This is your blog

The daily Post

In lapsus veritas

La scuola freudiana, e la psicanalisi in generale, con i lapsus va a nozze. Un bambino che chiama la maestra “Mamma”, suscitando le risate dei ben poco compassionevoli compagni di classe, tradisce un’identificazione delle due figure femminili autorevoli della sua vita. Un uomo che sbaglia il nome della compagna con quello di un’amica o di una ex avrà modo, se sopravvive all’errore, di pensare a quali siano effettivamente i suoi sentimenti nei confronti della seconda. Il lapsus linguae, in sintesi, sarebbe un barlume di schiettezza e verità sfuggito al controllo rigoroso del Super-Io, un errore che tradisce il vero pensiero, sentimento, umore di chi parla, rivelandolo contro quanto imposto dalle norme sociali, dalla buona educazione o, come nel caso del nome della ex, dalla pura e semplice autoconservazione.

Andrebbe quindi dato il giusto peso anche a lapsus più illustri, come quello dell’ex Presidente USA George W. Bush che, in occasione di una conferenza stampa dello scorso 18 maggio, si è lasciato sfuggire una gaffe non da poco. Parlando del conflitto in corso in Ucraina, Bush ha rimarcato con convinzione: «Condanneremo sempre e senza mezzi termini la brutale e totalmente ingiustificata invasione dell’Iraq!» – momento di imbarazzato silenzio degli astanti, attimo di realizzazione, correzione – «Volevo dire, dell’Ucraina».

«Scusatemi, ho 75 anni», si è giustificato l’ex Presidente, ma Freud e i suoi allievi non si berrebbero una simile giustificazione. A distanza di vent’anni dal conflitto che ha definitivamente destabilizzato buona parte dell’area mediorientale, con il pretesto delle armi di distruzione di massa nascoste dal dittatore Saddam Hussein definitivamente rivelato come una spudorata menzogna, con tutti i documenti desecretati durante lo scandalo WikiLeaks, i parallelismi tra l’invasione dell’Iraq da parte degli USA e quella dell’Ucraina da parte della Russia sono lampanti, e il subconscio di Bush dev’esserci arrivato prima del suo Ego cosciente.

In entrambi i casi, assistiamo alla soverchiante prepotenza di un super-stato troppo forte per poter essere fermato, che si beffa perciò del diritto internazionale, che accampa scuse insostenibili alla prova dei fatti per la propria condotta, che schiaccia beatamente sotto i cingoli dei propri tank civili non combattenti in nome di sicurezza, giustizia, democrazia. In entrambi i casi, i movimenti pacifisti sono stati messi a tacere, l’opinione pubblica è stata ignorata, gli interessi nazionali sono diventati l’unica norma da seguire in spregio a qualsiasi mediazione, le responsabilità delle conseguenze dell’attacco neanche troppo velatamente scansate.

Un lapsus del genere non dovrebbe essere ignorato, anche perché rivela qualcosa che buona parte del resto del mondo già sa da tempo. Non è un caso che siano pochissimi gli stati che hanno accettato di imporre sanzioni alla Russia, con un grandissimo numero di rifiuti soprattutto tra i paesi del cosiddetto terzo mondo. Prima ancora che motivazioni ideologiche, quel che spinge i neutrali o addirittura i filorussi a rifiutare il supporto all’Ucraina è l’ipocrisia delle potenze occidentali, che adoprano due pesi e due misure per giudicare condotte assolutamente analoghe a seconda di chi le fa proprie, che divinizzano democrazia e volontà popolare solo quando non sono i loro interessi ad essere in ballo, che ignorano il diritto internazionale ogni qualvolta si prospettano profitti, salvo poi ribadire di appartenere al “blocco delle regole” se a fare lo stesso sono paesi al di fuori della propria cerchia ristretta.

Chi ci rimette, in questo gioco di verità taciute e rivelate, è al solito la vittima designata, il cui fato interessa poco agli attaccanti quanto ai difensori. La popolazione ucraina soffre e muore sotto le bombe, i civili vengono violentati, torturati e uccisi, i campi devastati, le città distrutte, le strade minate. Il supporto manca (anche) perché buona parte del mondo si è stancata dei soprusi, dei giochini neocoloniali e delle imposizioni di USA ed Europa. Si è stancata di un’ipocrisia che ha vissuto sulla propria pelle e che è chiara da anni. Da ben prima che a George W. Bush “scivolasse la lingua”.

 

Giacomo Mininni

[Photo credit Levi Meir Clancy via Unsplash]

la chiave di sophia 2022

Dal dolore al colore, da Frida Kahlo all’arteterapia

Tutti almeno una volta nella vita si saranno trovati in situazioni complicate da gestire a livello emotivo, arrivando a credere che non ce l’avrebbero fatta a superare quel determinato periodo nero. Quando si vive una situazione dolorosa è piuttosto comune pensare che non esista una via d’uscita; i traumi rappresentano delle vere e proprie ferite dell’anima che possono distruggerci dal punto di vista psicologico, se non affrontati nel modo corretto.  Per non rimanere imbrigliati nella morsa del dolore esistono varie strade, una tra queste è rappresentata dall’arte in ogni sua forma, attraverso cui è possibile entrare in profonda connessione con se stessi, veicolando il dolore e portandolo alla luce. 

L’arte rappresenta una via d’uscita privilegiata dalle difficoltà emotive, poiché facilita l’espressione di ciò che spesso a parole è molto più complicato da dire e comunica simbolicamente sentimenti profondi, emozioni e sensazioni. 

C’è stata un’artista in particolare, nel corso della storia, ad aver letteralmente rivoluzionato il modo di fare arte, che diventa il mezzo attraverso il quale si palesano anche i propri pensieri inconsci, regalando al fruitore opere, non solo di grande impatto iconico, ma anche estremamente crude e drammatiche.  Nella maggior parte dei casi, se non in tutti, l’opera d’arte è sempre autobiografica, racconta cioè totalmente o in parte qualcosa di chi la realizza, ma nel caso di Frida Kahlo tale caratteristica risulta accentuata: i soggetti dei suoi dipinti sono profondamente intrecciati alla sua vita, alle sue tristi vicende amorose, al Messico suo paese d’origine, ma soprattutto alle sue difficilissime condizioni di salute che, come tutti sappiamo, a causa di un gravissimo incidente in autobus e trentadue operazioni chirurgiche, la relegarono in un letto a riposo forzato con il busto totalmente ingessato.

Le opere della Kahlo sono interessanti, non solo dal punto di vista pittorico, ma soprattutto da quello psicologico: è notevole come questa artista sia riuscita a tramutare in bellezza la rappresentazione del suo corpo martoriato e traumatizzato dagli indelebili segni dell’incidente (si pensi ad esempio a opere come La colonna spezzata del 1944). Ancora più incredibile è come sia riuscita a rendere arte il dolore degli aborti spontanei che subì nel corso della sua vita, i tradimenti da parte di Diego Rivera, l’uomo che amò per tutta la sua esistenza; cicatrici non solo fisiche, ma anche psicologiche, come raccontano i famosi dipinti Henry Ford Hospital (1932) che la ritrae su un letto d’ospedale completamente ricoperta dal sangue dell’aborto e Qualche piccolo colpo di pugnale (1935) in cui è ritratta trafitta da numerosi colpi di arma da taglio, emblemi delle sue ferite emotive, inferti da suo marito Diego che l’aveva tradita con sua sorella. Ma ciò che è ancora più interessante notare è come lo spettatore, posto di fronte alle sue magnifiche produzioni, non scappi via per la crudezza delle immagini che gli si pongono allo sguardo, ma al contrario ne resti estasiato e attratto

Ho potuto sperimentare questa sensazione sulla mia pelle visitando, anni fa, una mostra di questa grande artista e ricordo di aver faticato a staccare gli occhi dai suoi dipinti, che indubbiamente catturano l’attenzione con i loro colori brillanti e vivi, che contrastano di proposito con le tematiche trattate e di aver provato una sensazione di vicinanza emotiva con lei.  Già Freud aveva compreso come la separazione tra conscio e inconscio fosse in qualche modo solo apparente, motivo per il quale l’arte viene considerata, anche dal padre della psicanalisi, come un ponte tra il mondo cosciente e il mondo inconscio, come uno dei principali mezzi per affrontare le vicissitudini della vita; un po’ come il sogno ma che, a differenza di questo, si serve della creatività e viene condiviso con gli spettatori che fruiscono dell’opera. 

