26 febbraio 2016 Luzia Ribeiro da Costa

Alla deriva – Recensione di “Agostino” di Alberto Moravia

C’è una spiaggia nel Viareggio, in Versilia, che è senza spiegazioni, senza certezze, che con il suo moto ondoso sa perpetuare le inquietudini di un tredicenne, Agostino, che per la prima volta si scontra con le durezze della vita. Egli è in vacanza con la madre, “una grande e bella donna ancora nel fiore degli anni” e con lei gioca, si tuffa, nuota, ristagna felicemente in quella loro perfetta sintonia.

Quando però la madre comincia a frequentare Renzo, un giovane alto, bruno e abbronzato, Agostino si sente tradito nella sua sicurezza e il cambiamento diventava inevitabile, la sua crescita personale una scelta. Fu in quell’occasione che avvertì la prima grande lacerazione tra se stesso e colei che lo aveva messo al mondo, sarà da quell’occasione in poi che Agostino continuerà ad urlare in silenzio il nome della madre fino a quando non tenterà di ricucire la ferita con un altro tipo di amore, di certo più sintetico, senza però riuscirci.

Umiliato ed amareggiato, Agostino fa la conoscenza di Berto, un coetaneo lentigginoso dalle “pupille celeste torvo”, dalla canottiera “con un largo buco in mezzo alla schiena” e dalla voce che tradiva “un rozzo accento dialettale” e di un paio di altri ragazzini, tutti facenti parte della stessa banda. Con loro, unico adulto, un bagnino di quasi cinquant’anni, il Saro, due mani tozze da sei dita ciascuna.

La seconda metà del libro si snoda perciò tra scherzi grossolani e triviali, pesanti allusioni e seduzioni in un mondo in cui la giovane età non conta, perché nel frequentarli, al di là del ribrezzo, in Agostino restava un inspiegabile piacere. I nuovi amici, rozzi, ottusi e violenti, certo ben lontani dal suo essere un raffinato borghese di città, lo conquistavano, gli rendevano scoloriti i giochi sorvegliati dagli adulti, la collezione dei francobolli e i modi dabbene dei suoi ex compagni di vita, lo allontanavano da una realtà che non sentiva più sua.

Spintosi oltre i confini della prosa, con questo romanzo breve Alberto Moravia indaga le pieghe psicologiche di quell’uomo che, anche se deve ancora crescere, non sa guarire da ciò che gli manca, si adatta, si racconta altre verità. Perché si può nascere vecchi, convivere di già con la nostalgia di qualcosa.

Considerato da molti il suo capolavoro insieme a Gli Indifferenti, Agostino è un libro che con finezza e obiettività ti mostra il passaggio dalla giovinezza all’età adulta senza l’uso di intermediari ma basandosi esclusivamente sul punto di vista di un ragazzino che precipita inconsapevolmente in quella metà di mondo accasciante, dove si sopravvive come si può. E da tutto ciò, Agostino non chiede alcun risarcimento, né dalla scoperta angosciosa e traumatica del sesso né dal tentativo di superare un attaccamento edipico eccessivo. Perché, come dice Moravia, le esperienze che contano sono spesso quelle che non avremmo mai voluto fare, non quelle che decidiamo di fare noi.

Luzia Ribeiro da Costa

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