo ci aiuta a formulare il relativo concetto di umanità da salvaguardare»4 e la paura, lungi da strumento di manipolazione di massa, deve divenire un principio regolatore per ogni azione governativa, collettiva ed individuale. Non basta delegare tale euristica alla volontarietà degli individui, né attraverso un’app per il contact tracing né, agli antipodi, al gossip mediatico a cui siamo quotidianamente sottoposti.

Come ha detto Papa Francesco nelle scorse settimane, «peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi»5. Cerchiamo, allora, di fare tesoro della nostra paura, perché in essa è nascosta la possibilità di rivoluzionare in meglio le nostre vite.

 

Agnese Giannino

 

NOTE:
1. H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Torino, Einaudi, 1990, p. 35.
2. Ivi, p. 34.
3. Ivi, p. 35.
4. Ibidem.
5. Papa Francesco, Omelia nella Solennità di Pentecoste, 31 Maggio 2020.

[Credit Tim Trad su unsplash.com]

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Desiderare: abitare il cuore per incontrare l’altro

Nella società odierna, ossessionati dai profitti e dai trend economici, abbiamo creduto sempre più che ciò che abbia il potere di muovere ogni nostro processo, dandogli una garanzia di riuscita, dipenda esclusivamente da fattori esterni, necessari ma spesso non sufficienti, perché ciò che davvero conta esiste fuori solo nella misura in cui è presente già dentro di noi.

Tra questi, un ruolo importante spetta al desiderio, motore propulsivo della nostra vita ma, allo stesso tempo, luogo esistenziale poco abitato. Desiderare, nel senso comune, è prefigurarsi un arrivo, è avere degli obiettivi da raggiungere, è realizzare un sogno, essendo molto spesso inteso più come un evento che debba avverarsi da sé piuttosto che come un cammino da dover percorrere in prima persona.
La culla del desiderio è, infatti, il cuore, poiché esso non nasce da un calcolo o da un ragionamento logico, ma è frutto di un’intuitio cordis che prende vita prima nel cuore e solo dopo, forse, nel mondo. Nessun desiderio è sinonimo di casualità né di coincidenza, bensì proviene dalla nostra esperienza personale e si attiva nel momento stesso in cui viene intuito.

Pascal avrebbe detto che «Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce»1, intendendo che ogni realtà – cuore o ragione – segue un proprio ordine, un modo tutto singolare di conoscere le cose. Ed è proprio vero.
Il desiderio è però spesso totalmente identificato nel suo oggetto: “Cosa desideri in questo momento?” ci viene chiesto, ma di rado sentiamo dire: “Stai desiderando davvero qualcosa?. Riprendendo Heidegger e la sua celebre domanda metafisica, potremmo dire che la questione dovrebbe passare dal piano dell’ente al piano dell’essere2, dando maggiore risalto a un processo interiore che ha, in potenza, la funzione di accompagnare l’intero percorso della nostra vita.

Effettivamente, ciò che ci cambia nel profondo non è solo il desiderio ma soprattutto il desiderare, fatto di attese e di speranze – tutt’altro che effimere – che si concretizzano attraverso le nostre decisioni ed i nostri passi quotidiani. Nel processo del desiderare, infatti, spesso maturiamo e orientiamo il nostro sguardo a tutto quello che è davvero essenziale nella nostra vita e, non a caso, a volte siamo noi stessi che, desiderando, mettiamo a fuoco il desiderio sotto una luce diversa e lo vediamo per ciò che realmente è. Di conseguenza, diventerà allora controproducente focalizzarsi, come accade nella nostra ordinarietà, molto di più su un non ancora, dall’essenza incerta, che sposta pericolosamente le nostre attenzioni esclusivamente su un orizzonte temporale futuro che non siamo in grado di controllare del tutto.

Spesso ascoltiamo storie affascinanti sui desideri, su chi ha compiuto grandi imprese pur di realizzarli; altre volte, invece, il desiderio diventa supremazia, affermazione del proprio ego ed esclusione dell’altro. Proprio a tal proposito sorge una questione: è giusto utilizzare ogni mezzo per realizzare un proprio desiderio? A primo impatto, molti risponderanno in modo negativo, ma se tale desiderio personale fosse orientato all’altro, come nel caso di voler rendere felice una persona a noi cara, sarebbe ancora illecito ricorrere ad ogni metodo pur di raggiungerlo? Qui forse la risposta non sarebbe così scontata. È necessario affermare però che nessuno può imporre i propri desideri, nonostante i nobili intenti e per quanto si possa intuire il bene dell’altro, perché quel bene deve essere sempre frutto di una scelta personale. Emmanuel Lévinas direbbe, in termini più precisi, che il carattere dell’altro è l’«infinito»3, ed è quindi erroneo rinchiuderlo nelle nostre categorie mentali. L’altro è, piuttosto, il luogo in cui abbiamo la possibilità di abbandonare il nostro egoismo – consapevole o inconsapevole – per entrare nella reciprocità, vera dimora del noi, incontro tra libertà.
Bisognerà quindi considerare che, anche qualora il proprio desiderio fosse la felicità altrui, non si potrà, a priori, dare un’idea di felicità – rischiando di proiettare la nostra prospettiva su quella dell’altro –, ma si dovrà capire e chiedere a chi si ha davanti quale sia il suo bene. Solo allora, ed in tali circostanze, si potrà pensare di sostituire, alla logica dell’imposizione, la volontà di regalare il proprio desiderio, sperimentando la possibilità esistente e poco usuale di desiderare nel desiderio di chi amiamo.

Il cuore diventa, così, la nostra officina dei desideri: spesso vi siamo già dentro, tante altre volte vi entriamo per riparare i desideri degli altri. Perché, a volte, è nell’atto stesso del desiderare che vi è già un desiderio realizzato.

 

Agnese M.C. Giannino

 

Agnese Giannino è una dottoressa in Scienze Filosofiche.  Dopo la laurea triennale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Catania, consegue cum laude, nel medesimo Ateneo, il titolo magistrale in Scienze Filosofiche, presentando una tesi in ambito bioetico. Appassionata di etica ed innamorata dell’insegnamento, ha lavorato nella formazione e, ad oggi, continua ad approfondire i propri studi.

 

NOTE:
1. B. Pascal, Pensieri, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1996, pensiero 277, p. 218.
2. Cfr. M. Heidegger, Che cos’è metafisica?, Adelphi, Milano, 2001.
4. E. Lévinas, Totalità e infinto, Jaca Book, Milano, 1980, p. 47.

[Photo credits unsplash]