Anche Melanie Klein ha dato la sua interpretazione della creatività artistica, definendola come una tendenza a riparare e ricreare oggetti d’amore. La Klein individua la radice della creatività proprio nel dolore, come accade nei dipinti di Frida Kahlo, in quanto l’espressione artistica porta a plasmare, modificare, riparare l’angoscia del dolore e non a fuggire da esso. 

Grazie agli studi inaugurati da Freud, proseguiti dalla Klein e da altri illustri psicanalisti sull’arte, nonché agli esempi di trasformazione del dolore in bellezza che hanno visto protagonista indiscussa Frida Kahlo, ma di cui non mancano certamente altri esempi nella storia dell’arte, si sono poste le basi per la nascita e lo sviluppo della cosiddetta arteterapia, che ha raggiunto un riconoscimento a livello internazionale, diventando un preciso strumento non solo terapeutico ma anche didattico nell’ottica dell’educazione alle emozioni, a partire dall’infanzia: un mezzo importante per riuscire a portare alla luce i nostri sentimenti profondi, per imparare ad auto-riparare le nostre emozioni negative e a liberarci dal punto di vista emotivo. 

 

Federica Parisi

[Photo credit Quino AI via Unsplash]

la chiave di sophia 2022

Una divagazione sulla morte

«Tutto scorre», diceva Eraclito. Le cose entrano ed escono in continuazione dal dominio dell’esistenza. Nascita e morte sono gli estremi tra i quali tutta la vita si svolge, si srotola, si dispiega nelle sue infinite forme e tonalità. Ogni cosa è una cristallizzazione momentanea di questo movimento che, senza inizio né fine, continua eternamente a fare ciò che gli è proprio: muoversi.

Tra questo pulviscolo di cristalli vi siamo anche noi, che pur facendo sempre parte dell’enorme flusso che è la vita universale, ci costruiamo i nostri piccoli, personali movimenti, che entrano in contatto gli uni con gli altri: spesso si allontanano, a volte si sfiorano, talora si toccano e, quando siamo fortunati, si intersecano. Poi, uno alla volta, questi movimenti si interrompono bruscamente, lasciando spazio ad altri centri che disegneranno nuovi percorsi.

Benché la morte sia ciò che vi è di più naturale a questo mondo, ci scuote profondamente quando ci tocca da vicino. La scomparsa di una persona cara costituisce un dolore difficile da sopportare: sentiamo la privazione, la negatività della mancanza. Questo sentimento è soffocante perché non c’è nulla che possiamo fare: siamo completamente impotenti di fronte alla situazione, ed è come se avessimo perso, assieme alla persona scomparsa, una parte di noi. Sembra quasi che per quanto possiamo costruire e stringere legami, tutto sia comunque destinato a scomparire. Ma al tempo stesso la vita è per sua natura relazione: inseriti in un contesto, ci rapportiamo a esso e a coloro che lo abitano; ci rapportiamo agli altri in vari modi, e a questo non ci si può sottrarre. In questo senso, come possiamo affrontare la scomparsa nel nulla di ciò che costituisce l’essenza stessa delle nostre vite?

Non vogliamo qui discutere se la vita dopo la morte continui in una qualche forma oppure se la morte sia una scomparsa definitiva. Ciò non cambia il fatto che quando l’affrontiamo qui, in questo mondo, la sentiamo come separazione. E poiché noi abitiamo questo mondo, è di essa che vogliamo parlare.

Quando viene a mancare qualcuno è come se venissimo privati di una parte di noi. Questo sentimento è qualcosa di più rispetto ad una permanente variazione nelle nostre abitudini, nel senso che mentre prima lo vedevamo sempre, ora non più. Un pezzo della nostra vita ci viene tolto perché la nostra esistenza è una continua relazione a ciò che ci circonda. Tuttavia vi è relazione soltanto tra entità dinamiche: nella misura in cui è l’entrare in contatto di due poli, essa va a cambiare la natura di entrambi. Conoscenze, amicizie, amori, tutto ciò va a modificare il nostro modo di stare al mondo: le nostre coscienze variano nella risonanza con le altre e si arricchiscono in un processo di continua crescita che conferisce nuove colorazioni alle nostre quotidianità. Le vere relazioni ricreano continuamente lo spirito.

Tutto ciò rimane anche una volta che una delle controparti viene a mancare. Certo, è evidente che in questi casi la relazione subisce un troncamento; tuttavia il tempo – per fortuna probabilmente – non è reversibile, e durante tutto il percorso che abbiamo affrontato insieme a qualcuno, comprese le impasses relazionali, ci siamo evoluti: esso ha modificato il nostro spirito, che si è arricchito di nuove sfumature prodotte proprio dal contatto con l’altro.

Nella sua opera Saggio sui dati immediati della coscienza (1889), Bergson mostra come il tempo sia spesso pensato come una serie di momenti giustapposti come in fila, separati l’uno dall’altro e per questo isolabili e pensabili indipendentemente tra loro, la cui successione sarebbe ugualmente percorribile in avanti o all’indietro. La separazione e la giustapposizione sono però proprietà che appartengono allo spazio: ciò a cui pensiamo non è quindi la durata, bensì la sua rappresentazione spaziale. Gli stati di coscienza, mostra Bergson, si compenetrano l’un l’altro in quanto si svolgono nel tempo: non è possibile isolarli se non contravvenendo alla natura di questo. Ogni stato di coscienza riflette la personalità intera dell’individuo, perché egli è il risultato di tutte le esperienze che l’hanno formato e modificato fino a farlo diventare quello che è oggi.

Insomma, il nostro modo di stare al mondo cambia perché la nostra vicinanza con l’altro ci cambia.

Quando diciamo che qualcuno continua a vivere in noi, questa ci sembra una banale frase fatta, detta per consolarci, perché non ne cogliamo il senso; in realtà questa sentenza potrebbe racchiudere un messaggio filosofico molto profondo, a condizione di saper vivere a pieno la relazione, così da lasciarci arricchire ed arricchire a nostra volta gli altri, venendo a costruire delle profonde e fertili reti intersoggettive.

 

Pietro Bogo

[Immagine tratta da Unsplash]

la chiave di sophia 2022

Primo Levi, I sommersi e i salvati

Primo Levi ha più volte raccontato i termini della sua storia di scrittore: un giovane ebreo torinese laureato in chimica, «ventiquattro anni, poco senno, nessuna esperienza», che coltiva «un moderato e astratto senso di ribellione», partecipa brevemente alla Resistenza, catturato dai fascisti viene deportato a Auschwitz nel febbraio del 1944. Quando viene liberato, un anno dopo, il bisogno di raccontare questa esperienza, di dare a essa un senso attraverso le parole, lo porta a scrivere Se questo è un uomo (1947); continua poi a praticare la letteratura come un «secondo mestiere», ogni fine settimana, mentre lavora come direttore generale in un’azienda di vernici e smalti. Nascono così opere narrative come La tregua (1963) o i racconti de Il sistema periodico (1975).

