26 gennaio 2016 Alessio Maguolo

Anima, corpo; carne, spirito : Griffin

I Griffin (Family Guy nel titolo originale), stagione dodicesima, puntata dodicesima: Stewie (un bambino a dir poco anomalo, per chi non lo conoscesse) scopre improvvisamente di essere, al pari di ogni altro uomo, mortale; l’idea, fino ad allora, non lo aveva neppure sfiorato.                                                                                                                                                                                                                                                                                   È il suo cane, Brian (che nella serie ricopre il ruolo dell’intellettuale cinico, materialista e ateo), a farglielo comprendere; al bambino che , sconcertato, gli chiede con ansia cosa ci sarà dopo la fine della vita, Brian risponde tranquillamente : “Niente, spengo la luce, tutto qui. Mi sembra abbastanza chiaro che siamo solo sacchi di carne e ossa. A un certo punto si decomporranno diventando cibo per vermi. Veniamo dal niente e torneremo ad essere niente, fine. Buonanotte, Stewie”.                          

Già quest’ultima affermazione (nichilistica) riguardo il “niente” mi strappa un sorriso: sarebbe divertente vedere Brian a colloquio con Parmenide a Severino riguardo l’ Essere e il niente; probabilmente, il nostro simpatico cane ne uscirebbe un po’ malconcio, stremato, con la famosa formula “L’Essere è e non può non essere, il non Essere non è, e non può essere” che gli martella la testa. Ma non è di questo che volevo trattare, anche se è molto pertinente al tema che stiamo per introdurre.                                                                                                                                                                                                                                                         Ora, io credo che una grande quantità di persone sarebbe disposti a sottoscrivere la dichiarazione di Brian; una grande maggioranza. Brian ha adottato una concezione della vita molto semplice, diretta e, a prima vista, razionale: noi uomini veniamo al mondo e compiamo le nostre vite esattamente come “sacchi di carne e ossa”, e non ha senso credere in un qualcosa di più, chiamato “anima”, che sopravviva alla morte terrena, perché la scienza non la può misurare, rilevare. “Io credo solo a quello che vedo”; ho sentito molte volte questa frase, che viene spesso interpretata come “la regola” scientifica per eccellenza (e certo anche qui ce ne sarebbe da ridire). Nella vita di ogni giorno, la nostra esistenza fisico-materiale è la nostra più sicura certezza, la prima evidenza, il non-dubitabile. Ciò vale solo ad un livello di riflessione elementare: la pura riflessione filosofica ci porta invece su strade molto diverse, dove questa sentenza non è semplicemente negata, ma del tutto ribaltata: La prima evidenza, l’in-discutibile non è il mio essere corpo, ma il mio essere pensiero: “Cogito ergo sum”. A questo risultato era arrivato Cartesio, il quale era disposto a riferirsi a sé stesso, secondo verità, almeno e solamente come sostanza pensante; altro che corpo.                                         Ho accennato a Cartesio anche per introdurre un tema caro alla tradizione della filosofia morale greco-medievale: il pensiero come tale e il suo rapporto con l’anima. Uomini come Pitagora, Platone, Aristotele, Plotino, Agostino, Tommaso d’Acquino smonterebbero in poche battute il nostro povero Brian, che, come molti altri, pretende una soluzione scientifica alla questione dell’anima; io chiaramente ci metterò di più, ma cercherò di essere più conciso e diretto possibile. Riassumendo molto, ma davvero molto, il pensiero che corre lungo questa grande tradizione è questo: chi, per conoscere, ha bisogno di smaterializzare, è a sua volta immateriale; il nostro pensare di uomini si riconduce e confluisce sempre nel Pensiero come tale, in ciò che Platone chiamava “idee”, e che Plotino chiamava “nous”; ciò è alla base della capacità umana del ragionamento astratto, come notava Tommaso riflettendo sul tema degli universali.            

Cosa vuol dire tutto questo? Semplicemente, c’è qualcosa di noi che, quando pensiamo, diviene ciò che pensiamo: come un fluido metafisico, immateriale, in grado di divenire qualsiasi cosa pensata, dotato della massima plasticità intellettuale. Cosa di noi diviene un quadrato quando pensiamo la figura geometrica? Eppure quell’immagine ci appartiene, è in qualche modo noi. Il pensiero sta nella testa? Ha un luogo fisico? È fisico? Quando penso l’idea di “uomo”, non mi trovo certo un prototipo umano nel cranio; semmai, nel pensiero. A questo proposito Aristotele rilevava nel De Anima che “L’anima è in qualche modo tutte le cose”.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    A questo punto Brian mi obietta che il pensiero è perfettamente comprensibile con la sola scienza: che è il cervello a pensare, e che non c’è bisogno di ricorrere alla metafisica per spiegarlo; che “il pensiero sta nel cervello”, come dicono in moltissimi quando si parla di questi delicati temi. Ma io rilancio, gli dico che non ha senso parlare della collocazione fisica del pensiero: che valore, che significato dai alle parole quando dici “pensiero-nel-cervello”? il cerchio come tale è solo un’idea: per definizione, nella realtà materiale non esiste nulla di così perfetto; se pensi un cerchio, lo materializzi? Lo trascini nel dominio degli enti materiali? No, impossibile. Eppure tu usi il cerchio se fai geometria, come pensi in astratto ogni sorta di idea quando rifletti. Tutto questo accade, ma non si può dire che accada fisicamente. Non è già qualcosa di materiale che stiamo indagando qui, non è più qualcosa di misurabile dalla scienza; semmai, dalla logica.

Per quanto l’immaterialità, la non-fisicità siano proprietà del tutto atipiche, dobbiamo riconoscerne la validità; e l’anima, come le idee e il Pensiero, sembrano avere vita proprio in questa strana “a-dimensione” di non-spazialità, non-temporalità.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               Ecco, ora Stewie si è già addormentato, dorme tranquillo. Brian è assonnato, decidiamo di continuare il discorso in futuro; buonanotte Brian, ci vediamo…

Alessio Maguolo                                                                                       

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