29 luglio 2015 Federica Bonisiol

Aldo Capitini la migliore delle democrazie: l’Omnicrazia

Fin da una prima lettura risulta difficile non riconoscere il pensiero di Aldo Capitini come prossimo alle nostre sensibilità personali, se non addirittura familiare. La profondità morale delle sue riflessioni, la tenacia con cui cercò di stimolare le coscienze degli italiani, l’impegno concreto con cui si oppose ad ogni forma di autoritarismo sia politico sia religioso, sono tutti elementi che caratterizzarono la sua figura e che meriterebbero di essere messi in luce per mostrare la necessità della riscoperta di un sano confronto democratico, riguardo le più imponenti tematiche socio-politiche che caratterizzano i tempi attuali.

Attraverso la lettura del testo “Il Potere di tutti”, sono riuscita a percepire quanto Capitini desiderasse per l’Italia una forma di governo autenticamente democratica. Dico “autenticamente” in quanto l’idea di democrazia che egli aveva definito era così pura da portarlo a criticare la forma di governo “democratica” che a quel tempo si era instaurata, e che continua tutt’oggi. Quest’ultima, infatti, a suo parere non era in grado di favorire una vera interdipendenza positiva tra gli individui, né tantomeno di realizzare un legame solido e proficuo tra essi e i detentori del potere politico. Capitini dimostrò di nutrire nei confronti dell’ideale democratico il massimo delle aspirazioni, tant’è vero che per sottolineare la fiducia che egli riponeva in esso e soprattutto nel suo miglioramento, egli parlò principalmente di omnicrazia.

Omnicrazia, o potere di tutti, deve essere intesa come una più avanzata e più aperta democrazia; in essa tutti devono poter partecipare alla discussione pubblica, senza distinzioni (di sesso, età, razza, nazionalità, istruzione, censo, partito politico) né limitazioni.

Ciò che più importava a Capitini era il dimostrare la reale necessità di procedere oltre il sistema della delega del potere; questa, infatti, marcando una netta distanza tra coloro che detengono direttamente il potere e coloro che invece lo detengono soltanto in maniera indiretta, a lungo andare potrebbe sfavorire l’effettiva partecipazione del popolo alla vita pubblica e politica del paese. Tale processo, a distanza di cinquant’anni rispetto alle elaborazioni teoriche di Capitini, risulta abbastanza evidente: la politica è considerata sempre più come una sfera lontana dalle finite possibilità degli individui e talvolta come impermeabile rispetto alle proposte o alle iniziative provenienti da quei cittadini che vorrebbero apportare al suo interno i cambiamenti indispensabili ad un suo migliore funzionamento. Questo sentimento comune, a mio parere, è palese nella sfiducia di quanti guardano impotenti agli alti piani della politica, nell’alto tasso di assenteismo che si registra al momento delle elezioni, nella mancanza di iniziativa privata (in quanto, inutile dirlo, a causa delle problematiche economiche che caratterizzano l’andamento degli ultimi tempi, gli individui sono talvolta occupati a fare i conti con ben altre preoccupazioni).

Al fine di poter godere di un migliore sistema rappresentativo, Capitini riteneva che il Parlamento dovesse essere integrato da centri sociali e da assemblee pubbliche non per forza deliberanti, ma comunque consultive. Questa integrazione era da lui ritenuta necessaria in quanto «le istituzioni possono inorgoglirsi della loro chiusura e divenire prepotenti». Egli fondò così i cosiddetti Centri di Orientamento Sociale, i quali, garantendo un più profondo coinvolgimento della popolazione rispetto a quanto non avveniva all’interno di un normale contesto democratico, si proponevano come il mezzo migliore per poter attuare una forma di governo omnicratica.

I COS permettevano lo sviluppo di una particolare forma di decentramento politico e di “controllo dal basso” (contro l’influenzabilità politica che può derivare da interessi privati e settoriali, la quale sempre più oggi fa sentire il suo peso) dai benefici facilmente intuibili: non soltanto consentivano agli individui di sentirsi responsabili in prima persona, ma garantivano anche un’attenuazione del tanto temuto divario tra coloro che detenevano il potere e coloro che invece non lo esercitavano direttamente.

A mio parere, la riflessione politica di Capitini, assieme al suo complesso sistema di pensiero etico, filosofico e religioso, può essere un utile spunto per chiederci, non con l’amarezza e la rassegnazione che sempre più caratterizzano il nostro presente, ma piuttosto con una sana progettualità: a che punto ci troviamo oggi? Sentiamo di vivere all’interno di un contesto democratico adatto a realizzare la nostra natura, in grado di tutelare le nostre attività, capace di provvedere al domani del nostro Paese? Ma soprattutto, quanto peso e quanta influenza riteniamo di possedere rispetto alle decisioni politiche che inevitabilmente giungono a condizionare anche la nostra vita privata?

 

Durante il secolo scorso Aldo Capitini si propose e venne identificato come personaggio decisamente controcorrente a causa delle critiche che egli non mancò di indirizzare nei confronti del conservatorismo ecclesiastico e a causa della sua palese opposizione alle direttive del Partito Fascista, del quale, a differenza di molti altri intellettuali dell’epoca, rifiutò coraggiosamente la tessera d’iscrizione. In seguito alla pubblicazione dei suoi primi scritti egli divenne uno dei riferimenti letterari della gioventù antifascista. Capitini si fece inoltre portavoce del pensiero nonviolento di Gandhiana memoria promuovendolo attraverso una serie di iniziative concrete, tra le quali la prima Marcia per la Pace che si svolse nel contesto italiano, dispiegatasi nel 1961 da Perugia ad Assisi.

 Federica Bonisiol

[immagine tratta do Google Immagini]

 

BIBLIOGRAFIA:

Aldo Capitini, Il potere di tutti, Guerra Edizioni, Perugia 1999

(Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni Cultura della Pace, Firenze 1989)

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