Nel 1986, un anno prima della improvvisa e drammatica scomparsa (forse un suicidio, ma molti sostengano che potrebbe essersi trattato di un incidente), Levi torna un’ultima volta all’esperienza originaria con I sommersi e i salvati. Stavolta, a decenni di distanza dai fatti, li riassume in un’opera estrema: il risultato di una lunga distillazione dei ricordi che hanno sempre ingombrato la sua esistenza.

COPERTINAUn saggio denso, ricco di riflessioni che – spesso prendendo spunto da episodi narrati in altre opere o inediti – approfondiscono e sviluppano gli argomenti dei vari capitoli. In che modo un ricordo come quello del Lager viene elaborato – ma anche conservato e a volte rimosso – da chi lo ha vissuto ma anche da tutta la collettività umana? Per quale motivo essere stati costretti a una vita degradata, calcolatamente disumana, spinge i sopravvissuti a provare una sorta di vergogna della propria esperienza? Come si possono valutare le responsabilità della persecuzione, e quale è stato il ruolo della “zona grigia”, di quelle persone che a vario titolo assecondavano i nazisti nello sterminio? Perché contro i deportati ormai destinati alla morte si usavano violenze del tutto inutili?

Soprattutto, il tema centrale, che dà il titolo al libro e già veniva formulato in Se questo è un uomo è il seguente: se la logica del Lager era la distruzione, solo chi è perito – i sommersi – può dire di aver vissuto realmente, fino in fondo, questa esperienza; ma solo chi si è salvato è in grado di parlare e di riferirne. Un paradosso dolorosamente presente all’autore, che non manca di mettere in guardia il lettore: «Questo libro è intriso di memoria: per di più, di una memoria lontana. Attinge dunque ad una fonte sospetta, e deve essere difeso contro sé stesso».

Per ogni tema, per ogni riflessione, l’autore trova formulazioni pacate, di limpida chiarezza, secondo i percorsi di una mente abituata al procedimento scientifico. E queste formulazioni, il risultato finale di una meditazione dolorosa e necessaria, sono severe, solide:

«Non mi intendo di inconscio e di profondo, ma so che pochi se ne intendono, e che questi pochi sono più cauti; non so, e mi interessa poco sapere, se nel mio profondo si annidi un assassino, ma so che vittima incolpevole sono stato ed assassino no; so che gli assassini sono esistiti, non solo in Germania, e ancora esistono, a riposo o in servizio: e che confonderli con le loro vittime è una malattia morale o un vezzo estetico o un sinistro segnale di complicità».

Questo libro è per il lettore un’esperienza forte, l’incontro con una voce segnata dall’orrore ma che si sforza, con tutti i suoi mezzi, di cercare un senso, di salvare le ragioni dell’umanità. E per raggiungere questo risultato si serve di linguaggio di tono medio, che rifiuta tutte le lusinghe della retorica e fa di tutto per rendersi trasparente: le parole sono solo un mezzo, al centro sta un’esperienza tragica con tutte le sue conseguenze, che va resa nel migliore dei modi. E proprio questo controllo dà al linguaggio di Primo Levi la sua forza espressiva: la concentrazione sulle cose, su ciò che deve essere detto, è fonte di ordine e chiarezza, motivi ispiratori di una vita e di una scrittura.

Un libro che va al di là della letteratura, un monito al lettore perché la sua attenzione sia sempre vigile:

«Anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio che dimentichiamo la nostra fragilità esistenziale: col potere veniamo a patti, volentieri o no, dimenticando che nel ghetto siamo tutti, che il ghetto è cintato, che fuori del recinto stanno i signori della morte, e che poco lontano aspetta il treno».

 

Giuliano Galletti

BIBLIOGRAFIA
P. Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 2014.

[immagini tratte da http://www.mondi.it/almanacco/voce/49010  Per la copertina del libro: http://www.temperamente.it/recensioni-3/classici/i-sommersi-i-salvati-levi/]

la chiave di sophia 2022

Tra le molteplici declinazioni della parola ” viaggio “

Estate 2022: la prima estate in cui si potrà tornare a viaggiare senza lockdown, mascherine e green pass, “come nell’epoca pre-covid”, ossia in libertà. Ebbene sì, perché viaggiare implica e tende alla libertà: si viaggia a condizione di essere liberi e parallelamente si viaggia alla ricerca della libertà. 

Scrive Walt Whitman in Song of the open road: «Afoot and light-hearted I take to the open road,/ Healthy, free, the world before me,/ The long brown path before me leading wherever I choose»1. Una canzone, questa della seconda edizione di Leaves of grass (1856), che è un inno alla libertà e alla leggerezza calviniana; un invito a intraprendere un percorso di quête – quasi da eroe fiabesco o da protagonista di un Bildungsroman2 e un’esortazione, scandita dal refrain «allons!», a scegliere e ad affermare se stessi. «Allons! from all formules!»: il viaggio, sia inteso in senso metaforico, come esplorazione interiore e conseguente vagabondaggio spensierato e positivo nella strada aperta della vita, sia inteso in senso letterale, richiede “libertà da” e “libertà per”, libertà da ogni regola, da ogni formula, da ogni convenzione, da ogni pregiudizio e libertà per rischiare, per uscire dalla propria comfort zone, per sospendere la propria routine, per salpare da uno «sheltered port» e andare dove si vuole, padroni assoluti di sé, andare «where winds blow, waves dash, and the Yankee clipper speeds by under full sail» (W. Whitman, Song of the open road). 

Nelle fondamenta della cultura occidentale vi è Odisseo, non solo emblema dell’uomo multiforme capace di astuzia pratica ma anche del viaggiatore per eccellenza bramoso di ritornare a Itaca, simbolo di quel “porto riparato” con acque calme, del focolare domestico, della patria e degli affetti, ma al tempo stesso stimolo di sfida e di ricerca continua. Non a caso, in un altro libro miliare per l’Occidente, la Divina Commedia, Dante, colloca Odisseo con l’amico Diomede nell’ottava bolgia tra i consiglieri fraudolenti soprattutto per aver convinto i suoi compagni a intraprendere quel «folle volo», cioè varcare le colonne d’Ercole, che gli sarà fatale. Tuttavia il Poeta non può non ammirare la grandezza titanica dell’eroe omerico, che, ignaro della Grazia del dio cristiano, ha osato fare oltraggio agli dei, cercando di superare i limiti imposti agli uomini e macchiandosi così del peccato pagano di hybris (tracotanza). Lo ha fatto, però, perché mosso dal desiderio di conoscere, che è proprio dell’essere umano: «considerate la vostra semenza/ fatti non foste a vivere come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza» (Dante, Inf.. XXVI, vv.118-120). 

Odisseo, nuovo Prometeo, diventa simbolo di sfida agli dei, di slancio verso l’ignoto e della profonda dignità della condizione umana, che, ad esempio, la logica dello sterminio nazista, riducendo gli uomini solo ad un numero di matricola, cerca in tutti i modi di annullare, come racconta tra le pagine di Se questo è un uomo Primo Levi, per il quale, in una visione laica del mondo, ricordare il canto di Ulisse tra gli abissi di Auschwitz, che mira a ridurre gli uomini allo stato animale, è un modo per ritrovare la propria dignità, sommersa tra gli orrori del lager. 

Un viaggio orizzontale, geografico, quello di Ulisse cui Dante contrappone un altro viaggio, il proprio, un viaggio verticale, ultraterreno, come l’itinerario della Commedia, teso verso il vertice ultimo, Dio. 

Di molti tipi di viaggio – cronachistici, fantastici e metaforici – è percorsa tutta la Letteratura successiva, dal Milione, resoconto del viaggio in Oriente di Marco Polo dettato a Rustichello da Pisa e riletto da Italo Calvino in Le città invisibili (1972), ai poemi epico-cavallereschi quali l’Orlando furioso, dal Grand Tour, moda settecentesca dell’aristocrazia e della classe media colta, soprattutto inglese e francese, intesa come pellegrinaggio laico verso i luoghi della Storia della civiltà occidentale, al desiderio di evasione e di esotico di fine Ottocento fino al disorientamento dell’uomo novecentesco, smarrito tra i frantumi del proprio io e i tentacoli di alienanti metropoli. 

Abbiamo bisogno di viaggiare perché abbiamo un desiderio intrinseco di conoscere e di conoscerci. Come scriveva John Steinbeck in Travels with Charley (1962), «le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone»; viaggiamo per perderci e ritrovarci, come invita Charles Baudelaire in chiusura di Les fleurs du mal (1857): «au fond de l’inconnu per trouver du nouveau»3; e viaggiamo, forse, come Guido Gozzano in La signorina Felicita, «per fuggire altro vïaggio», consapevoli però, come già ammoniva Orazio nelle sue Epistole, che «caelum non animum mutant qui trans mare currunt»4. Consapevoli, infine, che viaggiare significa anche cambiare, come ci ricorda un virale tormentone basato su alcuni versi di Fernando Pessoa: «Partire!/ Non tornerò mai,/ non tornerò mai perché mai si torna./ Il luogo ove si torna è sempre un altro la stazione a cui si torna è diversa./ Non c’è più la stessa gente né la stessa luce, né la stessa filosofia».

 

Rossella Farnese

NOTE
1. Letteralmente: «A piedi e con cuore leggero mi metto in viaggio per la strada aperta, / In salute, libero, il ondo dinnanzi a me, / Il lungo sentiero marrone di fronte a me che conduce ovunque io voglia» (ndr).

2. Il Romanzo di formazione, un genere letterario che narra la crescita, l’evoluzione, di un personaggio verso la maturazione (ndr).
3. Letteralmente: «nelle profondità dell’ignoto per trovare qualcosa di nuovo» (ndr).
4. Letteralmente: «mutano non il loro animo, ma il cielo coloro che vanno per mare» (ndr).

[immagine tratta da Unsplash]

la chiave di sophia 2022

La nostalgia di un passato sbiadito in Milan Kundera

La scrittura di Milan Kundera (Brno, 1929), autore ceco naturalizzato francese, è intrisa di filosofia e riflessioni su temi disparati: memoria e tempo, per esempio, costellano diverse sue opere, tra cui L’ignoranza. Kundera ci racconta la fragilità e precarietà della memoria, dovute al fatto che i ricordi possono diventare nebulosi, e tratta della relatività del tempo e della nostra percezione di esso, che non è lineare come il suo scorrere. Come Henri Bergson afferma, il tempo viene percepito in modo differente dalla nostra coscienza in base alle nostre emozioni, ovvero, per citare Sant’Agostino, il tempo è distensio animi, è il nostro far esperienza delle tre dimensioni di passato, futuro e presente.

Il passato, con cui si confrontano i protagonisti del romanzo, non è limpido come il presente, ma può frammentarsi e assumere sempre più opacità. In un testo dedicato al nostos, al ritorno in patria, come L’ignoranza, Kundera fa riferimento ad Ulisse, eroe della nostalgia (nostos=ritorno, algos=dolore), dato che, seppur lui non ricordasse quasi nulla della sua Itaca, ne sentiva la mancanza. I ricordi non sopravvivono se noi non li alimentiamo, ma devono essere evocati continuamente per non perdere nitidezza: tuttavia, la nostalgia non cessa allo sbiadire del passato. Per questo, più Ulisse viveva lontano dalla sua Itaca, più la dimenticava: la sua nostalgia, invece, cresceva. La nostalgia, dunque, basta a sé stessa.

Quando Ulisse torna a Itaca, i suoi conterranei gli raccontano le vicende accadute nei dieci anni della sua lontananza, convinti che nulla gli interessi più della sua amata terra: eppure non è così. Lui a Itaca aspetta solo che gli venga chiesto di raccontare la sua storia. Questo accade anche a Irena, protagonista del romanzo di Kundera sopracitato: «Non ci interessiamo alla vita degli altri, ma in assoluta innocenza. Non ce ne rendiamo neanche conto». E le si risponde: «È vero. Solo chi torna in patria dopo una lunga assenza può cogliere questa verità: nessuno si interessa alla vita degli altri ed è normale».

Ciò che Ulisse spera non gli viene invece chiesto, poiché si crede di sapere già tutto di lui, di poter conoscere la sua intera esperienza in quanto simile, in quanto compatriota, in quanto uomo. Chi, invece, è in esilio prova, come abbiamo già visto, nostalgia dovuta al desiderio inappagato del ritorno alla propria casa. Kundera ci fornisce più traduzioni di nostalgia: gli spagnoli dicono añoranza, termine legato al latino ignorare, poiché la nostalgia è sofferenza dell’ignoranza (se tu sei lontano, io non posso sapere cosa ne è di te); i cechi usano il sostantivo stesk, che crea anche la commovente frase styská se mi po tobe (non posso sopportare il dolore della tua assenza); in tedesco troviamo Sehnsucht, desiderio di ciò che è assente, sia che sia stato, sia che non sia mai stato. Qualsiasi traduzione consideriamo, la nostalgia si alimenta da sé, e non è attenuata dall’ignoranza: anche l’oblio, seppur si contrapponga alla memoria, può alimentare il nostro animo, esattamente come accade a Tamina ne Il libro del riso e dell’oblio. Suo marito è morto, il suo ricordo sfuma quotidianamente e lei, rendendosene conto, si impegna quotidianamente ad alimentare il suo anelito, la sua Sehnsucht, guardando la foto di suo marito:

«Ogni giorno faceva una sorta di esercizio spirituale con quella foto: si sforzava di immaginare il marito di profilo, poi di semi-profilo, poi di tre quarti. Ripeteva dentro di sé la linea del suo naso, del mento, e ogni giorno constatava con terrore che quel ritratto immaginario aveva nuovi punti discutibili in cui il pennello della memoria vacillava».

L’immagine del marito le sfugge dalle mani, il passato è destinato a sbiadire; eppure, lei si sforza di alimentare la nostalgia: sofferenza dell’assenza, tenerezza dell’amore perduto.

 

Andreea Elena Gabara

[immagine tratta da Unsplash]

la chiave di sophia 2022

 

A caccia di simboli nei libri di Francesco Boer

Per la seconda volta incontro Francesco Boer in una libreria. Un luogo classico in cui incontrare uno scrittore, chiaramente, ma nella mia testa lo colloco più facilmente nella natura mentre osserva l’andirivieni delle formiche o studia le forma delle foglie di un arbusto. In alternativa sepolto da mille libri e totalmente immerso nei suoi studi. Da tutto questo nascono i suoi libri, tra cui gli ultimi per l’editrice Il Saggiatore Troverai più nei boschi (2021) e Il piccolo libro del fuoco (2022).
Ecco che cosa ci ha raccontato.

 

Giorgia Favero – Nella tua biografia ti definisci esploratore, naturalista, scrittore – naturalmente – ma anche simbologo. Che cosa significa essere un simbologo e che chiave di lettura hai trovato nel simbolo, tanto da farne uno dei perni della tua indagine della realtà e della tua ricerca?

Francesco Boer – Ho iniziato a studiare i simboli perché sono un passaggio oltre la superficie delle apparenze, verso un significato ulteriore che attende come un potenziale, in ogni cosa che ci circonda. Il mondo, e la nostra vita, possono apparirci spenti, privi di senso: è una impressione che tutti, prima o poi, abbiamo provato, un pensiero doloroso che ci schiaccia come se fosse un peso sulle spalle. Riscoprire la portata simbolica dell’esistenza è una possibile via d’uscita da questo vicolo apparentemente cieco. Non è la ricezione passiva di una verità eterna, già pronta, ma un lavoro di ricerca e al tempo stesso anche di creatività, per ampliare la percezione con il significato. Il simbologo segue antiche rotte e ne traccia di nuove, e così crea connessioni, una rete di assonanze e affinità che permette di superare alcune divisioni altrimenti insormontabili, permettendo connessioni fra discipline diverse. La storia dell’arte e il mondo della tecnica, la psicologia del profondo e la geopolitica, antiche ritualità religiose e gesti quotidiani: il simbolo è presente in ogni cosa ci riguardi, perché è uno dei pilastri del nostro essere, un modo fondamentale che struttura il nostro pensiero e le nostre azioni. Con i nessi simbolici si possono così ricucire gli strappi di incomunicabilità che si sono aperti nel nostro panorama culturale a causa dell’eccessiva specializzazione. Non verso un appiattimento unitario, né a una raffazzonata confusione fra discipline, ma con un dialogo fra prospettive diverse, capaci di arricchirsi a vicenda nel confronto simbolico.

 

Giorgia Favero – La tua ultima pubblicazione, Il piccolo libro del fuoco, lascia largo spazio anche a un altro tipo di simbolo, quasi un racconto che si fa simbolo: il mito. Il mito, pur essendo molto antico, racconta molto di ciò che siamo oggi come singoli individui e può offrire tutt’ora degli spunti pedagogici validi. Quali miti ti hanno affascinato di più nella scrittura di questo libro?

Francesco Boer – Il mito di Prometeo, intimamente connesso col fuoco, è una narrazione complessa che ha continuato a far parlare di sé attraverso i secoli, cambiando forma attraverso riscritture di nuovi autori, pur mantenendo sempre la stessa carica archetipica. La forza del fuoco, la travolgente potenza del progresso umano: è sia una conquista, che la trasgressione di un volere divino. La fiamma, e tutto ciò che significa, è sì nostra, ma non di diritto. L’abbiamo sottratta con il furto, ci appartiene soltanto grazie all’inganno. Si tratta di un mito, certo, e ai più basterebbe questa definizione per scartare tutto, come se si trattasse di un vaneggiamento privo di conseguenze. Eppure storie come questa esprimono ansie e speranze radicante nel profondo della nostra anima culturale, e che altrimenti troverebbero difficilmente voce. Ignorarle non porta a nulla, perché le spinte sotterranee da cui queste voci hanno origine continuano pur sempre a influenzare attivamente le nostre vite. È necessario dunque imparare nuovamente ad ascoltare il mito: non screditandolo, come una fantasia del passato, né prendendolo troppo alla lettera, quasi fosse una profezia infallibile; ma interpretandolo, interrogando la narrazione e sé stessi, per capire cosa quella storia significhi per noi, oggi, per il mondo in cui viviamo.

 

Giorgia Favero – Nel tuo esaminare in lungo e in largo il fuoco, tra mitologia e cronaca, tra simbolo e letteratura, ti sei mosso non solo nel tempo ma anche nello spazio, dimostrando come in molti casi anche culture molto lontane dimostrano delle radici comuni. Qual è stato per il te il valore del confronto culturale nella stesura del libro?

Francesco Boer – Uscire dal proprio contesto, paradossalmente, è un modo per conoscere più a fondo la propria cultura, a cui pur sempre si appartiene in un certo grado. Nel corso delle mie ricerche, mi capita di passare dall’India all’Oceania, per poi arrivare magari alle popolazioni precolombiane del centro-America: non lo faccio per turismo culturale, per una fascinazione escapista verso l’esotico, ma nell’ottica di un dialogo fra visioni affini a quelle della nostra storia. Affine, va detto, non significa identico, né intercambiabile: troppo spesso la ricerca comparata tende a schiacciare le differenze culturali, banalizzando i singoli dettagli per creare un ipotetico mito “originale”, come se questa fonte unica, ammesso che esista, abbia per forza più valore dei suoi derivati. Al contrario, io sono convinto che sono proprio le diversità di espressione, le varianti culturali, a costituire il materiale sommamente prezioso del confronto e della ricerca simbolica.

 

Giorgia Favero – Cosa ti ha spinto alla scrittura di un libro sul fuoco e quale dei tanti simboli e significati indagati è stato per te quello più significativo, quello al quale ti senti più affascinato?

Francesco Boer – I simboli a volte attraggono con un incanto appena sussurrato, eppure ricco di fascino, irresistibile. Altre volte invece urlano con una voce quasi violenta, e anche lì è impossibile ignorarli. C’è stato un periodo in cui mi trovavo – simbolicamente e letteralmente – circondato da fuochi: l’incendio della cattedrale di Notre-Dame; le fiamme che hanno avvolto Minneapolis, durante le proteste per l’uccisione di George Floyd; gli spaventosi roghi che avvolgevano l’Amazzonia, la Siberia, l’Australia, e poi anche la loro versione ridotta (ma non meno spaventosa) nei boschi nostrani, anche quelli vicini, in cui passeggiavo fin pochi giorni prima, e che ora erano ridotti in cenere e carboni. Capivo che non si trattava soltanto di avvenimenti esterni: a ognuno di questi fuochi corrispondeva un bruciare interiore, fatto di angoscia e disperazione, ma anche di una profonda, spaventosa fascinazione. Scrivere il libro, a questo punto, è stata una necessità, il bisogno di trovare una risposta a una domanda apparentemente insolubile.

È impossibile, per me, ignorare la gravità dell’infuocata situazione in cui siamo. A livello collettivo, però, è proprio ciò che stiamo facendo: spaventati e conturbati, neghiamo la realtà e pure il simbolo. Facciamo di tutto per distrarci con altro, e se il problema ci sfiora la buttiamo sullo scherzo, nascondendoci dietro la misera maschera dell’ironia. In questo scenario, l’immagine più significativa e tremendamente attuale è forse quella – fra storia e leggenda – di Nerone che suona la lira e canta, mentre Roma brucia. 

 

Giorgia Favero – In questo dualismo irrisolto tra il bene e il male del fuoco emerge più volte anche un “grido ambientale”, quello del nostro pianeta che brucia a causa del riscaldamento climatico, una conseguenza della nostra ipertrofia nella padronanza del fuoco attraverso la tecnica. Infatti, come scrivi chiaramente nel libro, «Spegnere le fiamme [innescate dalla tecnica] significa rinunciare alla propria potenza». Considerando la smania umana di potenza, credi che si possa arrivare a un momento in cui si possa rompere l’illusione di crescere senza far bruciare tutto?

Francesco Boer – Il momento della disillusione, in un modo o nell’altro, arriverà. A far la differenza è il modo con cui l’illusione di potenza si infrangerà: può essere come un risveglio, una presa di coscienza, o in modo del tutto traumatico, la dura realtà che si riafferma con uno sconvolgimento di portata disastrosa. A essere realisti, è verso quest’ultimo esito che ci stiamo collettivamente incamminando, e pure a passo spedito. Non farsi illusioni, però, non significa arrendersi a un compiaciuto pessimismo. Questo libro vuole essere anche il tentativo di non abbandonarsi alla disperazione: non basta descrivere il problema, si può e si deve immaginare soluzioni. E magari è proprio il simbolo a poterci suggerire strade nuove, che ci allontanino dall’abisso. Forse, nel caleidoscopio dei miti, possiamo raccogliere un’ispirazione rimasta inespressa, capace di cambiare il nostro deleterio modo di vivere.

 

Giorgia Favero – La ricchezza di questo libro, come anche di altri libri che hai pubblicato, è che il racconto è accompagnato anche da bellissime illustrazioni. Perché questa scelta e chi ha selezionato concretamente le illustrazioni?

Francesco Boer – Ho svolto di persona la ricerca iconografica, di pari passo con la stesura del testo. C’è una circolarità fra i paragrafi e le illustrazioni: a volte l’immagine precedeva il testo, suggerendone lo sviluppo, che a sua volta portava a nuove figure, con un processo che a volte sfociava in una creatività quasi onirica. Navigavo seguendo miraggi, eppure sentivo che non stavo girando intorno, e che anzi quel procedere errabondo era l’unico modo per raggiungere la meta che cercavo.

 

Giorgia Favero – Il libro Troverai più nei boschi invece si propone come un “manuale per decifrare i segni e i misteri della natura”, che quindi viene indagata con occhio preciso e analitico. Ma la relazione tra lo scrutatore e lo scrutato viene ripresa più volte con fare altrettanto indagatore. Per esempio scrivi che «L’uomo di animo sensibile entra nel bosco. Lo fa come se entrasse in un tempio a lui proibito. Cerca un contatto con la natura, ma al tempo stesso porta dentro di sé un senso di colpa, il misfatto di appartenere a quell’umanità che ha devastato e continua a rovinare la natura»: questo senso di colpa secondo te è davvero così diffuso? Ed è un sentimento intrinseco all’essere umano o di origine più contemporanea?

Francesco Boer – Distinguere fra costruzione culturale e tendenza innata è difficile e problematico. Preferisco concentrarmi sul fatto che il sentimento sia molto diffuso, e di radice antica, e che al giorno d’oggi sia più attivo che mai. Il senso di colpa influenza con grande intensità diversi aspetti della nostra vita, e il rapporto con l’ambiente è uno di essi. Una volta riconosciuta la sua esistenza si può iniziare a lavorarci sopra, a interpretarlo simbolicamente: capire quanto e come ci limiti, e chiedersi se possa essere trasmutato, magari persino sublimato in una risorsa per un futuro migliore.

 

Giorgia Favero – La ricerca di un equilibrio umano-naturale è auspicata più volte all’interno del libro, ma come abbiamo già detto l’interesse per il tema ambientale emerge anche da altre tue pubblicazioni. Secondo te in che modo si può concretizzare davvero questo equilibrio?

Francesco Boer – Non è facile, perché comporta una rinuncia: di possesso, di potere, di capacità di controllo. Per secoli, l’essere umano si è comportato come un piccolo despota, comandando sul territorio con pretese assolutiste. In quest’ottica perversa, ogni cosa è o una risorsa, o un ostacolo. Animali e piante, boschi, fiumi, montagne: ciò che non poteva essere usato, andava tolto di mezzo. È un regno miope, perché ben presto si rivela insostenibile; la sua economia lo porta per forza al collasso. Ma prima ancora, è un modo d’essere colmo di bruttezza, perché isola l’uomo in un delirio di onnipotenza, tagliandolo dal resto del mondo e condannandolo a un isolamento che in ultima analisi priva la vita di senso.  Alla fine, è l’uomo stesso a soccombere, avvelenato dalla sua avidità: ben lontano da essere un re, diventa egli stesso merce della propria economia scellerata – anch’esso, o risorsa o scarto di un sistema.

Credo che il simbolo sia anche un vettore di empatia; la riscoperta del valore di ciò che ci circonda, una bellezza che diventa un legame quasi fraterno. Una parentela simbolica con gli elementi del mondo, che sia un albero o il cielo stellato.  Lo sfruttamento e la devastazione, a questo punto, appaiono impensabili: non li si rifugge per dovere, o per senso di colpa, ma spontaneamente, così come si porta cura e rispetto verso coloro a cui vogliamo bene.

 

Giorgia Favero – Il titolo del libro, che ci lascia una sorta di sospensione, deriva da una antica citazione di Bernardino da Chiaravalle che ci apre anche spunti di riflessione sul senso, ma anche sulle nostre modalità pedagogiche. Vuoi spiegarci il senso di questo riferimento e in che modo pensi sia attualizzabile nel mondo odierno?

Francesco Boer – Si tratta di un’apertura verso il mondo, un ascolto attivo che passa anche attraverso il dialogo simbolico. “Troverai più nei boschi che nei libri”, dice la frase completa, quasi a sottolineare il pericolo di un’istruzione impositiva. Se imparo la mia verità, per quanto parziale, poi finirò per imporla sulla realtà complessa che mi circonda. È meglio mantenere una ricettiva umiltà, osservare e interagire, anche lasciarsi spiazzare da esperienze che contrastano con quello che credevamo di sapere. Certo, non è affatto facile, e qui sta appunto il ricorso al libro , apparentemente negato dalla massima: si tratta di re-imparare un modo di porsi, di raccogliere, di farsi trascinare. Anche il bosco più vivo, altrimenti, resterebbe muto di fronte a un’anima chiusa.

 

Giorgia Favero – Questa indagine attenta della realtà, questa ricerca di significato profonda tocca alcuni punti in comune con il pensare filosofico. Del resto ci sono anche molti filosofi che dal loro passeggiare nella natura e dalla ricerca di simboli hanno trovato spunti per la propria filosofia (ad esempio Nietzsche). Ce ne sono poi anche altri (come Hegel) che non si sono invece lasciati incantare dall’immersione nella natura, trovandola distante dall’esercizio del pensiero. Tu come vedi questo rapporto tra filosofia e natura (in senso lato)? Che cosa significa per te fare filosofia?

Francesco Boer – Non sono mai stato attratto dal pensiero più rarefatto, quasi astratto dalla realtà concreta: tutto sommato, mi pare che la servetta trace avesse le sue ragioni. D’altro canto, anche il materialismo più superficiale mi riesce di difficile sopportazione, e porta a trappole ben più insidiose di un pozzo. Il fascino che la simbologia esercita su di me sta proprio di essere nel mezzo, un rapporto che lega idee e immagini, sensazioni e oggetti concreti. Permette di camminare con un occhio puntato verso le stelle, e uno attento alla terra; e magari di scoprire i rapporti sottili che collegano queste due metà dell’essere. In questo senso, non credo che l’esperienza della natura sia in conflitto col pensiero, e anzi il concetto stesso di “natura” è una complessa amalgama di entità viventi e idee umane, un ecosistema in cui possono trovare posto e nutrimento anche le nostre riflessioni.

 

Giorgia Favero

 

[Photo credit nikita velikanin]

la chiave di sophia 2022

Sogni e piaceri in pratica seguendo Leopardi

È piuttosto noto che per Leopardi il bello poetico deriva da immagini vaghe e indefinite, poiché, in quanto tali, capaci di stimolare la fantasia e l’immaginazione e quindi di attingere a quel piacere infinito che nella realtà sensibile è precluso al genere umano. Ora, questo atteggiamento pare esattamente il contrario di quello scientifico: la scienza, infatti, per sua natura, descrive tutto nel dettaglio, mostra tutto, cerca legami di causa e di effetto. Inoltre, nel suo tentativo di spiegare razionalmente il mondo, dissipa il mistero e mostra “l’arido vero”, distruggendo le illusioni. E’ probabilmente per questo motivo che Leopardi, nella sua fase del pessimismo storico, ritiene che i fanciulli, gli antichi e i primitivi fossero più felici dell’uomo moderno, in quanto la natura, non ancora esaminata con la ragione, forniva loro illusioni e bellezza, e li rendeva capaci di azioni grandi ed eroiche.

Provando ad applicare questa teoria (che comunque non è il punto di arrivo della speculazione leopardiana) alla realtà odierna, sembra proprio che sia ancora interamente valida. Vediamo dunque alcuni esempi.

Non è un mistero che oggi la pornografia sia stata completamente sdoganata e liberalizzata, e che dunque sia accessibile a tutti. Ciò può apparire a prima vista una grande conquista e forse anche un atto di ribellione ad una morale religiosa ottusa e bigotta, e questo in parte è vero. Ma è anche vero che prima o poi anche la pornografia stanca. Questo perché di fatto essa mostra tutto e non lascia più spazio alla fantasia e all’immaginazione dell’individuo. Quando tutto è visibile – quando tutto è messo in bella mostra in una vetrina virtuale con eccessi a volte pure fastidiosi – il piacere che se ne ricava diventa finito, circoscritto, poiché non è più vago e misterioso, quindi poetico.

In ambito cinematografico, vorrei prendere l’esempio di un grande film horror, ovvero L’esorcista. L’esempio in questione è collegato al precedente dal tema del “mostrare tutto”. A mio giudizio, infatti, la parte più bella è proprio quella che precede l’esorcismo, che comunque occupa solo gli ultimi venti minuti finali. Questo perché, mano a mano che la protagonista attraversa tutte le varie analisi mediche che mostrano che non c’è nulla che non va, si può sentire, intuire, immaginare, che vi è qualcosa di strano, di misterioso, di occulto che sta succedendo. È un “brutto poter”, una malvagità nascosta e arcana, che sarà poi alla fine identificata con il diavolo. Ma l’esorcismo finale, che mostra tutto e svela le ragioni dei disturbi della protagonista, è forse meno interessante ed evocativo di tutto ciò che lo precede.

Relativamente al tema dell’illusione, ognuno di noi ha per il futuro sogni, speranze, progetti, che nel momento in cui vengono concepiti sono piuttosto confusi e vaghi, non ancora chiaramente definiti, e quindi piacevoli. Quando poi si passa a cercare di tradurli in pratica, di farli diventare realtà, allora perdono molto della loro bellezza, poiché iniziano a presentarsi i problemi tecnici legati alla loro realizzazione e che vanno affrontati razionalmente. Ad esempio, si può sognare di scrivere un romanzo o di realizzare un videogioco o di comporre e suonare un pezzo davvero originale, e tutto ciò è bello e piacevole, e ci attira continuamente. Però poi, prendendo il caso del videogioco, ci si scontra con i problemi tecnici relativi. In questo esempio particolare, a meno che non si lavori in un team, ci si accorge che bisogna avere ottime conoscenze di programmazione informatica, che può essere difficile acquisire; poi c’è tutto il problema della grafica, e anche l’aspetto del game design non è poi così semplice e scontato, visto che la grande difficoltà consiste proprio nel rendere il gioco divertente. Mutatis mutandis, queste considerazioni possono essere svolte per qualsiasi progetto umano.

Dunque bisogna rinunciare a sognare? No, perché in sé i sogni sono piacevoli e danno speranza e conforto. Inoltre, può essere anche possibile che in un modo o nell’altro qualcuno tra i nostri sogni si realizzi. L’importante è forse non fare progetti troppo grandi (anche se sognare in grande andrebbe proprio nella direzione del piacere infinito), poiché nella fase realizzativa si mostrerebbe “l’acerbo vero”, ovvero la caduta dell’illusione. E più i sogni sono vasti, più grande sarebbe la delusione. Ci vuole dunque un po’ di saggezza e di conoscenza di sé, per darsi obiettivi raggiungibili e soddisfacenti, nella consapevolezza però che l’attuazione pratica sarà sempre meno piacevole dell’idea sognata.

 

Francesco Breda

[immagine tratta da Unsplash]

 

la chiave di sophia 2022

 

Socrate è stato il primo boomer?

Con questo pezzo si inaugura una piccola rassegna di profezie filosofiche. Sì, perché i filosofi sanno essere profetici, a modo loro: talora di sventure, talora di avventure, ma più spesso dell’ambigua tensione tra entrambe che caratterizza le grandi svolte storiche.

Questo è per esempio il caso di Socrate, che – diciamocelo! – oggi figurerebbe come il prototipo del boomer. Infatti, circa 2500 anni or sono, questo borghese figlio di un’ostetrica e di uno scultore puntava il dito contro le nuove ICT1 di massa che sconvolgevano la vita dell’amata Atene, della Grecia stessa e persino dell’intera umanità. Aveva dunque captato la potenziale disruption a cui l’umanità stava andando incontro a causa dell’interazione con una tecnologia digitale innovativa come non mai. Le perplessità di Socrate erano grossomodo di questa natura2:
1) appoggiarsi a server esterni di informazioni avrebbe rappresentato una ricetta per la smemoratezza: se la macchina ricorda al posto tuo, tu smetterai farlo;
2) permettere di riprodurre e avere accesso alle informazioni in maniera universale e immediata avrebbe favorito la fruizione superficiale dei contenuti, piuttosto che una loro genuina interiorizzazione: se la macchina sa al posto tuo, tu smetterai di apprendere, concentrarti e andare in profondità;
3) la circolazione indiscriminata e libera di masse di informazioni decontestualizzate e impersonali avrebbe sancito la fine del genuino dialogo faccia a faccia e dei processi di verifica in prima persona: se la macchina risponde al posto tuo, tu smetterai di interrogar(ti), dunque non ti renderai più conto di quello che non sai – non saprai più di non sapere e finirai in una bolla.

Ora, il fatto rilevante è che Socrate si riferiva non a GoogleMaps, Wikipedia, Alexa, ecc., ma a quella che potremmo definire come la prima forma di AI nella storia umana, grazie al cui codice il flusso analogico dell’esperienza veniva spezzettato e compresso in unità variamente combinabili e interscambiabili, ossia veniva trasformato in un algoritmo potenzialmente universale: si tratta della scrittura alfabetica. Proprio così! Infatti, secondo Socrate, con l’alfabeto la «parola viva» diventava «morto discorso» che «si diffonde ovunque», composto da elementi che «sembra che siano intelligenti»: «fidandosi della scrittura», finirà che essa «impianterà la dimenticanza» nelle menti e le persone diventeranno come «rotoli da papiro» incapaci di «rispondere e a loro volta porre domande», ossia di apprendere e pensare.

Oggi viene da sorridere, ma non semplicemente perché l’alfabeto è diventato ovvio, normale, banale, e così via; c’è qualcosa di più radicale: oggi l’atto stesso del pensare logicamente, criticamente, riflessivamente e autonomamente consiste anche nel saper leggere, analizzare, comprendere e interpretare testi e sottotesti. Ma non solo: l’esistenza della democrazia, della consapevolezza di sé e degli altri e persino della consapevolezza della consapevolezza stessa sono frutto dell’interazione con la scrittura alfabetica, della sua letterale incorporazione. In poche parole, la scrittura alfabetica non solo non ha ucciso la nostra “anima”, ma le ha anzi dato forma – la ha informata: grazie a essa, sappiamo di non sapere.

Ciò è vero al punto che, nella nostra epoca, il problema diventa che le nuove ICT starebbero minacciando l’insieme dei processi cognitivi tipici dell’attitudine da «lettura profonda», fatta di tempi dilatati, di abilità ricorsive, di capacità di coniugare divisione e connessione e di prontezza nel fare inferenze e trarre conclusioni: analisi, sintesi, riflessione, immaginazione, astrazione, empatia, contemplazione, concentrazione, giudizio, organizzazione, codificazione, documentazione, classificazione, interiorizzazione, e così via. Ci ritroveremmo quindi a sviluppare una vera e propria «mente da cavalletta», che saltella e svolazza senza una vera direzione – senza un senso vero e proprio. C’è davvero dell’ironia in tutto ciò: Socrate si lamentava che l’alfabeto avrebbe rovinato la nostra mente (orale), mentre oggi ci si lamenta che la rete starebbe rovinando la nostra mente (scrivente).

Siamo quindi passati dal timore o convinzione che la scrittura ci renderà stupidi (perché ormai incapaci di ascoltare/parlare) al timore o convinzione che il web ci renderà stupidi (perché ormai incapaci di leggere/scrivere). Ieri i “professori” si lamentavano che i giovani non dialogavano più perché distratti dalla carta; oggi invece si lamentano che i giovani non riflettono più perché distratti dallo schermo. Che cosa capiterà con le AI odierne è difficile saperlo e ancor di più ipotizzarlo in poche parole; ma una cosa potrebbe sembrare certa: nel bene e nel male, ogni epoca ha i suoi boomer. E tu, quanto ti senti socratico?

 

Giacomo Pezzano

NOTE
1. Information and Communication Technologies.
2. Espresse principalmente in Platone, Fedro, 274d-275d e Protagora, 329a, una cui eccellente rilettura contemporanea è in M. Wolf, Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge, Vita e Pensiero, Milano 2009, soprattutto pp. 59-87. Le citazioni successive sono tratte da queste opere.

[Photo credit Milan Fakurian]

la chiave di sophia 2022

Riflessioni del gesto quotidiano: uno sguardo alla finestra

Affacciati alla finestra, osserviamo il mondo. Volgiamo il nostro sguardo al di là del vetro in cerca di immagini, proiettandovi pensieri, sogni e desideri. Un gesto semplice, usuale, comune, che reca con sé la storia di un’intera cultura.

Lo “sguardo dalla finestra”, intrecciandosi a concetti quali l’immagine, la soggettività, il punto di vista, ha tracciato – e continua a tracciare – la storia della nostra civiltà occidentale come civiltà dell’immagine. Palomar, celebre personaggio calviniano, giunge immediatamente al cuore di questo intreccio, identificando l’Io con il concetto di finestra: «Di solito si pensa che l’io sia uno che sta affacciato ai propri occhi come al davanzale di una finestra e guarda il mondo che si distende in tutta la sua vastità lì davanti a lui […] forse l’io non è altro che la finestra attraverso la quale il mondo guarda il mondo» (I. Calvino, Palomar, 1983).

Secondo Palomar, i nostri occhi non sono altro che finestre che intrecciano mondi differenti ed eterogenei, così come il nostro sguardo è luogo in cui la vita acquisisce senso come immagine, permeandosi nelle sue forme visibili e invisibili. A livello iconografico, tali riflessioni sono richiamate dalla celebre xilografia di Albrecht Dürer intitolata Disegnatore della donna coricata, scelta da Calvino come immagine di copertina del libro, dove un pittore-osservatore ritrae un nudo femminile seguendo i canoni della prospettiva lineare. Con la nascita del metodo prospettico nel Rinascimento, infatti, l’immagine della finestra si afferma come forma simbolica del mondo occidentale moderno. La stessa etimologia della parola “prospettiva” ne è testimone: essa deriva dal latino perspicio o prospicio che significa “guardare attraverso”. Il quadro, così come recita la celeberrima formulazione di Leon Battista Alberti, diviene «una finestra aperta sul mondo dalla quale si abbia a veder l’istoria» (L.B. Alberti, De Pictura, 1435).

Tuttavia, la finestra, lo sguardo e l’immagine furono una questione essenzialmente occidentale: una questione occidentale con origini mediorientali.

Nella cultura araba, infatti, la visione della luce senza immagini godeva di assoluto monopolio: essa risultava essere un processo dall’esito sempre aperto e incerto e le immagini erano circoscritte all’ambito interno del mentale. Testimone di tale diversità era la differente funzione assunta dalle finestre in Medio Oriente: le Mashrabiyya erano grate di legno intrecciato utilizzate per schermare la luce dall’esterno verso l’interno. Sciogliendo ogni alleanza tra raggi luminosi e visivi, tali antiche forme di finestre lasciavano penetrare la luce “purificandola” da ogni immagine, invertendo il rapporto dentro-fuori tipico del mondo occidentale moderno. Nel corso del Rinascimento, l’Occidente fece propri gli strumenti arabi – la geometria dei raggi visivi e la misurazione della luce – per elaborare una teoria dell’immagine e della visione del tutto estranea a quella da cui era scaturita.

Alla base delle due culture, pertanto, due «visioni del mondo differenti, che assegnano anche al soggetto un ruolo diverso» (H. Belting, op. cit): da un lato, lo sguardo occidentale, iconico, rivelava il proprio impulso di controllo sul mondo, andando alla ricerca di immagini oltre la soglia della finestra; dall’altro lo sguardo mediorientale era rivolto all’intimità dell’immaginazione, domato attraverso la luce e le sue geometrie.

Nel corso del tempo, il modello occidentale dello sguardo si diffuse ampiamente e globalmente. Ad oggi, noi tutti ci troviamo nell’epoca della produzione, condivisione e archiviazione di immagini, in cui il potere dell’immaginazione sembra non trovare spazio, e i nostri occhi, oltrepassando la soglia delle finestre-schermi, non smettono di desiderare ardentemente il dominio sul mondo come totalità di immagini. Appare chiaro, pertanto, poiché tra le molteplici sfide del contemporaneo vi sia anche quella di riflettere circa la natura di tali sguardi, cercando di metterne in cortocircuito le forme più violente e pervasive.

In questo contesto, conviene chiedersi se non abbia senso provare ad adottare prospettive differenti – di cui quella mediorientale ne è solo un esempio – che possano porre in crisi quell’ingombrante “Io-finestra” tanto caro alla Filosofia quanto sofferto dal signor Palomar. Nel nostro quotidiano, ciò significa provare a esercitare nuovi tipi di sguardi che considerino il mondo non come mera immagine da possedere, ma come luogo da esplorare, inesauribile nelle sue forme e dimensioni. Significa, in altre parole, acquisire nuova consapevolezza di tutti quei gesti tanto più rivoluzionari quanto più usuali e quotidiani, tra i quali il “guardare attraverso la finestra” si colloca sicuramente in prima linea.

 

Benedetta Carraro

 

Benedetta Carraro nasce a Milano nel 1998, frequenta il Liceo Classico A. Manzoni e consegue a pieni voti il titolo di Laurea magistrale in Filosofia del mondo contemporaneo nel luglio 2021, con una tesi dedicata ai concetti di sguardo, immagine e visione. Da un anno svolge attività di ricerca per un progetto basato sulla convergenza tra arti visive, tecnologie avanzate e neuroscienze.

 [Photo credit unsplash.com]la chiave di sophia 2022